Abbozzo di programma per il nuovo PSI
Il futuro come conoscenza
30. La nuova Paideia.
Nella "Paideia", il modello educativo ideale dei
greci, c'era un maestro che insegnava i saperi strumentali (leggere, scrivere e
contare) ed un pedagogo che si preoccupava di educare ai valori ed alla
integrità morale dei cittadini. La moderna concezione dell'insegnante è,
invece, una sintesi tra le due funzioni: il docente deve saper trasmettere
saperi senza mai perdere di vista la capacità di stimolare ragionamenti,
riflessioni e critiche sui valori condivisi della società civile. Non è un
caso che per i fenomeni di devianza e violenza civile, (bullismo, pedofilia,
droga, micro-criminalità) si chieda alla scuola di trasformarsi nello strumento
privilegiato per la prevenzione e la formazione del cittadino.
Capita spesso che gli insegnanti " annaspino" in un mare di piccoli
progetti educativi finalizzati al recupero della devianza e dell'abbandono
scolastico; troppo spesso, succede che debbano rincorrere, con pochi strumenti e
tempo limitato, obiettivi educativi finalizzati a stimolare, nei bambini e negli
adolescenti, l'amore per la verità, la giustizia e la curiosità. Nelle scuole
si parla dei desideri e delle paure degli uomini, della creatività, della
legalità, della salute, delle inquietudini, dei sogni e delle frustrazioni. Si
usano la carta, i libri, i computers, le tempere, le videocamere, la musica ed
il teatro. Si insegna l'epistemologia delle discipline, si educa alla logica,
comincia a realizzarsi una piena e cosciente alfabetizzazione dei linguaggi
espressivi. La scuola è un grande contenitore, il "cilindro", da cui,
di volta in volta fuoriescono risposte, forse affrettate ma necessarie, alle
domande della società. La scuola rincorre, piuttosto che accompagnare la
crescita dei nostri figli. Tutto cambia e tanto più profetiche suonano le
parole di Einstein: "Non penso mai al futuro, arriva così presto".
Il tempo della trasmissione della conoscenza si è sensibilmente ridotto, si
può accedere a tutto e in tempi davvero rapidi. La scuola, in fondo, ha perso
una delle sue principali funzioni, quella cioè di trasmettere e comunicare
conoscenze. Insegnare, nell'era on line, significa progettare soggettività,
esaltare creatività, stimolare il pensiero divergente. Alla scuola del 2000
servono forse, più pedagoghi e meno maestri?
Per progettare soggettività è però necessario avere tempi dilatati, poter
realizzare prodotti, lavorare e studiare in laboratori, piuttosto che nelle
classi. La scuola deve diventare un' "officina dei desideri",
l'accogliente "maison" di talenti, culture, arti e creatività
diffuse.
Questo è l'alveo dei "dei desiderata". In realtà,
gli insegnanti non riusciranno mai a progettare e seguire soggettività, finchè
leggi - suicidio imporranno di formare, nei quartieri "a rischio" del
disagiato Sud del Paese, classi di 26 - 27 alunni. Non riusciranno mai ad
integrare handicap e disagi finchè la legge prevederà un solo insegnante di
"sostegno alla classe" per ogni 138 alunni; nessun miglioramento
dell'organizzazione sarà realizzabile finchè verranno create nuove figure
professionali (figure - obiettivo) i cui compiti e le cui funzioni sono oscure
anche a chi ha scelto di svolgere questo ruolo; nessun miglioramento
professionale sarà possibile fintanto che gli accessi alla carriera saranno
regolamentati da "elefantiaci" concorsi con il solito corollario di
imbrogli e di sospetti. Non ci sarà infine possibile identità e competitività
tra le scuole finchè l'autonomia resterà un miraggio di possibilità mancante
per la scarsezza delle risorse, di figure professionali capaci di trovare
sponsor e di dirigenti managers che poco sanno di bilanci, di investimenti e di
impiego qualitativo delle risorse umane e strutturali. Nulla cambierà, infine,
finchè mega commissioni di 228 professori, per lo più universitari, come
quella formata dal ministro De Mauro, cercheranno di ridefinire gli obiettivi
formativi del nuovo riordino dei cicli. Ancora una volta, sarà solo teoria,
enunciazione di principi, ipotesi non verificabili. La scuola ha, invece,
bisogno di sperimentare e di verificare, di sbagliare e di correggere, di
entusiasmarsi e di incoraggiare talenti. Ha bisogno di progetti-pilota
concordati con aziende private per stimolare lì dove ci sono, e capacità
imprenditoriali, di convenzioni con tutte le "agenzie" culturali del
territorio per incoraggiare ed indirizzare possibili talenti, di rapporti
consolidati con i laboratori di ricerca per sostenere piccoli e grandi
ricercatori.
