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| "L’eredità di un
Leader, una storia incompiuta che bisogna riscrivere, ma senza
ideologie." |
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di Paolo
Graldi da "Il Messaggero"
E’ amaro - fa male e fa quasi rabbia - porsi oggi il
dilemma: le spoglie di Bettino Craxi verranno sepolte in
Tunisia o torneranno in Italia? Neppure da morto, quest’italiano
che ha amato il suo paese e la sua storia, divenendone
protagonista di primissimo piano, e poi ha scelto l’espatrio
dal 18 novembre 1994 per sottrarsi alla furia di Mani Pulite,
troverà pace. I suoi funerali sono già un caso politico:
intorno a quel corpo inanimato, sopraffatto dalla sofferenza e
dal male, piagato nell’anima e piegato dalle malattie, nel
momento dello choc per una morte annunciata e insieme
improvvisa, divampa la polemica, s’affollano le
recriminazioni, esplodono le accuse di rimbalzo. Nel dolore di
una perdita grande s’arriva a dire: lo hanno ammazzato. E’
un peccato, perché la storia di Craxi, l’insieme delle
stagioni della sua vita s’intende dire, non doveva finire
così: attardata dai tentennamenti e inquinata dalle miserie
della politica e della giustizia ideologica, dai distinguo dei
legulei, dal silenzio dei furbi, dal calcolo sottile di chi
girava con la vendetta in tasca. Lasciarlo morire in
"esilio", accettare la sua volontà di lasciarsi
morire dopo una battaglia tanto lunga e dura, non si può
definire un atto di generosità, ma piuttosto qualcosa di
sottilmente pilatesco che non rende niente alla Giustizia, non
produce nulla di buono e di sano per l’impasto della
politica, non lascerà fiorire altro che recriminazioni e
rancori. E sa di beffa il fatto che proprio ieri quel che
Craxi aveva chiesto per anni in alternativa ai colpi di maglio
della via giudiziaria, sia stato concesso: la corsia
preferenziale a una commissione d’indagine su Tangentopoli
per capire, senza il rumore delle manette e l’angoscia della
galera, il complesso divenire e deflagrare della corruzione
nel Paese. Senza cadere nella banalità delle citazioni, la
prima cosa che viene in mente di fronte alla morte di Craxi è
l’invito del Manzoni a parlare dei personaggi storici solo
quando si è vergini "di servo encomio e di codardo
oltraggio". Perché Craxi è stato davvero - non è un
comodo riconoscimento in articulo mortis - un personaggio
storico. Appunto: nel bene e nel male. Ebbe un’intuizione
lucida ed esatta che s’installò nella sua mente fino a
divenire col tempo un’autentica ossessione: stava cambiando
la storia d’Italia, si era entrati in una fase di passaggio
epocale nella quale sarebbero svanite le due egemonie
scaturite dal Dopoguerra, quella della Dc e quella del Pci. La
prima aveva esaurito la sua funzione e si manteneva in piedi,
senza la capacità di rinnovarsi aggiungendo valori nuovi a
quelli storici, solo per la rendita di posizione. La seconda
aveva esaurito tutto il carburante ideologico, prosciugato
dall’avanzare nella società di una visione finalmente
sgombra del "socialismo reale" e delle sue
nefandezze. Un carburante di bassa qualità, fumante e
ammorbante, tanto da aver ingrippato definitivamente il
motore. Del Pci e del corso di "quella" storia. Chi
potrebbe oggi negare che era proprio così quando si è visto
nel giro di pochissimo tempo dissolversi un partito che era
stato costantemente, senza sussulti, il partito di maggioranza
relativa, con percentuali di consenso intorno al 30 per cento;
e quando poi si son visti i nuovi leaders del post-comunismo
dichiarare che era proprio il "socialismo" la parte
"giusta" della storia e ripudiare con solennità l’ideologia
passata? Tuttavia a Craxi, nella sua veemente lungimiranza,
mancava una dote fondamentale per potersi definire statista a
tutto tondo: la pazienza del tessitore. Era fremente, sapeva
di poter andare lontano ma pretendeva di farlo subito,
imponendosi e imponendo al suo progetto una marcia forzata che
ha finito per intralciargli il cammino. Sembrava quasi, uomo
del suo tempo, contagiato dal ritmo concitato del cinema e
della televisione: procedeva per sequenze a scatti, scatti d’umore
e scatti d’azione politica. Il suo errore fatale, aver
soggiaciuto al meccanismo infernale della corruzione politica,
gli era derivato proprio dall’impazienza che lo pervadeva:
arrivare presto alla meta, utilizzando le scorciatoie
possibili, a portata di mano. In questo Craxi era un leninista
suo malgrado, come in fondo lo era tutta la sua generazione:
pensava che la Storia si potesse accelerare, manipolare dall’esterno,
forzarne il corso mettendole dentro una marcia in più.
Credeva in buona parte alla politica come terreno della
"decisione" tranchante e credeva nell’intervento
demiurgico del leader. Si sentiva leader, era un leader. Era
nato così. Era convinto che il problema da risolvere per chi
ha le idee giuste fosse solo quello, nel contesto italiano di
quegli anni, di trovare "il seguito", i seguaci.
Tredici giugno, tredici per cento: ricordate? Il
"seguito", la forza per trovare consenso, per
tagliare qualche curva, ha finito per comprarselo. La sua
analisi della forza di aggregazione della Dc e del Pci come
nascente dalla "clientela" non era sbagliata:
infatti in quelle aggregazioni non c’erano solo
"convenienze", ma c’erano anche storie belle,
brutte, visionarie, c’erano soprattutto ideali e
convinzioni. Alla fine egli sarebbe riuscito a mettere in
crisi anche quel sistema della "distribuzione delle
spoglie" all’italiana, proprio forzandolo ai suoi
estremi limiti. Ma a quale prezzo: un prezzo troppo alto e
rischioso, come s’è visto. E allora, al di là del giudizio
della magistratura e dell’opinione che si può avere sulle
sue scelte da segretario del Psi, da presidente del Consiglio
e poi da uomo in fuga dal suo Paese, Craxi va iscritto nell’elenco
degli uomini politici di statura internazionale, capace di
grande progettualità politica e soprattutto di robusto
calcolo strategico. Si condivida o meno la sua prospettiva,
sarebbe ingeneroso non riconoscere ch’egli ha messo in
gioco, fino all’ultimo respiro, tutto se stesso, fino all’autodistruzione
come uomo politico e come uomo, pur di proseguire - divorato
dai mali e dai furori - nel suo progetto. Se avesse accettato,
come tanti altri, d’essere un grande notabile, quel Ghino di
Tacco che pensava solo ad alleggerire la borsa dei viandanti
facoltosi che passavano per la sua strada, avrebbe potuto
continuare molto a lungo e indisturbato nel suo mestiere.
Invece ha finito per assolvere il ruolo di Sansone che si
toglie la vita con tutti i Filistei: ha portato all’asfissia
assieme a sé il sistema della distribuzione consociativa, il
quale infatti aveva ormai raggiunto e superato il confine dell’esasperazione.
Toccherà ad una riflessione meno emozionale, più pacata,
tornare sui tanti aspetti dell’età di Craxi per
restituirgli per intero ciò che merita: la sua ferma volontà
di condurre una politica internazionale di significato alto e
autonomo (ricordate i no a Reagan nella notte di Sigonella?);
la nuova politica verso la Chiesa cattolica con il Concordato;
il discorso rimasto sulla carta dell’innovazione, del
cambiamento in un mondo in cui le vecchie ideologie mostrano
la corda, si dissolvono nell’immenso cyberspazio, senza più
confini. La morte di Craxi - nella "sua" Tunisia,
lontano dalla sua Italia - diviene ora un oggetto ingombrante,
assumerà connotati quasi sacrificali: al di là di ogni
retorica, chi da anni considerava che la storia di
Tangentopoli dovesse essere riscritta, rivisitata e restituita
al diritto senza battaglie ideologiche (non a caso si parla di
"partito dei giudici"), trova in questo lutto di
fine stagione un buon motivo per incamminarsi su strade
tracciate finora solo con le pietre delle buone intenzioni. |
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