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Da: a cura della Redazione
Data: 12/23/2001
Ora: 3:20:38 PM
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CONGRESSO Hotel Summit
Roma, 15 dicembre 2001
Cari compagni, care compagne, anzitutto un augurio di buon lavoro. Voglio parlarvi di noi, di noi socialisti; voglio parlarvi anche di un tentativo di usurpazione fallito a Pesaro poche settimane fa. E voglio darvi due appuntamenti: il 19 gennaio ad Hammamet dove i socialisti dovranno ritrovare l’orgoglio e il valore di una eredità che deve essere difesa e valorizzata con maggiore serietà e intelligenza. L’altro appuntamento è a Rimini la prossima primavera, venti anni dopo la prima Conferenza Programmatica, dove i socialisti, prima di Blair, seppero immaginare una nuova modernità del Socialismo Europeo.
A Pesaro, al Congresso dei DS, si è consumata la commedia, o il dramma, dell’usurpazione. “ Per ridurre il PSI in un cumulo di rovine - ha scritto Bettino – è stata necessaria un’aggressione politica-giudiziaria di portata impressionante e dall’altro lato il concorso pusillanime di una classe dirigente socialista che, almeno per la sua gran parte, ha dato prova di opportunismo e di viltà. C’è chi ci ha rimesso la vita, e se ne contano molti, c’è chi ci ha rimesso il lavoro, la famiglia, il ruolo sociale, la salute. C’è chi ha perso per periodi più o meno lunghi la propria libertà, e c’è chi ha subito persecuzioni e prepotenze di ogni genere. Ciò che è stato fatto ai socialisti è un’infamia la cui responsabilità ricade totalmente su chi l’ha organizzata, l’ha compiuta, vi ha concorso, vi ha partecipato, l’ha salutata come una disgrazia provvidenziale che capitava agli odiati nemici. Tanti avevano fatto i loro calcoli, e tanti avevano fatto conto di trarne profitto. Ora, se dalle macerie potrà rinascere qualcosa, non saranno certo loro a poterlo fare”.
Sono parole profetiche, di un uomo che la politica la capiva e la viveva con passione. A Pesaro non è nato niente. La tradizione socialista, riformista, liberale, craxiana non si è nemmeno affacciata. L’illusione dei Ds di poter risalire per questa via resta un’illusione. La ragione del disastro sta alle spalle, nel buio che tuttora circonda la liquidazione della Prima Repubblica, la distruzione dei partiti storici della democrazia italiana, nell’assurdo di un governo composto da forze che non potevano e ancora oggi non osano dire una parola sola sul proprio passato, nell’irrealtà di una maggioranza composta da forze sconfitte dalla storia e abilitate al governo da un potere estraneo alla politica. In un suo vecchio saggio, Luciano Pellicani citava un’osservazione di Althusser: “le cause di un errore durano fino a che non sono state affrontate e trasformate” e aggiungeva: “ Ebbene, come è possibile andare alla radice degli errori senza una ricognizione storiografica non vincolata dall’obbligo di mantenere una immagine edificante della propria tradizione?”
Ecco perché è necessario fare luce sul passato, ecco perché era importante che il Congresso di Pesaro parlasse anche di giustizia e di giustizialismo. Se non si rimuove quell’errore, se non si riconosce apertamente di aver sbagliato, abdicando alla politica e lasciando fare alla magistratura “il lavoro sporco”, come dice Macaluso, se non si afferma apertamente che i partiti della Prima Repubblica non erano un’accozzaglia di malviventi, che Craxi non era un criminale ma un grande uomo politico, il primo riformista europeo, prima di Blair e Jospin, di Schroeder, non c’è possibilità di ripresa; i partiti non riavranno credibilità e i ds andranno di sconfitta in sconfitta, come nel Molise, come a Palermo e in tutta la Sicilia, trascinando con sé tutta la sinistra.
Ciò che mi ha impressionato è l’assenza di qualsiasi tentativo per accreditare la nuova veste riformista. Eppure la credibilità riformista dei Ds è un problema grande quanto una montagna. L’identità di un individuo, di un partito, di una nazione è la sua storia. Quando uno si dichiara socialista o riformista allude alla propria storia: e se vuole alludere a quella di un altro, dovrebbe abbondare in spiegazioni. Se i DS sentissero davvero la necessità di ampliare la loro memoria, essi dovrebbero riferirsi di necessità a due uomini, a Saragat e a Craxi. A Saragat che uscì dal Partito Socialista per difendere la tradizione socialdemocratica e riformista del socialismo; a Craxi che ha restituito forza a quella tradizione e l’ha aggiornata per il governo della società moderna. Invece niente.
