Abbozzo di programma per il nuovo PSI
Genere, generazione e
giustizia.
22. Ristabilire la giustizia sociale.
Giustizia sociale è termine che si sente pronunciare ma che
sempre più spesso è percepito come falso (per la mancata coincidenza di
enunciato e prassi) o inautentico (come se chi lo pronuncia sia ammantato di
abiti impropri). Eppure la Giustizia sociale è stata un'idea che ha consentito
nell'età moderna di distinguere destra e sinistra: l'atteggiamento verso la
ridistribuzione segnalava lo spartiacque che separava bacini politici
antagonisti. La sinistra ha costruito la propria identità sulla consapevolezza
che nella società esiste un "alto" e un "basso" e sulla
volontà di favorire coloro che nella gerarchia sono collocati in posizione
inferiore. La Giustizia sociale ha portato coloro che sceglievano di agire in
nome di chi sta in "basso" a favorire la costruzione del moderno Stato
sociale. Uno Stato che sceglieva di non essere indifferente di fronte al disagio
sociale prodotto dall'industrializzazione. Uno Stato che si poneva il compito di
includere, di allargare la cittadinanza, di cancellare l'esclusione, di
integrare e completare forme di cittadinanza dimezzata. Uno Stato che voleva
attribuire piena dignità sociale a soggetti collettivi fondamentali per la
riproduzione del sistema industriale. Lo Stato sociale è stato fortemente
condizionato, nella sua nascita e nella sua affermazione da un modello
determinato di organizzazione della produzione e della società. Per alcuni
versi lo Stato sociale è stato un portato dello splendore e delle miserie del
modello fordiano tayloriano. Delle miserie in quanto cercava di dare ad un
lavoro deprivato di intelletto dignità: se non dentro almeno fuori dal sistema
della produzione. Degli splendori in quanto fondato sul presupposto della
crescita costante della produzione e delle risorse destinate alla
ridistribuzione.
Lo Stato sociale (storicamente determinato da una concezione della giustizia
sociale orientata al rimedio degli effetti dell'industrializzazione) si è
evoluto e trasfuso nello Stato del benessere. Un modello di agire pubblico
orientato a forme di protezione universalistica e a porre rimedio a tutte le
situazioni di reale o presunto svantaggio. Lo Stato del benessere ha cercato di
allargare e spostare le forme di protezione: dal lavoro manuale a quello
impiegatizio, dalla fabbrica allo Stato burocratico e al capitalismo
burocratico. La pretesa universalistica dello Stato del benessere si è mostrata
presto fallace. La protezione universale è diventata protezione discriminata,
la pretesa di inclusione ha prodotto nuove forme di esclusione. Su ciò ha
pesato la crisi della crescita e la crisi fiscale, ma anche la nuova
dislocazione del lavoro e la nuova configurazione dello sviluppo. Lo Stato del
benessere ha perso universalismo perché incapace di operare in presenza di
fenomeni di atomizzazione della produzione/ lavoro e di globalizzazione, perché
ostativo alla crescita di un nuovo tipo di organizzazione collettiva e di
formazione delle risorse.
