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Abbozzo di programma per il nuovo PSI
 

Il Sesto Continente

 

26. Il Sesto Continente e il futuro della cittadinanza. 

"Regolari, irregolari, clandestini, flussi e quote di ingresso, rifugiati politici, profughi per calamità, protezione temporanea, lavoro stagionale, cooperazione con i paesi d'origine, reciprocità, accoglienza, inserimento, integrazione, respingimento, espulsione, rimpatrio". Tutti i concetti e le categorie forgiate in anni recenti per capire e padroneggiare l'immigrazione, stabilendo regole e principi, fissando priorità, armonizzando contrasti sembrano non reggere alla prova di continue emergenze, non importa se si tratta di emergenze maturate altrove (Albania, Kossovo, Kurdistan) o procurate da approssimazione o incuria delle nostre amministrazioni. Ogni volta sembra di dover ricominciare da capo, ogni nuova emergenza radicalizza emozioni e risposte. Simpatia e insofferenza tornano a disputarsi la pubblica opinione mai così mutevole e pronta a sposare ora la chiusura più rigida, domani un'imprevidente apertura. Le migrazioni sono il lato umano della mondializzazione, di un mondo sempre più unito e sempre più diseguale per indici demografici, economici, di sicurezza.
Le stime Onu parlano di 160 milioni di esseri umani che ogni anno emigrano, legalmente o illegalmente. Centosessanta milioni: un continente in movimento, il sesto continente, il più inquieto e il più carico di sofferenza e di speranza. Le emigrazioni sono sempre una emergenza, l'emergenza non è l'eccezione, è la regola, è la struttura dell'emigrazione anche quando riguarda le seconde o le terze generazioni. Anche i diversi modelli storicamente perseguiti e praticati dagli stati-nazione d'Europa - l'assimilation francese, il comunitarism anglosassone (autonomia e separatezza delle etnie ospiti dall'etnia nazionale ospitante) - non reggono l'usura del tempo, perdendo la nettezza della loro ispirazione, si intrecciano e si confondono.
I tedeschi scrivono una nuova legge sulla cittadinanza ed abbandonano lo ius sanguinis mentre i francesi appaiono un po' meno con-vinti dei risultati dell'assimilation che sulla base dello ius solis doveva garantire (o imporre?) a tutti, in quanto individui, con la naturalizzazione culturale l'iscrizione nei droits universels. Ora governanti ed esperti sembrano ritrarsi dai grandi disegni, dai principi incondizionati: portoricani ed haitiani di prima, seconda, terza generazione si impadroniscono orgogliosamente del loro stato, dell'essere born in USA e vivono la memoria di sé come sfida identitaria nel crogiuolo americano. Potenza dei regimi liberal-democratici: nello spazio di due, tre generazioni milioni di emigrati alla ricerca di pane, lavoro, sicurezza trovano diritti e ritrovano la memoria, premessa dell'identità. Intanto i turchi e i curdi di Germania (quasi tre milioni) dopo essere stati trattati per due generazioni come lavoratori/ospiti (Gast-arbeiten) e cioè immigrati precari con la valigia sempre pronta, si vedono dischiudere le porte della cittadinanza tedesca e domani europea. Gli imprevisti, le emergenze, le incognite stringono governi ed esperti a fornire risposte minime: trasmettere un nucleo di valori, un minimo comune denominatore culturale. Non ci sono più eserciti e grandi fabbriche tayloriste a forgiare nuovi cittadini, resta quasi solo la scuola ma sempre più spesso si tratterà di una scuola bilingue. E il bilinguismo è l'aspetto culturale della doppia nazionalità, di