31. La scuola dell'eguaglianza e della competizione.
La scuola non ha bisogno di centralismo. L'utopia centralista
è legata alle modalità dell'Unità Nazionale ed è il retaggio di una
concezione autoritaria dell'educazione. La scuola non deve essere né di Stato
né privata (nel senso di soggetta a condizionamenti e ad interessi di tipo
privato) ma deve appartenere alla società e deve essere autogestita dalla
comunità. Ciò impone una revisione di numerosi assunti radicati nelle
politiche dell'educazione. Il monopolio statale rischia di trasformare la
formazione in una trasmissione burocratica del sapere. Un privato non
controllato rischia di imporre valori parziali.
Occorre piuttosto consentire alla libera scelta del cittadino di alimentare
quelle istituzioni scolastiche che siano maggiormente meritevoli di
apprezzamento. Esse possono essere costruite sia dalle comunità territoriali
"pubbliche", sia dallo Stato in alcuni casi, sia dalla iniziativa di
imprenditori privati o di gruppi di imprenditoria autogestita interessati ad un
progetto formativo da porre in competizione con altri progetti.
Occorre separare nettamente l'idea di scuola pubblica da quella di scuola di
Stato. La scuola è pubblica in quanto risponde ad un interesse collettivo. Ma
deve rispettare e principi e prassi democratiche che possono essere tutelati
solo da una pluralità di iniziative sia statali, sia territoriali, sia private.
In materia scolastica la collettività nazionale ha un compito, quello di
garantire l'eguaglianza negli accessi. Un'eguaglianza che non viene oggi
tutelata dalla scuola di Stato che mescola a volte tecniche burocratiche di
trasmissione del sapere con prassi selettive. L'eguaglianza negli accessi
consiste nell'offrire a tutti i cittadini, ad di là del reddito, di poter
essere destinati alle istituzioni scolastiche che appaiono maggiormente capaci
di garantire un effettivo ed efficace curriculum formativo.
32. La rialfabetizzazione di massa.
L'informatica e la competenza nelle nuove forme di
comunicazione costituisce oggi la nuova frontiera dell'eguaglianza. La
competenza informatica è oggi la linea di confine tra deprivazione e
inserimento sociale. Agli albori della società industriale la frontiera
dell'inserimento sociale era rappresentata dall'alfabetizzazione e per questo le
politiche sociali hanno favorito la scolarizzazione di massa e la riduzione
drastica dell'analfabetismo. Oggi si tratta di mettere in atto una nuova
politica delle opportunità fondata sull'alfabetizzazione informatica di massa.
Non si tratta solo di aprire la scuola all'informatica ma di incentivare la
formazione in tale campo attraverso iniziative diffuse che impegnino gruppi
sociali, imprese e micro imprese, gruppi di pari, comunità. La formazione
informatica deve essere sburocratizzata favorendo la crescita di centrali
educative nella vita sociale. Una politica dei cento fiori applicata alla
diffusione di massa di una competenza che rappresenta un nuovo veicolo di
sviluppo e un nuovo veicolo di partecipazione e di democrazia.
