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Abbozzo di programma per il nuovo PSI
Libertà
e conflitti globali
11. Un mondo multipolare.
Ancora una volta è la tecnologia cioè il progresso dei
marxiani modi di produzione a determinare i cam-biamenti economici e le forme
sociali; La vittoria, definitiva alme-no per qualche generazione, del mercato
quale forma di organizza-zione delle attività economiche si accompagna alla
"nuova" globalizzazione. Quest'ultima ha due caratteristiche
fondamentali, che la distinguono dai precedenti processi di integrazione
economica sovranazionale in corso da moltissimo tempo: l'accelerazione del
cambiamento, cioè delle trasformazioni negli assetti economici e sociali, e la
loro diffusione simultanea in ogni angolo del pianeta, in seguito al
potenziamento e alla diffusione delle telecomunicazioni di ogni tipo.
Occorre riflettere sul fatto che, quali ne siano gli effetti di breve periodo,
questa globalizzazione significa alla lunga la fine del monopolio occidentale, e
quindi anche europeo, sulle fonti del potere economico e politico, nonché sulla
conoscenza avanzata. Alla lunga cioè la globalizzazione comporterà
l'affermarsi di un mondo veramente multipolare, in cui come parametri di forza
relativa torneranno a contare i numeri: i numeri degli abitanti, anzitutto, ma
anche dei chilometri quadrati di territorio, che significano disponibilità di
spazio, e delle risorse disponibili - a cominciare dall'acqua. Il processo non
è certo incontrastato o indolore. La globalizzazione avanza per ondate e
risacche successive e le sue conseguenza immediate più gravi si ripercuotono
anzitutto sui più deboli. Gli anni Novanta sono stati contrassegnati da una
serie ripetute di crisi economiche e finanziarie, da cui nel mondo solo gli
Stati Uniti sono usciti, e forse solo in apparenza, del tutto indenni e quindi
rafforzati in senso relativo, prima ancora che assoluto. Dopo un quindicennio di
riduzione dei prezzi del petrolio e delle materie prime, negli ultimi tempi
questi hanno ripreso bruscamente a salire. L'economia e il commercio mondiali
procedono a sbalzi e l'espansione in atto mostra indubbi caratteri di
fragilità, a cominciare dai contrasti fra le potenze economiche maggiori. La
fine della guerra fredda ha accelerato l'integrazione economica, ma anche
moltiplicato il numero e l'intensità dei conflitti locali.
Quella che è in atto, in definitiva, è una gara per assicurarsi i posti
migliori nel futuro assetto dell'economia mondiale. In questa gara non
vinceranno tanto le economie inizialmente più forti, quanto le società più
aperte. Nel 1960 la Corea del Sud e il Ghana avevano più o meno lo stesso
prodotto lordo pro capite: oggi quello della prima è trenta volte quello del
secondo. E da questo punto di vista, la finanza ha un ruolo minore di quanto non
appaia a prima vista, soprattutto sotto l'impressione martellante che delle sue
vicende danno i mezzi di comunicazione di massa: quello che conta davve-ro è la
capacità di sviluppare nuove tecnologie, di dare spazio a nuove
imprenditorialità, di attrarre investimenti internazionali. Tutte cose che
postulano anzitutto l'adozione di politiche economiche rigorose e ordinate, il
rispetto delle compatibilità, l'apertura all'integrazione economica
internazionale. Nonostante le apparen-ze, negli ultimi anni è stata l'alta
tecnologia assai più della finanza a imprimere un impulso tanto forte allo
sviluppo dell'economia britannica. Certo tutto questo non sarà possibile senza
un contestuale sforzo per migliorare, in molti casi addirittura mettere in atto,
rilevanti processi di governo ("governance") del cambiamento. Questi
processi vanno impostati ad almeno tre livelli: quello delle istituzioni
internazionali, quello delle politiche economiche delle regioni mondiali, come
l'Europa, nonché dei singoli paesi, e quello delle imprese, che in definitiva
sono la vera forza trainante della nuova globalizzazione. Il governo delle
trasformazioni deve puntare anzitutto a impedire che si allarghi il divario fra
paesi avanzati e paesi in sviluppo e quindi riservare la massima attenzione alla
gestione dei rischi di cambio, all'accesso alle fonti di finanziamento, alla
rimozione degli ostacoli alle esportazioni per le economie più deboli. Ma
attenzione: solo i paesi che avranno dimostrato di saper governare efficacemente
i propri processi interni di aggiustamento avranno voce in capito-lo per
chiedere quelle riforme dell'assetto e delle istituzioni economiche mondiali che
sono richieste dalla nuova globalizzazione.
12. L'Europa tra sclerosi e mutamento.
Il rallentamento relativo dell'Europa rispetto ad altre
grandi economie mondiali - gli Stati Uniti, anzitutto, ma anche la Cina e alcune
altri paesi di nuova industrializzazione, mentre neanche il Giappone riesce ora
a uscire da una prolungata fase involutiva - è un fatto noto da tempo. La
mone-ta unica era stata pensata ed è stata attuata come soluzione del problema
del crescente divariorispetto alle altre due grandi aree economiche (USA e
Giappone); la sua realizzazione è però costata in termini di sviluppo molto
più di quanto ci si attendesse e d'altra parte sembra ormai che sia essa stessa
divenuta il problema.
L'allargamento dell'Unione ai paesi che bussano insistentemente alla porta
dell'Europa richiede riforme delle istituzioni europee che sembrano al di là
della capacità di elaborazione e realizzazione delle attuali classi dirigenti,
quale ne sia il colore politico, come il recente vertice di Nizza ha
abbondantemente dimostrato.
