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| La testimonianza |
| Quando Bettino fece la rivoluzione Lib-Lab |
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di
Enzo Bettiza
Soltanto Spartaco Vannoni, lacuto ex comunista proprietario e animatore
dellHotel Raphael, pareva sicuro dei futuri destini del suo scorbutico ospite, amico
e quasi allievo che con docce violente e cantate sonore gli allagava e frastornava
lultimo piano dellalbergo. Eravamo alla fine degli Anni 60. Lestate del
1976, che verrà solcata dallo spartiacque dirimente del Midas, era ancora lontana. Il
nome Craxi non diceva niente agli altri ospiti del Raphael. Nessuno allora poteva
immaginare che quellorco in jeans e maglietta, quellomone ruvido e anonimo, un
po zoologico, che camminava sempre con la testa voltata per scoprire lombra di
qualche segugio immaginario alle spalle, avrebbe un giorno collezionato una serie di
strepitose e folgoranti campagne politiche. Nessuno poteva scorgere in lui il futuro
castigamatti dei comunisti, il fastidioso ricattatore dei democristiani, il principe
elettore del primo socialista al Quirinale, il conquistatore corsaro del governo più
duraturo dItalia. Nessuno, tranne lintuitivo Vannoni che ogni tanto,
scrutandomi pacato e convinto di sottecchi, mi tirava in disparte e sussurrava:
«Teniamolo docchio, Bettino. Ne vedremo delle belle. Sarà lui a prendere in pugno,
prima o poi, le redini del Paese. Sarà lui che spezzerà la schiena ai comunisti e
limerà le unghie ai democristiani. Vedrai, la sua impresa non avrà eguali, così come
non avrà fondo lodio che tale impresa attizzerà nei comunisti e nei cattolici».
Vannoni lasciava fuori dal conto lastio allora imprevedibile di certi atrabiliari
gentiluomini borghesi, specializzati in solenni catilinarie a difesa della buona coscienza
nazionale, che dopo la svolta del Midas avrebbero preso a inveire nei salotti chic:
«Questo piccolo Benito bisogna fermarlo e schiacciarlo nelluovo prima che sia
troppo tardi!». Io, che non ero socialista, penso di essere stato fra i pochi che in
quegli anni lontani diedero un qualche credito alla profezia del proprietario del Raphael.
Anzi, tramite Vannoni, ero destinato a entrare poco per volta nella cerchia vicina a
Craxi. Perché Bettino riponeva tanta fiducia nellamico Spartaco? Uomo di sinistra
anticomunista, intimamente socialdemocratico, egli era affascinato da quella che dal suo
punto di vista turatiano considerava leresia comunista. Tutto ciò che concerneva i
comunisti, gli ex comunisti, gli antesignani del postcomunismo, fra i quali avrebbe
trovato diversi seguaci duri e fedeli, attraeva la sua attenzione e la sua sensibilità di
artista della politica interessato a conoscere dal profondo la natura del grande
avversario storico: gli sciiti del socialismo, i fondamentalisti del marxleninismo. In
merito, avrebbe considerato anche me come un interlocutore competente e credibile. Dovevo
diventare così prima suo amico personale, poi suo disinteressato sostenitore
giornalistico, disinteressato ma fermo al punto di abbandonare la condirezione del
«Giornale» il cui direttore, Montanelli, non poteva soffrire né i modi né le parole
né i silenzi arroganti di Craxi. Divenni infine, nella veste di parlamentare liberale,
alleato esterno dei craxiani nel varo della strategia «lib-lab» in unItalia
egemonizzata dal clericalismo rosso dei Rodano e dei Berlinguer. Da dove veniva, quale
significato aveva la curiosa sigla politica, che aveva quel suono labiale e tronco, poco
italiano, e pareva desunta dallo spot televisivo di qualche misterioso prodotto
farmaceutico? Il «lib-lab», infatti, era una formula cifrata di matrice britannica che
risaliva allepoca delle audaci riforme sociali forgiate da Lord Beveridge
nellincontro ravvicinato fra liberali e laburisti. La cultura politica europea aveva
spesso creato dei liberali carismatici, come Beveridge per lappunto, molto vicini ai
socialisti e viceversa. Lo stesso Bernstein definiva il socialismo come un «liberalismo
organizzatore». Il liberalismo organizzativo diventerà un fatto concreto in Inghilterra
nei primi del Novecento, quando quel partito liberale cesserà di essere un partito di
massa e passerà, per così dire, il testimone ai fabiani del Labour ormai gratificato
dalla maggioranza del voto operaio: Beveridge darà vita allora allufficio progetti
del partito laburista. Nascerà di qui, per paradossale impulso liberale, un famoso piano
volto alla redistribuzione della ricchezza nazionale che resterà uno dei pilastri delle
politiche sociali e perfino egualitarie dei laburisti. La prestigiosa London School of
Economics avrà come presidi il socialista Harold Lasky, poi il liberale Ralf Dahrendorf
il quale, a sua volta, era stato socialista e segretario di Stato di Brandt, al ministero
degli Esteri. Un Keynes lo si poteva definire criptosocialista, oppure liberale dimezzato?
