BETTINO CRAXI:
Pluralismo e collettivismo /socialismo e comunismo

Documento manifesto, pubblicato sull’ESPRESSO nel 1978, dal Segretario del
PSI
e che ha dato vita al “nuovo corso” del socialismo riformista.
La storia del socialismo non è la storia di un fenomeno omogeneo. Nel corso
di travagliate vicende sotto le insegne del socialismo si sono raccolti e
confusi elementi distinti e persino reciprocamente repulsivi. Statalismo e
antistatalismo, collettivismo e individualismo, autoritarismo e anarchismo,
queste e altre tendenze ancora si sono incontrate e scontrate nel movimento
operaio sin da quando esso cominciò a muovere i suoi primi passi come unità
politica e di classe. In certe circostanze storiche le impostazioni ideologiche
diverse sono addirittura sfociate in una vera e propria guerra fratricida. È
così avvenuto che tutti i partiti, le correnti e le scuole che si sono
richiamate al socialismo, si sono poste in antagonismo al capitalismo, ma ciò
non è quasi mai stato sufficiente ad eliminare divisioni e contrapposizioni. I
modelli di società che indicavano come alternativa alla società capitalistica
erano spesso antitetici.
La profonda diversità dei «sociaIismi» apparve con maggiore chiarezza quando
i bolscevichi si impossessarono del potere in Russia. Si contrapposero e si
scontrarono concezioni opposte. Infatti c’era chi aspirava a riunificare il
corpo sociale attraverso l’azione dominante dello Stato e c’era chi
auspicava il potenziamento e lo sviluppo del pluralismo sociale e delle libertà
individuali. Riemerse così il vecchio dissidio fra statalisti e antistatalisti,
autoritari e libertari, collettivistici e non.
La divisione si riflesse a grandi linee nell’esistenza di due distinte
organizzazioni internazionali I primi, eredi della tradizione giacobina, si
raggrupparono sotto la bandiera del marxismo-leninismo, mentre i secondi
volevano rimanere nell’alveo della tradizione pluralistica della civiltà
occidentale. A partire dal 1919 il socialismo, anche dal punto di vista
organizzativo, sarà attraversato da due grandi correnti e da molti rivoli
collaterali, che si potrebbero meglio definire solo analizzando la storia dei
singoli partiti. Non sono pochi a ritenere che la scissione, vista nelle sue
grandi linee, viene da lontano. C’è chi ne vede le radici nella stessa
Rivoluzione francese, durante la quale, mentre era in atto la guerra contro l’Antico
Regime, si scontrarono due concezioni della società ideale; quella autoritaria
e centralistica e quella libertaria e pluralistica. Già nelle analisi di
Proudhon per esempio si tenta l’individuazione delle radici etico-politiche
del conflitto latente ,che lacerava la sinistra. In Proudhon c’è infatti un’appassionata
difesa non solo delle radici ideali della protesta operaia contro lo
sfruttamento capitalistico ma anche una percezione acuta della divaricazione
sostanziale tra società socialista e la società comunista. Dal lato il
comunismo che vuole la soppressione del mercato, la statalizzazione integrale
della società e la cancellazione di ogni traccia di individualismo. Dall’altra
il socialismo, che progetta di instaurare il controllo sociale dell’economia e
lavora per il potenziamento della società rispetto allo Stato e per il pieno
sviluppo della personalità individuale.
