SOCIALISTI.NET (Home page)

Socialisti.net su FaceBook


Abbozzo di programma per il nuovo PSI
 

Genere, generazione e giustizia.

 

22. Ristabilire la giustizia sociale.

Giustizia sociale è termine che si sente pronunciare ma che sempre più spesso è percepito come falso (per la mancata coincidenza di enunciato e prassi) o inautentico (come se chi lo pronuncia sia ammantato di abiti impropri). Eppure la Giustizia sociale è stata un'idea che ha consentito nell'età moderna di distinguere destra e sinistra: l'atteggiamento verso la ridistribuzione segnalava lo spartiacque che separava bacini politici antagonisti. La sinistra ha costruito la propria identità sulla consapevolezza che nella società esiste un "alto" e un "basso" e sulla volontà di favorire coloro che nella gerarchia sono collocati in posizione inferiore. La Giustizia sociale ha portato coloro che sceglievano di agire in nome di chi sta in "basso" a favorire la costruzione del moderno Stato sociale. Uno Stato che sceglieva di non essere indifferente di fronte al disagio sociale prodotto dall'industrializzazione. Uno Stato che si poneva il compito di includere, di allargare la cittadinanza, di cancellare l'esclusione, di integrare e completare forme di cittadinanza dimezzata. Uno Stato che voleva attribuire piena dignità sociale a soggetti collettivi fondamentali per la riproduzione del sistema industriale. Lo Stato sociale è stato fortemente condizionato, nella sua nascita e nella sua affermazione da un modello determinato di organizzazione della produzione e della società. Per alcuni versi lo Stato sociale è stato un portato dello splendore e delle miserie del modello fordiano tayloriano. Delle miserie in quanto cercava di dare ad un lavoro deprivato di intelletto dignità: se non dentro almeno fuori dal sistema della produzione. Degli splendori in quanto fondato sul presupposto della crescita costante della produzione e delle risorse destinate alla ridistribuzione.
Lo Stato sociale (storicamente determinato da una concezione della giustizia sociale orientata al rimedio degli effetti dell'industrializzazione) si è evoluto e trasfuso nello Stato del benessere. Un modello di agire pubblico orientato a forme di protezione universalistica e a porre rimedio a tutte le situazioni di reale o presunto svantaggio. Lo Stato del benessere ha cercato di allargare e spostare le forme di protezione: dal lavoro manuale a quello impiegatizio, dalla fabbrica allo Stato burocratico e al capitalismo burocratico. La pretesa universalistica dello Stato del benessere si è mostrata presto fallace. La protezione universale è diventata protezione discriminata, la pretesa di inclusione ha prodotto nuove forme di esclusione. Su ciò ha pesato la crisi della crescita e la crisi fiscale, ma anche la nuova dislocazione del lavoro e la nuova configurazione dello sviluppo. Lo Stato del benessere ha perso universalismo perché incapace di operare in presenza di fenomeni di atomizzazione della produzione/ lavoro e di globalizzazione, perché ostativo alla crescita di un nuovo tipo di organizzazione collettiva e di formazione delle risorse.