Il più rapido tasso di sviluppo e la decisa riduzione del tasso di
disoccupazione (anche se per quest'ultimo occorrerebbe tenere conto anche dei
diversi metodi di calcolo) ottenuti dagli Stati Uniti in questi ultimi lustri
hanno una spiegazione relativamente semplice: flessibilità e disponibilità al
rischio. La prima si è manifestata soprat-tutto nel mercato del lavoro, la
seconda in quello finanziario e creditizio. Né si deve sottacere che un fattore
portante di questi successi è stata una politica dell'immigrazione di grande
apertura, come del resto, salvo alcuni periodi, è nella tradizione di quel
paese fin dalla sua fondazione. Ma questo si è realizzato in un contesto nel
quale i costi della previdenza, tanto pensionistica quanto sanitaria, sono di
gran lunga inferiori, anche perché l'ambiente sociale è molto più fondato
sull'individualismo e molto meno sulla solidarietà di quello europeo. I
vantaggi economici sono indiscutibili, ma i costi sociali possono essere molto
pesanti, soprattutto per i più deboli e gli emarginati e in particolare nei
periodi di crisi. In termini comparativi, oltre che come suo problema
intrinseco, secondo alcuni l'Europa deve quindi scegliere fra il mantenimento
del Welfare State nella sua configurazione attuale, o al più con adattamenti di
portata limitata, oppure una sua più radicale riforma. In realtà, così posto
questo è un classico falso problema: nella configurazione attuale il sistema
non è più sostenibile e sempre meno lo sarebbe in futuro, per ragioni
demografiche anzitutto, oltre che per le compa-tibilità economiche. Il sistema
va tuttavia riformato, non abolito o stravolto, nel senso che occorre spostare
l'attenzione verso le nuove povertà, verso i giovani, verso coloro che sono
investiti dalle tumultuose trasformazioni indotte dalla nuova globalizzazione.
Non riduzione delle prestazioni, quindi, ma più accentuato incremento dell'età
pensionabile (come il governo socialdemocratico sta chiedendo in Germania) e
sostituzione del sistema a ripartizione (le pensioni vengono pagate con i
contributi di chi lavora) col sistema a capitalizzazione (le pensioni vengono
pagate in funzione di quanto rendono i contributi versati durante la vita
lavorativa e investiti sul mercato).
Su un piano più generale, l'Europa deve mettere in atto politiche più
indirizzate alla crescita, al recupero salariale delle categorie maggiormente
svantaggiate e alla creazione di occupazione. Essa ha anche bisogno di una
robusta iniezione di innovazione tecnologica, cui devono concorrere le
istituzioni dell'Unione, gli stati nazionali e le imprese del continente. E'
attraverso queste vie che potrà anche rafforzarsi l'euro, la cui debolezza
dipende fondamentalmente dagli insufficienti progressi delle economie europee
rispetto a quella americana.
13. L'Italia: La débacle economica degli anni 90.
Gli anni Novanta, soprattutto nella seconda metà, sono stati
complessivamente un periodo negativo per l'economia italiana. Tra il 1988 e il
1998 il prodotto lordo è cresciuto a una media dell1,4%, contro il 2,8% degli
Stati Uniti, il 2,3% della Spagna, il 2,1% della Germania e l'1,9% della
Francia. Nello stesso periodo la forza lavoro è dimi-nuita del 2,5%, mentre il
rapporto fra investimenti in ricerca e svi-luppo con il PIL è sceso all'1,04%,
il più basso di tutta l'OCSE. La conclamata riduzione del debito pubblico è
marginale e in parte illusoria: nel 1999 con un rapporto debito/PIL pari a 114,9
l'Italia ha superato anche il Belgio ed è saldamente in testa alla classifica
europea. La previsione (alquanto ottimistica) è che nel 2001 questo rapporto
scenderà al 106,6, mentre nel biennio la media della Unione Europea scenderà
dal 67,6 al 62,6. L'inflazione, mai veramente domata del tutto, ha di recente
rialzato la testa.
L'Italia non attrae investimenti diretti esteri: nel 1997 / 98 il relativo
flusso, peraltro in diminuzione, è stato inferiore a 4 miliardi di dollari,
contro gli oltre 100 degli Stati Uniti, i 63 della Gran Bretagna, i 28 della
Francia, i 20 della Germania. E anche quella cifra può essere fuorviante: si è
trattato, nella grande maggioranza dei casi, di acquisizioni di aziende di
settori in cui l'Italia è pur tuttavia un mercato importante - grande
distribuzione, alimentari - mentre quasi inesistenti sono stati gli investimenti
nei settori ad alta tecnologia. Burocratizzazione imperante, rigidità del
mercato del lavoro, microcriminalità diffusa sono tra le spiegazioni più
evidenti del fenomeno, ma alla sua radice vi è un fattore ancora più grave,
quello che Antonio Fazio fra gli altri ha individuato nell'incapacità del paese
di approfittare delle opportunità offerte dalla globalizzazione a causa di un
diffuso deficit di fiducia. Gli italiani sembrano non guardare al loro futuro
con ottimismo: perché dovrebbero farlo gli stranieri?
I governi che si sono succeduti dal 1996 in poi hanno menato gran vanto
dell'entrata dell'Italia nell'unione monetaria europea: ma, indipendentemente
dal modo in cui questa è stata gestita, resta un fatto sostanziale, e cioè che
per gli altri partners l'esclusione dell'Italia sarebbe stata più costosa della
sua ammissione, a non parlare dei rischi che l'unificazione stessa avrebbe corso
in assenza dell'Italia. Si è ripetuto qui, un fenomeno ricorrente delle fasi
declinanti della storia unitaria del paese, e cioè che esso è troppo malmesso
per contare veramente, ma è anche troppo importante perché l'Europa possa
impunemente farne a meno. Esso ha quindi giocato ancora una volta come una
quantità passiva: e non si capisce che merito speciale vi sia nell'avere
condotto in porto un risultato che era nei fatti già acquisito in partenza, una
volta che venissero rispettate alcune condizioni in gran parte di facciata.