33. Hardware e software di cittadinanza.
La rialfabetizzazione di massa non può che fondarsi sulla
riattivazione della lingua italiana, sul suo esercizio pubblico e privato,
diffuso e popolare, su una costante ricerca della chiarezza, della proprietà e
della precisione dei colori della lingua che ha scolpito, dipinto e cantato la
nostra vita, inventando la qualità impareggiabile del suo ordito musicale. Il
primo compito della scuola è preservare appunto questa qualità che ha reso
l'italiano lingua colta del mondo intero. La diffusione di Internet e le
possibilità inaugurate dalla new economy stanno profondamente trasformando il
"volto" tradizionale del capitalismo. La merce diventa sempre più
immateriale e il suo valore non dipende più dalla dimensione o dal peso del
prodotto, ma dalla velocità delle transazioni e dall'annullamento delle
distanze. Mercato, scambi e concorrenza sono globali. Nella new economy, sono la
velocità e le idee a dare valore reale ad una merce perché gli scambi si
sostanziano essenzialmente nel trasferimento di informazioni e sull'offerta di
servizi. Nell' e-commerce, il cliente può collegarsi direttamente all'azienda
per ricavare informazioni, valutare i prodotti, ordinarli ed avere l'assistenza
tecnica necessaria. Le aziende stanno creando nel Web, quello che è stato
definito, come un vero e proprio spazio cognitivo di informazioni ed assistenza.
Un'impresa diventa pertanto davvero competitiva se dimostra di avere una
velocità di apprendimento superiore a quella della concorrenza. Sono le
conoscenze e le capacità creative della knowled-ge worker a determinare il
successo o meno di un'azienda sul mercato globale. Sono le risorse umane ed
intellettuali il vero "motore" della new economy. Il valore economico
della creatività è un nuovo e significativo indice di sviluppo. Più un Paese
investe sulla creatività, sulla formazione e sulla conoscenza più è
competitivo e sviluppato.
I Paesi trainanti della new economy, America e Giappone, hanno da tempo
investito sulla formazione, sulla diffusione e sull'uso generalizzato e creativo
delle nuove tecnologie. Il nostro Paese registra invece gravi ritardi nella
diffusione e nell'uso delle nuove tecnologie. Il computer viene ancora guardato
con scetticismo e sono ancora poche le famiglie che investono sul suo acquisto
ed uso. La new economy in Italia decolla lentamente perché manca la volontà
politica di investire sul sapere, sulla ricerca e sulla creatività. Non si è
voluta o non si è saputa intraprendere la strada difficile, ma necessaria della
formazione permanente, dell'incoraggiamento dei talenti e della creatività. Non
si coglie in Italia il problema di eguaglianza che accompagna l'avvento delle
reti. Oggi le grandi discriminazioni sociali passano attraverso l'accesso alle
reti. Il nuovo Welfare deve vincere le discriminazioni e le diseguaglianze che
inibiscono una parità di posizioni di partenza nella crescita individuale e
nella competizione sociale. Un nuovo diritto di cittadinanza deve diffondere in
mode eguale sia l'hardware sia i software applicativi necessari al lavoro, alle
interrelazioni, alla formazione. Strumenti di alimentazione della propaganda di
Stato, come il canone per le reti tv pubbliche, devono essere trasformati in
strumenti e in veicolo di alimentazione di una politica egualitaria di garanzia
dell'accesso alle reti.
34. La restituzione del bello.
La continua aggressione, oggi in Italia, ai valori
dell'habitat naturale ed antropico è aggressione non solo alla nostra
vivibilità e convivenza ma anche e soprattutto alla nostra dignità di
cittadini. Aggressione che, perpetrata da diversi fronti, dalla incuria,
dall'incompetenza di chi opera e di chi amministra, da interessi collettivi e di
parte, porta la inevitabile conseguenza dell'impossibilità di attribuire
responsabilità in un sistema siffatto, in cui vince e si afferma il principio
del tutto italiano del "tira a campare". L'indifferenza nei confronti
dei "modi dell'abitare ed i modi del vivere" scende come una cappa,
che tutto sfuma e attenua, sul nostro diritto di cittadinanza e cioè di avere:
funzionalità urbana, spazio a misura d'uomo, valorizzazione dell'ambiente, dove
la bellezza e la creatività dovrebbero essere valori imprescindibili e
soprattutto "diritti" che tutti devono rivendicare.
