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Da: La Redazione
Data: 7/16/2001
Ora: 9:38:13 AM
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* Le “componenti interne ai Ds” stanno proliferando in tutta Italia. Sono decine le correnti e le associazioni collaterali che dibattono la situazione del grande partito della sinistra, alla ricerca di una linea politica e di un destino. Si susseguono senza sosta riunioni e documenti, assemblee, convegni e interviste. Iniziative di tutti i generi alle quali sono spesso invitati non iscritti e aderenti a partiti dell’“area”
È un’immagine di disperata vitalità, come quella che coglie talvolta i cetacei che si arenano in acque basse, che tutti cercano la salvezza delle acque profonde invece sempre più pericolosamente avvicinandosi a riva. Ci sarà mai un delfino che indicherà la rotta d’uscita salvando l’intero branco?
Tutti i documenti che vengono diffusi partono dall’analisi del voto di giugno per ricercare le cause di quella che è unanimemente riconosciuta come una grave sconfitta, unica affermazione che trova tutti concordi. Sui perché già ci si divide; spesso riaffiora il solito conformismo (ad esempio: “Il governo ha operato bene, ma non siamo riusciti a farlo capire agli elettori”. Leggasi: ha prevalso la parte rozza della società). In compenso è quasi scomparso il leit motiv della “democrazia in pericolo”: ora Berlusconi e il centro destra – ma alcuni preferiscono parlare sbrigativamente di “destra” – ha il diritto di governare, ma la democrazia corre sempre i suoi bei pericoli per via dell’ “enorme potere” concentrato nelle mani di un solo uomo. (Per fortuna che i giudici vigilano e la finanza perquisisce, si vede che il potere non è poi così “enorme”.)
Ci sono anche analisi coraggiose. Non deve essere facile affermare che “…nel decennio non si è riusciti a far nascere un partito che non fosse e non venisse percepito come partito ex comunista…così che il nuovo partito è risultato incapace di cogliere e riassumere in sé la pluralità delle diverse tradizioni della sinistra”. E, ancora: “Troppo a lungo durò il tentativo che si potesse fuoriuscire dal comunismo per una strada collaterale che non fosse la via maestra del riconoscimento della sinistra socialdemocratica…”.
Ma nell’insieme è ancora ben vivo il prevalere del primato della “diversità” dei Ds in diretta dipendenza della loro origine, come bene è evidenziato dall’assioma Ds uguale sinistra, parola che “dopo la scomparsa del Psi indica una realtà ristretta alle sole derivazioni del Pci”.
Partendo da posizioni simili si va facendo strada all’interno dei Ds e delle forze rappresentate dalla grande stampa, il quotidiano-partito La Repubblica e La Stampa, l’individuazione di un sentiero verso il definitivo accreditamento della “sinistra” presso l’opinione pubblica. È un’operazione tendente ad affossare l’iniziativa di Amato per una ricomposizione dell’area della sinistra socialista democratica in Italia. Secondo la tesi che sta prendendo spazio, riaggregare e rifondare è inutile perché, se c’è un solo partito socialista (il Ds) e questo non basta a rendere compiuta l’alternativa di sinistra. È, invece, l’Ulivo intero che deve diventare “la casa comune dei riformisti”.
Non c’è diversità tra i riformisti socialisti, cattolici, azionisti, liberlademocratici e ambientalisti, basta che tutti approdino nel Pse. Così come “il Partito Popolare Europeo si è trasformato in casa comune del centrodestra europeo”, il Partito Socialista Europeo deve “aprirsi in una vera e propria integrazione con altre forze riformiste di ispirazione cristiana, liberaldemocratica e ambientalista…così che l’Ulivo italiano possa trovare una stabile e coerente collocazione nel bipolarismo europeo”.
Sfugge a questi compagni che nel resto d’Europa le sinistre al potere, a cui pure fanno riferimento, sono tutte di derivazione socialista. Nel caso italiano è poi assai ambigua la definizione di “sinistra” democratica, con la derivante contrapposizione tra progressisti e conservatori. Se per definirla ci basassimo solo sulla rappresentanza sociale e sugli intenti programmatici, si vedrebbe con chiarezza che anche una parte del centro destra potrebbe vantare qualche diritto di rappresentanza ed apparire non meno “progressista” della sinistra italiana.
Anche se il secolo è nuovo non si sfugge alla propria storia: è, ancora, l’ancoraggio al passato a definire il futuro più immediato. Se i Ds vogliono ritrovare l’anima, devono affrontare la ‘questione socialista’, quella che hanno creduto di cancellare una volta per tutte i giudici e i media di riferimento. L’unico congresso utile sarà quindi quello che cancellerà, riconoscendolo, l’errore di Livorno.
Solo la presenza riconosciuta, incisiva e non subordinata dei socialisti riformisti e liberali all’interno di una nuova forza politica comune potrà indicare alla società italiana l’uscita dall’emergenza del decennio. L’approdo a quel ‘paese normale’ che è tutt’altra cosa dell’Italia normalizzata degli ultimi governi di centro sinistra che ha provocato lo spostamento di tanti cittadini sotto le bandiere berlusconiane.
La redazione
* Le frasi e i termini tra virgolette sono tratti da documenti Ds.