Abbozzo di programma per il nuovo PSI
Il Sesto Continente
26. Il Sesto Continente e il futuro della cittadinanza.
"Regolari, irregolari, clandestini, flussi e quote di
ingresso, rifugiati politici, profughi per calamità, protezione temporanea,
lavoro stagionale, cooperazione con i paesi d'origine, reciprocità,
accoglienza, inserimento, integrazione, respingimento, espulsione,
rimpatrio". Tutti i concetti e le categorie forgiate in anni recenti per
capire e padroneggiare l'immigrazione, stabilendo regole e principi, fissando
priorità, armonizzando contrasti sembrano non reggere alla prova di continue
emergenze, non importa se si tratta di emergenze maturate altrove (Albania,
Kossovo, Kurdistan) o procurate da approssimazione o incuria delle nostre
amministrazioni. Ogni volta sembra di dover ricominciare da capo, ogni nuova
emergenza radicalizza emozioni e risposte. Simpatia e insofferenza tornano a
disputarsi la pubblica opinione mai così mutevole e pronta a sposare ora la
chiusura più rigida, domani un'imprevidente apertura. Le migrazioni sono il
lato umano della mondializzazione, di un mondo sempre più unito e sempre più
diseguale per indici demografici, economici, di sicurezza.
Le stime Onu parlano di 160 milioni di esseri umani che ogni anno emigrano,
legalmente o illegalmente. Centosessanta milioni: un continente in movimento, il
sesto continente, il più inquieto e il più carico di sofferenza e di speranza.
Le emigrazioni sono sempre una emergenza, l'emergenza non è l'eccezione, è la
regola, è la struttura dell'emigrazione anche quando riguarda le seconde o le
terze generazioni. Anche i diversi modelli storicamente perseguiti e praticati
dagli stati-nazione d'Europa - l'assimilation francese, il comunitarism
anglosassone (autonomia e separatezza delle etnie ospiti dall'etnia nazionale
ospitante) - non reggono l'usura del tempo, perdendo la nettezza della loro
ispirazione, si intrecciano e si confondono.
I tedeschi scrivono una nuova legge sulla cittadinanza ed abbandonano lo ius
sanguinis mentre i francesi appaiono un po' meno con-vinti dei risultati
dell'assimilation che sulla base dello ius solis doveva garantire (o imporre?) a
tutti, in quanto individui, con la naturalizzazione culturale l'iscrizione nei
droits universels. Ora governanti ed esperti sembrano ritrarsi dai grandi
disegni, dai principi incondizionati: portoricani ed haitiani di prima, seconda,
terza generazione si impadroniscono orgogliosamente del loro stato, dell'essere
born in USA e vivono la memoria di sé come sfida identitaria nel crogiuolo
americano. Potenza dei regimi liberal-democratici: nello spazio di due, tre
generazioni milioni di emigrati alla ricerca di pane, lavoro, sicurezza trovano
diritti e ritrovano la memoria, premessa dell'identità. Intanto i turchi e i
curdi di Germania (quasi tre milioni) dopo essere stati trattati per due
generazioni come lavoratori/ospiti (Gast-arbeiten) e cioè immigrati precari con
la valigia sempre pronta, si vedono dischiudere le porte della cittadinanza
tedesca e domani europea. Gli imprevisti, le emergenze, le incognite stringono
governi ed esperti a fornire risposte minime: trasmettere un nucleo di valori,
un minimo comune denominatore culturale. Non ci sono più eserciti e grandi
fabbriche tayloriste a forgiare nuovi cittadini, resta quasi solo la scuola ma
sempre più spesso si tratterà di una scuola bilingue. E il bilinguismo è
l'aspetto culturale della doppia nazionalità, di un'origine che non si vuole
più perdere e negare ( come quando si correggeva il proprio cognome) ma che
orgogliosamente si rivendica o si recupera mentre si appartiene al nuovo mondo.