un'origine che non si vuole più perdere e negare ( come quando si correggeva il proprio cognome) ma che orgogliosamente si rivendica o si recupera mentre si appartiene al nuovo mondo. Migrazioni e migranti cambiano, evolvono e propongono interrogativi nuovi e soluzioni diverse. Diminuiscono i trasferimenti definitivi e mutano i piani di vita. Velocità ed economicità dei trasporti possono aiutare a riformare i termini del problema, specie se il movimento migratorio avviene tra paesi vicini. È in questo movimentato e aggrovigliato contesto che l'Italia, terra di recente immigrazione e di fragili strutture amministrative, cerca la sua strada. Volendo imparare dall'esperienza e dai modelli di chi ha già percorso un lungo tragitto, ci si imbatte nella loro usura e nel loro contraddittorio convivere.
L'integrazione dei nostri stranieri, un tempo concepita come fase di "naturalizzazione" (singolare naturalizzazione il perdere la propria identità per acquistarne un'altra) cui doveva seguire per l'interessato o per i suoi figli la piena cittadinanza, muta di segno. Il modello lineare, logico, virtuoso dall'accoglienza all'integrazione, alla naturalizzazione, alla cittadinanza non scompare del tutto, ma è come se ogni capitolo di questa narrazione diventasse un libro a sé stante. Tutti concordiamo sulla parità dei diritti, sul non volere cittadini di serie A e di serie B, sul rifiuto delle discriminazioni, sul lavoro, a scuola, negli spazi pubblici, nell'accesso alla casa, alla giustizia. Sennonché l'esperienza della prossimità, della vicinanza dello straniero, per molti italiani risulta tutt'altro che rassicurante. Il milione e duecentomila extracomunitari che vive, lavora, paga le tasse in condizioni difficili e in una incolpevole precarietà scompare alla nostra vista, mentre restiamo abbagliati da mendicanti, lavavetri, venditori ambulanti di merci contraffatte, giocattoli e cianfrusaglie ma poi anche da prostitute e spacciatori non di rado sudditi e schiavi di giovani energumeni che praticano il racket più feroce, che controllano e segnano fisicamente strade e territorio. E ancora altri ne arrivano disperati su zattere e carrette e ti si buttano in braccio. Sì, sono meritevoli di compassione, però se li lasci entrare i problemi sociali aumenteranno, i boat people di oggi renderanno domani più invivibili le nostre periferie, i nostri quartieri degradati, più pericolose le falle delle nostre pubbliche amministrazioni costringendoci a ridistribuire risorse sociali scarse su un numero più vasto di richiedenti. Questa non è una visione, non sono fantasie, sono aspetti concreti e conseguenze reali dell'immigrazione. Così come non sono fantasie le discriminazioni che si replicano per la casa, per il lavoro, per la salute contro chi è meno difeso e meno garantito. C'è discriminazione ogni volta che un essere umano è giudicato non per ciò che merita individualmente ma in base al gruppo cui appartiene. Per questi diritti sociali e diritti politici sono necessario antidoto della discriminazione. La frontiera dell'integrazione oggi in Europa sta anche nel riconoscimento del diritto di voto almeno in elezioni amministrative come già avviene per tutti i cittadini di ciascuno dei paesi dell'unione. Principio sacrosanto: no taxation without representation, poiché lavorano hanno diritto di essere presenti nei sindacati, negli ordini professionali, nei consigli scolastici, e poiché pagano le tasse hanno diritto ad essere rappresentati almeno nelle assemblee locali.

