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Da: la Redazione del Caffè (l.g.)
Data: 12/10/00
Ora: 10:48:37 PM
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C’è da domandarsi se la questione della collocazione socialista, dall’esilio di Craxi all’attuale diaspora, non sia tanto una fatto di scelte politiche, quanto piuttosto un fatto letterario.
Per spiegare questa impressione, che ha il sapore della provocazione, mi servirò di un aneddoto che mi è stato riferito recentemente.
Si è tenuta in Piemonte un riunione della “componente” socialista di Forza Italia, presieduta da Fabrizio Cicchitto. Sollecitato dai compagni intervenuti sul tema della Lega Socialista e il Nuovo PSI, l’argomentazione più forte utilizzata da Cicchitto per spiegare che l’operazione non ha speranze ed è inutile prendere in considerazione “un ritorno alla casa comune” è stata la seguente: "quel poveretto di Bobo si è preso con se Martelli, dimenticando che egli è uno degli assassini di suo padre".
Le parole precise non le conosco ma il concetto era sicuramente questo. Del resto abbiamo ospitato anche su questo forum interventi che avvallavano lo stesso concetto e che non a caso erano giunti da chi oggi è in Forza Italia.
Quello che mi preme non è naturalmente un difesa d’ufficio di Martelli, che sul tema del suo operato nel periodo critico ha già dato abbondanti ragguagli su L’Avanti, ma sottolineare la natura poco politica di un’argomentazione che è ormai da anni un luogo comune di molte discussioni sulla diaspora socialista. I luoghi comune sono in verità due: uno riguarda Bobo Craxi ed è una sostanziale applicazione del detto che i figli dei grandi sono per forza un po’ dei poveretti perché si scontrano con una eredità cui è difficile, se non impossibile, confrontarsi uscendone vincitori; il secondo riguarda Claudio Martelli, il delfino di Bettino, cui si addebita il ruolo di Bruto nel Giulio Cesare di Shakespeare: uno che ha accoltellato alle spalle l’uomo cui doveva tutto.
Questi che ho chiamato “luoghi comuni” sono in verità dei topos letterari delle tragedie ed è dal loro frequente utilizzo nell’interloquire tra compagni che scorgo il dato che rende la questione della diaspora socialista un fatto che ha spesso molto di letterario e poco di politico.
Ad avvallare questa tesi c’è una valanga di pubblicistica di questi ultimi anni nella quale il tema sostanziale delle due fazioni si riduce a questi due enunciati: “non si può stare con chi ci ha perseguitato durante Tangentopoli” e “non si può stare con chi ci ha perseguitato durante il Fascismo”. Quasi che il motivo delle scelte di campo tra centrodestra e centrosinistra sia riconducibile al fatto di avere un padre perseguitato piuttosto che un nonno.
Il dato da valutare è se la cosiddetta Tangentopoli non sia stata vissuta dagli attori principali della diaspora con i crismi dello svolgimento di una tragedia nazionale e non si siano avveduti molto (oserei dire quasi abbiano “rimosso”) il fatto che si trattò di una crisi politico-culturale nazionale con risvolti internazionale. Lo scenario costituito dal declino del secolo socialdemocratico che è andato a sovrapporsi alla caduta del Muro di Berlino, ha posto il socialismo tutto, cioè in entrambi i suoi risvolti comunista e socialdemocratico, in uno stato di “crisi”. In Italia questa “crisi”, che è di natura ideologica oltre che politico-istituzionale, ha assunto per il PSI il carattere della tragedia con i suoi annessi fattori di paradosso ed inspiegabilità: la tradizione socialdemocratica, il PSI, che aveva storicamente maggiori ragioni si è dissolto a fronte di una resistenza di molto maggiore dei post-comunisti che addirittura arrivano al governo del paese, quasi sostituendo in tutto il ruolo politico precedentemente ricoperto dal PSI.
Chi ha cercato di spiegare questo paradosso, come Luciano Cafagna, in termini storico politici quasi solo interni al PSI, non ha trovato risposte dotate di significato, anzi ha addossato a Bettino Craxi altre colpe che veramente non erano sue (la riforma istituzionale e il compimento di un passaggio alla modernità per l’Italia non poteva veramente farle chi rappresentava un partito che continuava a non superare il 15% dei consensi).
Se invece ragioniamo in termini antropologici e osserviamo come il linguaggio degli esponenti della diaspora non sia una retorica solo politica ma anche letteraria di attori che hanno vissuto sulla scena di una tragedia e sulla quale si ritrovano oggi a dover scegliere tra carnefici più o meno vicini nel tempo, allora possiamo scorgere il panorama della diaspora socialista sotto una luce diversa. Occorrerebbe, ad esempio, capire che l'esilio di Craxi, non ha solo una corrispondenza letteraria con quello di Garibaldi ma anche una, più significativa, con lo stato di esilio del socialismo dal mondo Occidentale. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che stiamo giudicando personaggi che sì sono della politica, ma che si ritrovano ad essere anche attori di una tragedia nella quale la politica delle volte è solo un fondale. Dire che Martelli è uno degli assassini di Craxi non è usare una metafora forte del mondo politico, ha una carattere crudo che rimanda ad un fatto quasi reale che si compone delle peculiarità della tragedia. Dire che Bobo Craxi è un debole disattento e dimentico, rimanda alle figura amletica del principe debole di una tragedia di Shakespeare.
Se volessimo valutare questi personaggi in questa chiave potremmo dire allora che tra un Martelli che da consigliere della ministra Turco passa nel limbo rappresentato oggi dalla Lega Socialista e chi, come Cicchitto, si trova col sedere al caldo nel grembo di Forza Italia, una differenza c’è, eccome: chi è stato capace di coprire un ruolo “da Bruto” ha coperto in ogni caso un ruolo degno di una tragedia la cui difficoltà è l’esatto opposto del fatto di accomodarsi al caldo (vale in FI quanto nei DS) senza far nulla se non difendere la propria storia personale, che in quanto personale non ha nulla di necessariamente socialista: la storia socialista è fatta di storie sociali.
Per tornare invece al tema dell’attualità del futuro PSI, possiamo dire che il fatto che il delfino Bruto (Martelli) e il figlio del Gigante (Bobo) abbiano trovato la forza e il senso di allearsi può avere una valenza assai diversa proprio in base ai linguaggi che adotteranno. Se continueranno il percorso come personaggi ‘vittime’ di una tragedia, il cui operare si limiti alla resa dell’onore e del valore della loro storia o di quella dei loro padri, il futuro sarà incerto; se, viceversa, avranno il coraggio di tornare alla politica “reale”, nel senso di non letteraria, priva cioè dei gravami psicologici rappresentati dai termini della tragedia, il futuro sarà un po’ più certo. Questo significa che il successo politico del progetto della Lega Socialista e del Nuovo PSI, è legato a come verrà percepito il linguaggio “politico”, piuttosto che “letterario”, tanto da parte degli attori (i dirigenti) quanto da parte del pubblico (i militanti e gli elettori).
Per concludere, la storia di un Nuovo PSI si potrà scrivere solo se si saprà uscire dalla dimensione letteraria della tragedia per tornare ad immaginare idee che, guardando in faccia la realtà presente e futura, tolgano il socialismo dal suo stato di esilio: per questa via si potrà ottenere proprio il riconoscimento del carattere tragico dell’ingiustizia subita anche da parte della Storia.