| Una vita politica tragica, spesa tutta contro i farisei La
sua Milano. La liberazione del Psi colonizzato. Il caso Moro. Il
governo. La trappola Socialismo garibaldino, genio tattico, visione
liberale
Quest’uomo politico enorme, aggressivo, timido, esperto e leale,
morto in esilio secondo la volontà farisaica dei suoi nemici, non sarà
ricordato come l’unico latitante riuscito a sfuggire alle manette dei
Di Pietro e dei Borrelli. Sarà ricordato prima di tutto come un giovane
uomo politico milanese, figlio di un ex prefetto, Vittorio, che i
comunisti “unitari” avevano trombato con proditoria astuzia all’epoca
del Fronte popolare (1948). Un socialista autonomista cresciuto alla
scuola disordinata e generosa e oratoria di Pietro Nenni. “Ce jeune
homme est un véri-table anticommuniste”, aveva detto di lui François
Mitterrand in un attacco di antipatia e di boria, quando non lo amava
perché l’italiano era troppo ambizioso e seguiva una strada che era
il contrario della sua Union de la gauche, ignaro delle radici forti e
anti-che di un carattere politicamente intrattabile nella storia fluida,
melinara, della sinistra italiana. Poi però gli aveva scritto una
bellissima lettera, di comprensione personale, dopo la caduta. Contare
nel partito, per governare Il giovane anticomunista milanese era un
socialista di quelli che “avevano ragione loro” (come ha detto, ma
tardi e male, Massimo D’Alema). In nome di queste ragioni, coltivava
due sole, vere passioni, il partito e le isti-tuzioni, passioni
condivise con i Mazzali e i Natali e i Tognoli e i Pillitteri e tutta
una schiatta di riformisti arrivati d’anticipo, di brutto, a calci, in
minoranza, alle verità della politica democratica e ai suoi duri
obblighi, alle sue dolorose ma insostituibili ambi-guità, fatte di
forza e di consenso. Ammini-strare la città, per governare poi il
paese, e contare nel partito: Craxi non s’occupava d’altro, si
voleva ed era professionista politico puro, un “riformista
professionale” contro i “rivoluzionari professionali” e preso in
mezzo, negli anni Sessanta del primo centro-sinistra, dal ceto politico
democristiano e dalle sue misteriose, potenti sapienze. In quegli anni
di formazione, di scavo delle trincee, di lotta per la sopravvivenza con
percentuali congressuali scarse, truppe scar-se, nemici sempre parecchi,
Craxi aveva legato, nei soggiorni romani di deputato e capopartito, con
due figure di ex comunisti e di anticomunisti intelligenti: uno era
Spartaco Vannoni, il proprietario dell’Hotel Raphael dove Craxi aveva
fissato la sua residenza privata e dove fu poi braccato e raggiunto da
una folla di linciatori che sfidò a testa alta, con colossale
spavalderia non italiana; e l’altro era Eugenio Reale, un comunista
napoletano di rango nazionale che aveva rotto con il partito di
Togliatti su posizioni di eresia riformista. Craxi rispettava gli ex
comunisti che non si rassegnavano e li ascoltava, sem-pre con quel mezzo
orecchio che i politici indaffarati a vincere dedicano alla riflessione,
ma li ascoltava. Pensava che la loro un po’ ot-tusa, maniacale e forse
inutile passione politica gli potesse servire, e alla fine gli voleva
bene e ne veniva ripagato con la stima e una punta di scorbutico,
complicato affetto. La cattiveria professionale del politico Si capì
subito, quando Craxi al Midas (1976) ottenne una posizione di prestigio
e di incidenza nazionale, conquistando quasi per caso e per delega il
suo partito, il Psi, che l’uomo faceva sul serio, che aveva deciso di
spendere la cattiveria politica professionale di cui disponeva fino in
fondo, rinunciando a molte curvature sentimentali, bonarie, magari un po’
ipocrite, della lotta politica all’italiana. Il nuovo e fragile
segretario del Psi aveva un piano semplice, con un corollario che era la
conquista e la riduzione totale e fatale a sé, alla sua persona e al
suo circolo di fedeli, di un partito mezzo morto, colonizzato dai suoi
storici rivali politici. Craxi voleva rompere il condominio ideologico e
di potere della Dc e del Pci, che si era fatto fortissimo con la nascita
dell’unità nazionale e dei governi Andreotti fondati sull’appoggio
di Enrico Berlinguer. I democristiani erano primi nel governo e nel
sistema di potere, e i comunisti di quell’epoca erano i dominatori
incontrastati nell’opposizione, nella politica di movimento. Il piano
di Craxi, che emerse presto alla luce e impaurì in modo non sanabile l’establishment
più ristretto e furbesco del mondo, compreso il démi monde
giornalistico impazzito di odio, era quello di contestare il monopolio
dc nella guida del paese, visto che la Dc non era autosufficiente nei
numeri parlamentari; e di gareggiare con i comunisti nella politica di
movimento, per imporre, qualche volta combattendo alla baionetta, il
socialismo garibaldino contro l’estrema propaggine del comunismo
lenini-sta. Un socialismo che risultava magari un po’ arruffato nell’assetto
teorico ma certo di sé negli imperativi di coscienza, nelle agilità
straordinarie della tattica, nella rivendicazione del buon diritto
storico dei liberi contro i doveri militanti della scuola totalitaria,
sia pure nella scaltra e “avanzata” imposta-zione della scuola