Così stando le cose, non stupisce che in una classifica stilata in base a 11
parametri di preparazione al futuro, nel 1999 i 100 giovani più brillanti
professionisti europei raccolti sotto la sigla della "Europe 2050
Initiative" abbiano giudicato l'Italia il paese europeo meno preparato e
quello che rischia di più nella prospettiva del nuovo secolo. Dalle banche alla
amministrazione pubblica, dal finanziamento delle pensioni all'incapacità di
introdurre anche modeste riforme, il paese sembra, al di là delle apparenze,
letteralmente incartarsi su sé stesso. Al di fuori della propaganda politica,
dei governi che si sono succeduti alla fine degli anni '90 e, spiace dirlo,
compreso quello in carica presieduto da Giuliano Amato, il pessimismo è
d'obbligo ove le prossime elezioni non determinassero un chiaro cambiamento di
rotta.
14. Italia gli squilibri sociali.
Nella seconda metà degli anni Novanta la spesa per le
pensioni era in Italia la più alta d'Europa (13,6% del PIL, contro una media
per la UE del 9,2%: nel 1988 l'in-16 cidenza era dell'11,16%). Eppure i
trattamenti pensionistici sono nella maggioranza dei casi molto bassi, se non
sotto il limite della povertà. Questo a causa di due fattori: le profonde
sperequazioni insite nel sistema e le pensioni di anzianità concesse e
sopratutto mantenute con notevole irresponsabilità. A questo si deve aggiungere
la previsione di quello che potrebbe accadere in futuro: il rapporto fra la
popolazione oltre i 64 anni e quella fra i 15 e i 64 anni, pari al 26,5% nel
2000, per effetto del trend demografico salirà al 35,6% nel 2020 e a un quasi
mostruoso 58,9% nel 2040. Germania, Francia e Spagna, pur seguendoci in questa
gara assai poco lusinghiera, resteranno pur tuttavia intorno al 30% nel 2020 e
sotto il 50% nel 2040.
Talune rigidità sono, è vero, comuni anche ad altri paesi europei. Ma di
fronte a questa situazione, sta poi la realtà di una spesa sociale nettamente
inferiore in altri comparti: i servizi alle famiglie e agli anziani, 0,3% del
PIL contro la media UE dell'1,57%, la formazione professionale, 0,1 contro lo
0,27%, la lotta all'esclusione sociale, 0 contro lo 0,5%. L'assistenza sanitaria
presenta un quadro molto discontinuo: isole di efficienza a livello europeo o
anche superiori nel Centro - nord, contro uno stato di generale arretratezza nel
Mezzogiorno. L'Italia è ultima in Europa per gli aiuti ai disoccupati: 0,5% del
PIL contro il 3 della Spagna, il 2,6 della Germania, il 2,4 della Francia, l'1,6
della Gran Bretagna. Ritenere che il problema della riforma pensionistica possa
essere ignorato o posposto è quindi prova di irresponsabilità, anzitutto
proprio nei confronti di coloro che dovrebbero fruirne a breve, media o lunga
scadenza e ai quali si prospetta il rischio molto concreto di un peggioramento,
magari drastico, dei trattamenti imposto da un disastro finanziario che, a
parità di condizioni, appare inevitabile. Gli andamenti discordanti nella
disoccupazione fra Eurolandia e l'Italia in particolare, da una parte, e gli
Stati Uniti e la Gran Bretagna dall'altra nel corso degli anni Novanta sono
certamente da attribuire in parte alla dura disciplina monetaria e di bilancio
cui gli 11 paesi si sono sottoposti e alla recessione, che hanno molto ral-17
lentato la crescita. Ma sono anche dovuti a una diversa concezione di come il
mercato del lavoro funziona in una società post-industriale: per cui è
illusorio pensare che la debole ripresa economica in corso insieme
all'allentamento di quella disciplina dopo che l'euro è stato avviato
riporteranno al lavoro la massa dei disoccupati, anche se ovviamente qualche
beneficio lo daranno. Il problema che la nostra cultura del lavoro non ha ancora
veramente affrontato è quindi il passaggio dalla occupazione alla occupabilità
(from employment to employability). Fino a quando non si compirà questo passo
indispensabile, risolvere il problema della disoccupazione affidandosi alle
incerte fortune della crescita economica si risolverà nel migliore dei casi in
un successo molto, molto parziale e nel peggiore in un miraggio.
15. L'economia dell'ombra.
Gli anni Novanta hanno anche visto un rapido estendersi della
cosiddetta "economia dell'ombra", più nota prima come "lavoro
nero" o moonlightning economy. Secondo studi recenti, i paesi europei
dell'area latina e mediterranea sono in testa alla graduatoria: l'Italia, appena
preceduta dalla Grecia, ha un prodotto lordo che per quasi il 30% è
rappresentato da attività illegali o quanto meno non istituzionali. Ma gli
altri, anche se sono in condizioni da questo punto di vista migliori, non stanno
proprio benissimo: anche più che rispettabili paesi scandinavi, come la Svezia
e la Danimarca, sfiorano il 20%, Francia e Germania sono intorno al 15%, Gran
Bretagna e Giappone sono oltre il 10%. La media dell'intera OCSE supera di nuovo
il 15%, il che significa che ogni sei lire prodotte ve ne è un'altra che sfugge
alle rilevazioni statistiche e fiscali. E poi va notata la dinamica: in solo due
anni la media dell'economia dell'ombra dei paesi OCSE è passata dal 16 al
16,9%, il che vuol dire la concreta possibilità di un superamento della soglia
del 20% entro pochi anni.
