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Abbozzo di programma per il nuovo PSI
 

Il dissenso socialista

1. La crisi del socialismo europeo

Il socialismo europeo, pur rappresentato in una posizione di guida o di sicuro rilievo nella mag-gioranza dei governi del continente, vive una situazione di grave crisi. Esso appare reticente e a volte inadeguato a perseguire valori e principi fondamentali dell'esperienza socialista: quello dell'equità, quello della solidarietà internazionale, quello della libertà degli individui, quello del primato della verità.

2. L'eclissi dell'eguaglianza

Il socialismo europeo, anche se a volte alcuni suoi esponenti proclamano di volersi liberare da vecchie logiche di insediamento sociale, rimane fortemente ancorato ad una concezione dello Stato del benessere che oggi è generatrice di ineguaglianze e di forme devastanti di discriminazione sociale. La difesa di gruppi sociali considerati tradizionalmente come meritevoli di tutela impedisce lo sviluppo di politiche che combattano le nuove forme di esclusione e di discriminazione. Gli apparati destinati all'erogazione dei benefici sociali hanno spesso costi superiori all'entità delle prestazioni. Lo Stato sociale, nella prassi del socialismo europeo, ha perso le sue originali caratteristiche di veicolo per l'emancipazione dei ceti disagiati, di correttivo della diseguaglianza, di strumento per garantire la parità nell'ascesa sociale, per trasformarsi in struttura orientata al consenso e all'alimentazione di ceti burocratici e corporativi.

3. L'eclissi dell'internazionalismo. 

La prassi e la stessa genesi del Partito socialista europeo hanno prodotto una grave lesione dei principi dell'internazionalismo e della solidarietà con paesi e popoli oppressi dal sottosviluppo, dal cattivo sviluppo, dalla subalternità economica, da regimi di illibertà, dalla negazione dei diritti umani. I partiti socialisti al governo dei paesi europei hanno troppo spesso propugnato una politica miope nella Comunità. Si è privilegiato la protezione dell'economia e del lavoro nel continente a discapito  di un sistema non solo di aiuti ma anche di apertura del mercato europeo ai prodotti, alle innovazioni e alle competenze del Terzo mondo che favorisse la crescita di società e di uomini che hanno tutte le potenzialità per uscire dalla deprivazione e dalla miseria.

4. Intervento umanitario e diffusione delle libertà

Coerenti con la politica della Comunità e con le scelte di paesi dell'Alleanza Atlantica i socialisti europei hanno sostenuto in varie occasioni la scelta dell'intervento umanitario e della difesa, con lo strumento militare, di popoli ai quali erano negate libertà fondamentali ed il diritto all'identità. Alla scelta dell'intervento umanitario non si è però accompagnata quella del sostegno attivo a tutti quei gruppi, alle forze politiche e alle forze sociali che nei paesi oppressi dalla dittatura o dalla negazione di fondamentali diritti si battono per l'affermazione della libertà politica e della democrazia. E' mancata nel socialismo europeo una comune strategia di diffusione della libertà politica. Una strategia che contrassegna viceversa le politiche di Mitterand e Brandt, di Palme e di Craxi, in forme diverse e in occasioni diverse. La scelta è stata spesso frenata da valutazioni di Realpolitik che suggerivano di non compromettere relazioni economiche con governi illiberali, o da competizioni di tipo nazionalistico che suggerivano a ciascun partito di favorire interessi economici e politici puramente nazionali. E' mancato soprattutto un attivo supporto alla rifondazione di quelle forze di emancipazione socialista che subirono l'oppressione da parte dei regimi totalitari dell'Est europeo sino alle rivoluzioni pacifiche del 1989.

5. L'eclissi delle libertà. 

Di fronte a gravi fenomeni di involuzione della democrazia nel continente la strategia dei socialisti europei è stata reticente. Il Pse, in presenza di degenerazioni gravi della democrazia e di squilibri istituzionali che riducevano lo spazio della sovranità popolare, ha agito come lo struzzo che di fronte al pericolo affonda la testa nella sabbia. I socialisti europei non hanno saputo né voluto affrontare il problema della crisi della democrazia prodotto insieme dall'incontrastato dominio dei mercati e dal primeggiare  di ceti burocratici che si arrogano il diritto di determinare libertà pubbliche e individuali nonché le scelte politiche dei governi. Il fenomeno del giustizialismo e dell'intervento del potere giudiziario nella scelta politica e nella selezione delle forze politiche, ha visto il silenzio dei socialisti europei. Eppure più di duecentodieci anni dopo l'approvazione della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, la politicizzazione e il ruolo politico della giustizia prefigurano una forma di democrazia protetta, un regime nel quale la magistratura accanto ad altre tecnocrazie può inibire, imporre, condizionare le scelte popolari.

