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Da: Un giovane "bertinottiano"
Categoria: Altri Socialisti
Date: 11/24/2006
Time: 11:18:57 AM
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Fiera di Roma sabato 11 novembre 2006 - L'intervento di Cesare Salvi Care compagne e cari compagni, noi vogliamo chiarezza sul futuro della sinistra in Italia. Non è più tempo di infingimenti, di confusioni, di giochi di parole. Ai compagni D'Alema e Fassino, presidente e segretario del nostro partito, rivolgiamo due domande semplici alle quali chiediamo due risposte altrettanto semplici perché gli iscritti ai Ds nel prossimo congresso possano pronunciarsi, con piena consapevolezza, sulla decisione che saranno chiamati a prendere. Due domande alle quali si può e deve rispondere nel modo più chiaro, e cioè con un sì oppure con un no. Come dice la Bibbia, la vostra parola sia sì, sì, no, no: il resto è del demonio. La prima domanda è questa: il prossimo congresso sarà oppure no l'ultimo congresso dei Ds? Il compagno Fassino di recente ha chiesto di non usare le parole "scioglimento dei Ds". Non le userò se queste parole lo irritano. Ma la domanda rimane. Se il congresso è chiamato a dare via libera alla confluenza dei Ds con la Margherita in un nuovo partito, è chiaro che dopo il prossimo congresso non ci saranno più i Ds, ma un altro partito. E quindi il prossimo sarà l'ultimo congresso dei Ds. Quello dopo, sarà il Congresso di un altro partito. Un partito non più di sinistra. E non ci rispondano che l'Ulivo esiste da dieci anni. Perché l'Ulivo è stata un'altra cosa: una grande alleanza nella quale confluivano tutti i partiti del centrosinistra, tranne Rifondazione, nella quale i Ds erano presenti con la propria identità di forza socialista e di sinistra. La seconda domanda è anch'essa molto semplice: il nuovo partito che si vuole costituire, questo partito democratico che viene proposto, aderirà o no al socialismo europeo? Anche qui le formule oscure del politichese vanno abbandonate. Cari compagni Fassino e D'Alema, dovete dare una risposta chiara a questa domanda: il nuovo partito che volete fare sarà o no parte del socialismo europeo e dell'Internazionale socialista? O sì o no, non c'è via di mezzo. Romano Prodi e Francesco Rutelli la risposta l'hanno già data. Nel recente incontro con la socialdemocrazia tedesca, Prodi ha risposto di no, e lo ha ribadito in una successiva intervista a un settimanale francese. Nel dubbio che non avessimo capito, Francesco Rutelli lo ha ripetuto ieri. Cito testualmente. Aperte le virgolette: Il partito democratico non entrerà assolutamente nell'Internazionale socialista e nel Partito del socialismo europeo. Chiuse le virgolette. Noi abbiamo sentito. Fassino e D'Alema, avete sentito anche voi? Franco Marini e Pierluigi Castagnetti, lo ripetono in tutte le salse. Io rispetto la loro posizione e la loro chiarezza. Non rispetto invece le posizioni di quelli che fanno confusione, che parlano di collaborazione, o addirittura che dicono che si deciderà dopo. No, abbiamo tutti il diritto di saperlo prima. Il compagno Martin Schultz, presidente del gruppo socialista al parlamento europeo, ha ribadito l'altro giorno con chiarezza che per aderire al socialismo europeo basta, ma serve, sottoscriverne la tavola dei valori. Quella che Rutelli ha chiamato sprezzantemente "un formulario". Poul Rasmussen, Presidente del partito del socialismo europeo, ha detto: «I socialisti europei non cambieranno né il nome né la ragione sociale. Su questo non ci sono dubbi. E se nasce il Partito democratico, il Pse è pronto ad aprire un rapporto di collaborazione, niente di più.» Noi abbiamo sentito. Fassino e D'Alema, avete sentito anche voi? L'idea di un partito democratico a livello europeo semplicemente non esiste, è un imbroglio. E allora? Non è più tempo di ambiguità. Ora e subito la questione va sciolta. Il balbettio del gruppo dirigente a questo