Di un fenomeno tanto complesso non si può certo dare una spiegazione unica: i
fattori che lo determinano sono molto numerosi. Tuttavia, se si volessero
isolare quelli più significativi in tempi recenti, se non riduce il tutto alla
propensione al crimine, la palma spetterebbe certamente agli oneri fiscali e
previdenziali - in aumento da decenni e solo da poco in parziale contenimento -
nonché all'eccesso di regolamentazione da parte dello Stato - degli Stati -e
alle restrizioni sul mercato del lavoro (a questo riguardo, leggi come quella
sulle 35 ore settimanali stabilite per legge non farebbero che mettere altre
fascine sul fuoco). Non può essere poi del tutto casuale che gli Stati Uniti
siano l'unico paese dell'OCSE nel quale l'incidenza dell'economia dell'ombra,
già bassa, è ulteriormente scesa fra il 1994/95 e il 1997/98.
16. Il deperimento del Sud.
Nel corso degli anni Ottanta ha cominciato a consolidarsi,
soprattutto nel Nord del Paese una crescente estraneità allo Stato unitario
nella quale, quali che siano le apparenze, i fattori economici hanno avuto un
ruolo preponderante. L'impressione di ricevere servizi del tutto inadeguati
rispetto al carico fiscale sopportato, la constatazione che gli investimenti e i
trasferimenti nel Mezzogiorno apparivano in gran parte come sprechi, il fatto
evidente di uno sviluppo socioeconomico delle regioni settentrionali più vicino
a quello delle aree limitrofe degli altri paesi europei che non a quello delle
consorelle meridionali, hanno tutti contribuito a creare e rafforzare il
convincimento di una separatezza cui si sarebbe dovuto, presto o tardi, dare uno
sbocco. La percezione, fondata o no che sia poco importa, di una
"ingiustizia profonda" di cui il Nord sarebbe vittima è del resto
l'ingrediente prin-cipale di ogni intento a rinegoziare il rapporto con lo Stato
centrale. Un' ingiustizia fatta appunto di un eccessivo carico fiscale in cambio
di disservizi al nord e di mancato decollo del Sud. E' impor-tante che
l'opposizione politica sia riuscita a coinvolgere nel suo progetto i fermenti di
estraneità e di separatismo incanalando una protesta precedentemente pericolosa
per l'unità nazionale. Alla metà degli anni Novanta, la distanza nel reddito
pro capite fra il Nord (33,1 milioni di lire) e il Sud (19 milioni) era dello
stesso ordi-ne di grandezza di quella fra l'Olanda e la Spagna: inoltre, una
parte sostanziale del reddito meridionale proveniva dai trasferimento dello
Stato (nel Nord vi sono 12 impiegati pubblici ogni 100 persone che lavorano, nel
Mezzogiorno 22). Quanto al tasso di sviluppo aggregato, anche se quello del Nord
è inferiore alla media europea, nessun paese ha registrato un incremento
altrettanto basso di quello dell'Italia meridionale. In pratica, si tratta di
due realtà economiche nettamente diverse (a non tener conto delle differenze
nella struttura produttiva, nel diverso ruolo dell'industria e dei servizi
avanzati, della dotazione di infrastrutture hardware e software e di quadri
tecnici e amministrativi e via discorrendo).
Notevolmente differenziata appare anche la situazione quanto alla dipendenza
relativa dal commercio internazionale. Secondo dati SVIMEZ relativi al 1995, le
esportazioni del Mezzogiorno sono pari a meno del 10% del totale nazionale e a
meno del 30 in rapporto alla popolazione (cioè il Centro - Nord esporta
proporzionalmente più del doppio del Mezzogiorno). Del resto, è di tutta
evidenza la molto maggiore apertura internazionale dell'economia centro -
settentrionale quanto a prodotti agricoli, a manufatti industriali, a servizi
finanziari e turistici.
Un aspetto significativo riguarda la diversità di trattamento e di destinazione
del risparmio. Nel Sud, la quota incanalata attraverso il sistema bancario viene
remunerata meno che nel Centro - nord (all'incirca di un punto), mentre gli
impieghi sono più onerosi di oltre due punti e comportano coefficienti di
rischio nettamente superiori.
Quanto infine al grado di decentramento regionale del potere
sulle questioni economiche, si evidenzia ancora una volta una rilevante
differenza fra Nord - Centro e Mezzogiorno, sebbene i poteri delle regioni a
statuto ordinario siano sostanzialmente gli stessi. Infatti, il conflitto con lo
stato ha motivazioni opposte: le regioni centrosettentrionali chiedendo
soprattutto un riequilibrio a loro favore della differenza fra imposte versate e
spesa pubblica centrale sul loro territorio, quelle meridionali chiedendo un
aumento dei fondi di sviluppo a loro disposizione nonostante il loro gettito
fiscale sia di gran lunga inferiore e in diminuzione.
Per tutti gli anni Novanta e in particolare dopo il 1996 sono completamente
mancati interventi che almeno avviassero un processo di riequilibrio.
Nell'insieme, è ancora l'economia del Nord a sussidiare, più o meno
indirettamente, quella meridionale: per esempio, se nel Sud le retribuzioni
private sono leggermente inferiori, il che compensa in parte i diversi livelli
di produttività, quelle pubbliche sono identiche. In sé, sarebbe del tutto
positivo che le regioni più ricche trasferissero risorse a quelle più povere:
in un momento in cui si chiede di farlo a livello mondiale, non si può certo
negarlo all'interno dello proprio paese. Il punto è però che ciò dovrebbe
avvenire senza che a tale trasferimento, che oggettivamente pesa sulle regioni
settentrionali, corrispondesse una stagnazione, per non dire un peggioramento,
delle condizioni di quelle meridionali. Invece la qualità dei servizi pubblici
erogati resta nettamente inferiore nel Mezzogiorno, mentre le condizioni socio
economiche generali non mostrano alcun sintomo di miglioramento, quanto meno in
termini relativi.