27. Integrazione e discriminazione. 

È un processo politico che richiede la crescita della partecipazione politica degli immigrati, il formarsi di leaderships delle comunità capaci di negoziare con i candidati sindaci gli interessi collettivi delle loro costituencies. Bisogna dunque riconoscere il diritto di voto ai nostri stranieri, anche se decidono di restare stranieri integrandosi nel nostro paese. Ciò che giustifica la concessione del diritto di voto non è il fine dell'assimilazione (se così fosse converrebbe aspettare il completa-mento del processo di naturalizzazione e l'acquisizione della citta-dinanza). Il fatto è che la coscienza democratica mal sopporta l'idea di cittadini - ancorché stranieri - senza diritti, di cittadini senza cittadinanza. L'Italia è terra di recente immigrazione. Gli allarmi sono dunque comprensibili ma utili solo se servono a stimolare le pubbliche amministrazioni e a migliorare la convivenza. Uno stato efficiente sa distinguere tra gli allarmi che nascono da fatti duri e osti-nati e il sensazionalismo come forma mediatica moderna dell'arci-nota demagogia.
Che l'Italia sia invasa da immigrati e clandestini non è un fatto, è un falso, e dunque l'allarme è eccessivo. Però è vero che la nostra incapacità di controllare le frontiere apre varchi preoccupanti Le emergenze a ripetizione dei boat people dei Balcani, dal Magreb, dal Kurdistan, sono eventi prevedibili, regola e struttura della mondializzazione cui deve saper far fronte uno stato moderno con la stessa cura con cui si fronteggia l'inflazione o il debito. Meglio, naturalmente, se riusciamo a condividere queste responsabilità con i partners dell'Unione o, almeno di Schengen.
I dati ufficiali, i dati ISTAT, parlano di una popolazione di stranieri extracomunitari, regolarmente residente in Italia che era di 950.000 nel 1991 a un anno esatto dalla entrata in vigore della prima legge organica che consentì la regolarizzazione a 250.000 immigrati presenti nel territorio nazionale. Nei successivi otto anni di vigenza della stessa legge si è realizzato un saldo positivo tra trasferimenti dall'Italia e nuovi ingressi pari a 135.000 unità, per un totale complessivo di 1.085.000. Con l'entrata in vigore della legge Turco-Napolitano, in due anni la popolazione immigrata è ascesa a 1.280.000.
Se ne potrebbe dedurre che la legge Turco-Napolitano favorisce o consente gli ingressi regolari in una misura maggiore, della legge Martelli.
Così non è. L'incremento degli ingressi legali in realtà è frutto principalmente della somma di sanatorie intervenute al momento del varo della nuova legge e a successivi e confusi atti di Governo.
Poiché non riusciamo a controllare le frontiere i clandestini continuano a entrare. Una parte di loro viene successivamente regolarizzata. Insieme a pochi ingressi legali per lavoro e per ricongiungi-mento familiare sono proprio gli ex-clandestini i nostri nuovi immigrati. È come dire che l'immigrazione subita e illegale divora, assorbe l'immigrazione desiderata e legale. Con buona pace di ogni politica delle quote. Anche le stime - del tutto approssimative - dei clandestini non mutano: erano stimati 250.000 nel 1991, sono stimati 250.000 nel 1998.
Allora, tutto bene? No. Il fatto che non siamo invasi non significa che vada tutto bene. Anzi, poche cose davvero hanno funzionato in questi anni, salvo l'accoglienza diffusa da tanti privati e da alcune strutture e funzionari pubblici, e l'azione di tante agenzie di volontariato, a cominciare dalla Chiesa per finire a "Opera".

Vi è stata in questi anni una certa continuità e coerenza nella legislazione e nella politica per l'immigrazione ma più a parole che nei fatti, e troppo lenta e farraginosa e contraddittoria è stata la realizzazione degli strumenti (pensiamo ai sette anni intercorsi tra l'adesione e la partecipazione a Schengen stante il ritardo informatico dei nostri uffici di frontiera o anche al tema dell'identificazione tramite impronte digitali, misura anch'essa già sostanzialmente prevista dagli accordi di Schengen firmati dal Governo italiano grazie alla legge Martelli nel 1991).
Restano tutti i problemi: dai precari, insufficienti centri di accoglienza alla guardia costiera che non c'è, dalla formazione delle forze di polizia all'annientamento dei circuiti criminali, dalle discriminazioni giudiziarie a quelle sanitarie e scolastiche, fino al diritto di asilo, di voto, fino alla cittadinanza. Resta una presenza troppo ampia, troppo oscura di irregolari, illegali e clandestini, base potenziale di massa, di schiavitù diverse e di reticoli criminali. Se, indipendentemente dalla concessione di permessi, le sanatorie centrassero l'obiettivo di fare emergere alla luce del sole e dei nostri uffici tutta o gran parte di quest'area oscura, avremmo fatto un passo avanti. Sapremmo chi è divenuto irregolare magari per errore o magari perché ha perso il lavoro o ha terminato gli studi e chi è entrato illegalmente ma poi ha cercato di mettersi in regola. Come chiamare ancora clandestini i tanti che in questi anni si sono presentati alle nostre questure sventolando passaporti, documenti, contratti d'affitto e di lavoro?
E se via via con le successive sanatorie una parte degli irregolari si regolarizza, come mai il numero complessivo non lievita in proporzione mentre la cifra dei clandestini non scema?
Penso che una parte della risposta stia nel carattere della nostra immigrazione che è recente nel tempo e precaria nella durata. Insomma tra i nostri stranieri c'è un grande turn-over, un ricambio continuo e massiccio come si evince da questo dato: solo 270.000 immigrati sono in possesso del requisito essenziale - cinque anni di soggiorno continuativo in Italia - necessario per ottenere un permesso stabile. Sono gli stessi che domani avrebbero diritto al voto amministrativo e alla cittadinanza italiana. Davvero pochi, troppo pochi, uno ogni tre stranieri, anche se la popolazione è destinata a mutare grazie ai ricongiungimenti familiari e al crescere della generazione dei bambini immigrati nati in Italia.