Ma non si tratta soltanto di una nobile tradizione straniera. Il «lib-lab» ha anche in
Italia, sotto altri nomi, un suo robusto retroterra culturale: da Gobetti attraverso
Rosselli esso si prolungava fino a Bobbio e a Calogero, il teorico dell«ircocervo»
liberalsocialista deriso da Croce. Nasce con Gobetti, per la prima volta in Italia, il
neoliberale sensibile non solo ai connotati economici ma anche sociali e proletari del
capitalismo moderno. Più del buon governo, il momento sociale sembra prevalere nella
complessa personalità culturale di Gobetti, stimolato dalla nascente realtà industriale
torinese e dai problemi agitati dall«Ordine Nuovo». Va notato che pure quel fitto
dialogo di Gobetti con Gramsci è, in qualche modo, un dialogo «lib-lab»: suo
interlocutore infatti non è il Gramsci delle Lettere dal carcere, che sembrava già
anticipare il compromesso storico di Berlinguer, bensì il Gramsci ancora socialista,
consiliare, pedagogo della democrazia di fabbrica. Quello insomma con cui Gobetti scambia
pensieri e giudizi è un Gramsci gobettiano, attratto dallidea della «rivoluzione
liberale». Vedremo in seguito, per tutti gli Anni Venti e Trenta, il liberalismo di
punta, il radicalismo di Giustizia e Libertà, lavanguardismo azionista e il
socialismo democratico confluire in uneclettica tradizione del pensiero politico
nazionale. Il filone si spegnerà dopo il 1945, soffocato dal predominio marxista e
cattolico, mentre lautonomia socialista naufragherà nel frontismo egemonizzato dal
Pci togliattiano. La possibilità di una rinascita liberalsocialista si profilerà appena
nella seconda metà degli Anni Settanta, con la spinta autonomista impressa da Craxi, dopo
il congresso del Midas, al partito non più aggiogato al carro comunista. Il giovane
gruppo dirigente e intellettuale del Psi raccolto attorno al nuovo segretario, Ugo Intini,
Massimo Pini, Claudio Martelli, Luciano Pellicani, Francesco Forte, per citarne solo
alcuni, capisce che un rilancio del socialismo democratico può trovare un sostegno più
che legittimo nellalleanza politica e culturale con gli epigoni della sommersa
tradizione liberale. Un azionista storico quale Leo Valiani, padre costituente della Prima
Repubblica, capta immediatamente il timbro laico del socialismo craxiano inserendolo
nellalveo rosselliano con le seguenti parole: «Rosselli a suo tempo sembrava un
ingenuo utopista, e venne respinto dalla sinistra e dileggiato da Togliatti. Craxi
lha rivalutato nel momento in cui lopinione pubblica era disposta a prendere
in riesame tale riabilitazione, nonché quella di Proudhon che Rosselli consigliava sempre
di rileggere». La riabilitazione esplicita di Rosselli, e implicita di Proudhon sarebbe
arrivata fra i postcomunisti riuniti al Lingotto una trentina danni dopo. Innovativa
e tradizionale nello stesso momento, la linea «lib-lab» voleva conseguire ciò che in
parte conseguì a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta: la fuoriuscita dei liberali dal
ghetto malagodiano ormai privo dossigeno, il ritorno del Pli nellarea di
governo, lappoggio per l«onda lunga» craxiana di una sponda laica centrista,
aritmeticamente modesta ma non priva di significato simbolico e storico sul piano italiano
ed europeo. Il «lib-lab», anche se molti finsero di non accorgersene, doveva costituire
per diversi aspetti una sorta di mastice ideale del primo pentapartito a conduzione
socialista varata da Craxi. Mastice importante, poiché assicura agli italiani il governo
più lungo della storia della Repubblica. Dallagosto 1983 al giugno 1986: 1058
giorni di gloria, di tensioni, di scontri violenti e risolutivi. Il presidente socialista
della coalizione pentapartita firma la revisione del Concordato con la Santa Sede, vince