Il fiore all'occhiello dello sviluppo economico - produttivo
italiano dopo la seconda guerra mondiale è stato senz'altro l'emergere dei
cosiddetti distretti industriali (o aree sistema), che hanno rappresentano un
modello originale e assai efficiente per coniugare la tipica
microimprenditorialità italiana con la necessità di conseguire ade-guate
economie di scala ed esternalità positive. Non è azzardato affermare che senza
i 7 / 800 distretti monoproduttivi di questo tipo esistenti nel nostro Paese lo
sviluppo degli ultimi decenni sarebbe stato di gran lunga inferiore e la
posizione relativa dell'Italia sarebbe stata di gran lunga più debole.
Le trasformazioni imposte dalla globalizzazione, con l'apertura dei mercati a
nuovi, temibili concorrenti, l'impossibilità derivante dall'adesione alla
moneta unica europea di risolvere le perdite di competitività con periodiche
svalutazioni, i massicci investimenti necessari a sostenere l'indispensabile
adeguamento tecnologico collocano però oggigiorno anche questi indispensabili
elementi di equilibrio e sviluppo territoriale in una area di rischio. I
distretti industriali italiani, che hanno finora in qualche modo scansato le
conseguenze più direttamente negative del sistema Paese, possono trovarsi di
qui a breve, se già non vi si trovano, in condizioni di difficoltà, senza che
nulla venga predisposto, o anche semplicemente pensato, per evitare crisi che
potrebbero rivelarsi rovinose per l'intera economia nazionale. Va riconosciuto
tuttavia che sono talora gli stessi protagonisti dei distretti a mostrare un
diffuso ritardo di percezione dei rischi e di adeguamento delle loro strategie.
17. Luci e ombre dell'imprenditoria italiana.
Gli squilibri strutturali, che una volta dipendevano da
livelli diversi di sviluppo produttivo e tecnologico fra settori, dipendono oggi
soprattutto dai diversi livelli di sviluppo produttivo, tecnologico,
organizzativo e competitivo fra imprese. Come affermano i più avveduti fra gli
economisti industriali, non si tratta tanto di stabilire se vi sono settori più
e meno buoni, quanto di valutare se, dato un certo contesto, vi sono imprese
bene o male gestite. Ed è quindi sulle condizioni strutturali che rendono le
imprese di un paese più produttive e quindi più competitive di altre che deve
essere concentrata l'attenzione. Da questo punto di vista, la condizione
dell'Italia presenta elementi di ambiguità. Paese elettivo,delle microimprese,
nonché delle imprese piccole e medio - piccole, essa ha tratto e trae da questa
specifica struttura vantaggi non indifferenti, riassumibili nella flessibilità
operativa e nella prontezza delle risposte gestionali al muta-re delle
situazioni. L'imprenditoria italiana ha dimostrato una straordinaria capacità
di adattamento all'incertezza, una disponibilità a diffondere nuove iniziative
e una sensibilità ai nuovi fronti di impegno, la qualità e il servizio al
cliente, che non hanno in pratica niente da invidiare ad altri.
Però c'è anche il rovescio della medaglia, la propensione alla delega tuttora
scarsa, la modesta presenza nei settori a maggiore intensità scientifica e
tecnologica, la frequente eccessiva dipendenza del destino dell'impresa dal
destino personale dell'imprenditore, il fatto che nel Sud il modello stenta ad
attecchire. Sull'altro piatto della bilancia vi sono anche la frammentazione, la
sottocapitalizzazione, l'accentuarsi dell'operare prevalentemente come
subfornitori e terzisti di imprese estere, la limitata crescita delle competenze
mana-geriali e della capacità di innovazione strategica: s'intende, sempre in
senso relativo ai grandi paesi industriali - ma anche ormai ad alcuni di recente
industrializzazione - con cui le imprese italiane sono normalmente in
concorrenza.
Nel corso degli anni Novanta si sono intensificati i processi di
internazionalizzazione delle imprese italiane, il che ha quasi del miraco-loso
considerando quanto poco l'apparato pubblico ha fatto per sostenerli rispetto a
quanto è avvenuto negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna e
altrove. Non è pensabile tuttavia che questo sforzo possa continuare
indefinitamente in questo modo con risultati altrettanto positivi. Nella sua
relazione del maggio 2000 il Governatore della Banca d'Italia ha rilevato
l'erosione delle quote di mercato delle nostre imprese, riflesso questo
soprattutto di diseconomie esterne e di un insufficiente adeguamento della
composizione e della qualità delle produzioni. Ed ha aggiunto che si sono fatte
più evidenti, soprattutto nella seconda metà del decennio, le difficoltà
dell'economia italiana a tenere il passo dello sviluppo dell'economia mondiale e
di quella europea.
La mano pubblica non deve, sostituirsi a quella privata, cui
devono essere lasciati i profitti e gli onori, come pure i rischi e le perdite,
delle scelte compiute. Ma la mano pubblica ha pur sempre un ruolo fondamentale
nel sostenere le sviluppo delle imprese del proprio paese, e in modo particolare
nell'ambiente economico creato dalla globalizzazione. Ciò avviene nella misura
in cui essa riesce a migliorare le condizioni esterne in cui le imprese operano,
con i servizi pubblici offerti, la trasparenza delle attività di sostegno,
l'eliminazione delle distorsioni che vanificano il giuoco della concorrenza.
18. Una politica economica per la legislatura.
Proprio perché lalegislatura che sta per chiudersi ha
rappresentato in definitiva una somma di occasioni perdute, è necessario che
quella che sta per aprirsi divenga una somma di occasioni colte. Il ritardo che
l'assetto economico e produttivo dell'Italia ha accumulato nel confronto dei
concorrenti è grave, ma non ancora incolmabile: potrebbe diventarlo se altri
cinque anni venissero perduti prima di avviare e realizzare in misura
sostanziale gli indispensabili processi di aggiustamento. Occorre anzitutto
riflettere su un fatto ovvio, ma di cui spesso non vengono colte le implicazioni
proprio di politica economica. Quest'ultima è ormai in misura sostanziale
sottratta alle competenze dei singoli stati nazionali europei: quella monetaria,
che comprende anche l'aspetto fondamentale del mercato dei cambi, viene infatti
elaborata fra Bruxelles e Francoforte (e magari senza il livello di
coordinamento che sarebbe auspicabile). Sono inoltre da escludere, per il futuro
prevedibile e anche oltre, interventi che riportino sotto il controllo pubblico
quote di attività economiche dirette: anzi, il problema è quello di accelerare
i processi di privatizzazione di attività che sotto quel controllo ancora
permangono.