Proudhon considerava il socialismo come il superamento storico del liberalismo e
vedeva nel comunismo una «assurdità antidiluviana» che, se fosse prevalso,
avrebbe «asiatizzato» la civiltà europea. Lo stesso Proudhon ci ha lasciato
una descrizione profetica di che cosa avrebbe generato l’istituzionalizzazione
del rigido modello statalista e collettivistico:
«la sfera pubblica porterà alla fine di ogni proprietà; l’associazione
provocherà la fine di tutte le associazioni separate e il loro riassorbimento
in una sola; la concorrenza, rivolta contro se stessa, porterà alla
soppressione della concorrenza; la libertà collettiva, infine, dovrà inglobare
le libertà cooperative, locali e particolari». Conseguentemente sarebbe nata
«una democrazia compatta fondata in apparenza sulla dittatura delle masse, ma
in cui le masse avrebbero avuto solo il potere di garantire la servitù
universale, secondo le formule e le parole d’ordine prese a prestito dal
vecchio assolutismo riassumibili:
- comunione del potere;
- accentramento;
- distruzione sistematica di ogni pensiero individuale, cooperativo e locale,
ritenuto scissionistico;
- polizia inquisìtoriale;
- abolizione o almeno restrizione della famiglia e, a maggior ragione, dell’eredità;
- suffragio universale organizzato in modo tale da sanzionare continuamente
questa sorta di anonima tirannia, basata sul prevalere di soggetti mediocri o
perfino incapaci e sul soffocamento degli spiriti indipendenti, denunciati come
sospetti e, naturalmente, inferiori di numero».
Qui, come si vede, Proudhon indica che cosa non doveva essere il socialismo e
contemporaneamente che cosa sarebbe diventata la società se fosse prevalso il
modello collettivistico basato sulla statizzazione integrale dei mezzi di
produzione e sulla soppressione del mercato. La storia purtroppo ha portato
qualche elemento di fatto a sostegno della sua previsione. Il socialismo di
Stato, messi in disparte tutti i valori, le istituzioni e i principi della
civiltà moderna, li ha sostituiti con un modello di vita collettivistico,
burocratico e autoritario, cioè con un sistema pre-moderno. E ciò è tanto
vero che molti rappresentanti della cultura del dissenso spingono la loro
critica sino al punto di vedere nel comunismo, così come storicamente si è
realizzato, una vera e propria «restaurazione asiatica»
Ma, per venire ad analisi più recenti, ricordiamo che molti altri intellettuali
della sinistra europea hanno sviluppato questo filone critico.
Da Russell a Carlo Rosselli a Cole ci perviene un unico stimolo che ci invita a
non confondere il socialismo con il comunismo, la piena libertà estesa a tutti
gli uomini con la cosiddetta libertà collettiva.
Il superamento storico del liberalismo con la sua distruzione.
Il carattere autoritario di ciò che viene chiamato il «socialismo reale o
maturo» non è una deviazione rispetto alla dottrina, una degenerazione frutto
di una data somma di errori, bensì la concretizzazione delle implicazioni
logiche dell’impostazione rigidamente collettivistica originariamente
adottata. L’esame dei fondamenti essenziali del leninismo non può che
confermare tale tesi.
Fino alla pubblicazione di «Che fare?» Lenin fu sostanzialmente un marxista
ortodosso: credeva che il socialismo si sarebbe realizzato solo nei paesi
capitalistici avanzati e solo a condizione che la classe operaia avesse
raggiunto un elevato grado di coscienza politica e di maturità culturale. Ma in
«Che fare?» queste tesi sono letteralmente rovesciate. Dalla teoria e dalla
prassi del socialismo democratico europeo si passa a uno schema rivoluzionario e
giacobino. Lenin stesso definisce il rivoluzionario marxista «un giacobino al
servizio della classe operaia» e propone di creare un partito composto
esclusivamente di «rivoluzionari di professione». Così il socialismo da
compito storico della classe operaia diventa qualcosa che deve essere pensato,
costruito e diretto da una élite selezionata di individui posti al di sopra
della massa.
Lenin comincia col distinguere due forme o gradi di percezione della realtà: la
«spontaneità» e la «coscienza»: solo la seconda permette di anti-vedere i
fini ultimi della Storia. Successivamente Lenin afferma perentoriamente che gli
operai non possono avere il tipo di visione del reale che è proprio della
coscienza poiché privi del sapere filosofico e scientifico. Essi, abbandonati
alle loro tendenze spontanee, sono condannati a muoversi entro l’ambito delle
leggi del sistema. Tutt’ al più possono raggiungere una «coscienza
sindacale» dei loro interessi immediati, non già una coscienza politica che
può essere prodotta solo al di fuori della loro condizione di classe. E i
«portatori esterni» della «giusta coscienza», sono sempre secondo Lenin,gli
intellettuali.
