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Perugia-Assisi: tra Capitini e Rosselli continua l'esilio del socialismo

Da: La Redazione (l.g.)
Data: 10/14/2001
Ora: 5:22:01 PM
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Uno dei paradossi della marcia per la Pace di oggi, la Perugia Assisi, è che si è tornato a parlare del suo ideatore e fondatore Aldo Capitini mentre negli Stati Uniti è appena uscita una nuova biografia di Carlo Rosselli.

Le concezioni di liberalsocialismo del primo e di socialismo liberale del secondo appaiono oggi nella loro radicale diversità e possono spiegare bene la divisioni in seno alla sinistra e chiarire il valore della partecipazione alla marcia pacifista. Le filosofie di libertà che si confrontano sono tra un ambito etico-religioso in Capitini ed etico-politico in Rosselli. Per essere più precisi Rosselli cerca di ancorare il socialismo marxiano alla filosofia idealista crociana, mentre Capitini trova al socialismo un approdo teologico in una teosofia universalistica di condivisione dei valori etici. Non a caso le fortune dei due pensieri trovano sbocchi assai diversi. Dalla fine dell’azionismo, come esperienza partitica, il pensiero di Capitini troverà eredi dell’associazionismo volontaristico di matrice cattolica progressista; mentre il pensiero di Rosselli avrà eredi in correnti ed esponenti di PSI, PSDI e PRI, cioè in partiti politici.

La difficoltà di confronto tra i pacifisti storici e la sinistra storica risiede allora nella preminenza del valore metafisco della pace dei primi su quello politico dei secondi. L'Ulivo cerca in quest'occasione di assorbire le divisioni dei dibattiti parlamentari sulle mozioni relative alla guerra in Afghanistan, ma le diversità sono culturalmente radicali, come un’altro paradosso ci può ulteriormente illustrare. Trent’anni fa Capitini organizzava una marcia in ricordo e commemorazione di Ghandi. Oggi il Partito Radicale che riproduce nel suo simbolo l’effige di Ghandi, va ad Assisi ma non per la marciare con i pacifisti, bensì a commemorare in un cimitero le vittime anglo-americane del secondo conflitto mondiale.

La riflessione che si impone sulla figura di Ghandi è quella per cui l’azione non-violenta è sostenibile contro il “sistema occidentale”, da forze esterne a questo come nel caso dell’indipendenza dell’India o interne, come nel caso del Movimento di Seattle fino a Genova. Ma si può sostenere in buona fede che Israele o gli Stati Uniti si possano difendere dal fondamentalismo islamico con la pratica della non violenza? I pacifisti di Assisi vogliono dare: « corpo e voce a un pacifismo politico che vuole portare la nonviolenza dal cielo dell'utopia alla polvere della storia...». Ma questa è una posizione che richiede l’avvento del regno di Isaia: quando il lupo giocherà con l’agnello, invece di mangiarlo. Chi crede è libero di pregare e manifestare affinchè ciò avvenga, chi segue invece un’etica della responsabilità – come l’uomo politico - non si aspetta che il lupo ritragga i denti davanti l’agnello e deve invece vigilare per capire di volta in volta chi è il lupo e chi l’agnello, e con ciò fare delle scelte.

Un capitolo a parte merita l’antiamericanismo viscerale che alberga in ampi settori della sinistra italiana, cosiddetta antagonista. Si può osservare a questo proposito che i testimonial di riferimento che essi adoperano sono praticamente tutti americani: da Susan George a Noam Chomsky, da Susan Sontag a James Hillman. La verità è che il nostro movimento antagonista ha poco a vedere culturalmente quello del mondo anglo-americano. Quelli che a Seattle avevano dimostrato come i settori più avanzati della società civile avessero organizzato molto bene l’opposizione all’establishment della grande finanza e delle multinazionali, coprendo il ruolo che i partiti democratico e laburista avevano lasciato vuoto, sono portatori di una cultura politica che non ha nulla a che vedere con i centri sociali italiani e l’anti-americanismo nostrano. Sono liberals, keynesiani, socialdemocratici che chiedevano che il processo di globalizzazione venisse gestito politicamente in modo democratico e non finanziariamente dall’anarchia del mercato.

Citammo, alla nascita di questo Portale, la stupefacente e profetica testimonianza di Karl Polanyi che nel suo capolavoro The Great Transformation scriveva: " ...permettere che il meccanismo del mercato sia il solo direttore del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale... provocherebbe la demolizione della società ". Dopo un decennio di egemonia culturale neoliberista che ha ridotto i partiti, tanto progressisti che conservatori, ad avvallare la supremazia del mercato nella regolamentazione mondiale, con l’11 settembre – ancora una volta forse paradossalmente – questo è finito: la politica sta riprendendosi il suo primato.

Tanto Bush, quanto Blair si trovano a gestire una svolta decisiva: la globalizzazione non potrà più procedere senza una governance politica. A fronte dell’intervento militare assistiamo a gran voce alla richiesta di intervento dello Stato nell’economia. Il discorso di Tony Blair al Congresso del Partito Laburista rappresenta la presa di coscienza che la "Terza via" era viziata da troppa accondiscendenza verso il neoliberismo dominante e che il socialismo ha bisogno ancora di ritrovare, nella gestione pubblica, il suo senso di reponsabilità verso le povertà e i conflitti sociali, politici e culturali in qualunque parte del mondo si annidino.

Il limite attuale della sinistra nostrana è invece quello ben rappresentato del filosofo ulivista Gianni Vattimo, che, su La Stampa di pochi gioni fa, chiede di non dover “gridare viva Bush, per favore, e nemmeno viva Berlusconi”, dimenticando che potrebbe gridare “viva Blair”.

L’esilio dalla scena politica italiana del socialismo liberale, laburista e laico continua.


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