proposito è inaccettabile. La verità è che non sanno che dire perché conoscono la realtà del socialismo europeo: una grande forza, nella quale convivono e discutono posizioni più moderate e altre più radicali, ma nella quale nessuno si sogna di mettere in discussione una storia, un'identità, una presenza, una capacità di governo, una prospettiva futura che è l'impegno a sinistra e per il socialismo. Davvero qualcuno crede che i socialdemocratici svedesi o tedeschi, i socialisti francesi, i laburisti che stanno per cambiare la loro leadership, il partito socialista operaio spagnolo di Zapatero, si faranno convincere che il loro futuro è non nel continuare le battaglie socialiste, ma nel fondersi con i democristiani e i centristi locali? Glielo vada a spiegare Francesco Rutelli, nuovo teorico della morte del socialismo. Rutelli pensa forse di essere innovativo e moderno, mentre non è che il nipotino di quei liberali che la morte del socialismo l'avevano già proclamata cento anni fa. Tutto ciò non è vero, non è realistico, non è serio. Gli ipotizzati futuri consoci della Margherita lo hanno detto con chiarezza. I nostri compagni europei altrettanto. La verità è che dal nome e dal simbolo dell'ipotizzato nuovo partito non sparirà solo la quercia, spariranno anche la parola sinistra e il riferimento al socialismo europeo. In nome di che cosa andrebbe compiuto questo sacrificio? Si dice: per costruire il baricentro, il motore, il timone riformista del governo. L'esperienza di questi mesi e di questi giorni ci dice invece che purtroppo è vero quello che da tempo avevamo segnalato: il progetto del partito democratico è ragione di destabilizzazione, confusione, pericolo per il governo. Determina conflittualità tra i due maggiori partiti, che pure dispongono complessivamente di più dell'80 per cento dei numerosi posti di ministro e sottosegretario. Si accentua la rincorsa tra chi è più liberista, più amico di Confindustria, più ansioso di tagliare le pensioni. Nella Margherita si rafforza la spinta clericale e reazionaria. Non ho detto cristiana e cattolica perché da tempo questa non è e non deve tornare ad essere una discriminante politica. Abbiamo tanti cristiani nel nostro partito, così come ce ne sono tanti nei grandi partiti del socialismo europeo: e nessuno di loro, né Jacques Delors né l'ex primo ministro portoghese Antonio Guterres che hanno dichiarato a testa alta la loro fede religiosa, ha mai chiesto per questo di non essere più socialista. Parlo di un altro tema: la laicità dello Stato. Trovo scandaloso che l'altro giorno nella commissione affari sociali di Montecitorio, due parlamentari della Margherita hanno condiviso l'indegna protesta dei deputati della destra che contestavano l'audizione dei rappresentati della Lega italiana famiglie di fatto. Non volevano nemmeno che fossero ascoltati. Quella Lega delle famiglie di fatto della quale è dirigente Adele Parrillo, la compagna del regista Stefano Rolla, morto a Nassiriya. A lei lo Stato italiano vietò di partecipare alla commemorazione del marito massacrato dai terroristi perché non era sposata. Non si volle nemmeno ascoltare il suo punto di vista. Altro che PACS! Altro che unioni civili! Certo con i democristiani della Margherita bisogna governare e trovare punti di incontro sull'azione di governo. Ma ci sono temi come i diritti civili, le coppie di fatto, i diritti degli omosessuali, il diritto della Repubblica italiana di darsi leggi civili come tutti i paesi europei senza obbedire, pur rispettandole, alle prescrizioni della Chiesa. La laicità dello Stato e il riconoscimento di questi diritti è fattore costitutivo dell'identità di un partito: essere socialisti europei, essere di sinistra, vuol dire anche questo. Di fronte all'offensiva della Chiesa italiana, che non è più quella del Concilio, è proprio l'idea del partito unico che accentua la volontà in settori rilevanti della Margherita di marcare un'identità