6. L'eclissi della verità. 

Dopo la caduta del Muro di Berlino e dopo il crollo del sistema comunista in Europa è mancata nei partiti socialisti una scelta della verità. Partiti guidati dal personale politico e dotati delle organizzazioni che avevano animato la politica autoritaria e la violenza antisociale ed antipopolare dei regimi dell'Est, sono stati ammessi a far parte dell'Internazionale socialista. Si è così rimossa e cancellata la persecuzione subita dai socialisti nell'Est europeo. Si è data dignità agli eredi degli oppressori senza rispetto per gli oppressi. Si è giunti al punto di non chiedere nemmeno ai partiti ammessi all'Internazionale un atto di condanna del comunismo ed un esplicito riconoscimento di meriti per coloro che con ogni mezzo, nel nome di principi di democrazia, di libertà e di socialismo, combatterono il comunismo.

7. La doppia verità. 

Dagli eredi dei partiti comunisti dell'Est, l'Internazionale e il Partito socialista europeo sembrano aver ereditato la scelta della doppia verità nell'argomentazione e nella propaganda politica. I socialisti europei hanno giustamente segnalato i pericoli che derivano dall'affermarsi di un partito come quello di Heider che si ispira all'intolleranza etnica nell'Austria che ha dovuto subire l'orrore del nazismo, dell'antisemitismo e dell'annessione alla Germania hitleriana. Ma è mancata nei partiti socialisti europei una ferma condanna di quei partiti e di quei movimenti che, richiamandosi all'eredità comunista e fregiandosi del nome di comunista, riabilitano il totalitarismo e si uniscono in quello che è stato il simbolo di repressioni, massacri e genocidi. Si è chiesto giustamente di isolare e di mettere sotto osservazione un governo al quale partecipava il partito di Heider. Ma non si è sollevato nemmeno un dubbio per quei governi, come quello italiano e francese, ai quali partecipano partiti che si richiamano al comunismo e che si chiamano comunisti.

8. La resistenza contro il totalitarismo. 

Con la caduta del Muro di Berlino e con la caduta dei regimi comunisti dell'Est europeo la resistenza europea contro il totalitarismo ha segnato una storica vittoria. Le lotte degli anni '20, '30 e '40 contro il fascismo e il nazionalsocialismo hanno trovato piena conclusione, almeno in Europa anche se non ancora in Cina, nei Caraibi e in alcune aree oppresse del continente Africano, con la fine dei regimi totalitari e con la sconfitta dell'imperialismo sovietico. Nel socialismo Europeo questa vittoria è spesso cancellata dalla memoria. Un dovuto riconoscimento ai martiri di quella lotta e ai popoli che soffrirono per l'oppressione totalitaria, avrebbe dovuto consistere in un impegno europeo contro il totalitarismo e contro una sua possibile rinascita. Non è viceversa apparso nei programmi del socialismo europeo un progetto per imporre al parlamento europeo e ai governi europei un voto ed un trattato che metta al bando ogni nostalgia del totalitarismo, ogni forza politica che ad esso si richiami o ne faccia l'apologia. Non si tratta di censurare le idee che, in una concezione secolare dello Stato devono essere libere così come deve essere libera l'investigazione storica e ogni tipo di scienza, ma di introdurre anti-doti democratici nei confronti di quei gruppi o di quelle forze politiche che vogliano cancellare la memoria e che cerchino di legittimare prassi e teorie che generarono il totalitarismo.

