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Da: a cura della Redazione
Data: 12/23/2001
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Congresso Hotel Ergife
Roma, 15 dicembre 2001
Cari compagni, sono qui per rendere omaggio all’unica pattuglia socialista che non ha mai ceduto, che ha tenuta alta l’indignazione per il modo infame, turpe, orrendo, criminale in cui è stato distrutto il Partito Socialista Italiano e il suo leader Bettino Craxi.
Tutti in questi giorni hanno citato a proposito e a sproposito diversi padri del riformismo socialista. Ne citerò uno anch’io : “… sono i comunisti una baraonda di ubriachi, violenti e settari: ci vuole un taglio netto. Per voi riformisti non rimane che trangugiare il coccodrillo russo o andarvene alla spicciolata dopo il congresso…”. Sono le parole di un grande riformista, della persona di cui Antonio Labriola scrisse: “ A Milano non c’è che un uomo, che viceversa è una donna”, pioniere del socialismo riformista e del femminismo in Italia e in Europa, Anna Kulishoff, la russa dai capelli d’oro.
E’ una lettera scritta durante il congresso di Livorno del ’21. Mi sembra che quel coccodrillo della violenza del settarismo non è stato ancora digerito del tutto dagli ex-comunisti. Si è rinnovato nei nefasti del ’92 e degli anni seguenti e non è stato ancora rimosso. La tradizione socialista, riformista, liberale, craxiana non era a Pesaro né potrà mai albergare tra i DS se essi non faranno prima i conti con la loro storia, quella di ieri e quella di oggi. “ Per ridurre il PSI in un cumulo di rovine - ha scritto Bettino – è stata necessaria un’aggressione politica-giudiziaria di portata impressionante e dall’altro lato il concorso pusillanime di una classe dirigente socialista che, almeno per la sua gran parte, ha dato prova di opportunismo e di viltà. C’è chi ci ha rimesso la vita, e se ne contano molti, c’è chi ci ha rimesso il lavoro, la famiglia, il ruolo sociale, la salute. C’è chi ha perso per periodi più o meno lunghi la propria libertà, e c’è chi ha subito persecuzioni e prepotenze di ogni genere. Ciò che è stato fatto ai socialisti è un’infamia la cui responsabilità ricade totalmente su chi l’ha organizzata, l’ha compiuta, vi ha concorso, vi ha partecipato, l’ha salutata come una disgrazia provvidenziale che capitava agli odiati nemici. Tanti avevano fatto i loro calcoli, e tanti avevano fatto conto di trarne profitto. Ora, se dalle macerie potrà rinascere qualcosa, non saranno certo loro a poterlo fare”.
Sono parole profetiche, di un uomo che la politica la capiva e la viveva con passione. A Pesaro non è nato niente. Siamo di fronte a una usurpazione fallita. Dov’è la causa, la ragione di questo crollo dei ds, del precipizio in cui sembra sprofondare tutta la sinistra? I governi Prodi-D’Alema-Amato non hanno governato così male da meritare la catastrofe. Le rigidità di Visco, Rosy Bindi o Cofferati possono aver causato la sconfitta, non il disastro del centro-sinistra e il dimezzamento del PDS. La ragione del disastro sta alle spalle, nel buio che tuttora circonda la liquidazione della Prima Repubblica, la distruzione dei partiti storici della democrazia italiana, nell’assurdo di un governo composto da forze che non potevano e ancora oggi non osano dire una parola sola sul proprio passato, nell’irrealtà di una maggioranza composta da forze sconfitte dalla storia e abilitate al governo da un potere estraneo alla politica. L’unica giustificazione sinora addotta dai ds è la mancanza di una giusta comunicazione con l’opinione pubblica. Giustificazione davvero strana per un governo che aveva il favore della quasi totalità dei mezzi di informazione. In un suo vecchio saggio, Luciano Pellicani citava un’osservazione di Althusser: “le cause di un errore durano fino a che non sono state affrontate e trasformate” e aggiungeva: “ Ebbene, come è possibile andare alla radice degli errori senza una ricognizione storiografica non vincolata dall’obbligo di mantenere una immagine edificante della propria tradizione?”