E' strano constatare come nel nostro Paese, la qualità dell'habitat sia
completamente trascurata, neanche l'utilizzo più minimalista come quello
propagandistico da parte del potere costituito sia politico che economico ha
saputo sfruttare le potenzialità insite in questo settore. L'Italia, nel bene o
nel male, risulta essere ancora una volta in controtendenza rispetto all'Europa,
dove dai grandi centri a quelli più piccoli esiste una vera e propria corsa al
miglioramento dei livelli qualitativi dell'abitare, ricercando in esso
l'identità e l'affermazione della propria cultura; diceva Mitterand nel 1981
"una civiltà si giudica dalla riuscita della sua architettura",
intesa come costruire secondo principi.
L'efficienza di una società deve moltissimo agli spazi in cui essa vive e più
alti sono i livelli qualitativi di questi spazi più alto è il livello di
socialità tra gli individui; di qui l'importanza di sensibilizzare ciascuno
sulla necessità sociale della bellezza del proprio spazio. E' necessario e
doveroso avviare una vera e propria campagna di divulgazione contro questa
disaffezione al "bello", per evitare l'alienazione dell'individuo e
atteggiamenti autistici nei confronti di ciò che ci circonda e di chi ci sta
intorno.
In un paese come il nostro ricco di storia e di tradizione dove la bellezza,
sempre perseguita, ha trovato la sua più alta espressione, sembrerebbe strano
che la disaffezione al bello fosse un problema culturale, se così fosse, lungo
sarebbe il processo educativo ma si tratterebbe comunque di un fenomeno giovane
e non radicato, per cui forse sarebbe più giusto parlare, invece che di
educazione, di "rieducazione" o "riabilitazione" ai principi
della bellezza. Si aggiunga anche un certo grado di inconsapevolezza che fa
pensare che il bello sia un'esclusiva o un'eccezione godibile non da tutti. Si
deve perciò sconfiggere questa concezione ponendo come presupposto che il
bello, qui inteso come qualità dell'habitat è un insieme di componenti che
vanno dalla dimensione estetica alla funzionalità, dalla concretezza alla
fruibilità, ma soprattutto, è un bene della collettività, dove la
partecipazione di tutti ne è lo scopo principale. E' fondamentale che le nuove
generazioni abbiano una vera conoscenza del proprio habitat, che ne riconoscano
le potenzialità di trasformazione e la capacità che avranno di trasformarlo e
che per esso coltivino un forte sentimento di appartenenza.
Che si risvegli in tutti noi questo sentimento di
appartenenza, in modo che si possa rivendicare il nostro diritto di cittadinanza
e ci faccia gridare allo scandalo quando ci si costringe a vivere in territori
amorfi senza funzionalità, in periferie "ghettizzate" senza
riconoscibilità, in casermoni squallidi senza identità! Perché si dia al
nostro habitat una vera dignità e perché si pretenda rispetto per l'individuo.
L'Italia è piena di orrori e di errori che hanno mortificato e devastato il
nostro territorio, eppure non vi è nessuna ammissione di colpa da parte dei
responsabili, anzi la gestione pubblica sembra in parte anche premiarli con
sanatorie o peggio finanziamenti volti a salvare il salvabile, cosicché la
collettività si carica di altri oneri certamente non dovuti. Allora smettiamola
con questa politica dell'indulgenza, bisogna prendere atto degli errori e
operare una politica d'intervento che dica per esempio basta al metodo della
"riqualificazione" usato ovunque e comunque, come fosse la panacea di
tutti i mali, e pensare a metodi risolutivi di vero rinnovamento e
qualificazione dell'habitat.