28. Nazionalità e cittadinanza. 

Non sappiamo quando né se avremo una nuova Costituzione, ma una buona legge sulla cittadinanza sarebbe la migliore prefazione alla nuova Costituzione. Una nuova legge è necessaria e opportuna. Quella vigente è ispirata dal criterio di sanare situazioni pregresse soprattutto connesse ai nostri emigranti e ai loro figli e non innova rispetto a un troppo lungo passato in cui la chiusura protezionistica della nazionalità era in tutto rispondente all'incondizionata affermazione del diritto di sangue.
Il diritto di sangue sembra un'evidenza inconfutabile. Sei italiano o francese o inglese o russo o americano se sei nato da genitori che tali sono e magari da nonni e lunghe file di avi forse intervallate da qualche innesto diverso. Rispetto allo ius sanguinis l'affermazione perentoria di Napoleone I Console tagliò corto con un colpo di spada ogni esitazione: "E' francese chiunque sia nato sul suolo di Francia". Una vera rivoluzione rispetto alla concezione dell'ancien règime, un'ispirazione fresca per una nazione nuova come la Francia repubblicana, come l'America della Dichiarazione di indi pendenza e della Costituzione - per la quale è cittadino chiunque sia born in USA. Nell'ottocento e nel novecento la rottura tra sanguinis e soli apparentemente si ricompone in una sintesi più alta, una sorta di union sacré, che di fatto integra e supera le nozioni legate al sangue e al suolo. E' l'idea di nazione-stato; territorio e cultura, esercito e comunità organica, spazio e ordinamento giuridico. La nazionalità sembra inverare, dare un corpo alla cittadinanza, fondere ius sanguinis e ius solis.
La sintesi del resto non è ardita. Se sei dello stesso sangue da generazioni, molto probabilmente dipende dal fatto che i tuoi ascendenti dimoravano da tempo nello stesso suolo in cui sei nato. Le grandi nazioni europee con la loro storia coloniale, e cioè con il dominio su popoli e mondi lontani e diversi, hanno creato nuove categorie di cittadini (ex coloni, ex sudditi, figli di matrimoni misti), e gradualmente hanno riavvicinato la nazionalità all'idea più ampia e rifondante, l'idea di cittadinanza. Così recuperando una nozione che era nota ad Atene e ad altre città greche che elaborarono un modello di convivenza democratica, la convivenza tra pari, tra uomini liberi e socievoli e definirono i cerchi dell'inclusione dell'esclusione relativa a stranieri, meticci, liberti, schiavi. La nostra coscienza giudaico-cristiano-liberale e socialista ci fa divieto di codificare le disuguaglianze. Ma le disuguaglianze vivono anche senza codici e noi possiamo ben vedere i cerchi concentrici dell'inclusione e dell'esclusione anche nelle nostre società contemporanee.

L'idea di cittadinanza sorge proprio per colmare al di là delle differenze, in un comune ideale, in un comune interesse, in regole, possibilità e procedure quanti condividono l'esistenza in un determinato luogo. In questo senso, nel senso del legame tra cittadinanza e territorio anche indipendentemente dai legami di sangue, dovrebbe essere fatto valere un diverso e più ampio ius solis non legato soltanto alla nascita di un bambino ma alla scelta di un adulto. Il diritto a scegliere la propria cittadinanza non dovrebbe mai essere precluso e di fatto non lo è in assoluto anche se ovviamente ci sono barriere pratiche insormontabili a che un alluvionato del Bangladesh possa eleggere la sua residenza a Davos. La nazionalità appartiene alla lotteria della vita, di chi sei figlio, dove nasci. La cittadinanza può essere una scelta, di più: può essere un progetto da condividere. La nazionalità si riconosce, la cittadinanza si conosce; con l'avvertenza che la nazionalità, come appartenenza a una comunità ereditaria, riguarda la grande maggioranza degli umani anche se è destinato a crescere il numero degli individui che vorranno legittimamente discutere il loro contratto di cittadinanza, potendolo correggere, sospendere, rinnovare. Naturalmente nasciamo in comunità e nazioni disegnate dalla storia e dall'ambiente ma nessuno ci può negare la libertà di scegliere, di cambiare, anche di uscire dalla nostra comunità spezzando vincoli "naturali".