Ecco perché è necessario fare luce sul passato, ecco perché era importante che il Congresso di Pesaro parlasse anche di giustizia e di giustizialismo. Se non si rimuove quell’errore, se non si riconosce apertamente di aver sbagliato, abdicando alla politica e lasciando fare alla magistratura “il lavoro sporco”, come dice Macaluso, se non si afferma apertamente che i partiti della Prima Repubblica non erano un’accozzaglia di malviventi, che Craxi non era un criminale ma un grande uomo politico, il primo riformista europeo, prima di Blair e Jospin, di Schroeder, non c’è possibilità di ripresa; i partiti non riavranno credibilità e i ds andranno di sconfitta in sconfitta, come nel Molise, come a Palermo e in tutta la Sicilia, trascinando con sé tutta la sinistra.
Eppure non c’è ancora alcun segno di ravvedimento. E’ bastato che Enrico Morando – uno che ha il 4 per cento, non il 40 – notasse che il giustizialismo è stato un errore, deprecasse il battimani con cui l’assemblea dei ds accolse la notizia dell’avviso di garanzia a un ministro perché nei ds scoppiasse il finimondo. Zitti tutti i nuovi riformisti, ma il “correntone” scatenato; e su l’ “Unità”, bacchettate che più becere e sanfediste non avrebbero potuto essere. E ora gli “alleati” verdi accolgono Di Pietro e gli battono le mani, e tutta l’opposizione, ds e “margherita”, continuano a sollecitare il corporativismo della magistratura contro ogni possibile e necessaria riforma di un sistema giudiziario stracondannato dalla Suprema Corte di Giustizia Europea.
La verità è che l’intellighentia ex comunista è ex per convenienza e per necessità, ma permane in loro una natura violenta e settaria.
Ciò che mi ha impressionato è l’assenza di qualsiasi tentativo per accreditare la nuova veste riformista. Eppure la credibilità riformista dei ds è un problema grande quanto una montagna. L’identità di un individuo, di un partito, di una nazione è la sua storia. Quando uno si dichiara socialista o riformista allude alla propria storia: e se vuole alludere a quella di un altro, dovrebbe abbondare in spiegazioni. Se i DS sentissero davvero la necessità di ampliare la loro memoria, essi dovrebbero riferirsi di necessità a due uomini, a Saragat e a Craxi. A Saragat che uscì dal Partito Socialista per difendere la tradizione socialdemocratica e riformista del socialismo; a Craxi che ha restituito forza a quella tradizione e l’ha aggiornata per il governo della società moderna. Invece niente.
Ho trovato un vecchio articolo di Togliatti colmo di delicatezze per i riformisti: “Il tradimento del proletariato italiano si compie in un ambiente cui il bagliore di fiamme e la serietà della tragedia confinano con il grottesco di una farsa immonda. La figura nazionale di Pulcinella certo non è sufficiente ad esprimere tutto il ridicolo che emana da essi (cioè Turati e gli altri), tutta la bassezza di questi capi, i quali, di fronte al massacro sistematico degli operai, credono davvero di essere eroici offrendo in sacrificio allo Stato borghese la soddisfazione delle loro ambizioni di vecchi rimbecilliti e di ignoranti arrivati.”.
Togliatti scriveva queste cose nel luglio del ’22, proprio di fronte alla catastrofe che Turati cercava di evitare. Sono dunque cose di ottanta anni fa; ma il guaio è che, sotto diverse forme, l’attacco ai socialisti si è sviluppato senza interruzioni; basti guardare al periodo della segreteria Berlinguer, capo carismatico del PCI, tuttora mai messo in discussione dai DS che definiva Craxi “un pericolo per la democrazia” o rileggere una frase di D’Alema, una specie di confessione, in un libro-intervista edito da Longanesi, che è davvero illuminante: “Dovevamo cambiare nome – scrive D’Alema – non avevamo alternative. Eravamo come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d’uscita, e lì c’era Craxi con la sua proposta di unità socialista. Come uscire da quel canyon? Craxi aveva un indubbio vantaggio su di noi: era il capo dei socialisti in un Paese europeo occidentale. Quindi rappresentava lui la sinistra giusta per l’Italia, solo che poi aveva lo svantaggio di essere Craxi. I socialisti erano storicamente dalla parte giusta, ma si erano trasformati in un gruppo affaristico avvinghiato al potere democristiano. L’unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista in Italia”. E’ l’annuncio di quello che in parte hanno fatto, solo in parte però. Hanno potuto distruggere il PSI e la politica ma hanno, costruito il nulla per la sinistra e hanno spianato la strada alla delegittimazione dei partiti.