clericale e reazionaria. Aumentano quindi le tensioni, i contrasti, la competizione all'interno dell'ipotizzato futuro partito democratico, con i riflessi negativi sul governo e sull'intera coalizione. E ciò proprio nel momento in cui la massima compattezza, la massima coesione sarebbero necessarie, di fronte alle difficoltà che il nostro governo sta incontrando. Difficoltà che non vengono da ieri. Non è solo il voto del Molise, che pure è un segnale da non sottovalutare. E a proposito del quale voglio qui rivolgere un saluto affettuoso al nostro compagno Michele Petraroja, di gran lunga il più votato fra gli eletti dei Ds, premiato dopo una campagna elettorale condotta senza mezzi economici e senza sprechi, premiato per la sua battaglia in nome del lavoro e della legalità: due parole che troppe volte il nostro partito ha mostrato di avere dimenticato, in particolare nel Mezzogiorno. Due parole, lavoro e legalità, che dobbiamo invece rimettere al centro dell'iniziativa della sinistra nel Sud per cambiare il sistema, per essere vicini alle donne e agli uomini che combattono lo strapotere della mafia, della camorra e della 'ndrangheta, con grande coraggio civile. Loro sanno che solo se si cambia, e si cambia davvero, solo se si offre ai cittadini del Sud la speranza di un futuro diverso, un futuro di lavoro e di legalità, sarà possibile debellare la maledizione del Mezzogiorno. Dove non basta essere al governo, bisogna essere al governo per lottare e per cambiare, nella società e nel modo di fare politica e non per riproporre metodi, mentalità e clientele della prima Repubblica. Le difficoltà maggiori del centrosinistra nel suo rapporto con il paese risiedono proprio nell'incapacità di delineare fino in fondo una risposta diversa nel modo di fare politica e nell'azione di governo. Difficoltà che si sono mostrate già nel momento del voto politico con un risultato risicato, sulle cui cause non abbiamo mai discusso nel nostro partito. Mi vengono i brividi a pensare che per soli 25 mila voti non abbiamo ancora Berlusconi al governo. Mi vengono i brividi a pensare che corriamo ancora seri rischi, se non sapremo migliorare. Il partito democratico, l'ho detto e lo ripeto, è un fattore di disturbo e di danno, non di soluzione dei problemi di governo. Citerò ancora una volta il compagno Martin Schultz, colui che Berlusconi definì un kapò, ma che a me pare un dirigente saggio e autorevole della nostra forza, socialista. L'altro giorno, interrogato sul partito democratico, Schultz ha detto: «Ma non avete altro di cui occuparvi voi italiani che del partito democratico? A me pare che abbiate ben altro cui pensare, la finanziaria, le tasse, Napoli». Anche questa domanda va girata alla segreteria del partito. Ma, si dice, i Ds prendono alle elezioni troppi pochi voti per poter svolgere la funzione che nel resto d'Europa è svolta dai partiti socialisti e socialdemocratici. Certo, è vero, ed è per questa ragione che da anni molti di noi hanno chiesto un cambiamento di linea politica perché i voti li abbiamo persi non per qualche maledizione della storia, ma per linee politiche sbagliate da parte di chi ha guidato il partito nell'ultimo decennio. Nel 1996 i Ds, alla Camera, ebbero quasi otto milioni di voti, pari al 21,1 per cento, furono il primo partito. Poi è cominciato il declino, fino al modesto 17 per cento della primavera scorsa. Per questo noi non chiediamo che i Ds restino come sono. Noi proponiamo un grande rinnovamento di linea politica, di prospettiva, di gruppi dirigenti. Perché i voti sono stati persi per ragioni precise, sono stati persi perché non si è stati abbastanza vicini ai lavoratori, ai giovani, ai pensionati, a quelle migliaia di precari che hanno manifestato a Roma l'altro giorno, alle famiglie che non arrivano alla fine del mese. Perché si è continuamente rimessa in discussione l'identità del partito. I voti sono stati persi perché non si è dato ai