Agli Stati nazionali e insieme con le loro regioni - i cui poteri sono destinati
a crescere - restano quindi proprio gli interventi sui fattori esterni
all'attività produttiva vera e propria: la politica sociale, quella delle
infrastrutture, quella della ricerca, quella del credito (entro certi limiti) e
via discorrendo.
Paradossalmente, proprio questa restrizione dell'ambito delle competenze rende
loro le cose più difficili, in particolare per quanto riguarda l'Italia.
Infatti, da una condizione in cui pochi strumenti - il cambio, i tassi di
interesse, il credito e il credito agevolato - venivano usati per perseguire una
pluralità di obiettivi, si è passati a una condizione in cui occorre essere
capaci di impiegare una grande varietà di strumenti per ottenere pochi
obiettivi, o forse uno solo: migliorare costantemente la produttività del
sistema, come presupposto indispensabile per migliorarne costantemente la
competitività, aumentare l'occupazione migliorare la qualità sociale,
dell'ambiente, della vita. Ciò postula una capacità di azione strategica e di
programma di cui il sistema politico - istituzionale italiano non ha finora dato
molte prove e che è invece è la discriminante moderna fra governi efficienti e
inefficienti resta grande l'esigenza di riforme in profondità, che favoriscano
la crescita delle capacità programmatorie e strategiche del sistema politico-
istituzionale.
Il miglioramento della produttività è la condizione per uno
sviluppo sostenibile, ma esso si pone in realtà pur sempre come uno strumento.
Vi è una finalità sovraordinata che non può mai essere persa di vista da chi
si accinge a imprimere una svolta decisa a una politica economica insufficiente.
Questa finalità è il miglioramento a tutto tondo della qualità della vita per
la massa dei cittadini e almeno per la loro stragrande maggioranza secondo i
principi dell'economia del benessere che presiedono alle politiche di
allocazione delle risorse e di ridistribuzione della ricchezza. Come ha
osservato James Tobin, nessuno ha il diritto di gridare alla disuguaglianza se
non possiede un'auto di lusso o una villa ai Caraibi, ma ha diritto di farlo se
l'accesso per merito all'istruzione superiore gli è in pratica precluso, se non
riceve una ragionevole assistenza sanitaria, se non gli viene corrisposta una
pensione commisurata a quanto ha lavorato e risparmiato.
La mano pubblica è in Italia ancora troppo forte, soprattutto in quanto opera
ancora largamente in un'ottica di controllo anziché di sostegno. Troppi prezzi
sono ancora amministrati, a cominciare dall'acqua, e troppi sono ancora i
monopoli di fatto e di diritto che ostacolano il giuoco della concorrenza e
limitano la capacità competitiva delle imprese (che comincia dal proprio
mercato nazionale). Occorre perciò un deciso sforzo di liberalizzazione dei
mercati, inclusi quelli in cui operano gli ordini professionali. Allo stesso
tempo va appoggiata l'opera che la Commissione della Comunità Europea sta
portando avanti per frenare i cartelli fra imprese, che hanno effetti non meno
distorsivi sul loro funzionamento. Molte delle privatizzazioni di società prima
in mano pubblica operate fin qui sono in realtà delle mezze privatizzazioni.
Non di rado accompagnate dal sospetto di ritorni di fiamma dell'economia di
comando in una nuova versione della lottizzazione. Sforzi rilevanti sono stati
compiuti per assicurare il mantenimento di strumenti di controllo pubblico anche
dopo che le privatizzazioni sono state effettuate. Il programma di collocamento
sul mercato delle partecipazioni statali deve essere ripreso con intensità e
portato alla sua conclusione, a cominciare dai due principali enti in cui lo
Stato possiede ancora la maggioranza azionaria, l'ENI e l'ENEL, nonché dagli
enti e aziende in cui dispone ancora di quote di minoranza. Per ridare
competitività al sistema produttivo è necessaria una ridu-zione generalizzata
delle aliquote fiscali sui redditi di impresa. Ciò che conta, infatti, non è
se la distribuzione del reddito è o no spostata in favore dei profitti, ma qual
è il livello della fiscalità in Italia rispetto ai concorrenti. La pressione
fiscale sulle imprese deve quindi essere riportata a livelli intorno alla media
europea.
In particolare, occorre provvedere alla defiscalizzazione integrale degli
investimenti in ricerca e sviluppo, senza di che la relativa attività svolta
dalle imprese italiane resterebbe largamente al di sotto ad assicurare anche
solo il mantenimento delle modestissime posizioni attuali. Particolari
agevolazioni vanno assicurate alle imprese che compiono sforzi collettivi di
ricerca, in particolare nei distretti industriali.
Sempre per migliorare la competitività occorre intervenire a
livello sia globale, stimolando gli investimenti in attività di servizio o in
innovazioni tecnologiche ed organizzative, sia microeconomico. Su quest'ultimo
punto, e con specifico riferimento alla realtà italiana, sono indispensabili
tre ordini di iniziative: l'adeguamento delle leggi in materia economica agli
standard internazionali di efficienza, la liberalizzazione dei mercati dove sono
ancora presenti situazioni di monopolio pubblico e l'introduzione di norme e
incentivi per la valorizzazione del capitale umano.
La eccessiva frammentazione delle imprese italiane richiede inoltre
l'introduzione di incentivi fiscali e di semplificazioni amministrative e
burocratiche che facilitino o addirittura stimolino la concentrazione,
soprattutto di quelle minori e delle microimprese. Va da sé che questi benefici
sarebbero ampiamente compensati dall'accresciuta capacità contributiva delle
imprese accorpate.
