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Moriremo tutti indiani o cinesi.......Meditare

Da: Un libertario
Categoria: Altri Socialisti
Date: 11/29/2006
Time: 10:24:32 PM
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da La Stampa del 29 novembre 2006, pag. 21 di Marco Zatterin. Forse non tutti sanno che un'operazione chirurgica a Nuova Delhi costa in media il 5 per cento di quanto si paga nei grandi e sviluppati Paesi dell'Occidente. E che, attirati dai saldi ambulatoriali, lo scorso anno 150 mila fra europei e americani sono volati in India per sottoporsi con successo, e a quanto pare con soddisfazione, a interventi che vanno dalla liposuzione all'operazione a cuore aperto. Non a caso, le compagnie assicurative britanniche, leste a capire come gira il mondo degli affari, si preparano a proporre polizze che prevedono il ricovero in ospedali indiani, con viaggio, soggiorno e trattamento chirurgico compresi. Un dottore di Bombay curerà i nostri organi vitali e ci rimetterà in sesto a prezzi scontati. Col tempo ci abitueremo anche a questo. Del resto, ormai è chiaro, nel 2050 saremo tutti indiani. O, in alternativa, cinesi. Tutti orientali... Dati alla mano, l'ex presidente della Banca Mondiale James Wolfensohn sostiene che difficilmente ci sarà scampo: «Saremo dominati». Entro 25 anni le economie di Cina e India, insieme, peseranno più degli Otto Grandi. Di qui alla metà del secolo, i due Paesi asiatici moltiplicheranno il prodotto interno lordo di 22 volte; le cigolanti ex locomotive euroatlantiche cresceranno appena di due volte e mezzo. «Forse», precisa il 73enne australiano naturalizzato americano. Perché l'Occidente «non sta investendo abbastanza per predisporre le nuove leve a cavalcare il cambiamento». L'impero di Chindia, termine coniato dall'economista indiano Jairam Ramesh per dare un senso allo strapotere congiunto del Dragone e dell'Elefante, si fonda su dinamismo, flessibilità e su una lungimiranza che in questa parte dell'emisfero sembriamo aver dimenticato. Non è una novità. Gli storici stimano che già nel sedicesimo secolo Cina e India producevano metà della ricchezza del mondo allora noto. Adesso si preparano a ripetere l'exploit, amplificato dal circolo virtuoso di consumi e produzione che si alimenta anche grazie al lubrificante dell'innovazione tecnologica. Più tecnici e meno avvocati È facile formare e mettere in pista i migliori ingegneri del pianeta se, come avviene in India, ogni settimana si vendono un milione di nuovi abbonamenti alla telefonia cellulare. Le imprese guadagnano e investono senza requie nel futuro. Il loro. La Cina risponde bruciando materie prime e macinando primati di crescita, oltre il 10% per il quadriennio 2003-2006. L'anno venturo scenderà al 9,8, cosa di cui nessuno a Pechino potrà lamentarsi. Bill Gates sostiene che la forza di Chindia è «la burocrazia intelligente». Il finanziere d'assalto Usa John Doerr ha notato che quando si parla con le figure di vertice in Cina, «ci si confronta con ingegneri e tecnici che capiscono subito quello che sta succedendo. Gli americani non ce la fanno, sono tutti avvocati». Adeguarsi al cambiamento è la chiave del successo. Ci vuole anche un Paese immenso e popolato da gente che vuole archiviare un passato povero, oltre che diritti umani non sempre garantiti e sindacati inesistenti. Il tempo dovrebbe migliorare la situazione. Il business porterà altro business e lo sviluppo consoliderà il progresso sociale. Almeno così si spera. Sfruttare le disparità Oggi l'intelligenza e il talento sfruttano anche la disparità. Vale l'esempio dell'editore Simon & Schuster che, per costruire la libreria digitale di casa, ha inviato i suoi volumi in India e pagato dei dattilografici 50 dollari al mese per copiarli su dischetto. In patria avrebbe speso venti volte tanto. Sfruttamento? Anche. Ma da ogni affare nasce un affare. E se il governo indiano rileva che il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà (12% in Cina), può trovare conforto nell'osservare che il campione si assottiglia mentre crescono i miliardari, ventitrè contro gli otto cinesi. La graduale evoluzione verso un reddito accettabile gonfia i consumi su cui si regge il castello. Le imprese ci credono e pompano denaro nel mercato. Quelle indiane, quest'anno, hanno già comprato oltre cento aziende straniere. Altro che rete di call center. La scommessa di Chindia, e del nostro avvenire di indiani o cinesi, gira intorno al popolo delle campagne. Metà degli ex sudditi del Celeste Impero vive ancora di agricoltura. In India sono sei su dieci. Cambieranno residenza e lavoro. Soprattutto consumeranno sempre di più e sosterranno la corsa dell'economia. Rischiamo di essere schiantati. A meno che, assicura Wolfensohn, non si provi a muoversi come loro. Si deve dialogare, interagire, capire. Farsi curare a Delhi, se serve. Poi investire in Cina e India con un approccio globale. «Quanti hanno veramente compreso - si chiede l'ex della Banca Mondiale - che l'Africa non è più il paniere dell'Europa, ma il nuovo fronte di attacco cinese?». L'economista Carlo Cipolla, scomparso nel Duemila, ha studiato la dinamica che ha sovrinteso al funzionamento delle grandi civiltà ed è giunto alla conclusione che la sopravvivenza degli imperi maturi richiede un continuo aumento della produttività. La sua convinzione finale, però, fu che «è tipico degli imperi maturi fornire risposte insoddisfacenti a questa sfida cruciale». Citava Roma, i regni arabi, Carlo V. Se Europa e Stati Uniti hanno esaurito la capacità di essere all'altezza del loro successo allora il ciclo è veramente chiuso. Il prossimo, è sotto gli occhi di tutti, sarà all'insegna di Cina e India. La differenza rispetto al passato è che stavolta il vincitore farà dei prigionieri, così si salverà chi saprà capire il cambiamento. A ben vedere, nella trasformazione si potranno porre le basi per un nuovo secolo euratlantico. Se il riscaldamento globale non ammazzerà prima tutti. La Storia in genere si ripete. La differenza è che il conto diventa ogni volta più salato.


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