Ad essi, quindi, spetta il ruolo storico organizzativo e dirigente del movimento
operaio. Date queste premesse, ovviamente il soggetto rivoluzionano non può
essere la classe operaia bensì il corpo scelto degli intellettuali che si sono
consacrati alla rivoluzione comunista. Il pericolo che gli anarchici russi
avevano sottolineato con estrema energia e cioè che la classe operaia fosse
«colonizzata» dagli intellettuali declasses che entravano in un movimento
socialista quali «tribuni della plebe» diviene con il «Che fare?» una
realtà. Lenin teorizza infatti con grande franchezza il diritto-dovere degli
intellettuali guidati dalla «scienza marxista» di sottoporre la classe operaia
alla loro direzione. L’ammissione storica che Marx aveva assegnato al
proletariato doveva raccogliersi nelle mani dell’intelligencija
rivoluzionaria. Si capisce agevolmente perché Trockij, Plechanov, Martov e Rosa
Luxemburg abbiano accusato Lenin di «sostitutismo». Ai loro occhi l’idea
leninista di subordinare la classe operaia alla direzione paternalistica dell’élite
cosciente ed attiva appariva come un capovolgimento del marxismo e come un
ritorno alla tradizione giacobina. «Trockij in particolare stigmatizzò la
teoria leninista poiché essa confondeva la dittatura del proletariato con la
dittatura sul proletariato e affidava la missione storica di edificare il
socialismo non alla classe operaia dotata di iniziativa che ha preso nelle sue
mani le sorti della società, ma a una organizzazione forte, autoritaria che
domina il proletariato ed attraverso ad esso la società».
Era il Trockij menscevico che prevedeva come lo spirito di setta e il
manicheismo giacobino che Lenin voleva introdurre nel movimento operaio
avrebbero avuto conseguenze disastrose.
In effetti «Che fare?» apparve a molti come un’aggressiva ripresa del
progetto di Robespierre, che già molte scuole socialiste europee avevano
definito come una sorta di dispotismo pseudo-socialista. Il modello di partito
ideato da Lenin e una istituzione resa monolitica dal vincolo dell’ortodossia
e dal principio della subordinazione assoluta e senza riserve delle volontà
individuali alla volontà collettiva. Il partito bolscevico fu sin dal suo atto
di nascita, una organizzazione ferreamente disciplinata e impegnata nella
diffusione su scala planetaria del socialismo scientifico, interpretato come una
dottrina a carattere salvifico, cioè una setta di «veri credenti» che in nome
del proletariato riteneva di avere il diritto-dovere di instaurare il suo
dominio totale sulla società per rigenerarla.
Nessuno meglio di Rosa Luxemburg ha descritto le conseguenze elitistiche e
burocratiche che da una tale concezione e prassi derivavano. «Un centralismo
spiegato, il cui principio vitale è da un lato il netto rilievo e la
separazione della truppa organizzata dai rivoluzionari dichiarati e attivi dall’ambiente,
pur esso rivoluzionariamente attivo ma non organizzato, che li circonda, e dall’
altro la rigida disciplina e l’intromissione diretta, decisiva, determinante
delle istanze centrali in tutte le manifestazioni vitali delle organizzazioni
locali del partito... Chiudere il movimento nella corazza di un centralismo
burocratico che degrada il proletariato militante a docile strumento di un
comitato».
La dittatura sul proletariato
Come ha scritto Isaak Deutscher «poiché la classe operaia non era là (dove
sarebbe dovuta esserci per esercitare la direzione) i bolscevichi decisero di
agire come suoi luogotenenti e fiduciari fino al momento in cui la vita fosse
diventata più normale e una nuova classe lavoratrice si fosse affermata e
sviluppata. Per questa strada naturalmente si giungeva alla dittatura della
burocrazia, al potere incontrollato e alla corruzione attraverso il potere».