Il miglioramento della produttività e quindi della competitività di sistema è
anche l'unica vera strada vincente per affrontare il problema della
disoccupazione e in particolare della disoccupazione giovanile (con il 32,1% la
più alta d'Europa) e femminile. La riduzione concertata dell'orario di lavoro
tra imprese e lavoratori può fondarsi sulla disponibilità reciproca e sulla
flessibilità da ntrambe le parti. Ma anche le misure fin qui indicate -
privatizzazioni, liberalizzazione dei mercati, riduzione delle aliquote fiscali
sui redditi d'impresa - sono finalizzate a questo scopo. A esse va tuttavia
aggiunta la necessità di compiere uno sforzo deciso per diffondere una cultura
dello sviluppo, della sussidiarietà e della solidarietà, ben più valida di
qualunque spesa pubblica inevitabilmente destinata a disperdersi in mille rivoli
di inefficienza.
Ed è questa anche l'unica vera strada per contenere l'estensione dell'economia
dell'ombra - il "lavoro nero" - che è in parte almeno il risultato
degli oneri impropri che gravano sul sistema produttivo, dell'inefficienza del
sistema di collocamento, della soffocante burocratizzazione. Sarebbe largamente
sufficiente riportare il fenomeno su livelli prossimi alla media europea per
riassorbire una parte sostanziosa della disoccupazione, in particolare di quella
giovanile. L'immigrazione può dare un rilevante contributo alla soluzione del
problema dell'invecchiamento della popolazione italiana, con le sue conseguenze
sul tasso di produttività e sul sistema previdenziale, nonché a quello della
domanda di lavoro insoddisfatta nelle occupazioni che agli gli italiani non
interessano più. Neppure in una stretta logica economica - prescindendo cioè
dagli aspetti legati al disordine sociale - può essere ammissibile una apertura
più o meno indiscriminata, quale è quella di fatto attuata con le sanatorie.
L'immigrazione è fenomeno che richiede una attenta programmazione, commisurata
alle capacità di accoglienza e orientata a colmare il deficit di offerta di
lavoro là dove questo effettivamente esiste. Essa deve anche tenere conto delle
carenze di specializzazione esistenti in Italia, per esempio nell'alta
tecnologia, esattamente come fanno gli Stati Uniti e altri paesi avanzati. E'
solo in questo modo che l'immigrazione può contribuire all'economia sia
italiana, sia dei paesi di provenienza.
Nel 2001 viene a maturazione, con inutile ritardo, la
revisione del sistema pensionistico. Appare del tutto evidente la insufficienza
della riforma Dini a riportare il sistema sotto controllo. Occorre in realtà
passare subito alla fase di transizione dal sistema a riparti-zione a un sistema
a capitalizzazione, durante la quale il finanzia-mento del nuovo sistema
potrebbe essere assicurato dall'utilizzo dei trattamenti di fine rapporto (per
quanto riguarda i dipendenti pub-blici il finanziamento potrebbe essere
assicurato da una modesta addizionale sugli oneri contributivi). E' inoltre
necessario ridurre gradualmente le gravi sperequazioni fra i trattamenti
previdenziali che ancora non sono inserite nel sistema.
Il sistema stesso va poi completato con gli opportuni provvedimenti che
affianchino al primo pilastro della previdenza pubblica il secondo pilastro di
una previdenza collettiva e il terzo di una previdenza individuale, accompagnate
dagli opportuni incentivi fiscali, con evidenti benefici sulla crescita del
risparmio.
L'Italia è in netto ritardo anche nella partecipazione dei cittadini ai redditi
d'impresa. Deve essere incentivata sia la partecipazione generica dei
lavoratori, autonomi e dipendenti, al capitalismo diffuso tipico delle economie
avanzate attraverso i fondi di investimento, sia la partecipazione dei
lavoratori dipendenti alla proprietà dell'azienda in cui lavorano. A
quest'ultimo proposito occorre andare oltre le misure, modeste e incidentali,
della "legge Draghi" prevedendo un'ampia riforma per quanto riguarda i
diritti sociali dei dipendenti azionisti e la disciplina fiscale applicabile
alle azioni emesse in loro favore. Questa è la premessa per tornare a ragionare
di democrazia economica o meglio, di cittadinanza economica. Il rinnovamento
delle infrastrutture, in modo particolare di quelle di trasporto e di
comunicazione, è indispensabile per il mantenimento delle condizioni minime che
consentano di continuare a ritenere l'Italia un paese avanzato. Al riguardo, è
tuttavia evidente l'impossibilità per lo Stato di provvedere ai necessari
investimenti. E' quindi necessario che un programma coordinato e ambizioso di
investimenti nelle opere pubbliche - salvi i limiti imposti dalla salvaguardia
ambientale - sia accompagnato dal ricorso a finanziamenti privati, anche
dall'estero, attraverso un esteso uso delle concessioni. Un programma del genere
può evidentemente dare un rilevante contributo all'occupazione,
all'irrobustimento del tessuto economico e produttivo del Mezzogiorno,
all'ammodernamento dei distretti industriali. Le valutazioni sui problemi del
fabbisogno energetico mondiale, europeo e italiano, nonché le diverse soluzioni
alternative che vengono proposte, sono troppo complesse e discordanti per essere
ridotte entro i limiti di un programma elettorale. E' indubbio tuttavia che
l'Italia presenta al riguardo molti aspetti di fragilità e che l'opinione
pubblica, inclusa la parte che dovrebbe essere più avvertita, appare ancora
ampiamente disinformata al riguardo. E' quindi urgente avviare un ampio
dibattito nazionale sulla questione energetica, in modo da porre il sistema
istituzionale in grado di compiere le necessarie valutazioni realistiche di
fabbisogno e le conseguenti scelte di fonti e di investimenti.