C’è una frase di D’Alema, una specie di confessione, in un libro-intervista edito da Longanesi, che è davvero illuminante: “Dovevamo cambiare nome – scrive D’Alema – non avevamo alternative. Eravamo come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d’uscita, e lì c’era Craxi con la sua proposta di unità socialista. Come uscire da quel canyon? Craxi aveva un indubbio vantaggio su di noi: era il capo dei socialisti in un Paese europeo occidentale. Quindi rappresentava lui la sinistra giusta per l’Italia, solo che poi aveva lo svantaggio di essere Craxi. I socialisti erano storicamente dalla parte giusta, ma si erano trasformati in un gruppo affaristico avvinghiato al potere democristiano. L’unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista in Italia”. E’ l’annuncio di quello che in parte hanno fatto, solo in parte però. Hanno potuto distruggere il PSI e la politica, ma hanno costruito il nulla per la sinistra e hanno spianato la strada alla delegittimazione dei partiti.
I DS però hanno avuto una benedizione, quella di Amato. Non so se oggi Amato ne avverta il ridicolo: Amato in veste di esorcista che cerca di cacciare il “diavolo” della storia (la loro storia) dal corpo dei ds dichiarando che il passato è finito. Amato che vince il suo “quiz show” – l’ha detto lui: l’occasione di una vita – dando una dopo l’altra tutte risposte sbagliate. Amato che dice “siamo tutti figli dello stesso sangue” e Mattia Feltri – giovane giornalista de “Il Foglio” - che giustamente gli risponde “chissà perché vengono in mente Craxi, Moroni e tanti altri”. Amato che fa ritirare gli o.d.g. sulla guerra e sulla Rai; Amato che strizza l’occhio a Bertinotti; Amato che benedice i “no global”: una benedizione che, se arrivasse, ridurrebbe i ds più magri del loro Segretario. Se Fassino dovesse seguire la ricetta di Amato, si avrebbe finalmente la Cosa 3 con un nuovo nome: MS, Magri e Sottili. Ma ancora più dell’intervento di Amato c’è una cosa, del Congresso diessino, che mi ha profondamente offesa: il mercanteggiamento sulla visita di Fassino alla tomba di mio padre. I morti si vanno a trovare quando i sentimenti dell’animo ce lo dicono, e se uno avverte questo desiderio non può esserci ragione al mondo per non farlo. Chi è venuto spontaneamente ad Hammamet – e sono stati e sono tanti – ha trovato le nostre braccia aperte; ma chi ci venisse per calcolo politico troverà chiuso il cancello del cimitero.
Cari compagni, care compagne, cari amici, con la stessa sincerità con cui parlo della vicenda diessina, vi dico con estrema franchezza ciò che penso della maggioranza di Governo. Il voto a destra dei socialisti, dei liberali, dei repubblicani è il voto dell’indignazione, è il voto contro la prepotenza, l’inganno, la violenza subiti dai DS. E’ contro una pessima sinistra giustizialista. Sono sentimenti forti ma è difficile che durino in eterno. Dopo l’indignazione viene la politica: ed è con la politica che si devono fare i conti. Ed è sulla politica, che milioni di uomini liberi nei prossimi anni decideranno chi sarà meritevole del proprio consenso. In un appunto di Bettino ho trovato questa frase: “Rapporto Berlusconi socialisti. Problema complicato. E’ vero che pochi socialisti hanno trovato spazio in questo movimento. E’ anche vero che questi voti come li ha presi, Berlusconi, se da un terreno liberale scivola su di un terreno conservatore, rischia di perderli.” Le polemiche tra il Ministro degli Esteri e quello della Difesa sono, a dir poco, sconcertanti. Per il momento, all’interno, il governo sembra impegnato a dar spallate alla fallimentare costruzione economico-sociale del centro-sinistra. Ma quale sarà l’esito? La politica non sarà sempre la lotta al comunismo o a quel che resta di esso. Verrà presto il momento delle scelte: sui giovani, sulla scuola, sul Mezzogiorno, sulla politica economica, sulla politica sociale, sul ruolo delle donne nella società italiana, quella civile e quella politica. E già abbiamo di fronte una scelta terribile: la guerra, che si combatte non solo in Afghanistan ma anche a Israele, in Palestina e minaccia di allargarsi all’Iraq, alla Somalia e chissà altro dove. Sulla risposta armata al terrorismo che attacca gli Stati Uniti e miete migliaia di vittime a New York non è possibile alcuna critica: niente è più sbagliato del pacifismo imbelle che non sa distinguere tra aggressori e aggrediti, tra predoni e predati. Il discorso di Bettino alla Camera per approvare l’intervento armato con l’Iraq che aveva occupato il Kuwait è un modello di consapevolezza e di