Bisogna che il diritto di cambiare cittadinanza sia garantito per i singoli come per le minoranze. Dove sussistano le giustificazioni bisogna che sia garantito anche il diritto alla doppia nazionalità. Saranno sempre più numerosi, in futuro, le donne e gli uomini che per motivi familiari o per ragioni professionali, per scelta o per necessità, legheranno se stessi e le loro famiglie e il circuito delle loro relazioni a città diverse in nazioni diverse, anche se non saranno di più di coloro che continueranno ad essere un'unica patria pur abitando nazioni diverse, anche se non saranno di più di coloro che continueranno a preferire una patria spesso più piccola della stessa patria nazionale. La differenza tra nazionalità e cittadinanza è tutta qui: la nazionalità si riceve, è questione di sangue, di suolo, di tradizioni. La cittadinanza si può scegliere, riguarda un luogo unico e molteplice, riguarda gli individui, le loro libertà e i loro diritti, i mercati, i tribunali, eventualmente i templi.
È pure un segno dei tempi che l'espressione "cittadinanza" spesso assorba e sussuma confondendosi in essa l'espressione "nazionalità". La cittadinanza in effetti appare sempre più non solo il passato ma anche il futuro della nazionalità. La nazionalità si definirà su un piano storico e sul piano della reciprocità tra comunità organizzate in stati. Ma sarà il modello di cittadinanza a prevalere se saprà via via colmare i limiti e le contraddizioni anche democratiche del modello statuale nazionale di fronte alla modernizzazione. In fondo potrebbe essere questa la possibilità, il fattore umano della globalizzazione che tanta angoscia suscita in Francia ed altrove: il divenire mondo del mondo, il diventare cittadini responsabili del pianeta da parte dei sei miliardi di esseri umani.

29. La cittadinanza europea. 

A causa delle differenze tra i quindici paesi membri per ciò che riguarda le rispettive leggi sulla nazionalità, Maastricht rischia di creare diseguglianze assurde. Come è noto il trattato riafferma che le politiche di nazionalità continueranno ad essere materia in cui si afferma la piena sovranità di ogni stato membro.
Può essere solo questa la cittadinanza europea? Perché non pensare anche ad una cittadinanza europea anche in assenza di una naziona-lità?
A guardar bene è davvero bizzarro che esistano istituzioni sopranazionali ma non il diritto del singolo cittadino alla sopranazionalità europea, all'essere semplicemente cittadino dell'Unione.
I saggi che hanno elaborato la Carta e quanti ne hanno condiviso e valorizzato il lavoro e gli esiti hanno ragionato "supponendo" la cittadinanza europea e dotandola di un corredo di diritti fondamentali.
Essi non si sono chiesti chi è cittadino in Europa, si sono invece premurati di attribuirgli una dote di diritti. Ne emerge un cittadino senza terra e senza storia intellettualizzato e sradicato, ridotto o elevato a una media europea, oggetto di attenzioni, di obblighi e di divieti. A ben guardare il protagonista della Carta non sono i cittadini ma le istituzioni e le amministrazioni europee esistenti nei loro compiti normativi. Seguendo impulsi non di rado contingenti e nel compromesso tra indirizzi culturali divergenti ed obsoleti si sono abbattuti confini tra le nazioni e cancellate memorie senza considerare che abbattere un confine significa crearne uno nuovo e che trascurare il passato genera un ingannevole vuoto.
A Nizza si sono riprodotte datate divisioni ideologiche e culturali e l'accordo è stato raggiunto su giustapposizioni fittizie non sempre progressive. Il diritto al lavoro sancito da alcune Costituzioni nazionali è stato mortificato in un vago e passivo "diritto a lavorare". I popolari hanno accettato che il fondamento cristiano e di libertà delle culture nazionali europee venisse declassato a generico "patrimonio spirituale e morale" senza menzione delle religioni. I socialisti si sono arrabattati per fissare i diritti sociali accanto, ma dopo, quelli personali e di libertà.
Il tentativo di fondare sulla natura umana, così come l'evoluzione l'ha forgiata e la scienza l'ha svelata, ad un tempo la propensione socievole, il diritto alla società e la vocazione individualistica, il diritto alla libertà è stato respinto, mentre si è preteso normare su terreni appena dischiusi dall'innovazione scientifica più recente quali le biotecnologie, la sperimentazione sugli embrioni e la clonazione. Anche solo per una ragione democratica la nozione di una cittadinanza europea è necessaria per rafforzare i controlli dei cittadini dell'Unione sugli organismi comunitari quasi impossibili alle cittadinanze locali, filtrati da Parlamenti e Governi nazionali.
Certo ci vorrà tempo, ma la cittadinanza europea mi pare il più grande e impegnativo e generoso scenario del nostro futuro. Quante riunioni, quanti incontri, quante energie sono state dedicate al varo prima del serpente poi del sistema monetario poi della moneta unica lungo più di vent'anni?