9. Contro la normalizzazione del socialismo italiano. 

Da anni è in corso in Italia, un’opera di sovversione della storia. La vita del socialismo riformista e liberale è ridotta ad esperienza criminale, a cronaca di illeciti. Alcuni settori della magistratura inquirente nei primi anni ’90 avevano cercato di accreditare la tesi secondo la quale, militare o coprire incarichi nel PSI fosse sintomo di propensione alla mala amministrazione. Centinaia e migliaia di proscioglimenti dopo odissee giudiziarie distruttive per individui, famiglie, comunità e lesive delle regole della democrazia, hanno dimostrato non solo come quella tesi fosse fallace ma anche come albergasse in settori della magistratura requirente una forma di corruzione ideologica. Quel che è grave è che si cerchi ancora, nel centro della politica, di accreditare un’equazione con la quale si vuol negare cittadinanza politica non solo al riformismo socialista ma anche a quel migliorismo riformista che si era radicato nel PCI nel corso degli anni ’80. Con questo falso si cerca di occultare una realtà storica: la lotta politica in Italia nel secondo dopoguerra, la faticosa costruzione dello Stato democratico, l’imperfetta separazione dei poteri e la presenza, in settori del giudiziario, di politica, di volontà di far trionfare prospettive ideologiche e forze politiche. Nel secondo dopoguerra l’alternanza non si è potuta affermare in Italia come in altre democrazie dell’Occidente. Una parte del movimento operaio e della sinistra riteneva possibile ed apprezzabile ispirare i propri programmi ad un Est antidemocratico. Sino alla caduta del muro di Berlino, ma anche successivamente e pur dopo alcuni isolati atti di rottura operati dal PCI nei confronti del socialismo realizzato, nei momenti cruciali del conflitto tra sistemi, il PCI e il PDS non hanno mancato di schierarsi con chi minacciava interessi e libertà dell’Occidente. Non può essere rimosso il "pacifismo di parte e di partito" degli anni ‘80 in presenza di una virulenta aggressività sovietica, né la scelta a difesa di Saddam Hussein e contro l’intervento dell’ONU in Irak. La presenza di questa scelta nella sinistra e nel sistema politico ha spesso alterato la competizione tra partiti. Il conflitto non appariva solo orientato all’alternanza ma anche alla conservazione di un sistema e di una storia di libertà. Ciò per alcuni versi legittimava o "giustificava" il tentativo di sostenere nella competizione politica e nello scontro elettorale, anche con finanziamenti illeciti lo schieramento che sceglieva l’Occidente: libertà, riforme sociali, sviluppo e mercato. La competizione sociale nel secondo dopoguerra ha assunto toni e virulenza eccezionali nel panorama delle società sviluppate. Un intreccio di sindacalismo politicizzato e di opposizione che cavalcava ogni protesta sociale, tendeva a respingere e demonizzare il tentativo riformatore di dare coerenza alla spesa pubblica e di evitare che il Welfare State si trasformasse in distribuzione di privilegi immotivati e generatori di ingiustizie. In tale contesto i socialisti hanno a volte abbandonato la strada delle riforme (che collegano la ridistribuzione a trasformazioni sociali ed istituzionali), per scegliere la scorciatoia dell’assistenzialismo, dell’enfiagione degli apparati pubblici, della moltiplicazione delle burocrazie, di un allargamento a dismisura della spesa pubblica, nell’ottica del conseguimento di un consenso di breve termine. In tale ambito hanno avuto spazio non solo forme di finanziamento della politica ma anche corruzione e concussione, ostentazione di privilegi e di simboli di status, arricchimenti illeciti, alterazione della dialettica interna del partito alimentata dal mercato del consenso. La realtà sociale e politica che fa da sfondo ai fenomeni definiti nella letteratura politico giudiziaria come il frutto di "Tangentopoli", rende necessaria una radicale distinzione nel seno di essi. Da un lato le forme di finanziamento della politica condotte in violazione delle leggi, dall’altro forme di corruzione orientate al beneficio privato e alla ostentazione di una simbologia di potere.

Una soluzione politica per i processi che riguardano il finanziamento della politica appare oggi inevitabile. E’ un problema di giustizia in presenza di un accanimento giudiziario che non portava ad indagare su tutti i fenomeni di finanziamento illecito ma a colpire soltanto un settore del mondo politico. E’ un problema di equità perché amnistie e prescrizioni hanno prodotto trattamenti diversi per identiche fattispecie di reati e hanno cancellato gli illeciti di forze politiche e di protagonisti politici che si ergono oggi a censori del malcostume. E’ un problema di democrazia, perché non si alimenta il patto e la coesistenza sociale riducendo a criminalità le esperienze e le scelte di milioni di cittadini. E’ un problema politico. Da quell’esperienza traiamo due impegni solenni. Nell’attività del socialismo non devono più albergare arricchimento illecito e mercato  del consenso. I nostri statuti e la vita interna di partito dovranno preservare il socialismo riformista da ogni azione che vada contro la scelta di schierarsi a favore degli altri, di operare per la giustizia sociale. Il socialismo deve recuperare la propria vocazione liberale e libertaria e il proprio scopo nell'equità sociale. Lo statalismo è stata una scelta, dagli esiti in alcuni casi tragici, operata in una fase dell’internazionale privilegiando la teoria burocratica di Lassalle e rimuovendo la spinta verso la gestione sociale e l’autonomia dell’individuo che erano in Proudhon, in Bakunin, in Kropotkin, in una parte del pensiero di Marx e che si ritroveranno nei profeti traditi del XX secolo, Rosa Luxemburg, Victor Serge, Alfred Rosmer, i fratelli Rosselli. Pensatori e uomini di azione rimossi dalla sinistra o disinvoltamente colonizzati. In una sedicente sinistra qualcuno afferma di non chiedere autocritiche ma di non voler essere costretto a farle. E’ un’affermazione che fa delle forze politiche fortezze chiuse al controllo sociale. La rifiutiamo. Facciamo autocritica. Ci esercitiamo con le armi della critica.