23. Un socialismo della società.
Tra le due guerre e nel secondo dopoguerra il socialismo
europeo ha fatto coincidere i propri progetti di eguaglianza e di emancipazione
umana con lo sviluppo del ruolo dello Stato nell'economia e nella vita sociale e
nella ridistribuzione di benefici alimentati attraverso la leva fiscale. Si è
trattato di scelte necessitate dal bisogno di reagire a grandi crisi come quella
del 1929 o al bisogno di gestire il disagio e i malesseri seguiti ai due
conflitti mondiali. Nel secondo dopoguerra un'espansione della spesa e della
leva pubblica ha avuto effetti propulsivi dell'economia e effetti di più equa
distribuzione delle risorse sino a quando il sistema impositivo è riuscito a
mantenersi in dimensioni accettabili. La scelta mostra di essere debole e
contraddittoria in presenza di fenomeni come la crisi fiscale dello Stato. Si
tratta di un fenomeno produttivo di effetti disegualitari. A causa della crisi
fiscale dello Stato sono gravati di pesanti imposte ceti sociali che spesso
godono di risorse inferiori dei soggetti o dei gruppi per beneficiare i quali le
imposte sono stabilite. Ad accrescere la crisi è intervenuto anche una
modificazione del processo produttivo e dell'economia legata alla fine del
modello tayloriano. La crisi della grande fabbrica e del lavoro dipendente di
massa ha messo in discussione anche i sistemi previdenziali e assistenziali
fondati sul meccanismo del riparto. Calo demografico, allungamento della vita
media, ed eclissi del modello del lavoro/massa hanno prodotto una situazione per
la quale è previsto in Europa che tra venti anni ogni lavoratore attivo dovrà
alimentare il trattamento di quiescenza di un pensionato. Il modello
statalistico ha insomma trasferito su ceti futuri, sui giovani e i giovanissimi
di oggi, l'onere di alimentare una politica sociale ormai insostenibile. Il
socialismo deve riacquistare quella dimensione libertaria che era stata
spietatamente repressa dal comunismo in Unione Sovietica così come nella guerra
civile di Spagna. La radicale critica del giganteggiare dello Stato, le teorie
del federalismo e della società solidale di Bakunin, di Proudhon, di Kropotkin
devono stare alla base di una moderna prospettiva socialista alla pari con le
teorie del socialismo liberale elaborate dai fratelli Rosselli e dal lib-lab
inglese.
24. Un contratto di generazione.
Le politiche di intervento pubblico nell'economia e le
politiche assistenziali hanno prodotto in Italia e in alcuni paesi d'Europa una
devastante discriminazione tra generazioni. L'erogazione di benefici pubblici e
garanzie appare destinata soprattutto a generazioni mature. Le nuove generazioni
sono a volte destinate alla disoccupazione (fenomeno gravissimo in Italia e nel
mezzogiorno d'Italia che vede punte di disoccupazione giovanile che superano il
35 %) ovvero ad inserirsi nei nuovi lavori flessibili e autonomi propri della
globalizzazione in assenza di ogni forma di garanzia, privi persino della tutela
sindacale e dell'attenzione di un sindacalismo orientato prevalentemente alla
garanzia del lavoro burocratico, del lavoro tayloriano o dei pensionati. La
discriminazione appare ancor più grave di fronte al fatto che le nuove
generazioni godono oggi di elevati livelli di formazione e manifestano
un'elevata competenza nel campo dei nuovi strumenti di produzione della
ricchezza (l'alfabetizzazione informatica è nettamente superiore nella fascia
giovane della popolazione).
Si tratta oggi di invertire radicalmente tale tendenza che può mettere in crisi
il patto sociale e l'idea di solidarietà nell'identità nazionale. I socialisti
ritengono inderogabile un nuovo patto di generazione capace di offrire lavoro ai
giovani, di identificare nuove garanzie del lavoro, di sviluppare una formazione
e un'istruzione del merito e dei bisogni, non destinata quindi solo alle
élites, di consentire uno sviluppo autonomo e libero dai condizionamenti della
famiglia. Il patto deve essere fondato su tre punti irrinunciabili. Il primo
riguarda l'eliminazione dei limiti imposti dal vecchio Welfare all'accesso al
lavoro, alla mobilità del lavoro, alla valutazione del merito nel lavoro. Il
secondo riguarda la distribuzione delle risorse pubbliche: esse devono tenere
conto di tutte le generazioni e non essere destinate soltanto all'alimentazione
di meccanismi pensionistici iniqui. La spesa pensionistica deve essere correlata
agli investimenti per la formazione delle nuove generazioni e per l'offerta di
competitività e di competenze ai giovani. Il terzo riguarda le politiche di
indebitamento pubblico. Non deve essere più lecito indebitare le generazioni
future per alimentare benefici che sono destinati soltanto ad una parte della
società di oggi.