A nostro avviso la Carta dei diritti fondamentali adottata dal Parlamento e dal Consiglio Europeo di Nizza alla fine dell'anno 2000 non è base adeguata per definire la cittadinanza europea e non lo è dal punto di vista della procedura perché non sono stati ascoltati i popoli europei, né prima né dopo il suo varo, e i Parlamenti - non tutti - sono stati sentiti soltanto dopo, e perché non sono risolti i rapporti di questo modesto documento con i Trattati storici dell'Unione Europea e con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo e ancora si trascura di dire anche da parte dei più zelanti apologeti e delle incalzanti avanguardie, quali diritti tuteleranno le Corti europee di Strasburgo e del Lussemburgo: quelli ormai con-suetudinari stabiliti dalla Convenzione o quelli "in fieri" della Carta fondamentale? Non si tratta di differenze da poco a partire da quella di ispirazione culturale e logica: la Convenzione risponde a un modello di dichiarazione universale dei diritti e pragmaticamente ne dispone l'applicazione in territorio europeo. Viceversa la Carta priva di una fonte legislativa appropriata media tra approcci ideologici diversi, perimetra l'universalità dei diritti introducendo l'idea di uno standard europeo, ed è, al momento, inoperante: un diritto senza tribunali. E questo è il primo errore. Il secondo è che una Carta dei diritti può essere europea nell'applicazione come nelle fonti, ma deve essere universale nei suoi principi, tale cioè che qualunque uomo libero in qualunque parte del mondo possa idealmente sentirla propria, riconoscersi in essa e riconoscervi lo spirito europeo.

Quanti propugnano il rapido passaggio, sulla base di questa carta, a una Costituzione europea senza nemmeno più interrogarsi su cos'è e cosa sarà l'Unione anche dal punto di vista geopolitico e quali saranno le priorità temporali tra le varie agende mostrano un singolare tipo di patriottismo europeo. Sembrano ispirati dal modello del desolato secondo dopoguerra: tedesco. Macchiati dalla colpa dell'olocausto i tedeschi, in luogo del patriottismo nazionale scelsero il patriottismo costituzionale. I neo-costituzionalisti europei sembrano non essersi accorti che mezzo secolo è trascorso e che oggi un patriottismo costituzionale europeo si intreccia strettamente con la vittoria della riunificazione tedesca, ingigantita e non bilanciata dal passaggio dal marco all'euro, dal riconoscimento anche numerico del primato tedesco nel cuore del comando europeo, con l'esaltazione del ruolo geopolitico ed economico della Germania nell'allargamento ad Est.
I rischi di uno sbilanciamento tedesco, se non di uno strapotere, sono già presenti nella standardizzazione, nel prevalere di criteri, di numeri e percentuali di PIL come di popolazione, che favoriscono inevitabilmente il più forte, che configurano pesi, ruoli e influenze e quindi determinano l'evoluzione dell'Unione Europea.
Cittadinanza, nazionalità, libertà, diritti, responsabilità, identità collettive,
relazioni inter-etniche sono questioni più delicate della moneta e dell'economia. Gli errori della politica economica sono
rilevati in fretta da indicatori come la crescita dell'inflazione, dai tassi di disoccupazione, e dai parametri del debito pubblico. Gli errori nelle politiche di immigrazione, cittadinanza, identità collettive si rivelano nel tempo molto più tardi e si pagano in termini di costi umani e sociali incalcolabili.
Una volta adottata la Carta, i quindici paesi dell'Unione devono riflettere con la priorità necessaria e la prudenza che merita sul tema di come mettere in pratica il grande ideale della cittadinanza europea sottolineando le somiglianze tra le legislazioni vigenti e imparando dalle differenze, da un passato denso di storia, di errori, di abbagli ma anche di ricchezza e creatività culturali impareggiabili non riducibile all'idea di allargare il patriottismo costituzionale tedesco al patriottismo costituzionale europeo.

 

 

 


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