In Italia, nulla scampa alla riqualificazione che quando va bene, significa
ambienti cittadini stereotipati fatti da pavimentazioni pedonali, fontane
colorate, tutto un finto di funzioni inutili e forme ornamentali. Il vero
principio della riqualificazione è l'imbellettamento: una passata di cipria
dove il superfluo viene appiccicato sul disfacimento, attribuendogli il ruolo
importantissimo di ri-funzionalismo, senza, però, risolvere niente, con l'unico
effimero effetto stabilizzatore delle tensioni sociali, sì perché il disordine
e lo squallore degli spazi convive con la violenza, il vandalismo e
l'asocialità.
E' questo l'effetto placebo concesso ai cittadini, beffati con false aspettative
per un futuro qualitativamente migliore, che purtroppo, con la riqualificazione
non si attuerà mai se non con il passaggio di intere generazioni. E quindi si
aspetta di vederne i frutti o si spera che degli sforzi fatti ne godranno le
generazioni future e questo cos'è se non una truffa ai danni della
collettività dai costi sociali e economici salatissimi? Perché rassegnarsi ?
Quando una situazione è invivibile perché farla sopravvivere e non spazzarla
via? Abbattere ciò che è brutto e invivibile non è una sconfitta, tutt'altro
è ridare dignità ai luoghi e agli individui che vi abitano, come intervenire
con opere sul territorio naturale, non vuol dire "cementificare" vuol
dire evitare disastri quali inondazioni o valanghe di fango! Mentre in Europa si
ricostruiscono intere città storiche, si pensi a Berlino, oggi "città
cantiere" e si costruiscono infrastrutture imponenti con alta percentuale
di realizzazione, senza bisogno di aspet-tare grandi eventi tipo Giubileo o
mondiali di calcio, in Italia il 31,5% delle opere pubbliche non arrivano a fine
lavori e un'alta percentuale non viene neanche iniziata; il ponte sullo stretto
di Messina ne è l'emblema.
Si tratta di riuscire a vedere i corto circuiti che mandano in tilt il sistema
decisionale. Nel campo dei lavori pubblici l'esperienza di Tangentopoli ha
indotto il legislatore a privilegiare la competitività e la trasparenza,
sacrificando la qualità e senza perseguire l'efficienza, perciò, innanzitutto,
sarebbe auspicabile una esemplificazione della legislazione vigente, ma
soprattutto in essa bisogna porre come principio indiscutibile la "
qualità dello spazio", e in virtù di questo rendere prioritario e
irrinunciabile ogni intervento volto a tal fine. Molti interessi ruotano intorno
ai lavori pubblici e spesso le amministrazioni sono strette dalla morsa di
grandi poteri economici e costrette pertanto a decidere in base a criteri
mercantili, così, si prende in gran considerazione il ribasso d'asta, lo sconto
del 50%. Poi accade che un qualsiasi imprevisto che comporti una spesa
aggiuntiva, provochi il blocco dei lavori, inizia allora, l'iter dei tribunali e
dei ricorsi al TAR. In Europa questo non succede, i lavori proseguono e i
problemi vengono risolti nei tribunali a conclusione dei lavori. Allora si
definisca meglio il principio delle "responsabilità" si tolga ogni
possibile interpretazione alla legge così da stabilire diritti e doveri.
Riconoscendo alla qualità dell'habitat un valore sociale,
culturale ed economico si deve pretendere, dalla classe dirigente, la
sensibilità alla "bellezza". Si comprende la difficoltà di
codificare un valore così soggettivo e lungi il pensiero di porre dei vincoli,
ma di fatto nelle leggi che regolano la materia, non esiste nessuna indicazione
in merito, come si evince nella legge Merloni o come nella L. 109/94 si declassa
la qualità a "prestazioni di servizi". Questo principio passa in
tutta la normativa, non basta attribuire 25 mq di verde ad abitante per
assicurare la vivibilità di un territorio e pensare, così, di avere garantito
ai cittadini un parco, piuttosto è necessario assicurarsi che quell'area
destinata a parco sia veramente fruibile dai cittadini e non sia invece un
cumulo di immondizie e di sterpaglie! Il criterio per poter valutare la qualità
nel senso della "bellezza" esiste ed è quello dove vige per principio
che l'ambiente in cui viviamo deve portare l'impronta della dignità umana.