25. Un contratto di genere.
Sotto il cielo d'occidente, è veramente difficile trovare
oggi una donna che non abbia la duplice ambizione di realizzarsi negli affetti e
nella carriera, nella maternità e nella vita. La donna investe su se stessa e
sui suoi sentimenti. E' spesso rappresentata come libera, colta, emancipata,
ambiziosa. Sa fare, sa pensare e sa chiedere. L'emancipazione femminile sembra
essere un dato di fatto. In realtà, sono molte, ormai, le donne che cominciano
a chiedersi se sia giusto dover lavorare otto ore fuori casa ed altre quattro in
famiglia. Sono in molte a chiedersi se la media di 20 minuti che, secondo una
recente ricerca, è dedicata dai padri italiani ai loro figli sia un tempo
accettabile e giusto. Sono in molte a chiedersi perché le possibilità di
carriera siano sempre precluse a donne con prole. Aumenta, infine, il numero
delle donne che sceglie di vivere da sole assumendosi, di fatto, tutte le
responsabilità di crescita e di sviluppo dei propri figli. In Italia, le donne
che occupano posti dirigenziali nella media impresa sono solo il 4% del totale e
che scendano al 2,9% nella grande industria. Nella classifica stilata da
"Il Mondo" sui cento magnifici protagonisti della new economy figurano
solo due donne. Su 945 eletti al Parlamento, solo 97 sono donne e per lo più
elette per rispettare le "quote" assegnate da ogni partito ai soggetti
"deboli". La popolazione italiana è per il 51% femminile, le donne
studiano più degli uomini, ma i dati sulla disoccupazione giovanile ed
intellettuale pendono tutti a svantaggio delle donne, nel Nord come nel Sud del
Paese. Le donne hanno dovuto conquistarsi tutto: dignità, libertà,
emancipazione, ma il loro cammino per l'autorealizzazione non è ancora
concluso. A seconda dei Paesi e del grado di sviluppo della civiltà, gli abusi
e le discriminazioni non hanno mai fine. Tredici milioni di donne, nel mondo,
subiscono la mutilazione degli organi genitali. Una donna su due viene picchiata
o subisce abusi da parte del partner. Quattordici milioni di donne, ogni anno,
vengono vendute ed avviate alla prostituzione, in un clima di soprusi e di
violenze tali, da giustificare le tesi di chi sostiene che si tratti di una
moderna forma di schiavitù. Il cammino dei diritti e dell'emancipazione di
queste donne è ancora lungo e faticoso, ma fin quando nel mondo ci saranno
donne che subiscono violenze od ingiustizie, il cammino di ogni donna e di ogni
uomo occidentale, non può avere soste o ripensamenti, o possibili egoismi. E'
necessario un "contratto di genere" tra politica ed universo femminile
in cui siano ben chiare le opportunità e le prospettive di lavoro, di vita e di
rappresentanza delle donne. Il contratto deve stabilire un nuovo sistema di
relazioni tra le due metà del cielo partendo dal principio che la specie è
formata da due generi dotati di comuni potenzialità ma di differenze
irriducibili. Il contratto di genere può alimentare un nuovo spirito laico che
i movimenti di opinione femminili hanno, tante volte, espresso e diffuso. Le
conquiste sono state tante: aborto, divorzio, pari opportunità, libera
sessualità. Sono le conquiste di ieri.
Oggi è necessario andare avanti e combattere sempre rinascenti tentativi
di restaurazione: si pensi alle campagne contro la pillola del giorno dopo o ai
ricorrenti tentativi, alimentati anche in uno schieramento che si vuole definire
di sinistra, di minare il principio della responsabilità della donna nella
procreazione. Una base del contratto deve consistere in una modificazione dei
criteri di erogazione della spesa pubblica. Essa deve essere destinata alla
riproduzione della forza lavoro quanto almeno al lavoro. Una seconda base sta
nella rifondazione delle discipline, contrattuali o di legge, che regolano il
lavoro. Esse non devono più partire dal presupposto che ogni lavoratore abbia
alle spalle un sistema di sussistenza e di alimentazione del quotidiano a costo
zero. Ma devono accettare il fatto che il lavoro è un diritto per coloro che lo
vogliano svolgere e siano in grado di svolgerlo e che, di conseguenza,
l'organizzazione del lavoro deve tenere conto delle specificità di genere, dei
ruoli di genere, delle vocazioni professionali di genere, della creatività di
genere.
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