togliattiana. Il governo dei quattro anni Al governo (1983) Craxi arriva
dunque con cattiveria, e ci resterà per quattro anni che nessuno ha
dimenticato. La premessa era stata gettata nella tragedia di Aldo Moro,
con una battaglia solitaria e disperata per la trattativa o per un gesto
umanitario a riscatto del presidente della Dc incarcerato e processato e
condannato a morte dai terroristi. Resterà sempre controverso se
aves-se ragione o torto, Craxi, tra l’ispirazione umanitaria poi
diventata di moda e la sofferente percezione della debolezza dello Stato
che fu delle “grandi forze popolari” e del Papa, ma è indiscutibile
che dovesse fare quel che fece, come leader coraggioso di una piccola
forza socialista, perché la politica italiana non soccombesse sotto la
marmorea rigidità di un’alleanza innaturale, figlia e prigioniera del
passato. L’altra premessa fu l’elezione di Sandro Pertini, un
vecchio e rispettabile demagogo che al mo-mento giusto, pur con tutte le
sue mattane, provocò lo scandalo dell’incarico a un socialista per la
guida del governo. Craxi governò bene, con energia, spezzando il
diritto di veto del sindacato di classe con l’accordo separato sulla
scala mobile, poi sottoposto a uno storico referendum che il governo
vinse. Gli anni Ottanta cambiarono l’Italia, la fecero più libera,
scossero le sue istituzioni, innovarono linguaggio e idee; ma l’Italia
forte e potente delle grandi camarille e dei vecchi partiti sottopelle
non voleva essere cambiata, e gliene volle un po’, anche se lo temeva
e lo stimava, non dandogli mai i voti che si aspettava. Le ideologie
tiravano il freno, le culture che oggi sono intrise delle idee
modernizzatrici di Craxi difendevano il loro diritto a imporsi con il
loro ceto, il loro personale politico, la loro vocazione oligar-chica,
cercando di lasciare nella margina-lità il corpo troppo piccolo e la
testa trop-po vivace di un socialismo italiano storicamente minori-tario
e perdente. Soprattutto, detestavano il primato della politica e il
presidenzialismo naturale che, con l’idea della Grande Riforma e una
prassi incurante delle convenienze e del bon ton, i socialisti di Craxi
affermavano giorno dopo giorno. Ci fu anche la storia di Sigonella, la
base americana dove gli aerei Usa avevano co-stretto ad atterrare l’aereo
in cui si trovava Abu Abbas, il terrorista amico di Arafat che aveva
rapito una nave e ucciso un ebreo ame-ricano in carrozzella, Leon
Klinghoffer: Craxi diede l’ordine politico e militare di impedire un
trattamento coloniale del caso Achille Lauro, e poi fece ripartire l’aereo
egiziano con il capo guerrigliero dentro, fra lo scandalo di molti. Era
extraterritoriale, disse palaz-zo Chigi. Era in ballo la salvezza di una
nave, aggiunse. Ma la ragion di Stato era il vero motivo. Che a tutta
prima la maggioranza degli italiani applaudì, e che gli americani, dopo
una crisi durissima che Craxi superò con destrezza, diedero l’impressione
di aver capito. Chissà. Il muro di Berlino, la politica, i soldi Quano
le sue idee e la sua storia persona-le ebbero la consacrazione dell’89,
con la caduta del muro di Berlino e la fuga verso un nuovo nome del
rivale comunista, il leader socialista si era stranamente rinserrato,
stanco e deluso da un’onda lunga elettorale che non arrivava mai, nell’alleanza
di governo con i moderati della Dc, che lo garantivano dall’alleanza
dei dc di sinistra con il forte potere mediatico di una parte dell’e-stablishment
a lui ostile. Aveva firmato il nuovo Concordato, rilanciato l’economia,
ri-strutturato a viva forza istituzioni polverose, e mentre ora Cossiga
picconava, lui tirò il freno. Fino alla sua prima, vera sconfitta
politica, che fu quella del referendum sulla preferenza unica (1991),
quando invitò gli italiani ad andare al mare e passò invece la linea
antipartitocratica referendaria. Craxi poi cadde rovinosamente sui
soldi. Lo colpirono su questo con raro accanimento, in un tripudio
osceno di trappole giudiziarie lo-sche e manovre politiche ancora non
rac-contate fino in fondo, di tradimenti personali e di slealtà
politiche: lo colpirono i magistrati di Milano, alleati di un ceto
politico che di Craxi si voleva liberare a tutti i costi, in un contesto
internazionale oscuro. Su questo giornale pubblicammo un’intervista di
quello che oggi è il capo dei pm milanesi: diceva che Craxi non s’era
arricchito personalmente. Poi dirà, il dottor D’Ambrosio, che nel
denunciare il sistema del finanziamento illegale generalizzato a tutti i
partiti aveva ragione lui. Ma sono miserie, alla fine. I ladri escono
dalla politica a tempo e si nascondono nella loro bambagia. L’onore
politico di Craxi ha avuto fino alla fine, nella più tenace e
drammatica delle resistenze, giustamente ripagata dall’odio
burocratico della casta togata, un solo vero difensore: lui stesso. Chi
dice che doveva consegnarsi e morire in carcere, scappellarsi davanti a
vincitori che ha combattuto fino all’ultimo, non sa niente della sola
cosa che conti in una vita politica e che Craxi aveva in misura
gandissima: la disponibilità a mettersi in gioco e l’indisponibilità
a perdere.
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