determinazione. Ma nemmeno in quell’occasione Bettino dimenticava che noi siamo per la pace , che le nostre armi devono essere fino in fondo quelle della politica e della diplomazia. La Palestina non l’Afghanistan, Arafat non è Bin Laden, i palestinesi non sono i talebani. Se tutti i soldi spesi, e che ogni giorno si spendono in armi e per la guerra, fossero stati impiegati per l’economia e lo sviluppo di quella regione, ora avremmo sicuramente in quei luoghi pace e prosperità. Scriveva Craxi: “Occorrerebbe più che mai uno sforzo eccezionale delle Grandi nazioni, questa volta non politico ma soprattutto economico a sostegno del popolo palestinese. Uno sforzo finanziario per nuove infrastrutture, nuove vie di accesso, nuove attività produttive per i giovani, alleggerirebbe di molto le tensioni e consentirebbe di guardare all’avvenire con uno spirito di serenità e con speranza. Diversamente continueranno a far sentire il loro peso incognite pericolose”. Queste incognite hanno oggi la forma dei colpi di cannone e delle stragi che ogni giorno colà si consumano. Ed è impossibile non fare niente. Mirare a distruggere Arafat è una follia bellicista, di ottusa violenza un anacronistico tentativo di colonizzazione. Arafat non è oggi in grado di fermare gli atti terroristi della Jihad. Ma questi si alimentano e si perpetuano con la violenza israeliana. Se Israele, che lo può fare, spezzasse la spirale della violenza, riconoscesse e desse autorità a uno Stato palestinese, gli atti terroristici non troverebbero più alimento, gli animi della popolazione palestinese si placherebbero, il terrorismo perderebbe il suo carattere eroico, sarebbe probabilmente isolato e più facilmente debellato. Questa è la via che l’Italia dovrebbe sostenere; e avrebbe riflessi positivi su tutta la questione mediorientale che altrimenti minaccia di esplodere. I nodi aggrovigliati nel Medio Oriente devono essere sciolti, uno dopo l’altro, con gradualità, pazienza, prudenza ma anche senza lasciar trascorrere il tempo inutilmente, senza preparare, senza negoziare, senza decidere.
Sono tutti argomenti sui quali i socialisti avrebbero la loro parola da dire. Perché i socialisti non parlano? Perché sono impegnati ad aspettare Prodi, o a litigare nei tribunali o a rincorrere misere sistemazioni personali.
Cari compagni, sinceramente, lo spettacolo offerto dalla vecchia dirigenza socialista, salvo poche eccezioni, è stato a volte squallido a volte inadeguato e questo spiega anche la facilità con cui il post-comunismo ha affondato il bisturi nella nostra carne. I tentativi personali, o di piccoli gruppi, di trovare una propria sistemazione non mi interessano. Io penso a quei milioni di elettori socialisti che hanno seguito con entusiasmo crescente il partito di Craxi, penso a quei militanti che non l’hanno abbandonato e non hanno abbandonato né la lotta né i loro ideali, e ai giovani, tutti, che oggi non hanno punti di riferimento. Noi socialisti, come noi socialdemocratici, noi liberali, noi radicali, noi riformisti ma soprattutto noi uomini e donne liberi dobbiamo riflettere sul fatto che non è agitando vecchie sigle o vecchi simboli che possiamo costruire garanzie di futuro. Facendo ciò spesso si ottiene il solo risultato di svalutare e immiserire la storia che quei simboli rappresentano. Io penso che noi abbiamo una eredità e una identità anzi una nuova carta d’identità dalla quale ripartire, la disegna Bettino dall’esilio: “Una nuova leva deve farsi avanti. Deve essere individuata, aiutata, sostenuta, incoraggiata. La politica, quella vera, richiede un grande sacrificio. I più anziani, di buona scuola, lo sanno. Questi ultimi possono fare molto, per una ricostruzione, seguendo, aiutando, consigliando, l’opera dei più giovani. Un vero rinnovamento significa uomini nuovi, idee nuove, programmi, immagini, linguaggi nuovi”; e partendo da questa dobbiamo leggere le nuove esigenze che emergono nella società – come hanno saputo fare i socialisti di Craxi – e costruire un nuovo progetto, il nostro progetto. Non partiamo da zero: la nostra visione della vita non ha subito né illusioni né turbolenze, non è una terza via o una quarta o una quinta: è la via maestra del riformismo liberale, una società pacifica, tollerante, che accoglie il nuovo e lo armonizza con l’esistente, dove si lavora e si crea progresso e sviluppo. Dove le grida non sono sempre al diapason, dove il senso di responsabilità sovrasta l’irresponsabilità, dove si pensa due volte prima di dire criminale, dove è vivo il senso della comunità e della nazione.