cittadini il segnale di un modo diverso di fare politica, basato sulla partecipazione, sulla democrazia, sulla trasparenza e non su logiche personalistiche e oligarchiche. Perché troppo spesso si sono adottate le stesse abitudini, gli stessi sprechi, gli stessi criteri di sperpero di pubblico denaro che sono consueti alle classi dirigenti del nostro paese. Perché non si è stati chiari nei rapporti tra affari e politica. A quei politici cui piacciono tanto i sondaggi, che addirittura li usano per misurare i consensi degli iscritti prima e senza sentirli direttamente, vorrei ricordare quel sondaggio dell'anno scorso nel quale si diceva che la questione Unipol aveva fatto calare di un milione di voti il consenso ai Ds. Purtroppo quel sondaggio era fondato, come si è visto alle elezioni. In un paese normale, per usare un'espressione che un tempo piaceva al compagno D'Alema, quando un partito va male si cambiano linea politica e dirigenti. Li si manda a casa. Da noi invece quegli stessi dirigenti vogliono mandare a casa il proprio partito. Come diceva Bertold Brecht, se il popolo non è d'accordo con il partito sciogliamo il popolo. Noi vogliamo continuare ad essere socialisti e di sinistra. Per favore, dico al compagno Reichlin, che vedo con piacere qui con noi, e dico al compagno D'Alema, non citate Gramsci e non citate Berlinguer. Lasciamo questi grandi italiani riposare in pace. Dirò solo questo a riguardo: in un libro del nostro segretario, qualche tempo fa, si disse che Berlinguer era il perdente e Craxi il vincitore. Adesso ci si viene a dire che a Berlinguer sarebbe piaciuto il partito democratico. Per favore lasciate perdere. Non fateci diventare cattivi. Non accettiamo tutto ciò. Non ci rassegniamo, non chiniamo il capo. Troppo grande la posta in gioco. Non accettiamo l'idea che in Italia, dopo quella che fu definita l'anomalia che il maggior partito di sinistra fosse un partito comunista, vi debba essere l'anomalia dell'unico paese europeo senza una grande forza socialista e di sinistra. Anzi, non dell'unico: in Europa, mi pare che solo in Russia sia così. Siamo nostalgici? Sì e no. Siamo nostalgici di un passato quando la politica appassionava milioni di persone ed era basata su grandi ideali, vedeva la partecipazione diretta di gran parte dei cittadini italiani. Non siamo nostalgici invece delle vecchie ideologie e delle vecchie proposte. Ma proprio perché guardiamo all'oggi e al domani diciamo che per il presente e per il futuro serve in Italia una grande forza socialista e di sinistra. Abbiamo provato a dirlo in una bozza di manifesto che sottoponiamo alla discussione tra voi, compagne e compagni, che così numerosi siete venuti a manifestare la vostra passione politica e la vostra voglia di battervi. Che sottoponiamo a tutti i Ds, a tutta la sinistra italiana, ai lavoratori, ai giovani, al mondo della cultura, per discuterne insieme, perché il risultato finale derivi da una grande discussione nel paese. Abbiamo anche noi i nostri professori, forse anche più bravi di quelli di Orvieto. Ma il nostro manifesto vogliamo che cresca nel confronto e nella discussione e nel dibattito del Paese. Altri documenti sono stati elaborati: cito in particolare quello pubblicato l'altro giorno da l'Unità, a cura dell'Associazione per il Rinnovamento della sinistra, presieduta dal compagno Aldo Tortorella , che ringrazio per la sua presenza oggi con noi. Vogliamo ribadire e rilanciare le ragioni per le quali oggi serve, per l'Italia, per l'Europa, per il mondo, una grande forza socialista e di sinistra. Serve perché la globalizzazione neoliberista accresce il divario tra ricchi e poveri nel mondo e anche nelle nostre società cosiddette del benessere. Il mercato è indispensabile perché l'economia sia efficiente, ma il mercato non può essere il vitello d'oro al quale sacrificare i valori della persona umana. Noi non partiamo dal mercato, ma dalle donne e dagli uomini in