Ma, occorre ripeterlo, tale paradossale fenomeno - la dittatura del proletariato
senza il proletariato, la «dittatura per procura» esercitata in nome e per
conto della classe - non può essere considerato in conseguenza non prevista e
non prevedibile. E sempre il Trockij menscevico che nel 1904 scrive che se il
progetto leninista si fosse realizzato «il partito sarebbe stato sostituito
dall’organizzazione del partito, l’organizzazione sarebbe stata a sua volta
sostituita dal comitato centrale ed infine il comitato centrale dal dittatore».
Con il successo storico-politico del leninismo la logica giacobina con tutte le
sue componenti vecchie e nuove che sfociano nella dittatura rivoluzionaria
prende il sopravvento sulla logica pluralistica e democratica del socialismo e
la Russia si incammina sulla strada del collettivismo burocratico-totalitario.
Ora, dato che la meta finale indicata da Lenin era la società senza classi e
senza Stato, si potrebbe parlare di «aterogenesi dei fini» nel senso che i
mezzi adoperati hanno fagocitato l’ideale. Il leninismo al potere sarebbe, da
questo punto di vista, la dimostrazione che non è possibile scindere i mezzi
dai fini e che la storia non è «razionale» bensì «ironica» e persino
«crudele». Ma in realtà il conflitto tra bolscevismo e socialismo democratico
non fu un semplice conflitto sui mezzi da adoperare per avanzare verso la
società ideale. Tale conflitto è stato senz’altro uno dei fattori che ha
segnato la demarcazione netta nel seno del movimento operaio, ma non certamente
quello decisivo. Fra comunismo leninista e socialismo esiste una
incompatibilità sostanziale che può essere sintetizzata nella contrapposizione
tra collettivismo e pluralismo. Il leninismo è dominato dall’ideale della
società omogenea, compatta, indifferenziata. C’è nel leninismo la
convinzione che la natura umana è stata degradata dall’apparizione della
proprietà privata, che ha disintegrato la comunità primitiva scatenando la
guerra di classe. E c’è soprattutto il desiderio di ricreare l’unità
originaria facendo prevalere la volontà collettiva sulle volontà individuali,
di interesse generale sugli interessi particolari. In questo senso il comunismo
è organicamente totalitario, nel senso che postula la possibilità di istituire
un ordine sociale così armonioso da poter far a meno dello Stato e dei suoi
apparati coercitivi. Questo «totalitarismo del consenso» deve però essere
preceduto da un «totalitarismo della coercizione». Tanto è vero che Lenin non
ha esitato a descrivere la dittatura del partito bolscevico come «un potere che
poggia direttamente sulla violenza e che non è vincolata da nessuna legge».
Pure la meta finale resta la società senza Stato, cioè «il paradiso in
terra» (Lenin) successivo alla «resurrezione dell’umanità» (Bucharin).
Talché si può dire che la meta finale indicata dal comunismo è«un Regno di
Dio senza Dio», cioè la costruzione reale del regno millenario di pace e di
giustizia illusoriamente promesso del messianesimo giudaicocristiano. Non è
certo un caso, dunque, che Gramsci sia arrivato a definire il marxismo «la
religione che ammazzerà il cristianesimo» realizzando le sue esaltanti
promesse e facendo passare dalla potenza all’atto l’ideale della società
perfetta.
Se questa interpretazione del leninismo è corretta, allora la contrapposizione
fra socialismo e comunismo è certo molto profonda. Il comunismo leninista ha
mire palingenetiche:è una religione travestita da scienza che pretende di aver
trovato una risposta a tutti i problemi della vita umana. Per questo non ha
voluto tollerare rivali ed è in una parola «totalitario».