C’è un lavoro immenso da fare, basta guardarsi intorno. Il sistema maggioritario, che doveva sanare tutti i mali dell’Italia politica ha in realtà creato una situazione instabile e pericolosa e spinte alla riforma elettorale verranno presto. Non si tratta di immaginare un ritorno al passato, la semplificazione della politica è stata una richiesta forte nel paese; si tratta però di proporre un sistema che assicuri insieme la stabilità dei governi e il rispetto delle diverse volontà degli elettori, impedendo che, come succede ora il Parlamento venga nominato da pochi, a Roma, prima delle elezioni. Con l’attuale sistema elettorale non è stato fatto un passo avanti verso la modernizzazione della nostra democrazia ma è stato fatto un passo indietro di cento anni all’italietta delle oligarchie e dei notabili. Sono stati saltati i cento anni della nostra storia, con il risultato che l ‘Italia è ritornata indietro, in materia di diritti e garanzie per il cittadino. L’eccesso di sicurezza da una parte, la disperazione dall’altra trasformano in rissa il più modesto problema; la continua, reciproca delegittimazione, minando la base morale d’ogni principio d’autorità, autorizza i comportamenti più irresponsabili. Oggi sono criminalizzati i corpi di polizia, domani i magistrati, marciano i no global, marciamo i metalmeccanici e insieme si danno una mano, marciano gli insegnanti e marciano gli studenti, non si sa bene se d’accordo o all’incontrario. Le più sacrosante delle riforme, quella della giustizia, quella della scuola suscitano il finimondo: eppure abbiamo la peggiore giustizia in Europa, siamo finiti al ventesimo posto in aggiornamento tecnologico, produciamo ormai pochi cervelli e quei pochi se ne vanno all’estero. Ogni giorno si invoca l’intervento di Ciampi, dimenticando quanto modesti siano i suoi poteri. Allora cosa si dovrebbe fare?
Io do, non solo a voi ma a tutti i compagni socialisti, ai socialdemocratici, ai laici, ai liberali a tutti coloro che amano la politica e la libertà, due appuntamenti: il primo il 19 gennaio, per ricordare il socialista, il laico, il libertario perché nella vita delle nazioni e nella storia, gli eroi e i martiri sono sempre stati un grande esempio e una formidabile leva morale. Nel loro nome si sono potute realizzare grandi imprese e mi auguro che nel nome di Bettino Craxi i socialisti liberi e generosi, gli uomini coraggiosi, cittadini e cittadine di buona volontà, sappiano affermare la verità e concretamente significare il senso di una eredità e della migliore tradizione del socialismo riformista italiano e di Craxi morto in esilio. La strada scelta da mio padre, la strada dell’esilio, fu dolorosa e disperata. Non si trattò di una fuga, ma di una ribellione e di un pubblico atto di accusa; un tentativo disperato di opporsi alla sovrana ingiustizia che si consumava contro di lui, alla persecuzione di cui soltanto oggi e soltanto grazie al suo sacrificio, molti italiani stanno prendendo coscienza. Non fu un modo per sottrarsi alla giustizia. Fu piuttosto un modo per denunciare l’ingiustizia, la disparità di trattamento che s’applicava ad atti illegittimi, ma condivisi da tutti i Partiti nel finanziamento della politica. So che non la pensate tutti così e di questo me ne dispaccio.