Migrazioni e migranti cambiano, evolvono e propongono interrogativi nuovi e
soluzioni diverse. Diminuiscono i trasferimenti definitivi e mutano i piani di
vita. Velocità ed economicità dei trasporti possono aiutare a riformare i
termini del problema, specie se il movimento migratorio avviene tra paesi
vicini. È in questo movimentato e aggrovigliato contesto che l'Italia, terra di
recente immigrazione e di fragili strutture amministrative, cerca la sua strada.
Volendo imparare dall'esperienza e dai modelli di chi ha già percorso un lungo
tragitto, ci si imbatte nella loro usura e nel loro contraddittorio convivere.
L'integrazione dei nostri stranieri, un tempo concepita come fase di
"naturalizzazione" (singolare naturalizzazione il perdere la propria
identità per acquistarne un'altra) cui doveva seguire per l'interessato o per i
suoi figli la piena cittadinanza, muta di segno. Il modello lineare, logico,
virtuoso dall'accoglienza all'integrazione, alla naturalizzazione, alla
cittadinanza non scompare del tutto, ma è come se ogni capitolo di questa
narrazione diventasse un libro a sé stante. Tutti concordiamo sulla parità dei
diritti, sul non volere cittadini di serie A e di serie B, sul rifiuto delle
discriminazioni, sul lavoro, a scuola, negli spazi pubblici, nell'accesso alla
casa, alla giustizia. Sennonché l'esperienza della prossimità, della vicinanza
dello straniero, per molti italiani risulta tutt'altro che rassicurante. Il
milione e duecentomila extracomunitari che vive, lavora, paga le tasse in
condizioni difficili e in una incolpevole precarietà scompare alla nostra
vista, mentre restiamo abbagliati da mendicanti, lavavetri, venditori ambulanti
di merci contraffatte, giocattoli e cianfrusaglie ma poi anche da prostitute e
spacciatori non di rado sudditi e schiavi di giovani energumeni che praticano il
racket più feroce, che controllano e segnano fisicamente strade e territorio. E
ancora altri ne arrivano disperati su zattere e carrette e ti si buttano in
braccio. Sì, sono meritevoli di compassione, però se li lasci entrare i
problemi sociali aumenteranno, i boat people di oggi renderanno domani più
invivibili le nostre periferie, i nostri quartieri degradati, più pericolose le
falle delle nostre pubbliche amministrazioni costringendoci a ridistribuire
risorse sociali scarse su un numero più vasto di richiedenti. Questa non è una
visione, non sono fantasie, sono aspetti concreti e conseguenze reali
dell'immigrazione. Così come non sono fantasie le discriminazioni che si
replicano per la casa, per il lavoro, per la salute contro chi è meno difeso e
meno garantito. C'è discriminazione ogni volta che un essere umano è giudicato
non per ciò che merita individualmente ma in base al gruppo cui appartiene. Per
questi diritti sociali e diritti politici sono necessario antidoto della
discriminazione. La frontiera dell'integrazione oggi in Europa sta anche nel
riconoscimento del diritto di voto almeno in elezioni amministrative come già
avviene per tutti i cittadini di ciascuno dei paesi dell'unione. Principio
sacrosanto: no taxation without representation, poiché lavorano hanno
diritto di essere presenti nei sindacati, negli ordini professionali, nei
consigli scolastici, e poiché pagano le tasse hanno diritto ad essere
rappresentati almeno nelle assemblee locali.