Tra le poche benedizioni ricevute dai ds merita di essere segnalata quella di Amato. Leggendo il suo intervento avevo provato dispiacere. Oggi sento che la parola più giusta è indignazione. Amato in veste di esorcista che cerca di cacciare il “diavolo” della storia (la loro storia) dal corpo dei ds dichiarando che il passato è finito. Amato che vince il suo “quiz show” – l’ha detto lui: l’occasione di una vita – dando una dopo l’altra tutte risposte sbagliate. Amato che fa ritirare gli o.d.g. sulla guerra e sulla Rai; Amato che strizza l’occhio a Bertinotti; Amato che benedice i “no global”; una benedizione che se arrivasse, ridurrebbe i DS più magri del loro Segretario.
Se Fassino dovesse seguire la ricetta di Amato, si avrebbe finalmente la Cosa 3 con un nuovo nome: MS, Magri e Sottili. La miglior risposta gliel’ha data in quei giorni Mattia Feltri, giovane giornalista de il Foglio che nella rubrica della lettera scrive “Quando Amato dice siamo tutti figli dello stesso sangue, chissà perché, vengono in mente Craxi, Moroni e gli altri”.
Per la raccolta di testimonianze sull’opera politica di Craxi, Giuliano, pochi giorni fa, mi ha mandato il contributo che gli avevo chiesto sui tentativi del Psi per la riforma dello Stato. Un bel saggio, documentato, niente da dire. Nella cortese lettera di accompagno mi dice che “per far risaltare meglio la spinta che demmo negli anni 80 in materia istituzionale, ho pensato di seguire in parallelo le nostre proposte e quelle del Pci prima e del Pds poi”. Per “avvicinarle” Amato cita solo i professori del Pci e del Pds, Barbera, Spagnoli, Pasquino eccetera. Dimentica i politici comunisti che gridarono di “attentato alla Costituzione”, e dipinsero Craxi fascista, con la svastica e gli stivaloni. Ma ancora più dell’intervento di Amato c’è una cosa, del Congresso diessino, che mi ha profondamente offesa: il mercanteggiamento sulla visita di Fassino alla tomba di mio padre. I morti si vanno a trovare quando i sentimenti dell’animo ce lo dicono, e se uno avverte questo desiderio non può esserci ragione al mondo per non farlo. Chi è venuto spontaneamente ad Hammamet – e sono stati e sono tanti – ha trovato le nostre braccia aperte; ma chi ci venisse per calcolo politico troverà chiuso il cancello del cimitero.
Cari compagni, care compagne, cari amici, con la stessa sincerità con cui parlo della vicenda diessina, vi dico ciò che penso della maggioranza di Governo. Il voto a destra dei socialisti, dei liberali, dei repubblicani è il voto dell’indignazione, è il voto contro la prepotenza, l’inganno, la violenza subiti dai DS. E’ contro una pessima sinistra giustizialista. Sono sentimenti forti ma è difficile che durino in eterno. Dopo l’indignazione viene la politica: ed è con la politica che si devono fare i conti. Ed è sulla politica, che milioni di uomini liberi nei prossimi anni decideranno chi sarà meritevole del proprio consenso. In un appunto di Bettino ho trovato questa frase: “Rapporto Berlusconi socialisti. Problema complicato. E’ vero che pochi socialisti hanno trovato spazio in questo movimento. E’ anche vero che questi voti come li ha presi, Berlusconi, se da un terreno liberale scivola su di un terreno conservatore, rischia di perderli.” La linea del governo Berlusconi non è ancora ben definita, anche a ragione della crisi politica internazionale e della guerra. Le polemiche tra il Ministro degli Esteri e quello della Difesa sono, a dir poco, sconcertanti. Per il momento, all’interno, il governo sembra impegnato a dar spallate alla fallimentare costruzione economico-sociale del centro-sinistra. Ma quale sarà l’esito? La politica non sarà sempre la lotta al comunismo o a quel che resta di esso. Verrà presto il momento delle scelte: sui giovani, sulla scuola, sul Mezzogiorno, sulla politica economica, sulla politica sociale, sul ruolo delle donne nella società italiana, quella civile e quella politica. E già abbiamo di fronte una scelta terribile: la guerra, che si combatte non solo in Afghanistan ma anche a Israele, in Palestina e minaccia di allargarsi all’Iraq, alla Somalia e chissà altro dove. Sulla risposta armata al terrorismo che attacca gli Stati Uniti e miete migliaia di vittime a New York non è possibile alcuna critica: niente è più sbagliato del pacifismo imbelle che non sa distinguere tra aggressori e aggrediti, tra predoni e predati. Il discorso di Bettino alla Camera per approvare l’intervento armato con l’Iraq che aveva occupato il Kuwait è un modello di consapevolezza e di determinazione. Ma nemmeno in quell’occasione Bettino dimenticava che noi siamo per la pace , che le nostre armi devono essere fino in fondo quelle della politica e della diplomazia. La Palestina non l’Afghanistan, Arafat non è Bin Laden, i palestinesi non sono i talebani. Se tutti i soldi spesi, e che ogni giorno si spendono in armi e per la guerra, fossero stati impiegati per l’economia e lo sviluppo di quella regione, ora avremmo sicuramente in quei luoghi pace e prosperità. Scriveva Craxi: “Occorrerebbe più che mai uno sforzo eccezionale delle Grandi nazioni, questa volta non politico ma soprattutto economico a sostegno del popolo palestinese. Uno sforzo finanziario per nuove infrastrutture, nuove vie di accesso, nuove attività produttive per i giovani, alleggerirebbe di molto le tensioni e consentirebbe di guardare all’avvenire con uno spirito di serenità e con speranza. Diversamente continueranno a far sentire il loro peso incognite pericolose”. Queste incognite hanno oggi la forma dei colpi di cannone e delle stragi che ogni giorno colà si consumano. Ed è impossibile non fare niente. Mirare a distruggere Arafat è una follia bellicista, di ottusa violenza un anacronistico tentativo di colonizzazione. Arafat non è oggi in grado di fermare gli atti terroristi della Jihad. Ma questi si alimentano e si perpetuano con la violenza israeliana. Se Israele, che lo può fare, spezzasse la spirale della violenza, riconoscesse e desse autorità a uno Stato palestinese, gli atti terroristici non troverebbero più alimento, gli animi della popolazione palestinese si placherebbero, il terrorismo perderebbe il suo carattere eroico, sarebbe probabilmente isolato e più facilmente debellato. Questa è la via che l’Italia dovrebbe sostenere; e avrebbe riflessi positivi su tutta la questione mediorientale che altrimenti minaccia di esplodere. I nodi aggrovigliati nel Medio Oriente devono essere sciolti, uno dopo l’altro, con gradualità, pazienza, prudenza ma anche senza lasciar trascorrere il tempo inutilmente, senza preparare, senza negoziare, senza decidere.
Sono tutti argomenti sui quali i socialisti avrebbero la loro parola da dire. Perché i socialisti non parlano?Salvo De Michelis per la verità, perché sono impegnati ad aspettare Prodi, o a litigare nei tribunali o a rincorrere misere sistemazioni personali. Cari compagni, sinceramente, lo spettacolo offerto dalla vecchia dirigenza socialista, salvo poche eccezioni, è stato a volte squallido a volte inadeguato e questo spiega anche la facilità con cui il post-comunismo ha affondato il bisturi nella nostra carne. I tentativi personali, o di piccoli gruppi, di trovare una propria sistemazione non mi interessano.
Io penso a quei milioni di elettori socialisti che hanno seguito con entusiasmo crescente il partito di Craxi, penso a quei militanti che non l’hanno abbandonato e non hanno abbandonato né la lotta né i loro ideali, e ai giovani, tutti, che oggi non hanno punti di riferimento. Noi socialisti, come noi socialdemocratici, noi liberali, noi radicali, noi riformisti ma soprattutto noi uomini e donne liberi dobbiamo riflettere sul fatto che non è agitando vecchie sigle o vecchi simboli che possiamo costruire garanzie di futuro. Facendo ciò spesso si ottiene il solo risultato di svalutare e immiserire la storia che quei simboli rappresentano. Molti compagni negli ultimi tempi mi chiedono quali siano le mie intenzioni, che cosa si dovrebbe fare. Io penso che noi abbiamo una eredità e una identità anzi una nuova carta d’identità dalla quale ripartire, la disegna Bettino dall’esilio: “Una nuova leva deve farsi avanti. Deve essere individuata, aiutata, sostenuta, incoraggiata. La politica, quella vera, richiede un grande sacrificio. I più anziani, di buona scuola, lo sanno. Questi ultimi possono fare molto, per una ricostruzione, seguendo, aiutando, consigliando, l’opera dei più giovani. Un vero rinnovamento significa uomini nuovi, idee nuove, programmi, immagini, linguaggi nuovi”; e partendo da questa dobbiamo leggere le nuove esigenze che emergono nella società – come hanno saputo fare i socialisti di Craxi – e costruire un nuovo progetto, il nostro progetto. Non partiamo da zero: la nostra visione della vita non ha subito né illusioni né turbolenze, non è una terza via o una quarta o una quinta: è la via maestra del riformismo liberale, una società pacifica, tollerante, che accoglie il nuovo e lo armonizza con l’esistente, dove si lavora e si crea progresso e sviluppo. Dove le grida non sono sempre al diapason, dove il senso di responsabilità sovrasta l’irresponsabilità, dove si pensa due volte prima di dire criminale, dove è vivo il senso della comunità e della nazione.