Accettiamo la critica. Chiediamo autocritica.

10. Il duello a sinistra. 

Il porsi dal punto di vista e dalla parte di chi sta in basso (nella metafora della scala sociale), cioè di chi si sente "a sinistra" è stato nel corso della affermazione dell’economia capitalistica materia di divisioni, di separazioni, di conflitti. Il duello a sinistra si è manifestato inizialmente come conflitto sui mezzi. Mezzi antidemocratici e violenti oppure mezzi che accettassero la prassi democratica anzi la prassi dello stato liberaldemocratico. Il conflitto ha riguardato anche i fini. L’obiettivo di una società livellata, il babuvismo degli eguali, oppure l’obiettivo di una società nella quale vi fosse "più eguaglianza". La divisione ha riguardato la valutazione dei modi di produzione e di conseguenza anche il modello di economia verso il quale muovere. Condanna del capitalismo e del mercato oppure aspirazione alla umanizzazione del mercato e all’inserimento nel mercato di spazi di autogestione dei produttori, quindi concezione pianificata e dirigistica della società futura ovvero una concezione di questa che vedesse la coesistenza di iniziativa privata e di iniziativa pubblica. Si è trattato di conflitti non soltanto cartacei o ideali. Su quelle divisioni e in quei duelli sono stati uccisi contendenti e decimati interi eserciti. Su due questioni, tradizionalmente, la competizione era meno aspra: a) lo Stato, b) le classi e i ceti ai quali dare rappresentanza. Sullo Stato sono esistite sicuramente grandi divaricazioni. In materia di concezione dello Stato socialista: dittatoriale ovvero ispirato a principi democratici come auspicavano i riformisti, Bernstein, Kautsky, Turati e anche Rosa Luxemburg. E ancora: uno Stato accentrato e programmatore ovvero uno Stato leggero capace di coesistere con autonomi spazi di autogestione. Nel duello rimaneva sempre l’idea, unificatrice di due diverse sinistre, quella socialdemocratica e qulla comunista, che lo Stato potesse in qualche modo medicare i mali dell’industrializzazione, allargare la cittadinanza e diffondere diritti sociali. Anche sugli strati sociali ai quali riferirsi esistevano distinzioni. Da un lato una concezione angusta del mondo meritevole di emancipazione da un altro lato una concezione più vasta della platea includendovi il lavoro intellettuale e funzioni professionali innovative. Esisteva pur sempre tuttavia una continuità tra gli strati considerati meritevoli di rappresentanza dalle due sinistre. Vecchie divisioni sembrano oggi attenuarsi. Ma ne emergono altre, fragorose come tuoni e portatrici di ulteriori uragani. Anzi sembra proprio che sui punti nei quali esisteva in passato una certa conti-guità debba rinascere un duello implacabile. Lo Stato innanzi tutto.

Più Stato o meno Stato non significa oggi maggiore o minore rappresentanza di bisogni ovvero maggiore o minore giustizia sociale. Lo Stato protettore appare come un soggetto che distribuisce ingiustizie e che spacca la cittadinanza. Lo Stato minimo si configura viceversa come veicolo di emancipazione di nuovi strati sociali relegati alla subordinazione non dal libero gioco della società civile piuttosto dall’agire regolato della società politica. Il conflitto riguarda anche gli strati sociali meritevoli di rappresentanza. Per alcuni versi i bisogni dei nuovi emarginati non appaiono assolutamente conciliabili con quelli dei garantiti. La questione non è più quella di allargare un tipo determinato di protezione sociale. Piuttosto quella di dare cittadinanza a nuovi soggetti, demolendo trincee e casematte con le quali il privilegio di altri, ceti cerca di continuare un’interminabile guerra di difesa e di posizione. Nuova materia di duello e forse di duello spietato. Non perché, come proclamava l’estremismo, "malattia infantile" delle sinistre, non è possibile la coesistenza tra sfruttati e sfruttatori. Ma perché come dice il buon senso, che è forse "malattia senile", è difficile attenuare un conflitto a due quando una parte pensa di poterlo comporre soltanto riproducendolo all'infinito.

 

 

 


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