Il secondo appuntamento che vi do è per la primavera, per discutere il nuovo progetto dei socialisti, dei laici, dei liberali, dei riformisti, quelli veri. E’ mia convinzione che per fare ciò e farlo finalmente bene, occorre ripartire dal “basso”, dal colloquio con i giovani, con chi lavora, dalla ricerca instancabile di intelligenza, vitalità, creatività, per fare ancora il pieno di idee, e ritrovare linee di comunicazione con la Società che vive, per recuperare la passione politica nei giovani che si sta spegnendo, per ricercare il nuovo ruolo della politica all’epoca di una rivoluzione industriale di portata epocale. Occorre recuperare la capacità, che fu propria dei socialisti negli anni ’80, di capire, interpretare la realtà, anticipare il futuro e la direzione delle innovazioni, captare le trasformazioni della Società avendo ben presente che il futuro non è più quello di una volta. Basti pensare che la radio, per raggiungere 50 milioni di ascoltatori nel mondo ci mise 38 anni, internet 4. Cambiano con straordinaria velocità il lavoro, le imprese, le logiche di mercato, il capitalismo. Le ricchezze si producono in maniera sempre più diffusa e molto spesso sono il frutto di un’idea, della conoscenza, dell’intelligenza del pensiero. E’ in pieno sviluppo una nuova industria, l’industria della mente.
Come all’inizio del XX secolo, anche oggi vi è un ingresso di massa degli individui nella nuova economia, nella società nuova.
In questo scenario le opportunità per ogni singolo individuo si moltiplicano, così come i rischi che da questa società nuova, molti siano esclusi in mancanza di minime opportunità di partenza.
E’ questo il nuovo terreno di lavoro per i Socialisti, per i Liberali, per i Riformisti: ridefinire missioni e ruolo dello Stato, del Mercato, della Politica per un nuovo rapporto, attivo e non statico. Uno Stato capace di esaltare le facoltà e i potenziali degli individui affinché si moltiplichino i nuovi protagonisti della società nuova e per sostenere, finanziare, la crescita di chi ne rimane escluso.
Cari compagni, non ci sono scorciatoie, la misera cronaca di questi ultimi dieci anni ce lo dimostra: tutte le scorciatoie ci hanno portato in un vicolo cieco. Leggo sui giornali che vi apprestate a dar vita, correggetemi se sbaglio, ad una sorta di partito democratico che dovrebbe avere come riferimento Prodi e aderire ai Liberaldemocratici europei. Se così fosse mi sembrerebbe una scelta legittima.
Le scelte, quando sono veramente tali, sono sempre una buona cosa. In tal caso però, aspettatevi i ringraziamenti di Fassino, D’Alema e Amato.
Io credo che il compito dei socialisti, dei liberali, dei repubblicani, dei laici, dei riformisti, debba essere un altro: rivendicare e valorizzare la propria storia e mettere mano ad un nuovo progetto.
Cari compagni, care compagne, ho un grande dolore, ma non ho nostalgie. Diceva spesso Bettino che bisogna ragionare sulle cose per quello che sono. E cioè giudicare le esperienze della storia per quello che sono in rapporto ai valori che attualmente noi intendiamo perseguire, esaltare e difendere. E l’opera che riguarda il passato aiuta e rende più convincente la definizione di una prospettiva d’avvenire. Perché il problema è di convincere e di essere convincenti circa la propria sincerità, circa la propria serietà, circa il fatto che si sta facendo qualcosa di costruttivo, di duraturo, di stabile; diversamente tutte le formule che si fanno circolare, sono formule che rimarranno appiccicate per poco. Cari compagni, care compagne, come vedete il mio è un invito a lavorare, a riprendere dall’inizio una strada sicuramente lunga e faticosa, ma anche saltante; certo se guardiamo davanti a noi, all’attuale panorama politico, non possiamo che trovare segni sconforto, ma se guardiamo dentro di noi, se ci appelliamo ai nostri sentimenti e alla nostra ragione, troviamo invece impulsi di volontà, motivi giusti e certi per agire, sicure speranze di riuscire e un obiettivo ben chiaro ai nostri cuori prima che alle nostre menti: immaginare, non come nel secolo scorso una utopia, cioè un non-luogo impossibile e inesistente, ma una “eutopia” ovvero un buon luogo, possibile e migliore per vivere, crescere i nostri figli, invecchiare e costruire l’efficienza della democrazia, concetto politico nel quale si realizzano e si collegano valori antichi e nuovi, giustizia e libertà, fratellanza e felicità.
Roma, 15 dicembre 2001 Stefania Craxi