Adesso i ricordi si affastellano e
non aiutano a formulare, ove mai fosse possibile, un giudizio equanime,
si sarebbe detto un tempo, sulla figura e l'opera di Bettino Craxi. Ma
bastano almeno a confortarci in una convinzione per noi antica e
radicata, che non ha nulla da spartire né con le aule di giustizia né
con i fariseismi compunti di queste ore. Piaccia o no (e sicuramente a
molti di quelli che lo odiarono ben prima della comparsa della
"questione morale", e oggi sono tutto un cordoglio, la cosa
non piace affatto) Bettino è stato, dai primi passi in politica, un
uomo della sinistra italiana. Diciamo meglio: un uomo del socialismo
italiano, segnato dalle vicende del socialismo italiano - dalle sue
grandezze come dalle sue miserie - fin da quando, ragazzino, incollava
sui muri di Milano i manifesti del Fronte Popolare. Di quel Fronte del
quale suo padre, Vittorio, viceprefetto della Liberazione, fu, come
tanti socialisti, candidato sfortunatissimo anche perché, nella comune
sconfitta, il Pci, infinitamente più organizzato del Psi, colse
l'occasione per regolare una volta per tutte i conti a sinistra. Di quel
Fronte che il suo padre politico, Pietro Nenni, fortemente volle, anche
se poi, a disastro consumato, annotò amaro nei Diari: sotto bandiera
comunista non si vince in Occidente.
Socialista, dunque, e socialista autonomista, e,
diciamola tutta, socialista dichiaratamente anticomunista. Così
socialista, così autonomista, così anticomunista da meritare al pari di
Giuseppe Saragat e più di Pietro Nenni, che stalinista lo fu, se non un
posto tra gli antenati, almeno la considerazione e il rispetto di un
partito, i Ds, il cui segretario, Walter Veltroni, tiene a spiegare come e
perché il comunismo e la libertà siano incompatibili. E il cui
presidente Massimo D'Alema scandisce dalla tribuna del congresso: "La
ragione stava dalla loro parte": e "loro" sono i socialisti
di tutte le razze, di destra e di sinistra, che nel secolo delle
rivoluzioni alzarono bandiera democratica, riformista, talvolta
libertaria, sempre antistalinista. Invece, niente, almeno sino alla morte.
Per via di Tangentopoli e delle condanne penali? Sì, certo. Ma anche
perché il socialista autonomista Craxi, per il Pci che non c'è più, ma
sopravvive nell'anima di tanti diessini, ha costituito da subito il
simbolo del male, e lo rappresenta, in realtà, tuttora. Si capisce:
Bettino è stato l'unico leader del Psi dopo il 1948 che sia riuscito a
riequilibrare i rapporti di forza a sinistra e addirittura a giungere a un
passo dal sorpassare elettoralmente il Pci-Pds. Restando però dalla
questione comunista ossessionato per tutta la vita. Come può capitare
solo a chi su questo decisivo terreno per tanti anni è stato in assoluta
minoranza, anche nel suo partito, divenendone segretario (ma all'inizio
segretario, appunto, di minoranza) proprio quando, dopo le elezioni del
'76, apertamente ci si chiede se il Psi possa avere ancora un futuro.
Alberto Asor Rosa, sulle colonne dell'Unità, dice di no: il Pci di
Berlinguer, spiega, ha fatto il miracolo di tenere insieme Lenin e
Prampolini, la rivoluzione e il riformismo. Occuparsi ancora del Psi,
dunque, significa solo perdere del tempo. Quasi nessuno ha il coraggio di
sostenere questa tesi così apertamente, ma sono in tanti a pensarla come
lui, nel Pci, certo, ma anche nella Dc, e persino tra i socialisti. Primum
vivere, è il motto con cui Bettino tiene insieme chi non ci sta, gli
autonomisti come lui, ma anche i colonnelli della sinistra lombardiana, e
almeno per un certo periodo gli ex demartiniani di Enrico Manca. Ma primum
vivere non significa solo scommettere su se stesso e su quella povera
cosa, anche se onusta di storia, che è e resta il Psi. Vuol dire anche
scommettere che il compromesso storico, quello vero, non si farà mai, e
che il partito comunista, se resterà comunista, al governo non ci andrà,
con tutto il suo trentacinque per cento dei voti. E anzi, finita (e
fallita) la solidarietà nazionale, sarà esposto a un declino magari
lento, ma ineluttabile. Craxi, non c'è dubbio, questa scommessa la fa,
perché è la sua scommessa. E le tiene fede tanto negli anni della
solidarietà nazionale quanto negli anni della collaborazione-competizione
con la Dc e di Palazzo Chigi. Ma dentro ci mette anche una speranza, o un
sogno, che coltiva in fondo al cuore persino contro l'evidenza dei fatti
da quando era giovanotto, e battagliava nella sezione di Sesto San
Giovanni con i compagni "carristi" e con Lelio Basso. La
speranza, o il sogno, di mettere in piedi, con le buone e con le cattive,
un Psi sufficientemente forte e coeso da poter levare, il giorno in cui la
crisi comunista fosse finalmente scoppiata, la bandiera dell'unità
socialista. La speranza, o il sogno, di essere ancora in campo, e da