35. Informare senza cortine.
La libertà di manifestazione del pensiero è oggi
condizionata da cortine di ferro e di bambù. Esse sono rappresentate dalla
proprietà dei mezzi di informazione e delle emittenti TV. Nella stampa non
esiste una imprenditoria pura. I grandi giornali hanno una proprietà
riconducibile a grandi interessi imprenditoriali estranei al mondo
dell'editoria. Ciò porta a forti limitazioni nella libertà di manifestazione
del pensiero e contribuisce alla formazione e al mantenimento di una cultura di
tipo protezionistica nel Paese. Grandi industrie sono interessate a usare la
stampa come veicolo di pressione sul ceto politico al fine di ottene-re scelte
che favoriscano contingenti interessi. Le Tv pur liberalizzate dalle sentenze
della Corte costituzionale che rompevano il monopolio pubblico di stampo
autoritario e fascista, vivono una situazione di duopolio che limita la
concorrenza e la nascita di nuovi soggetti e di nuove creatività. Per la difesa
di un valore fondamentale per lo Stato di diritto e la democrazia come quello
della libertà di manifestazione del pensiero, occorre favorire la concorrenza e
consentire alla editoria pura di rinascere e di crescere. Si tratta di imporre
con norme adeguate una imprenditoria "pura" che liberi il mondo della
comunicazione da interessi di altro tipo e che sottoponga le aziende editoriali
all'esclusivo giudizio del pubblico.
Si tratta di eliminare la proprietà pubblica nei mezzi di comunicazione
eccezion fatta per una o più reti educational. L'emittenza commerciale pubblica
va contro allo spirito, se non alla lettera dei trattati europei, e confligge
con quei principi di libertà sanciti nei protocolli di Helsinki. Occorre
favorire la concorrenza con una particolare tutela antitrust per le emittenti
televisive. Essa non può limitarsi a disciplinare il prevalente sistema
analogico di emissione ma deve riguardare vecchie e nuove tecnologie. Essa deve
tenere conto del problema di attribuire alle imprese dimensioni adeguate alla
concorrenza internazionale. Essa infine non deve inibire la circolazione dei
capitali e degli investimenti tipica della globalizzazione. Il principio di una
Tv di servizio pubblico non deve tradursi nell'alimentazione di un'emittente di
Stato ma deve trasformarsi in finanziamento di tutte quelle imprese editoriali
che siano in grado di svolgere e svolgano funzioni di servizio pubblico secondo
criteri stabiliti dai poteri, democraticamente eletti, dello Stato. Nei paesi
sviluppati l'intervento diretto nella politica di personalità che detengono un
forte potere economico in materia di emittenza televisiva o di proprietà di
testate giornalistiche ha posto e pone interrogativi su di una possibile
manipolazione del consenso e delle scelte democratiche. A volte tali
interrogativi celano malamente una concezione élitaria della politica ed un
sostanziale disprezzo per un elettorato considerato plasmabile e condizionabile.
Il problema tuttavia sussiste ed è stato affrontato felicemente da paesi dotati
di una tradizione democratica ben più lunga di quella della quale ha goduto
l'Italia. Si tratta di imporre norme sul conflitto di interessi che non si
traducano in forme di giustizia sommaria contro la proprietà privata, ma che
stabiliscano due netti principi: la assoluta separazione tra proprietà e
gestione e la limitazione delle facoltà della proprietà, in condizione di
conflitto, quando si tratti di scegliere e designare gli organi di gestione
delle aziende.
