Forum dei Giovani Socialisti

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«Dio-mercato va all’inferno», disse Tremonti...

Da: Un giovane "bertinottiano"
Categoria: Altri Movimenti
Date: 11/30/2006
Time: 11:42:43 AM
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«Dio-mercato va all’inferno», disse Tremonti... Rina Gagliardi/// I nostri venticinque lettori si saranno accorti del piccolo ma esemplare scoop realizzato ieri da "Liberazione": un intellettuale di area liberale, il professor XY, che definisce il precariato una “forma di schiavitù” e la fase attuale del capitalismo, più in generale, una regressione all’era delle “ferriere”. Non è una notizia spettacolare, d’accordo. Non rinvia a un appassionante dibattito sull’orientamento sessuale delle toilettes, e nemmeno a uno dei tanti possibili brogli elettorali immaginati, sospettati o agognati. Però, ci dice molte cose in una: che perfino nelle aree moderate, o di destra, si vanno incrinando alcune delle più granititiche certezze ideologiche che hanno dominato la fine del secolo scorso. La “flessibilità” del lavoro, la fine del posto fisso, l’addio ai contratti, l’abbattimento dei diritti come nuovi valori assoluti, anzi come nuove frontiere del “progresso” sociale. Volete un altro segnale? Ieri, su "Repubblica", si potevano leggere le ultimissime elaborazioni di Giulio Tremonti: «Il mercatismo è finito, è l’ora della sinistra antagonista» ha detto l’ex-super ministro dell’economia berlusconiana nel corso di un dibattito pubblico. Ha aggiunto che la politica non è una “azienda”, ma, in sostanza, il suo contrario. E ha avvertito gli astanti che sì, questi pensieri sono sorprendenti perfino per lui. D’accordo, Tremonti non è mai stato, soprattutto nelle sue pratiche, un liberista “puro”, tanto da esser tacciato di vocazione “colbertista” (da Colbert, ministro economico del re di Francia Luigi XIV, che inventò un’originale miscela di mercantilismo, protezionismo doganale, dirigismo economico). D’accordo, nel suo passato c’è anche una collaborazione al “manifesto”. D’accordo, la “Casa delle libertà” non gode più di grande salute, e ciascuno si sente libero di esprimersi come meglio gli aggrada. Tuttavia, nemmeno Tremonti aveva finora osato una provocazione tanto spinta: ma, a maggior ragione, anche questo è un segno dei tempi. Negli anni ’80-90 del ‘900, quando imperversava la dittatura culturale del “pensiero unico”, chi mai, soprattutto se collocato a destra ed anzi in Forza Italia, sia pure con un occhio alla Lega, avrebbe mai pensato di attaccare così frontalmente i paradigmi del Mercato? E si presti attenzione al linguaggio. Forza Italia era nata – per nostra disgrazia – una quindicina d’anni fa come il prodotto estremo della subordinazione della politica alle leggi del mercato, oltre che a quelle del amrkenting e della pubblicità: addirittura, era, e\o si presentava, come un “Partito-Azienda”. Ora, uno dei massimi leader di questo partito non solo dichiara il fallimento di un progetto politico ed economico-politico (già per altro sancito dall’elettorato italiano il 10 aprile scorso), ma boccia proprio l’idea originaria. In breve: senza peccar troppo di ottimismo, è ben leggibile, qui, l’inizio del tramonto di un’egemonia. Ma, se questo ragionamento ha un qualche fondamento, ovvero se non è nè propagandistico nè autoconosolatorio (nè, tantomeno, “ideologico”, come si usa liquidare ogni pensiero sgradito), non possiamo sfuggire ad un interrogativo di fondo: di questa crisi se ne sono accorti soltanto i nostri venticinque lettori o, magari, è ragionevole sperare che se ne stia accorgendo l’insieme delle sinistre, e in particolare coloro che si dicono “riformisti”? Qui, conviene fermarsi un attimo a riflettere, anche nella prospettiva della così detta “fase due” che – ce lo ripetono spesso – dovrebbe allietare la nostra prossima