protagonista, il giorno in cui i comunisti avrebbero ammesso, come pure
aveva fatto il fondatore del partito Umberto Terracini, che sì, a
Livorno, nel '21, le cose giuste le aveva dette Filippo Turati, non
Bordiga, non Togliatti, non Gramsci. La speranza, o il sogno, di poter
diventare lui il leader di un movimento che tenesse insieme le diverse
anime del socialismo italiano, e le congiungesse in qualche modo nella
vieille maison socialista ai laici, ai radicali, a componenti del mondo
cattolico, persino a pezzi della sinistra extraparlamentare. Senza tenere
conto di questa speranza, o di questo sogno, che coesiste
contraddittoriamente con il duro realismo dell'uomo di partito che vuole
mettere da subito se stesso e i socialisti al centro della scena, ma sa
pure quanto sia arduo guadagnare mezzo punto in un'elezione, non si
capirebbe l'uomo degli euromissili e di Sigonella, e nemmeno il duello
feroce tra quest'uomo ed Enrico Berlinguer. Un duello personale, politico
e ideologico ("Siamo e resteremo sempre leninisti!", risponde a
muso duro Berlinguer quando nel '78 Bettino, per incalzare il Pci,
riscopre addirittura l'attualità di Proudhon), che diventerà sempre più
aspro, fino ad esplodere, incontenibile, quando il primo presidente del
Consiglio socialista, al quale i comunisti riservano sin dall'inizio
un'opposizione assai più aspra di quella tradizionale ai governi
democristiani, vara il decreto sul costo del lavoro. Possibile che siano
solo quei quattro punti di scala mobile a indurre Berlinguer a definirlo
"un pericolo per la democrazia", e a portare a Roma, il 24 marzo
1984, per impiccarlo in effigie assieme a Pierre Carniti e Giorgio
Benvenuto, centinaia di migliaia di operai "autoconvocati"?
Probabile, molto più probabile, che Berlinguer sia insorto, nel plauso
più o meno silenzioso della sinistra dc, a difesa di ciò che Bettino il
decisionista apertamente aveva messo in discussione, sfidando
l'ostruzionismo parlamentare del Pci: e cioè tutto quanto si riassumeva
nell'antico motto consociativo secondo il quale "senza e contro i
comunisti non si governa". Senza quella speranza, o quel sogno, non
si capirebbe nemmeno la fascinazione che su Craxi hanno sempre esercitato
gli ex comunisti, da Eugenio Reale e Spartaco Vannoni via via fino a
Giuliano Ferrara, né le tante amicizie che Bettino ha coltivato tra
comunisti in servizio permanente effettivo, da Pajetta a Cossutta.
Di recente l'ultimo segretario del Pci (e il primo
del Pds), Achille Occhetto, ha confidato al Corriere di ricordare con
nostalgia gli incontri e gli scontri di un tempo in cui tutto sembrò
possibile, anche la nascita di una grande e rinnovata forza socialista in
Italia, e invece nulla andò per il verso giusto, né a Botteghe Oscure
né a via del Corso. Ci sarà modo e tempo per ricostruirla, la storia
della sinistra italiana tra l'87, l'anno in cui Craxi lascia Palazzo
Chigi, e il '92: e quelli che la seguirono da presso avranno qualcosa da
raccontare. Nei suoi vecchi appunti il cronista troverà traccia di molte
speranze e di ancor più numerose miserie politiche e umane. Ma, temiamo,
individuerà pochissimi elementi utili a spiegare l'arcano del perché
Craxi non trovò di meglio, proprio quando il comunismo alzava bandiera
bianca, che puntare su un nuovo governo Andreotti nella speranza, in sé
mediocre, di tornare quanto prima a Palazzo Chigi; e del perché la
maggioranza dei postcomunisti ogni strada pensò all'epoca percorribile
fuorché quella che conduceva all'ingresso dalla porta principale nella
socialdemocrazia. Ora i Ds governano in primissima persona il Paese, e
nella socialdemocrazia internazionale finalmente ci sono, ma la sinistra
italiana è al suo minimo storico". Dice bene D'Alema, "la
ragione era dalla loro parte", se un merito ebbe il Pci, fu quello di
non essere stato diverso da "loro" al punto di non poter
cambiare pelle e natura.
Ma Craxi era o non era uno di "loro"? E
chi aveva "ragione" nei secondi anni Settanta e in tutti gli
Ottanta, il socialdemocratico paragonato, secondo antica tradizione, a
Benito Mussolini, o Berlinguer, comunista "per fedeltà agli ideali
della giovinezza"? E quale forza potrebbe avere oggi la sinistra
italiana, se, invece di fargli guerra mortale, gli allora
trenta-quarantenni del Pci avessero parlato, anche nella polemica, come
parlano adesso? E perché non lo hanno fatto? Ce lo chiedevamo sabato
scorso a Torino, ascoltando D'Alema. Ce lo chiediamo ancora di più oggi
che Craxi è morto, e nessuno, neanche chi ancora un mese fa codici alla
mano gli dava (seppur più rispettosamente che in passato) del latitante,
e oggi è pronto a tributargli onori di Stato, può restituirgli
quell'onore politico che fino all'ultimo ha invocato.
di PAOLO FRANCHI
(Corriere della Sera 20 gennaio 2000) (Corriere della Sera 20
gennaio 2000)