C’è un lavoro immenso da fare, basta guardarsi intorno. Il sistema maggioritario, che doveva sanare tutti i mali dell’Italia politica ha in realtà creato una situazione instabile e pericolosa e spinte alla riforma elettorale verranno presto. Non si tratta di immaginare un ritorno al passato, la semplificazione della politica è stata una richiesta forte nel paese; si tratta però di proporre un sistema che assicuri insieme la stabilità dei governi e il rispetto delle diverse volontà degli elettori, impedendo che, come succede ora il Parlamento venga nominato da pochi, a Roma, prima delle elezioni. Con l’attuale sistema elettorale non è stato fatto un passo avanti verso la modernizzazione della nostra democrazia ma è stato fatto un passo indietro di cento anni all’italietta delle oligarchie e dei notabili. Sono stati saltati i centi anni della nostra storia, con il risultato che l ‘Italia è ritornata indietro, in materia di diritti e garanzie per il cittadino. L’eccesso di sicurezza da una parte, la disperazione dall’altra trasformano in rissa il più modesto problema; la continua, reciproca delegittimazione, minando la base morale d’ogni principio d’autorità, autorizza i comportamenti più irresponsabili. Oggi sono criminalizzati i corpi di polizia, domani i magistrati, marciano i no global, marciamo i metalmeccanici e insieme si danno una mano, marciano gli insegnanti e marciano gli studenti, non si sa bene se d’accordo o all’incontrario. Le più sacrosante delle riforme, quella della giustizia, quella della scuola suscitano il finimondo: eppure abbiamo la peggiore giustizia in Europa, siamo finiti al ventesimo posto in aggiornamento tecnologico, produciamo ormai pochi cervelli e quei pochi se ne vanno all’estero. Ogni giorno si invoca l’intervento di Ciampi, dimenticando quanto modesti siano i suoi poteri. Allora, cosa si dovrebbe fare. Io do, non solo a voi ma a tutti i compagni socialisti, ai socialdemocratici, ai laici, ai liberali a tutti coloro che amano la politica e la libertà, due appuntamenti: il primo il 19 gennaio, ad Hamammet per ricordare il socialista, il laico, il libertario perché nella vita delle nazioni e nella storia, gli eroi e i martiri sono sempre stati un grande esempio e una formidabile leva morale. Nel loro nome si sono potute realizzare grandi imprese e mi auguro che nel nome di Bettino Craxi i socialisti liberi e generosi, gli uomini coraggiosi, cittadini e cittadine di buona volontà sappiano affermare la verità e concretamente significare il senso di una eredità, di Craxi e della miglior tradizione del socialismo riformista italiano. Tocca a noi farlo, le eredità se non sono difese e valorizzate prima o poi muoiono anch’esse e così anche i più maldestri usurpatori potranno riuscire nell’opera. Tocca a noi, sono certa che lo faremo insieme.
Cari compagni, dobbiamo però dimostrare, prima di tutto a noi stessi, di sapere di nuovo parlare di futuro. Per questo vi do un secondo appuntamento in primavera, quando ricorreranno i venti anni della I Conferenza Programmatica di Rimini, dove i socialisti prima di Blair seppero immaginare una nuova modernità del socialismo europeo per discutere il nuovo progetto dei socialisti, dei laici, dei liberali, dei riformisti, quelli veri. Per fare ciò e farlo bene, occorrerà ripartire dal “basso”, dal colloquio con i giovani, con chi lavora, dalla ricerca instancabile di intelligenza, vitalità, creatività, per fare ancora il pieno di idee, e ritrovare linee di comunicazione con la Società che vive, per recuperare la passione politica nei giovani che si sta spegnendo, per ricercare il nuovo ruolo della politica all’epoca di una rivoluzione industriale di portata epocale. Occorrerà recuperare la capacità, che fu propria dei socialisti negli anni ’80, di capire, interpretare la realtà, anticipare il futuro e la direzione delle innovazioni, captare le trasformazioni della Società avendo ben presente che il futuro non è più quello di una volta. Basti pensare che la radio, per raggiungere 50 milioni di ascoltatori nel mondo ci mise 38 anni, internet 4. Cambiano con straordinaria velocità il lavoro, le imprese, le logiche di mercato, il capitalismo. Le ricchezze si producono in maniera sempre più diffusa e molto spesso sono il frutto di un’idea, della conoscenza, dell’intelligenza del pensiero. E’ in pieno sviluppo una nuova industria, l’industria della mente.