primavera. Il fatto è che la cultura politica a tutt’oggi dominante, nei gruppi dirigenti di Ds e Margherita, nonchè nella intellettualità (economica e giornalistica) che li circonda, resta di tipo neoliberale. Dopo l’Ottantanove, dopo la così detta fine della “prima repbblica” e del sistema di partiti che l’avevano retta per quasi cinquant’anni, dopo il grande sbandamento seguito alla svolta della Bolognina (e alla frantumazione della Dc), è intervenuto un processo di “reidentificazione” anche ideologica (questa sì), che ha rovesciato brutalmente tutte le antiche certezze. In particolare, questa “omofobia” ha colpito la sinistra: non è stato buttato via soltanto lo statalismo (che del resto il Pci non aveva mai assunto in forme sovietiche), ma la validità stessa dell’intervento pubblico in economia; non si è rinunciato soltanto agli schemi tradizionali “veteroclassisti”, ma si è messo in discussione il legame organico con il mondo del lavoro dipendente; non si è abbandonata soltanto l’idea della “piena occupazione” come una meta virtuosa da perseguire, ma ci si è fatti prendere dalle sirene, appunto, della flessibilità, della logica d’impresa, delle privatizzazioni come panacea di tutti i mali dell’economia e della società italiana. Non solo il comunismo o il socialismo, ma la socialdemocrazia (e con essa il sindacato) è stata assunta come “residuale”, come un ferrovecchio della storia di due secoli. Questo processo, certo, non è stato – non è – lineare, ma cosparso di contraddizioni, correzioni parziali, ripensamenti, frutto delle lezioni della realtà: per esempio, oggi nessuno, neppure Piero Fassino e Francesco Rutelli, se la sentono di cantare, come si usava anni fa, le lodi delle “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione capitalistica, a suo tempo vissuta in toto come modernità da abbracciare. E basti il tormento della discussione in corso sul Partito Democratico per capire che l’ipotesi di sganciamento “definitivo” dalla sinistra, radici, storia, valori e meta finale, sarà tutto fuorché indolore in un’ampia parte del “popolo dell’Unione”. Tuttavia gli stilemi della cultura neoliberale, magari temperata e “adattata” al contesto italiano, continuano ad esercitare nel gruppo dirigente del futuro Piddì una grande fascinazione: l’idea che il privato è comunque sempre migliore del pubblico, e che dunque la modernità sta sempre e comunque nel privatizzare; l’idea che la spesa pubblica va comunque limitata, perché lo Stato Sociale appartiene al passato; l’idea che la previdenza pubblica – come la scuola e la sanità pubbliche – vanno ridotte, ridimensionate, privatizzate. E che la precarietà del lavoro è, alla fin fine, il prezzo necessario, lo scotto da pagare non solo agli interessi d’impresa, o di Confindustria, ma alla “modernizzazione” stessa, al suo modello americano. Alla fine, quando i riformisti parlano di “riforme”, proprio di questo parlano – e la “fase due” come viene intesa se non come un balzo nell’era delle privatizzazioni e delle pensioni negate? Conclusione provvisoria: stiamo rischiando di assistere all’ennesimo paradosso della politica italiana? Mentre, a destra, in alcuni dei suoi esponenti più avvertiti, si prende atto del fallimento del neoliberismo, a sinistra si resta “fedeli” , nella sostanza, ai suoi dettami - e talora alle sue ricette. Mentre la cultura neoliberale tramonta, i suoi più convinti supporter militano nell’Unione, e cercano di spingerla in questa direzione. Sarebbe davvero il colmo se i giovani che si affacciano (?) alla politica, avendo maturato una sfiducia radicale nelle virtù salvifiche del mercato e della precarietà, trovassero in Tremonti, o in chi per lui, un interlocutore, o magari un riferimento più convincente di tutti leader riformisti messi insieme... (Liberazione, 30 novembre 2006)


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