36. I nuovi processi a Galilei.
La ricerca scientifica soffre in Europa e in Italia per la
rinascita di nuove forme di intolleranza e di integralismo. Parlamenti nazionali
e Parlamento Europeo fanno a gara per stabilire nuovi criteri e nuovi limiti
della ricerca. Per alcuni versi pare si sia ritornati alla scienza di regime, o
alla cultura del processo a Galilei. Lo scienziato è condannato dalle autorità
politiche a censurare la propria ricerca e ad autocensurare le proprie ipotesi e
le proprie metodologie. La giustificazione come sempre si ammanta di grandi
principi, ieri l'interesse della religione rivelata o del popolo progressista,
oggi il pericolo di un salto nel buio della manipolazione della specie. Ma la
politica ha solo il diritto di impedire che la ricerca venga utilizzata a fini
inumani, non quello di limitare il lavoro e la libertà dello scienziato. La
responsabilità di Hiroshima non grava né su Fermi né su Einstein. Piuttosto
su coloro che decisero, in termini di politica e di guerra, un uso determinato
del nucleare. L'Europa delle proclamate libertà e dei proclamati diritti sembra
arretrare di fronte ad uno dei fondamenti del mondo moderno, della
secolarizzazione, della libertà dei moderni: l'autonomia dell'investigazione
scientifica e della speculazione teorica. I nuovi processi a Galilei rischiano
di stendere una coltre di oscurantismo sui cieli dell'Europa. Scienza a
sovranità limitata. Teoria costretta all'autocensura o all'abiura. L'offensiva
contro la ragione rischia anche di compromettere gravemente il ruolo del
continente nella innovazione e nella scoperta. Il rischio del nuovo integralismo
sta infine nel fatto che un domani l'Europa dovrà subire invenzioni e scoperte
fatte da altri e magari non possedere gli strumenti per disporre forme efficaci
di controllo di effetti perversi che da parte di autorità politiche o di
entità statali volessero essere fatti derivare dalla ricerca.
37. Il declino della libertà scientifica in Italia.
La ricerca scientifica in Italia è condizionata ed insidiata
da due minacce. La prima è rappresentata dai fermenti e dalle ondate
fondamentalistiche: in esse convergono un nuovo clericalismo e pulsioni
antimoderne di gruppi e formazioni politiche che si richiamano ad un modello
torbido di natura. Un modello di natura che negli anni trenta si è accompagnato
a forme spietate di negazione dell'uomo. La seconda è rappresentata dalla
esiguità dei finanziamenti destinati alla ricerca.
L'alimentazione della investigazione scientifica è quasi totalmente affidata
dallo Stato e l'imprenditoria privata non accenna a voler invertire tale
perversa tendenza. L'alimentazione pubblica della ricerca pone gravi problemi
alla libertà ed alla stessa democrazia. Essa si accompagna a condizionamenti di
tipo politico. Essa, come nel caso degli USA, privilegia soprattutto
l'investimento di tipo strategico e militare.
La società italiana può affermarsi in un mondo in competizione, può vincere
le disuguaglianze e può svolgere una funzione di supporto al disagio e ai
drammi del mezzogiorno planetario solo se sceglie di investire nella ricerca. Il
compito riguarda certo lo Stato che deve operare una netta scelta tra
l'assistenzialismo portatore di consensi a brave termine e l'investimento
nell'innovazione che produce una crescita dell'intero corpo sociale. Ma la
questione riguarda anche il mondo dell'impresa per troppo tempo cullatosi nella
cultura protezionistica e nella delega all'agire pubblico di funzioni, come
quella dell'innovazione, fondamentali per l'impresa e per l'economia. Il
paradosso italiano sta anche nel fatto che gli investimenti per l'innovazione
vengono pesantemente tassati e che quindi la spesa per la ricerca è
praticamente raddoppiata dalle pretese fiscali dello Stato. La logica della
scienza, le ferree leggi dell'investigazione scientifica richiedono che
l'alimentazione della ricerca non sia il frutto di un unico mecenate o di un
protettore. La libertà di ricerca richiede pluralità di finanziamenti e
richiede soprattutto che l'alimentazione della sperimentazione avvenga con
criteri concorrenziali e competitivi. Una società moderna non può né
condizionare la ricerca né pretendere di limitarla con lo strumento
dell'imposizione fiscale. La scienza in un mondo libero e competitivo non può
essere subordinata a forme di disincentivazione o di occulta pressione.
L'investimento nella ricerca in una società della crescita, dell'eguaglianza e
della competizione non può essere soggetto a imposta.
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