19. Il socialismo e i lavori.
La tradizione socialista in Occidente è strettamente legata
alla tutela e all'emancipazione di un modello di lavoro. Si tratta del lavoro
della grande fabbrica, del lavoro di massa. Oggi il mondo del lavoro è cambiato
radicalmente e l'insi-stenza su schemi decrepiti può solo creare nuove
ingiustizie o nuovi deserti nell'azione di liberazione umana e di emancipazione.
Nelle società della globalizzazione e della comunicazione si è passati dal
lavoro ai lavori. La distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale tende
ad attenuarsi. Così come viene meno l'idea secondo la quale il lavoro nella
società industriale deve essere strettamente legato ad un modello gerarchico di
organizzazione, di comando, di programmazione. Nel mondo contemporaneo non si
assiste al fenomeno della riduzione del lavoro a merce, piuttosto di un mondo
del lavoro dotato di forte autonomia, di funzioni intellettuali ed anche
strategiche, parcellizzate. Lo sviluppo del secolo XXI è legato alla capacità
di coordinamento e di innovazione di un universo molecolare di nuclei e soggetti
della produzione, dello scambio, della circolazione delle idee,
dell'innovazione.
Il socialismo del XXI secolo deve diventare il socialismo dei
lavori, deve avere la capacità di difendere una articolazione dei lavori nei
confronti della quale sono insufficienti vecchie categorie (lavoro dipendente o
autonomo, lavoro dipendente o impresa, lavoro intellettuale o lavoro manuale,
attività professionale o societaria). La scommessa del socialismo del XXI
secolo sta nel voler dare coscienza ed obiettivi comuni ad un universo dei
lavori non più concentrati nella fabbrica o nel grande ufficio. Si tratta di
riscrivere la problematica delle relazioni industriali e di rifondare la prassi
e la teoria del sindacalismo. Il socialismo si deve identificare nella difesa
dei lavori e nella lotta per la demolizione di decrepite barriere che
discriminano ed emarginano proprio le nuove forme di attività e di operosità
innovativa senza peraltro riuscire a superare una concezione puramente difensiva
della tutela del lavoro tradizionale.
20. La rappresentanza dei lavori.
Organizzare i lavori appare oggi un compito molto arduo. Si
tratta, infatti, di attività creative, dotate di forte autonomia e spesso in
concorrenza reciproca. Il mondo dei lavori non è tuttavia un mondo di eguali.
In esso si trovano grandi imprese, lavoratori e microimprese dotate di robuste
risorse e di imponenti fatturati derivanti dalla creatività e dalla posizione
nel nuovo processo economico, soggetti minori dotati di creatività e di scarse
risorse. I rapporti contrattuali nel seno di questo universo possono essere
alterati dal potere di resistenza dei soggetti forti.
Non si tratta oggi di limitare la concorrenza nel nuovo mercato dei lavori,
piuttosto di consentire ai soggetti deboli, o a coloro che lo vogliano, forme
associative in grado di stipulare collettivamente i rapporti e le relazioni
contrattuali. Per alcuni versi occorre oggi accanto al sindacato dei lavori
tradizionali una nuova organizzazione in grado di rappresentare i lavori
autonomi e diffusi. E' questa la scommessa degli anni duemila per introdurre
nella New economy forme di equità. Non si tratta di un obiettivo impossibile.
Alle origini del socialismo e del movimento operaio ci si trovava in presenza di
una classe operaia nel seno della quale esisteva una forte concorrenza e di un
esercito salariale di riserva formato da non occupati pronti ad accettare il
lavoro a salari minori o minimi. Di fronte a questo universo concorrenziale il
movimento operaio riuscì a trovare forme di unificazione degli interessi e di
solidarietà. Oggi è all'ordine del giorno la creazione di strumenti di
autotutela dei lavori che non ricadano negli errori del passato. Essi devono
evitare la deriva corporativa e la chiusura verso quei soggetti e quei gruppi
che spingono per un allargamento del mercato dei lavori e per la creazione di
sempre nuove occasioni di lavoro. Essi devono rompere con lo schema di una
contrattazione rigida e verticistica per plasmare le nuove relazioni del mondo
del lavoro sulla specificità delle aree e sulle caratteristiche del mercato
globale.
21. Nuovi modelli di politica e di decisione.
Il modello tradizionale di lavoro e di organizzazione della
produzione (modello che ha coinvolto l'occidente capitalista e l'oriente
dominato dalle burocrazie comuniste) era legato ad una rigida divisione tra
decisione ed esecuzione. Il pensiero strategico era affidato ad un gruppo
dirigente, di fabbrica o di programma economico statale, al resto della società
spettava soprattutto il compito di eseguire i modelli costruiti nei programmi.
Tale schema ha avuto riflessi anche nella vita politica. Si è rafforzata l'idea
di uno stato pianificatore e di un partito capace di selezionare i programmi e
di determinare i progetti per il bene comune. I partiti in occidente si sono
differenziati certo per maggiore o minore democrazia interna. Il centralismo
democratico negava ogni forma di dissenso efficace e di democrazia, mentre i
partiti democratici si formavano nel dialogo, nella definizione dei progetti
politici e nell'organizzazione delle correnti. Anche i partiti democratici sono
stati tuttavia coinvolti in un modello dirigistico di agire politico. Si tratta
di un modello inadeguato, insoddisfacente dal punto di vista della
manifestazione delle autonomie individuali, inefficace.
Oggi nel mondo dei lavori deve scomparire la rigida divisione tra decisione ed
esecuzione. I lavori che pensano sono difficilmente programmabili e possono
essere coordinati solo lasciando ad essi piena e vasta autonomia. Anche la
politica deve cambiare schemi e modelli. Non più una direzione ed un progetto
centrali, ma lo sviluppo di iniziative che consentano di dare espressione al
mutevole sistema dei bisogni, alle articolazioni degli interessi e delle domande
politiche.
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