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Da: da "La Stampa"
Data: 5/4/2001
Ora: 12:10:22 PM
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Giustizia, gli eterni garantisti
Amici e nemici: i radicali li hanno difesi tutti
TRA eutanasia e libertà della ricerca, aborto e clonazione terapeutica non poteva mancare la messa a punto di Marco Pannella su un tema cruciale della battaglia radicale: «l’attuale sistema giudiziario che viene condannato ogni giorno dalle corti internazionali». Battaglia garantista, ovviamente. Di garantisti della prima ora, e anche dell’ultima. Garantisti pervicaci e ostinati e non garantisti a corrente alternata, un po’ sì e un po’ no: sì con gli amici e no con i nemici. Garantisti con i ricchi e con i poveracci, con i neri e con i rossi, con tangentisti e terroristi, mafiosi e drogati, giovani e vecchi, buoni e cattivi, innocenti e colpevoli. Garantisti radicali, insomma. Se gli altri mollano, loro, i radicali, insistono. Più di trent’anni fa Aldo Braibanti, professore, omosessuale, filosofo, di sinistra, venne messo al rogo dal perbenismo dominante e sbattuto in carcere, accusato di aver «plagiato» un suo giovane amico. Erano le sbarre del conformismo che si chiudevano davanti a lui, ma fu Marco Pannella a impugnare la bandiera garantista e a denunciare, come al solito (quasi) da solo, la «cupa vocazione a rovistare con la lama dell’Inquisizione», la «persecuzione nelle coscienze di ciascuno». Oggi, Pannella chiede di non infierire sul vecchio Priebke. Le anime belle si indignano, oggi come allora. E del resto, quello degli indignati speciali contro i radicali è un esercito folto e compatto. Paradossi garantisti. Emma Bonino, nel corso della sua lunga milizia politica, è stata in galera (per l’aborto). Anche Pannella è stato in galera (per la marijuana libera). Anche Adele Faccio è stata in galera (sempre per l’aborto). E anche Francesco Rutelli è stato in galera (per il suo antimilitarismo, quando era radicale). I radicali violano le leggi, ma per amore della Legge. Trasgrediscono e sanno a cosa vanno incontro. Commettono consapevolmente un reato perché non sia più un reato. Non eludono la legge, la sfidano. Perciò la battaglia per la giustizia è da sempre il cuore dell’universo radicale. Quando in Italia venne giù la Prima Repubblica sotto i colpi della rivoluzione giustizialista, e mentre nelle piazze si scatenava il rito della gogna per i politici «corrotti», Pannella convocava alle sette del mattino un parlamento di spettri. Lo chiamavano il «Parlamento degli inquisiti», e riuniva le schiere di parlamentari caduti sotto la mannaia giudiziaria. Craxi veniva linciato in effigie col rituale lancio di monetine davanti al Raphael. Marco era con lui, ma chiedeva a Bettino di sacrificarsi e di fare, clamorosamente, il passo decisivo verso le patrie galere. Bettino non stette a sentire Marco, e salpò per Hammamet. Sapeva che Pannella era uso chiedere agli amici gesti estremi di auto-sacrificio, quasi un atto di sottomissione alla sua debordante personalità. Chi non si adeguava, come l’avvocato Mauro Mellini, uno dei pilastri assieme al collega Franco De Cataldo delle battaglie garantiste dei radicali, entrava nella zona d’ombra. Ma tutta la storia radicale è una storia di passioni estreme, di estremi addii, di estremi tradimenti. Tradimenti come quello che fu consumato da Toni Negri, il «cattivo maestro» che la magistratura padovana individuò nel «processo 7 aprile» come membro della cupola occulta del terrorismo e che Pannella, in nome del garantismo, portò in Parlamento per denunciare lo scandalo di una detenzione ingiusta. Ma il professor Negri, una volta acquisita l’immunità parlamentare, si rese uccel di bosco. Tutto il contrario di Enzo Tortora, vittima incolpevole di un sistema brutale che invece affrontò il martirio delle manette anche dopo la sua elezione al Parlamento europeo con i radicali. Pannella aveva tutti contro, anche in quel caso. Aveva tutti contro quando appoggiava garantisticamente le polemiche di Leonardo Sciascia contro «i professionisti dell’antimafia». E del resto Sciascia, per essersi unito alla squadra pannelliana, dovette sorbirsi la prevedibile scarica di invettive. Come quella del suo amico Renato Guttuso: «Caro Leonardo, il senso di sgomento che ho provato nell’apprendere la notizia della tua candidatura nel Pr mi ha fatto riflettere sulla misura e qualità della mia amicizia per te». Ma i rapporti con la giustizia sono stati sempre, per i radicali che hanno speso decenni per contestare l’eredità fascista del Codice Rocco, un appuntamento con il destino. Proprio ad Adelaide Aglietta capitò di essere sorteggiata per la giuria popolare del processo torinese contro le Br. E se il destino non arrivava, i radicali se lo andavano a cercare. Provocatoriamente, come al solito. Ecco Pannella che si reca a Palmi, quando i detenuti sono in rivolta. Ecco i radicali di Pannella e Bonino accettare l’iscrizione al partito radicale di un boss della ‘ndrangheta come Piromalli, o quella di Vincenzo Andraous, noto alle cronache per essersi divorato il fegato di Turatello nel carcere di Bad e’ Carros nel 1981. Gesti di sfida estremi, appunto. Che si materializzavano nel referendum sulla responsabilità civile dei giudici. Oppure nell’acquisizione della militanza radicale di un Emilio Vesce, esponente dell’Autonomia padovana che da quattro mesi vegeta nell’incoscienza di un coma irreversibile. C’è il figlio di Vesce, oggi candidato della lista di Bonino, a combattere nel nome di suo padre e del diritto all’eutanasia. Radicali, e ostinati.