23. Un socialismo della società.

Tra le due guerre e nel secondo dopoguerra il socialismo europeo ha fatto coincidere i propri progetti di eguaglianza e di emancipazione umana con lo sviluppo del ruolo dello Stato nell'economia e nella vita sociale e nella ridistribuzione di benefici alimentati attraverso la leva fiscale. Si è trattato di scelte necessitate dal bisogno di reagire a grandi crisi come quella del 1929 o al bisogno di gestire il disagio e i malesseri seguiti ai due conflitti mondiali. Nel secondo dopoguerra un'espansione della spesa e della leva pubblica ha avuto effetti propulsivi dell'economia e effetti di più equa distribuzione delle risorse sino a quando il sistema impositivo è riuscito a mantenersi in dimensioni accettabili. La scelta mostra di essere debole e contraddittoria in presenza di fenomeni come la crisi fiscale dello Stato. Si tratta di un fenomeno produttivo di effetti disegualitari. A causa della crisi fiscale dello Stato sono gravati di pesanti imposte ceti sociali che spesso godono di risorse inferiori dei soggetti o dei gruppi per beneficiare i quali le imposte sono stabilite. Ad accrescere la crisi è intervenuto anche una modificazione del processo produttivo e dell'economia legata alla fine del modello tayloriano. La crisi della grande fabbrica e del lavoro dipendente di massa ha messo in discussione anche i sistemi previdenziali e assistenziali fondati sul meccanismo del riparto. Calo demografico, allungamento della vita media, ed eclissi del modello del lavoro/massa hanno prodotto una situazione per la quale è previsto in Europa che tra venti anni ogni lavoratore attivo dovrà alimentare il trattamento di quiescenza di un pensionato. Il modello statalistico ha insomma trasferito su ceti futuri, sui giovani e i giovanissimi di oggi, l'onere di alimentare una politica sociale ormai insostenibile. Il socialismo deve riacquistare quella dimensione libertaria che era stata spietatamente repressa dal comunismo in Unione Sovietica così come nella guerra civile di Spagna. La radicale critica del giganteggiare dello Stato, le teorie del federalismo e della società solidale di Bakunin, di Proudhon, di Kropotkin devono stare alla base di una moderna prospettiva socialista alla pari con le teorie del socialismo liberale elaborate dai fratelli Rosselli e dal lib-lab inglese.

24. Un contratto di generazione.

Le politiche di intervento pubblico nell'economia e le politiche assistenziali hanno prodotto in Italia e in alcuni paesi d'Europa una devastante discriminazione tra generazioni. L'erogazione di benefici pubblici e garanzie appare destinata soprattutto a generazioni mature. Le nuove generazioni sono a volte destinate alla disoccupazione (fenomeno gravissimo in Italia e nel mezzogiorno d'Italia che vede punte di disoccupazione giovanile che superano il 35 %) ovvero ad inserirsi nei nuovi lavori flessibili e autonomi propri della globalizzazione in assenza di ogni forma di garanzia, privi persino della tutela sindacale e dell'attenzione di un sindacalismo orientato prevalentemente alla garanzia del lavoro burocratico, del lavoro tayloriano o dei pensionati. La discriminazione appare ancor più grave di fronte al fatto che le nuove generazioni godono oggi di elevati livelli di formazione e manifestano un'elevata competenza nel campo dei nuovi strumenti di produzione della ricchezza (l'alfabetizzazione informatica è nettamente superiore nella fascia giovane della popolazione). 
Si tratta oggi di invertire radicalmente tale tendenza che può mettere in crisi il patto sociale e l'idea di solidarietà nell'identità nazionale. I socialisti ritengono inderogabile un nuovo patto di generazione capace di offrire lavoro ai giovani, di identificare nuove garanzie del lavoro, di sviluppare una formazione e un'istruzione del merito e dei bisogni, non destinata quindi solo alle élites, di consentire uno sviluppo autonomo e libero dai condizionamenti della famiglia. Il patto deve essere fondato su tre punti irrinunciabili. Il primo riguarda l'eliminazione dei limiti imposti dal vecchio Welfare all'accesso al lavoro, alla mobilità del lavoro, alla valutazione del merito nel lavoro. Il secondo riguarda la distribuzione delle risorse pubbliche: esse devono tenere conto di tutte le generazioni e non essere destinate soltanto all'alimentazione di meccanismi pensionistici iniqui. La spesa pensionistica deve essere correlata agli investimenti per la formazione delle nuove generazioni e per l'offerta di competitività e di competenze ai giovani. Il terzo riguarda le politiche di indebitamento pubblico. Non deve essere più lecito indebitare le generazioni future per alimentare benefici che sono destinati soltanto ad una parte della società di oggi.