Come all’inizio del XX secolo, anche oggi vi è un ingresso di massa degli individui nella nuova economia, nella società nuova.
In questo scenario le opportunità per ogni singolo individuo si moltiplicano, così come i rischi che da questa società nuova, molti siano esclusi in mancanza di minime opportunità di partenza.
E’ questo il nuovo terreno di lavoro per i Socialisti, per i Liberali per i Riformisti: ridefinire missioni e ruolo dello Stato, del Mercato, della Politica per un nuovo rapporto, attivo e non statico. Uno Stato capace di esaltare le facoltà e i potenziali degli individui affinché si moltiplichino i nuovi protagonisti della società nuova e per sostenere, finanziare, la crescita di chi ne rimane escluso.
Tutti possono e devono portare il loro contributo: la Fondazione Craxi, con i circoli, il Nuovo PSI, gli uomini che stanno nei sindacati, le associazioni, le fondazioni, tutti coloro che sentono ancora l’orgoglio di essere socialisti, liberali, repubblicani, gli uomini e le donne libere che ci seguivano e che, se chiamati alla costruzione di un progetto nuovo, non si tireranno indietro.
Cari compagni, care compagne, il corso della storia dei nostri ultimi dieci anni non è stato quello logico, normale, naturale. E’ stato violentato, distorto radicalmente, artificialmente mutato. In un articolo scritto nel ’91, due anni prima della morte, rifiutato dall’ “Unità”, e pubblicato postumo, Antonello Trombadori, l’intellettuale che aveva difeso Togliatti e il togliattismo in tutte le riviste e in tutti i circoli culturali, così scriveva: “Un ex comunista che ha ritrovato sulla base della storia e della tragedia del <socialismo reale> le sue origini, tanto più se esse si riconoscono più in Andrea Costa e Filippo Turati che negli stessi Massarenti e Prampolini, ma certamente nel coraggioso Nenni del ’56, vota PSI. Anche perché solo così si sente di non dover gettare a mare tutto della sua stessa storia personale”. Così dovevano andare le cose, così era logico che andassero. E’ andata in altro modo: i perdenti della storia hanno distrutto i vincenti; ma oggi quella loro artificiosa vittoria sta diventando la loro catastrofe. I socialisti dispongono di poche, pochissime forze; ma penso che il nostro dovere sia quello di cercare che la storia riprenda il suo corso logico, naturale restituendo al socialismo liberale la funzione di progresso e di guida che la storia stessa gli aveva assegnato. Ho un grande dolore, ma non ho nostalgia. Diceva spesso Bettino che bisogna ragionare sulle cose per quello che sono. E cioè giudicare le esperienze della storia per quello che sono in rapporto ai valori che attualmente noi intendiamo perseguire, esaltare e difendere. E l’opera che riguarda il passato aiuta e rende più convincente la definizione di una prospettiva d’avvenire. Perché il problema è di convincere e di essere convincenti circa la propria sincerità, circa la propria serietà, circa il fatto che si sta facendo qualcosa di costruttivo, di duraturo, di stabile; diversamente tutte le formule che si fanno circolare, sono formule che rimarranno appiccicate per poco. Cari compagni, care compagne, come vedete il mio è un invito a lavorare, a riprendere dall’inizio una strada sicuramente lunga e faticosa, ma anche saltante; certo se guardiamo davanti a noi, all’attuale panorama politico, non possiamo che trovare segni sconforto, ma se guardiamo dentro di noi, se ci appelliamo ai nostri sentimenti e alla nostra ragione, troviamo invece impulsi di volontà, motivi giusti e certi per agire, sicure speranze di riuscire e un obiettivo ben chiaro ai nostri cuori prima che alle nostre menti: immaginare, non come nel secolo scorso una utopia, cioè un non-luogo impossibile e inesistente, ma una “eutopia” ovvero un buon luogo, possibile e migliore per vivere, crescere i nostri figli, invecchiare e costruire l’efficienza della democrazia, concetto politico nel quale si realizzano e si collegano valori antichi e nuovi, giustizia e libertà, fratellanza e felicità.
Roma, 15 dicembre 2001 Stefania Craxi