carne ed ossa, dai loro bisogni, dalle loro aspirazioni. Serve la sinistra per un nuovo umanesimo che si ponga il tema della libertà, a partire dalla libertà dal bisogno, di tutta l'umanità e della persona umana nella sua integralità. Serve per la pace, in un mondo sempre più dilaniato dai conflitti. La sconfitta di Bush alla recenti elezioni americane è un grande fatto positivo, al quale ha contribuito il movimento per la pace sviluppatosi in tante parti del paese. Aveva ragione quel movimento, avevamo ragione noi quando vi aderimmo fin dall'inizio, individuando nella politica del governo Bush un grande pericolo per il pianeta intero. Ripetiamolo oggi l'articolo 11 della nostra Costituzione: l'Italia ripudia la guerra. Serve la sinistra perché più che mai attuale oggi, nel mondo e in Italia, è quel tema dell'emancipazione dei lavoratori e del lavoro che i nostri antichi, più di un secolo fa, posero alla base della fondazione di un autonomo movimento politico socialista. Non è vero che non ha più senso parlare di lavoratori. La globalizzazione si fonda sul più grande esercito industriale di riserva che il mondo abbia conosciuto, per usare una categoria attualissima - come ci spiegano autorevoli studiosi contemporanei - elaborata da Carlo Marx, se è ancora lecito nominarlo. Ed è da quella parte che la sinistra e il socialismo devono stare: dalla parte dei lavoratori, dei precari, dei tanti che non hanno né lavoro né diritti. Certo sappiamo da quando eravamo ragazzini che poi bisogna andare oltre, costruire un ampio blocco sociale per governare e cambiare le cose nel concreto. Ma per chi vuole cambiare davvero è dal lavoro che occorre partire. Dal valore sociale del lavoro, che questi anni di sfrenato liberismo sembrano aver sostituito con il valore della ricchezza e del successo individuale. Ci ammonirono i Padri costituenti. Quando scrissero la nostra carta costituzionale, quella Costituzione che gli italiani hanno salvato con il grande successo del referendum del giugno scorso, la aprirono proclamando: «L'Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro». E' troppo chiedere un grande partito di sinistra, fondato sul lavoro? Essere nel socialismo europeo, cioè nella forza politica che in Europa si organizza per far valere le ragioni della sinistra, significa anche sapere che il campo nel quale realizzare questi obiettivi è oggi l'Europa. Dopo la sconfitta di un trattato costituzionale europeo costruito all'insegna del monetarismo e del liberismo, dopo l'imminente cambio di guida del governo laburista, che aveva purtroppo diviso l'Europa sulla questione decisiva della guerra in Iraq, dopo tutto ciò è all'Europa socialista che bisogna guardare. All'Europa socialista, perché il modello sociale europeo, costituito nel nostro continente dalle forze di sinistra, sia difeso e rilanciato e rappresenti per il mondo l'esempio di una società e di un'economia dal volto umano, di una democrazia basata sui diritti sociali non meno che su quelli politici e di libertà. Un'Europa protagonista di una politica di pace: quella politica di pace che il nostro continente ha saputo costruire al suo interno nel secolo scorso, dopo due terribili guerre civili e dopo la barbara dittatura nazifascista, e che proprio per questo l'Europa può proporre all'intero pianeta. Ci siamo e ci saremo. Tutti insieme, con il nostro no al partito democratico, con il nostro sì a costruire, a partire dai Ds, superando le vecchie divisioni che nell'ultimo decennio del secolo scorso hanno lacerato la sinistra socialista come quella comunista, a costruire insieme una grande e unitaria forza di cambiamento. Per dare all'Italia quel soggetto politico, coerente con la parte migliore della sua storia, e che è presente nelle forze di cambiamento dell'Europa e del mondo. Una grande e unitaria forza socialista, che si batta per gli antichi ma sempre attuali ideali della pace, della democrazia, del lavoro.