Milovan Gilas e Gilles Martinet lo hanno sottolineato in maniera convincente: il
leninismo nella misura in cui aspira a rigenerare la natura umana,a creare un
mondo purificato da ogni negatività, a porre fine allo scandalo del male, è
una dottrina millen aristica che, una volta al potere, non può produrre uno
Stato ideologico retto una casta.
Gramsci ha teorizzato senza perifrasi la natura «totalitaria» e persino
«divina» del partito comunista, che non a caso ha definito “ il focolare
della fede e il custode della dottrina del socialismo scientifico».Il partito
marxista-leninista in quanto incarna il progetto di disalienazione totale dell’umanità,
è una istituzione carismatica che racchiude in sè tutte le verità e tutta la
moralità della toria. Esso esprime l’etica la scienza del «proletariato
ideale» che deve illuminare il «proletariato reale» e indicargli «la via
della salvezza» (come si legge nella risoluzione del secondo Congresso del
Komintern). Nelle, sue mani ci sono «le chiavi della storia» poiché esso
orienta sua azione alla luce dell‘unica dottrina che sia scientifica e
salvifica ad un tempo. Per questo il comunismo non può venire a patti con lo
spirito critico, dubbio metodico, la pluralità delle filosofie, insomma con
tutto ciò che rappresenta il patrimonio culturale della civiltà occidentale
laica e liberale. Esso, come soleva ricordare Bertrand Russell a coloro che si
facevano un’immagine mitologica del marxismo-leninismo, si fonda sull’idea
che deve esistere un’autorità ideologica (il partito) che stabilisce
autocraticamente i confini che separano il bene dal male, il vero dall’errore,
l’utile dal dannoso. Di qui l’elevazione del marxismo a filosofia
(obbligatoria) di Stato, l’istituzionalizzazione dell’inquisizione
rivoluzionaria, la lotta accanita e spietata contro i devianti, i dissidenti e
gli eretici.
Rispetto alla ortodossia comunista, il socialismo è democratico, laico e
pluralista. Non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia, non
pretende porre i limiti alla ricerca scientifica e al dibattito intellettuale,
non ha ricette assolute da imporre. Riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo
è il diritto all’errore. E questo perché il socialismo non intende porsi
come surrogato, ideale e reale, delle religioni positive. Il socialismo nella
sua versione democratica ha un progetto etico-politico che si inserisce nella
tradizione dell’illuminismo riformatore e che può essere sintetizzato nei
seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione
del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di
vita, potenziamento e sviluppi degli istituti di partecipazione delle classi
lavoratrici ai processi decisionali. Carlo Rosselli definiva appunto il
socialismo come un liberalismo organizzatore e socializzatore.
Dalla pretesa che il comunismo ha di fare «l’uomo nuovo» deriva del tutto
logicamente il disegno di ristrutturare tutto il campo sociale secondo un
criterio unico e assolutamente vincolante. Il principio di fondo è stato
formulato da Lenin in termini inequivocabili: «il partito tutto corregge
designa e dirige in base a un criterio unico» al fine di sostituire «l’anarchia
del mercato» con la “centralizzazione assoluta".
E in effetti, del tutto coerentemente con la dottrina, i bolscevichi non appena
conquistarono lo Stato incominciarono a distruggere sistematicamente,
metodicamente, ogni centro di vita autonoma e operarono in modo da concentrare
tutto il potere politico, economico e spirituale in un’unica struttura di
comando l’apparato del partito. E chi dice apparato dice, controllo integrale
della società da parte degli amministratori universali. Fu così che prese
corpo lo Stato padrone di ogni cosa, delle risorse economiche delle istituzioni
degli uomini e persino delle idee. L’autonomia della società civile fu
intenzionalmente soffocata, la spontaneità sociale limitata o soppressa, l’individualismo
ridotto ai minimi termini.