27. Integrazione e discriminazione.
È un processo politico che richiede la crescita della
partecipazione politica degli immigrati, il formarsi di leaderships delle
comunità capaci di negoziare con i candidati sindaci gli interessi collettivi
delle loro costituencies. Bisogna dunque riconoscere il diritto di voto ai
nostri stranieri, anche se decidono di restare stranieri integrandosi nel nostro
paese. Ciò che giustifica la concessione del diritto di voto non è il fine
dell'assimilazione (se così fosse converrebbe aspettare il completa-mento del
processo di naturalizzazione e l'acquisizione della citta-dinanza). Il fatto è
che la coscienza democratica mal sopporta l'idea di cittadini - ancorché
stranieri - senza diritti, di cittadini senza cittadinanza. L'Italia è terra di
recente immigrazione. Gli allarmi sono dunque comprensibili ma utili solo se
servono a stimolare le pubbliche amministrazioni e a migliorare la convivenza.
Uno stato efficiente sa distinguere tra gli allarmi che nascono da fatti duri e
osti-nati e il sensazionalismo come forma mediatica moderna dell'arci-nota
demagogia.
Che l'Italia sia invasa da immigrati e clandestini non è un fatto, è un falso,
e dunque l'allarme è eccessivo. Però è vero che la nostra incapacità di
controllare le frontiere apre varchi preoccupanti Le emergenze a ripetizione dei
boat people dei Balcani, dal Magreb, dal Kurdistan, sono eventi prevedibili,
regola e struttura della mondializzazione cui deve saper far fronte uno stato
moderno con la stessa cura con cui si fronteggia l'inflazione o il debito.
Meglio, naturalmente, se riusciamo a condividere queste responsabilità con i
partners dell'Unione o, almeno di Schengen.
I dati ufficiali, i dati ISTAT, parlano di una popolazione di stranieri
extracomunitari, regolarmente residente in Italia che era di 950.000 nel 1991 a
un anno esatto dalla entrata in vigore della prima legge organica che consentì
la regolarizzazione a 250.000 immigrati presenti nel territorio nazionale. Nei
successivi otto anni di vigenza della stessa legge si è realizzato un saldo
positivo tra trasferimenti dall'Italia e nuovi ingressi pari a 135.000 unità,
per un totale complessivo di 1.085.000. Con l'entrata in vigore della legge
Turco-Napolitano, in due anni la popolazione immigrata è ascesa a 1.280.000.
Se ne potrebbe dedurre che la legge Turco-Napolitano favorisce o consente gli
ingressi regolari in una misura maggiore, della legge Martelli.
Così non è. L'incremento degli ingressi legali in realtà è frutto
principalmente della somma di sanatorie intervenute al momento del varo della
nuova legge e a successivi e confusi atti di Governo.
Poiché non riusciamo a controllare le frontiere i clandestini continuano a
entrare. Una parte di loro viene successivamente regolarizzata. Insieme a pochi
ingressi legali per lavoro e per ricongiungi-mento familiare sono proprio gli
ex-clandestini i nostri nuovi immigrati. È come dire che l'immigrazione subita
e illegale divora, assorbe l'immigrazione desiderata e legale. Con buona pace di
ogni politica delle quote. Anche le stime - del tutto approssimative - dei
clandestini non mutano: erano stimati 250.000 nel 1991, sono stimati 250.000 nel
1998.
Allora, tutto bene? No. Il fatto che non siamo invasi non significa che vada
tutto bene. Anzi, poche cose davvero hanno funzionato in questi anni, salvo
l'accoglienza diffusa da tanti privati e da alcune strutture e funzionari
pubblici, e l'azione di tante agenzie di volontariato, a cominciare dalla Chiesa
per finire a "Opera".
Vi è stata in questi anni una certa continuità e coerenza
nella legislazione e nella politica per l'immigrazione ma più a parole che nei
fatti, e troppo lenta e farraginosa e contraddittoria è stata la realizzazione
degli strumenti (pensiamo ai sette anni intercorsi tra l'adesione e la
partecipazione a Schengen stante il ritardo informatico dei nostri uffici di
frontiera o anche al tema dell'identificazione tramite impronte digitali, misura
anch'essa già sostanzialmente prevista dagli accordi di Schengen firmati dal
Governo italiano grazie alla legge Martelli nel 1991).
Restano tutti i problemi: dai precari, insufficienti centri di accoglienza alla
guardia costiera che non c'è, dalla formazione delle forze di polizia
all'annientamento dei circuiti criminali, dalle discriminazioni giudiziarie a
quelle sanitarie e scolastiche, fino al diritto di asilo, di voto, fino alla
cittadinanza. Resta una presenza troppo ampia, troppo oscura di irregolari,
illegali e clandestini, base potenziale di massa, di schiavitù diverse e di
reticoli criminali. Se, indipendentemente dalla concessione di permessi, le
sanatorie centrassero l'obiettivo di fare emergere alla luce del sole e dei
nostri uffici tutta o gran parte di quest'area oscura, avremmo fatto un passo
avanti. Sapremmo chi è divenuto irregolare magari per errore o magari perché
ha perso il lavoro o ha terminato gli studi e chi è entrato illegalmente ma poi
ha cercato di mettersi in regola. Come chiamare ancora clandestini i tanti che
in questi anni si sono presentati alle nostre questure sventolando passaporti,
documenti, contratti d'affitto e di lavoro?
E se via via con le successive sanatorie una parte degli irregolari si
regolarizza, come mai il numero complessivo non lievita in proporzione mentre la
cifra dei clandestini non scema?
Penso che una parte della risposta stia nel carattere della nostra immigrazione
che è recente nel tempo e precaria nella durata. Insomma tra i nostri stranieri
c'è un grande turn-over, un ricambio continuo e massiccio come si evince da
questo dato: solo 270.000 immigrati sono in possesso del requisito essenziale -
cinque anni di soggiorno continuativo in Italia - necessario per ottenere un
permesso stabile. Sono gli stessi che domani avrebbero diritto al voto
amministrativo e alla cittadinanza italiana. Davvero pochi, troppo pochi, uno
ogni tre stranieri, anche se la popolazione è destinata a mutare grazie ai
ricongiungimenti familiari e al crescere della generazione dei bambini immigrati
nati in Italia.
28. Nazionalità e cittadinanza.
Non sappiamo quando né se avremo una nuova Costituzione, ma
una buona legge sulla cittadinanza sarebbe la migliore prefazione alla nuova
Costituzione. Una nuova legge è necessaria e opportuna. Quella vigente è
ispirata dal criterio di sanare situazioni pregresse soprattutto connesse ai
nostri emigranti e ai loro figli e non innova rispetto a un troppo lungo passato
in cui la chiusura protezionistica della nazionalità era in tutto rispondente
all'incondizionata affermazione del diritto di sangue.
Il diritto di sangue sembra un'evidenza inconfutabile. Sei italiano o francese o
inglese o russo o americano se sei nato da genitori che tali sono e magari da
nonni e lunghe file di avi forse intervallate da qualche innesto diverso.
Rispetto allo ius sanguinis l'affermazione perentoria di Napoleone I Console
tagliò corto con un colpo di spada ogni esitazione: "E' francese chiunque
sia nato sul suolo di Francia". Una vera rivoluzione rispetto alla
concezione dell'ancien règime, un'ispirazione fresca per una nazione nuova come
la Francia repubblicana, come l'America della Dichiarazione di indi pendenza e
della Costituzione - per la quale è cittadino chiunque sia born in USA.
Nell'ottocento e nel novecento la rottura tra sanguinis e soli apparentemente si
ricompone in una sintesi più alta, una sorta di union sacré, che di fatto
integra e supera le nozioni legate al sangue e al suolo. E' l'idea di
nazione-stato; territorio e cultura, esercito e comunità organica, spazio e
ordinamento giuridico. La nazionalità sembra inverare, dare un corpo alla
cittadinanza, fondere ius sanguinis e ius solis.
La sintesi del resto non è ardita. Se sei dello stesso sangue da generazioni,
molto probabilmente dipende dal fatto che i tuoi ascendenti dimoravano da tempo
nello stesso suolo in cui sei nato. Le grandi nazioni europee con la loro storia
coloniale, e cioè con il dominio su popoli e mondi lontani e diversi, hanno
creato nuove categorie di cittadini (ex coloni, ex sudditi, figli di matrimoni
misti), e gradualmente hanno riavvicinato la nazionalità all'idea più ampia e
rifondante, l'idea di cittadinanza. Così recuperando una nozione che era nota
ad Atene e ad altre città greche che elaborarono un modello di convivenza
democratica, la convivenza tra pari, tra uomini liberi e socievoli e definirono
i cerchi dell'inclusione dell'esclusione relativa a stranieri, meticci, liberti,
schiavi. La nostra coscienza giudaico-cristiano-liberale e socialista ci fa
divieto di codificare le disuguaglianze. Ma le disuguaglianze vivono anche senza
codici e noi possiamo ben vedere i cerchi concentrici dell'inclusione e
dell'esclusione anche nelle nostre società contemporanee.
L'idea di cittadinanza sorge proprio per colmare al di là
delle differenze, in un comune ideale, in un comune interesse, in regole,
possibilità e procedure quanti condividono l'esistenza in un determinato luogo.
In questo senso, nel senso del legame tra cittadinanza e territorio anche
indipendentemente dai legami di sangue, dovrebbe essere fatto valere un diverso
e più ampio ius solis non legato soltanto alla nascita di un bambino ma alla
scelta di un adulto. Il diritto a scegliere la propria cittadinanza non dovrebbe
mai essere precluso e di fatto non lo è in assoluto anche se ovviamente ci sono
barriere pratiche insormontabili a che un alluvionato del Bangladesh possa
eleggere la sua residenza a Davos. La nazionalità appartiene alla lotteria
della vita, di chi sei figlio, dove nasci. La cittadinanza può essere una
scelta, di più: può essere un progetto da condividere. La nazionalità si
riconosce, la cittadinanza si conosce; con l'avvertenza che la nazionalità,
come appartenenza a una comunità ereditaria, riguarda la grande maggioranza
degli umani anche se è destinato a crescere il numero degli individui che
vorranno legittimamente discutere il loro contratto di cittadinanza, potendolo
correggere, sospendere, rinnovare. Naturalmente nasciamo in comunità e nazioni
disegnate dalla storia e dall'ambiente ma nessuno ci può negare la libertà di
scegliere, di cambiare, anche di uscire dalla nostra comunità spezzando vincoli
"naturali".
Bisogna che il diritto di cambiare cittadinanza sia garantito
per i singoli come per le minoranze. Dove sussistano le giustificazioni bisogna
che sia garantito anche il diritto alla doppia nazionalità. Saranno sempre più
numerosi, in futuro, le donne e gli uomini che per motivi familiari o per
ragioni professionali, per scelta o per necessità, legheranno se stessi e le
loro famiglie e il circuito delle loro relazioni a città diverse in nazioni
diverse, anche se non saranno di più di coloro che continueranno ad essere
un'unica patria pur abitando nazioni diverse, anche se non saranno di più di
coloro che continueranno a preferire una patria spesso più piccola della stessa
patria nazionale. La differenza tra nazionalità e cittadinanza è tutta qui: la
nazionalità si riceve, è questione di sangue, di suolo, di tradizioni. La
cittadinanza si può scegliere, riguarda un luogo unico e molteplice, riguarda
gli individui, le loro libertà e i loro diritti, i mercati, i tribunali,
eventualmente i templi.
È pure un segno dei tempi che l'espressione "cittadinanza" spesso
assorba e sussuma confondendosi in essa l'espressione "nazionalità".
La cittadinanza in effetti appare sempre più non solo il passato ma anche il
futuro della nazionalità. La nazionalità si definirà su un piano storico e
sul piano della reciprocità tra comunità organizzate in stati. Ma sarà il
modello di cittadinanza a prevalere se saprà via via colmare i limiti e le
contraddizioni anche democratiche del modello statuale nazionale di fronte alla
modernizzazione. In fondo potrebbe essere questa la possibilità, il fattore
umano della globalizzazione che tanta angoscia suscita in Francia ed altrove: il
divenire mondo del mondo, il diventare cittadini responsabili del pianeta da
parte dei sei miliardi di esseri umani.
29. La cittadinanza europea.
A causa delle differenze tra i quindici paesi membri per ciò
che riguarda le rispettive leggi sulla nazionalità, Maastricht rischia di
creare diseguglianze assurde. Come è noto il trattato riafferma che le
politiche di nazionalità continueranno ad essere materia in cui si afferma la
piena sovranità di ogni stato membro.
Può essere solo questa la cittadinanza europea? Perché non pensare anche ad
una cittadinanza europea anche in assenza di una naziona-lità?
A guardar bene è davvero bizzarro che esistano istituzioni sopranazionali ma
non il diritto del singolo cittadino alla sopranazionalità europea, all'essere
semplicemente cittadino dell'Unione.
I saggi che hanno elaborato la Carta e quanti ne hanno condiviso e valorizzato
il lavoro e gli esiti hanno ragionato "supponendo" la cittadinanza
europea e dotandola di un corredo di diritti fondamentali.
Essi non si sono chiesti chi è cittadino in Europa, si sono invece premurati di
attribuirgli una dote di diritti. Ne emerge un cittadino senza terra e senza
storia intellettualizzato e sradicato, ridotto o elevato a una media europea,
oggetto di attenzioni, di obblighi e di divieti. A ben guardare il protagonista
della Carta non sono i cittadini ma le istituzioni e le amministrazioni europee
esistenti nei loro compiti normativi. Seguendo impulsi non di rado contingenti e
nel compromesso tra indirizzi culturali divergenti ed obsoleti si sono abbattuti
confini tra le nazioni e cancellate memorie senza considerare che abbattere un
confine significa crearne uno nuovo e che trascurare il passato genera un
ingannevole vuoto.
A Nizza si sono riprodotte datate divisioni ideologiche e culturali e l'accordo
è stato raggiunto su giustapposizioni fittizie non sempre progressive. Il
diritto al lavoro sancito da alcune Costituzioni nazionali è stato mortificato
in un vago e passivo "diritto a lavorare". I popolari hanno accettato
che il fondamento cristiano e di libertà delle culture nazionali europee
venisse declassato a generico "patrimonio spirituale e morale" senza
menzione delle religioni. I socialisti si sono arrabattati per fissare i diritti
sociali accanto, ma dopo, quelli personali e di libertà.
Il tentativo di fondare sulla natura umana, così come l'evoluzione l'ha
forgiata e la scienza l'ha svelata, ad un tempo la propensione socievole, il
diritto alla società e la vocazione individualistica, il diritto alla libertà
è stato respinto, mentre si è preteso normare su terreni appena dischiusi
dall'innovazione scientifica più recente quali le biotecnologie, la
sperimentazione sugli embrioni e la clonazione. Anche solo per una ragione
democratica la nozione di una cittadinanza europea è necessaria per rafforzare
i controlli dei cittadini dell'Unione sugli organismi comunitari quasi
impossibili alle cittadinanze locali, filtrati da Parlamenti e Governi
nazionali.
Certo ci vorrà tempo, ma la cittadinanza europea mi pare il più grande e
impegnativo e generoso scenario del nostro futuro. Quante riunioni, quanti
incontri, quante energie sono state dedicate al varo prima del serpente poi del
sistema monetario poi della moneta unica lungo più di vent'anni?
A nostro avviso la Carta dei diritti fondamentali adottata
dal Parlamento e dal Consiglio Europeo di Nizza alla fine dell'anno 2000 non è
base adeguata per definire la cittadinanza europea e non lo è dal punto di
vista della procedura perché non sono stati ascoltati i popoli europei, né
prima né dopo il suo varo, e i Parlamenti - non tutti - sono stati sentiti
soltanto dopo, e perché non sono risolti i rapporti di questo modesto documento
con i Trattati storici dell'Unione Europea e con la Convenzione europea dei
diritti dell'uomo e ancora si trascura di dire anche da parte dei più zelanti
apologeti e delle incalzanti avanguardie, quali diritti tuteleranno le Corti
europee di Strasburgo e del Lussemburgo: quelli ormai con-suetudinari stabiliti
dalla Convenzione o quelli "in fieri" della Carta fondamentale? Non si
tratta di differenze da poco a partire da quella di ispirazione culturale e
logica: la Convenzione risponde a un modello di dichiarazione universale dei
diritti e pragmaticamente ne dispone l'applicazione in territorio europeo.
Viceversa la Carta priva di una fonte legislativa appropriata media tra approcci
ideologici diversi, perimetra l'universalità dei diritti introducendo l'idea di
uno standard europeo, ed è, al momento, inoperante: un diritto senza tribunali.
E questo è il primo errore. Il secondo è che una Carta dei diritti può essere
europea nell'applicazione come nelle fonti, ma deve essere universale nei suoi
principi, tale cioè che qualunque uomo libero in qualunque parte del mondo
possa idealmente sentirla propria, riconoscersi in essa e riconoscervi lo
spirito europeo.
Quanti propugnano il rapido passaggio, sulla base di questa
carta, a una Costituzione europea senza nemmeno più interrogarsi su cos'è e
cosa sarà l'Unione anche dal punto di vista geopolitico e quali saranno le
priorità temporali tra le varie agende mostrano un singolare tipo di
patriottismo europeo. Sembrano ispirati dal modello del desolato secondo
dopoguerra: tedesco. Macchiati dalla colpa dell'olocausto i tedeschi, in luogo
del patriottismo nazionale scelsero il patriottismo costituzionale. I
neo-costituzionalisti europei sembrano non essersi accorti che mezzo secolo è
trascorso e che oggi un patriottismo costituzionale europeo si intreccia
strettamente con la vittoria della riunificazione tedesca, ingigantita e non
bilanciata dal passaggio dal marco all'euro, dal riconoscimento anche numerico
del primato tedesco nel cuore del comando europeo, con l'esaltazione del ruolo
geopolitico ed economico della Germania nell'allargamento ad Est.
I rischi di uno sbilanciamento tedesco, se non di uno strapotere, sono già
presenti nella standardizzazione, nel prevalere di criteri, di numeri e
percentuali di PIL come di popolazione, che favoriscono inevitabilmente il più
forte, che configurano pesi, ruoli e influenze e quindi determinano l'evoluzione
dell'Unione Europea.
Cittadinanza, nazionalità, libertà, diritti, responsabilità, identità
collettive,
relazioni inter-etniche sono questioni più delicate della moneta e
dell'economia. Gli errori della politica economica sono
rilevati in fretta da indicatori come la crescita dell'inflazione, dai tassi di
disoccupazione, e dai parametri del debito pubblico. Gli errori nelle politiche
di immigrazione, cittadinanza, identità collettive si rivelano nel tempo molto
più tardi e si pagano in termini di costi umani e sociali incalcolabili.
Una volta adottata la Carta, i quindici paesi dell'Unione devono riflettere con
la priorità necessaria e la prudenza che merita sul tema di come mettere in
pratica il grande ideale della cittadinanza europea sottolineando le somiglianze
tra le legislazioni vigenti e imparando dalle differenze, da un passato denso di
storia, di errori, di abbagli ma anche di ricchezza e creatività culturali
impareggiabili non riducibile all'idea di allargare il patriottismo
costituzionale tedesco al patriottismo costituzionale europeo.
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