25. Un contratto di genere. 

Sotto il cielo d'occidente, è veramente difficile trovare oggi una donna che non abbia la duplice ambizione di realizzarsi negli affetti e nella carriera, nella maternità e nella vita. La donna investe su se stessa e sui suoi sentimenti. E' spesso rappresentata come libera, colta, emancipata, ambiziosa. Sa fare, sa pensare e sa chiedere. L'emancipazione femminile sembra essere un dato di fatto. In realtà, sono molte, ormai, le donne che cominciano a chiedersi se sia giusto dover lavorare otto ore fuori casa ed altre quattro in famiglia. Sono in molte a chiedersi se la media di 20 minuti che, secondo una recente ricerca, è dedicata dai padri italiani ai loro figli sia un tempo accettabile e giusto. Sono in molte a chiedersi perché le possibilità di carriera siano sempre precluse a donne con prole. Aumenta, infine, il numero delle donne che sceglie di vivere da sole assumendosi, di fatto, tutte le responsabilità di crescita e di sviluppo dei propri figli. In Italia, le donne che occupano posti dirigenziali nella media impresa sono solo il 4% del totale e che scendano al 2,9% nella grande industria. Nella classifica stilata da "Il Mondo" sui cento magnifici protagonisti della new economy figurano solo due donne. Su 945 eletti al Parlamento, solo 97 sono donne e per lo più elette per rispettare le "quote" assegnate da ogni partito ai soggetti "deboli". La popolazione italiana è per il 51% femminile, le donne studiano più degli uomini, ma i dati sulla disoccupazione giovanile ed intellettuale pendono tutti a svantaggio delle donne, nel Nord come nel Sud del Paese. Le donne hanno dovuto conquistarsi tutto: dignità, libertà, emancipazione, ma il loro cammino per l'autorealizzazione non è ancora concluso. A seconda dei Paesi e del grado di sviluppo della civiltà, gli abusi e le discriminazioni non hanno mai fine. Tredici milioni di donne, nel mondo, subiscono la mutilazione degli organi genitali. Una donna su due viene picchiata o subisce abusi da parte del partner. Quattordici milioni di donne, ogni anno, vengono vendute ed avviate alla prostituzione, in un clima di soprusi e di violenze tali, da giustificare le tesi di chi sostiene che si tratti di una moderna forma di schiavitù. Il cammino dei diritti e dell'emancipazione di queste donne è ancora lungo e faticoso, ma fin quando nel mondo ci saranno donne che subiscono violenze od ingiustizie, il cammino di ogni donna e di ogni uomo occidentale, non può avere soste o ripensamenti, o possibili egoismi. E' necessario un "contratto di genere" tra politica ed universo femminile in cui siano ben chiare le opportunità e le prospettive di lavoro, di vita e di rappresentanza delle donne. Il contratto deve stabilire un nuovo sistema di relazioni tra le due metà del cielo partendo dal principio che la specie è formata da due generi dotati di comuni potenzialità ma di differenze irriducibili. Il contratto di genere può alimentare un nuovo spirito laico che i movimenti di opinione femminili hanno, tante volte, espresso e diffuso. Le conquiste sono state tante: aborto, divorzio, pari opportunità, libera sessualità. Sono le conquiste di ieri.
 Oggi è necessario andare avanti e combattere sempre rinascenti tentativi di restaurazione: si pensi alle campagne contro la pillola del giorno dopo o ai ricorrenti tentativi, alimentati anche in uno schieramento che si vuole definire di sinistra, di minare il principio della responsabilità della donna nella procreazione. Una base del contratto deve consistere in una modificazione dei criteri di erogazione della spesa pubblica. Essa deve essere destinata alla riproduzione della forza lavoro quanto almeno al lavoro. Una seconda base sta nella rifondazione delle discipline, contrattuali o di legge, che regolano il lavoro. Esse non devono più partire dal presupposto che ogni lavoratore abbia alle spalle un sistema di sussistenza e di alimentazione del quotidiano a costo zero. Ma devono accettare il fatto che il lavoro è un diritto per coloro che lo vogliano svolgere e siano in grado di svolgerlo e che, di conseguenza, l'organizzazione del lavoro deve tenere conto delle specificità di genere, dei ruoli di genere, delle vocazioni professionali di genere, della creatività di genere.

 

 

 


Home page Socialisti.net
© 2000-2006  Socialisti Punto Net Tutti i diritti riservati

: