di Barbara Spinelli
Adesso che viene ricordato con parole magniloquenti ma
imprecise, si può dire quale fu la stoffa di cui erano fatti i
sogni di Bettino Craxi: era la stoffa dell’anticomunismo. Alla
sua tessitura lavorò buona parte della sua vita politica: con
accanita perseveranza, con impazienza insolente, e spesso
imprudente. Ben sapendo - lo ripeteva ultimamente a Cossiga, in
una conversazione a Hammamet cui assistette il nostro inviato
Giovanni Cerruti - di esser divenuto «un Ingombro». Craxi
sognò una sinistra di cui lui fosse il capo, come Mitterrand lo
era stato in Francia, e i comunisti ridotti a un partito
mansueto, subordinato, e marginale. Fantasticò attorno alla
nascita di una socialdemocrazia con possenti radici nel
liberalismo occidentale, che fosse in grado di competere - su
questo terreno - con la Democrazia cristiana: dal dopoguerra la
Dc deteneva infatti un giustificato monopolio sull’idea dell’Occidente
come sulla sua messa in pratica, e proprio questo monopolio
Craxi voleva spezzare, restringendo lo spazio culturale,
politico, mentale, occupato nel nostro Paese dal Pci. Spazio
abnorme, nelle nazioni libere che fronteggiavano il blocco
sovietico: spazio che impediva qualsivoglia alternanza
democratica. Molte decisioni del leader socialista appena
scomparso sono riconducibili a quel sogno: la chiara scelta di
schierare i missili della Nato negli Anni Ottanta, contro il
parere dei comunisti e di un vasto movimento pacifista europeo;
la volontà di indebolire Berlinguer e i sindacati con il
referendum sulla scala mobile; la vigorosa e attiva apertura ai
dissidenti dell’Est cui andò l’aiuto e la solidarietà del
partito craxiano in anni decisivi per i movimenti anticomunisti
nel blocco sovietico. Il più circostanziato e scrupoloso forse,
nel rammentare la stoffa di questi sogni, è stato Carlo Azeglio
Ciampi nel suo telegramma inviato ai familiari di Craxi
scomparso. E’ un singolare messaggio, perché contiene accenni
assai veri sull’opera dell’ex presidente del Consiglio, che
non appaiono in altri commenti. Appaiono peraltro di rado, nei
necrologi dei politici italiani: «Ha contribuito in modo
significativo - scrive il Capo dello Stato - alla difesa dell’Occidente
e al consolidamento della pace». Dunque Craxi difese l’Occidente,
con il suo sogno pertinace, insolente: sogno vinto nell’89 sul
piano storico, ma fallito infine su quello personale, partitico.
Il capo socialista approvò l’installazione dei Pershing e dei
Cruise in Italia e Germania, e piano piano quei missili opposti
alla atomiche anti-europee di Breznev contribuirono a logorare
le forze del comunismo reale, e a far cadere il Muro di Berlino.
Si mostrò leale alleato degli Occidentali (tranne nella vicenda
di Abu Abbas, l’assassino di Leon Klinghoffer sulla nave
Achille Lauro, che con il suo aiuto fu aiutato a fuggire in
Jugoslavia dopo la disputa con Washington a Sigonella).
Abbandonò ogni tipo di subalternità socialista ai comunisti -
soprattutto nell’asperrimo scontro sulla scala mobile -
mettendo fine a antiche abitudini del socialismo italiano. Tra
le righe, questo sembra dire Ciampi nel messaggio di
condoglianze. Non avrebbe, altrimenti, sottolineato con tanta
autorità il concetto chiave di Occidente, in un momento di
tensione civile e politica dove di tutto si parla, tranne che di
concetti chiave. Ma era intimamente fallimentare, il sogno
craxiano. Era un piano edificato appunto su una certa idea dell’Occidente,
e questa idea era talmente intensa e preponderante che ogni
azione sembrava in suo nome consentito. Troppe variabili non
furono previste, troppe trasformazioni e trasformismi non
vennero intuiti con la tempestività e la saggezza necessarie.
Così, quando cadde il Muro di Berlino, l’universo comunista
parve infrangersi e in parte s’infranse, ma contemporaneamente
fu l’idea di Occidente che con gran fragore si sgretolò,
implodendo progressivamente fino a quasi svanire. Non c’erano
più grandi progetti conquistatori, a Ovest. Nessuno andò alla
ricerca di un rinnovato pensiero forte, né sull’integrazione
delle società d’Europa centro orientale, né sulla Russia che
precipitava nel caos nazionalista-guerriero, né sulla questione
dell’immigrazione, dell’Islam, dell’Africa del Nord. L’idea
dell’Occidente sembrava essersi tramutata in passatempo
accademico, e ben presto i vecchi difensori dell’Occidente -
non più competitivi, non più ispirati - furono sorpassati dai
postmoderni prìncipi che oggi governano l’Europa: per questi
tutti i valori e tutti i compiti si equivalgono, i nobili e i
meno nobili, gli accessori e i prioritari. Una volta si può
intervenire in Kosovo e il giorno dopo piovono bombe a Grozny e
si può fare come se decisamente nulla stesse succedendo, senza
paura del principio di non contraddizione. Che Craxi
appartenesse al vecchio mondo lo si desume dalla descrizione che
fa del presidente del Consiglio, nel colloquio con Cossiga: «Mi
è arrivato un biglietto di quel ragazzo spregiudicato ma
fragile che è D’Alema. Pensa, non l’ha nemmeno
firmato...». Del primordiale anelito di Craxi, del sogno che
gli aveva dato le ali negli anni della strategia anticomunista,
del Primum Vivere che era un invito a durare e distinguersi nel
groviglio dei compromessi storici e del consociativismo, non
restava nel suo partito che una brama biologica del vivere per
vivere, arraffando frammenti del presente, arricchendosi, e
corrompendosi. Della liquidazione-suicidio del socialismo
italiano sono responsabili i mille trasformismi, è in parte
responsabile Tangentopoli con la sua giustizia parziale, che non
ha esaminato con eguale tenacia il finanziamento illecito di
ogni partito (compresi i finanziamenti moscoviti all’ex Pci);
ma è responsabile anche un Psi che dopo la caduta del Muro si
impigrì, si mise in pantofole, dimenticò le regole basilari
della condotta decente, del rispetto delle istituzioni
giudiziarie e dei verdetti pronunciati dalle corti. D’altronde
questo è un destino che non colpisce solo il nostro socialismo,
o l’ex Dc. L’evaporare dell’idea d’Occidente colpisce,
altrove, anche chi con maggiore dedizione l’ha incarnata: a
cominciare dalla Cdu e da Kohl, monumento che in Germania sta
andando a pezzi. Ma c’è qualcosa di più, nella vicissitudine
di Craxi: c’è qualcosa che ha a che vedere con la tragedia.
Che ricorda i funerali di Moro, tutti i dignitari d’Italia
ammanierati in chiesa e in mezzo la bara del defunto, ma vuota.
Così per il leader socialista: i deputati riuniti alla Camera
hanno commemorato ieri la sua figura con la stessa aria
compunta, tra rimorsi ieratici e dispute livorose, e in mezzo
campeggiava metaforicamente una bara: vuota, ancora una volta.
Vuota perché Craxi rifiuta funerali di Stato, come non li
voleva Moro: tutti e due si reputavano capri espiatori. Ma vuota
anche per un più sottile, tragico motivo. In qualche modo, lo
spirito di Craxi e il suo sogno sono stati trafugati. Son
divenuti la stoffa di sogni appartenenti a un nuovo soggetto che
ha preso il posto dello svanito socialismo italiano, e che è l’ex
partito comunista che Craxi aveva con tanto ardore combattuto.
Il Pci ribattezzato Pds, poi Ds, non ha ucciso quello che fu il
suo più grande avversario - Berlinguer lo osteggiò con più
veemenza di quanto mai osteggiò la Dc - ma di certo diventò l’usurpatore
del suo progetto riformista. Oggi il partito di Veltroni
riconosce che furono i socialisti liberali - che fu Rosselli e
non Togliatti, che fu Craxi - ad avere ragione. Lo hanno detto i
capi Ds al Congresso di Torino, e hanno fatto propri il loro
pensiero, la loro filosofia. Ma il nome di Craxi ancora non
osavano pronunciarlo, e al Lingotto non lo si è udito mai. Né
hanno osato, fino al giorno della sua morte, convocare una
Commissione sui finanziamenti illeciti dei partiti nella Prima
Repubblica: una misura che avrebbe aiutato non solo a
riconciliare gli animi ma anche a fare un po’ di verità, sull’attività
delle forze democratiche come su quella di partiti pagati da
potenze nemiche della democrazia come l’Urss. Craxi ha quindi
fallito personalmente, ma non si può dire che l’usurpatore
abbia vinto la scommessa, e anche questa è storia tragica. I Ds
che vivono sogni altrui sono destinati a una mutazione
difficile, accompagnata da una vendetta: se non si scioglieranno
in una formazione più ampia, imboccheranno - come il Psi - la
strada di un partito sempre più piccolo e solo. Si dice
ragionevolmente che Craxi avrebbe dovuto restare in Italia, per
condurre la sua battaglia di verità come ha fatto Andreotti:
rispettando la giustizia senza troppa impazienza, impudenza. Ma
si dimentica il clima isterico di quegli anni, in cui Craxi
ricevette l’avviso di garanzia: clima da piazzale Loreto. Si
dimentica l’uomo appestato, che era divenuto. Simbolo di un
socialismo che veniva riassunto in una leggenda di crimini e
misfatti. Odiato dalle sinistre, sbeffeggiato per strada,
impossibilitato a uscir di casa. Assolutamente non protetto, a
differenza di Andreotti. Costretto quasi a fuggire, e forse in
quell’ora non importava come: se come latitante, come
esiliato, o come Grande Ingombro che si sottrae al linciaggio.
(La Stampa 21 gennaio 2000) |