il referendum sulla scala mobile contro la feroce opposizione del Pci, affronta e sbanca
gli americani nella crisi di Sigonella, abbatte linflazione, fa volare la Borsa, fa
inghiottire addirittura alla Thatcher lallargamento della Comunità Europea. Gli
Anni Ottanta mutano lItalia. La fanno uscire dal terrorismo e dal consociativismo,
la rendono più libera e più rispettata nel mondo, la mettono allavanguardia dei
costumi, della moda e dei fatturati dimpresa. Cè anche la corruzione,
inseparabile dalla complessa vitalità democratica, come lo dimostrano tanto fatti
giudiziari già occorsi nella terra di Saint-Just e quelli in pieno corso nella terra di
Lutero. Ma cè, al tempo stesso, il traguardo raggiunto di una stabilità politica e
di unespansione economica che a quellepoca avvicina lItalia alle
maggiori nazioni dellEuropa occidentale. Nel sostrato di tutto questo cè
anche la formula del «lib-lab» che io, dalla sponda liberale, avevo iniziato a divulgare
con alcuni amici socialisti, in particolare con Ugo Intini. Subito dopo le prime elezioni
europee a suffragio diretto nel 1979, che videro premiate le liste del Psi e del Pli,
avviammo insieme un vivace dibattito sulle pagine dell«Avanti!». Fu soprattutto un
tentativo di rompere il monopolio culturale cattocomunista. Dal dibattito, emergeva la
volontà di marcare le differenze di fondo che dividevano le «forze confessionali» dalle
«forze laiche»: inclini le prime a ragionare e operare per compromessi forzosi, blocchi,
fronti, consociazioni coatte, plebisciti assembleari, e le seconde invece per coalizioni
libere, alternanze, conflittualità. In sostanza, contrariamente al dialogo rodaniano fra
comunisti e cattolici, quello rosselliano fra socialisti e liberali avrebbe dovuto
svolgersi entro un quadro per lappunto laico, flessibile, pragmatico, scevro di
pulsioni provvidenziali e palingenetiche. «Lib-lab» significava essenzialmente questo:
uscire dagli ideologismi di maniera, evitare le facili demonizzazioni del capitalismo,
riunire nel capitalismo umanizzato i vantaggi delle libertà formali da un lato e quelli
delle garanzie sociali dallaltro. Ecco perché il tentativo di restituire dignità
culturale e dar corpo politico ad un «lib-lab» nazionale, riattualizzando i testi dei
Rosselli e dei Gobetti significava compiere un gesto di sfida contro il blocco diarchico
di due subculture intolleranti e dogmatiche. Craxi, uomo dintuizioni e riflessi
veloci, ne colse subito il significato di rottura e di provocazione. Altri, invece, non
perdettero loccasione di snobbare «la nuova ricetta magica». Lo stile aspro, la
cattiveria politica, insomma lunghiata dellorco Craxi indispettivano anche
diversi sinceri liberali e anticomunisti. Quel dispetto, che doveva farsi sempre più
viscerale col tempo, impediva loro di scorgere la statura dellorco e il cuneo
dirompente che egli stava conficcando nel grigiore bloccato della politica italiana.
Diceva bene Ronchey quando asseriva che, per impedire ai due battenti del compromesso
storico di chiudersi, bisognava aspettare che Craxi infilasse nella connessura il suo
«scarpone chiodato». Uno dei chiodi, forse non il meno puntuto, è stato fra gli altri
il «lib-lab». La bella parola «liberalsocialismo» evoca certamente paradisi armoniosi,
mete alte, giustizie ecumeniche. Ma in un Paese come lItalia, dove il peggio non
finisce mai, dove la guerriglia civile è permanente, sarebbe stato possibile porgere un
«lib-lab» tutto in guanti bianchi ai clericali organici della solidarietà nazionale? (La
Stampa 23 gennaio 2000) |
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NUOVO CAFFE' LETTERARIO
Idee per una cultura liberalsocialista

[GALLERIA & STORIA]

[BETTINO CRAXI]




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