Il grande paradosso della via comunista
Ma, evidentemente tutto ciò implica la burocratizzazione integrale della
società la quale come si legge in «Stato e rivoluzione», diventa per ciò
stesso «un unico ufficio ed un unico stabilimento industriale» diretto dall’alto
dell’apparato del partito che vigilerà sugli uomini affinché essi non
deviino dalla retta via fissata dall’ortodossia. Di qui la descrizione del
progetto collettivistico data da Gilas:
«Lo Stato comunista opera per raggiungere la completa spersonalizzazione dell’individuo,
delle nazioni e anche dei propri appartenenti. Aspira a trasformare la società
intera in una società di funzionari. Aspira a controllare, direttamente o
indirettamente, salari e stipendi, alloggi e attività intellettuali».
Analogamente Pierre Naville ha scritto che «la burocrazia nel socialismo di
Stato gode di uno statuto fino ad oggi sconosciuto: di fatto essa controlla la
totalità della vita economica, ed esercita questo controllo dall’alto... E’
nel socialismo di Stato che la burocrazia mostra finalmente la su reale natura:
essa è l’organizzazione gerarchica applicata a tutto, l’armatura reale
della vita sociale e privata, il comando su ogni cosa. Essa incarna lo Stato
nella sua doppia dimensione nazionale e nel suo imperialismo internazionale».
A questo punto possiamo trarre alcune conclusioni di ordine generale. Leninismo
e pluralismo sono termini antitetici se prevale il primo muore il secondo. La
democrazia (liberale o socialista) presuppone l’esistenza di una pluralità di
centri di poteri (economici, politici, religiosi, etc.) in concorrenza fra di
loro, la cui dialettica impedisce il formarsi di un potere assorbente e
totalitario. Di qui la possibilità che la società civile abbia una certa
autonomia rispetto allo Stato e che gli individui e i gruppi possano fruire di
zone protette dall’ingerenza della burocrazia. La società pluralistica
inoltre è una società laica nel senso che non c’è alcuna filosofia
ufficiale di Stato, alcuna verità obbligatoria. Nella società pluralistica la
legge della concorrenza non opera solo nella sfera dell’economia, ma anche in
quella politica e in quella delle idee. Il che presuppone che lo Stato è laico
solo nella misura in cui non pretende di esercitare, oltre al monopolio della
violenza, anche il monopolio della gestione dell’economia e della produzione
scientifica. In breve:l’essenza del pluralismo è l’assenza del
monopolio.Tutto il contrario delle tendenze che si sono affermate nel sistema
comunista. I veri marxisti-leninisti non possono tollerare contropoteri, ideali
comunitari diversi da quello collettivistico. Per questo essi sentono di avere
il diritto-dovere di imporre il «socialismo scientifico» ai recalcitranti. Per
questo Gramsci aveva teorizzato la figura del moderno Principe come «il solo
regolatore» della vita umana. La meta finale è la società senza Stato, ma per
giungervi occorre statizzare ogni cosa. Questo in sintesi è il grande paradosso
del leninismo.
Ma come è mai possibile estrarre la libertà totale dal potere totale? Invece
di potenziare la società contro lo Stato, si è reso onnipotente lo Stato con
le conseguenze previste da tutti gli intellettuali della sinistra revisionistica
che hanno visto nel monopolio delle risorse materiali e intellettuali la matrice
dell’autoritarismo di Stato. Pertanto se vogliamo procedere verso il
pluralismo socialista, dobbiamo muoverci in direzione opposta a quella indicata
dal leninismo: dobbiamo diffondere il più possibile il potere economico,
politico e culturale. Il socialismo non coincide con lo statalismo. Il
socialismo, come ha ricordato Norberto Bobbio è la democrazia pienamente
sviluppata, dunque è il superamento storico del pluralismo liberale e non già
il suo annientamento. È la via per accrescere e non per ridurre i livelli di
libertà e di benessere e di uguaglianza.
Bettino Craxi
(tratto da Socialismo Oggi, il portale dei socialisti siciliani http://www.socialismooggi.net/)
Documentazione
su Bettino Craxi
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