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Da: da il Corriere della Sera
Data: 1/4/2002
Ora: 11:08:14 AM
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ROMA - «Era il 24 marzo ’85, la domenica in cui accogliemmo il Papa al centro Telespazio del Fucino, quando Romano Prodi mi parlò per la prima volta della vendita della Sme alla Buitoni di De Benedetti. Gli dissi che si poteva fare, ma fu un mio errore che si aggiunse a quello iniziale del presidente dell’Iri». Così, il 15 giugno ’85, tocca proprio al dc Clelio Darida, allora ministro delle Partecipazioni statali, parare le bordate del presidente del Consiglio, Bettino Craxi, e quindi firmare il decreto della «retromarcia», quello con cui il governo invita l’Iri di Prodi a prendere tempo con la Buitoni e a esaminare anche le altre offerte per la vendita del gruppo alimentare pubblico.
Furono le lettere perentorie di Craxi a convincerla oppure aveva già fiutato che nell’accordo Iri-Buitoni non quadrava il prezzo pattuito?
«Non ebbi alcun presentimento, ma poi la pioggia di offerte per la Sme ci mise in crisi. Questa storia, infatti, nasce da un errore di Prodi sul quale si cumulò un errore mio come ministro sorvegliante: dovevo subito dirgli di no. Invece all’inizio pensammo, sbagliando, di poter vendere una finanziaria come la Sme a trattativa privata».
Ha dunque ragione Rino Formica, ex ministro delle Finanze, quando denuncia la «trattativa segreta» tra Iri e Buitoni .
«Lui ha colto il punto essenziale. Prodi, invece, scelse un’altra via ritenendo che la Sme non la volesse nessuno. Poi, però, riferii a Prodi che Craxi iniziava ad avere ragione: "Noi gli diciamo che il prezzo è congruo e invece gli altri offrono di più". Così, alla fine, anche Prodi si convinse sulla necessità di una marcia indietro».
Cirino Pomicino, all’epoca presidente della commissione Bilancio della Camera, sostiene di avere ricevuto «telefonate politicamente intimidatorie» da parte di Giuliano Amato. Le risulta?
«Amato mi rappresentò che Craxi era irritatissimo. Ma Amato è persona gentile e non usò mai toni intimidatori, che comunque io non avrei accettato. In realtà, mi disse anche che Craxi proponeva una commissione parlamentare di indagine sulla Sme: e questo non è quanto di più piacevole nei rapporti tra un ministro e il suo presidente del Consiglio. Infine Craxi mi scrisse che, se si fosse creato un conflitto istituzionale tra lui e me, il ministro avrebbe dovuto dimettersi».
La Dc guidata da De Mita era tutta schierata con Prodi che voleva vendere la Sme a De Benedetti oppure qualcuno nel partito simpatizzava con Craxi e Amato che avevano contatti con la cordata Barilla-Ferrero- Berlusconi?
«De Mita era sulla linea di Prodi, ma quando mi telefonava era prudente: "Sempre che le cose siano regolari e il prezzo congruo...". Non mi disse mai "vendi comunque"».
Quella della Sme è una «storia di ordinaria contiguità fra mondo politico e mondo degli affari tipica della Prima Repubblica», ha scritto sul «Corriere della Sera» Piero Ostellino. E’ d’accordo che il discorso valga per tutte e due le cordate?
«La contiguità tra politica e mondo degli affari, e non voglio fare alcuna polemica con Ostellino, è per così dire la scoperta dell’acqua calda. Adesso si parla di un conflitto di interessi che all’epoca nostra era ignoto».
Fu sorpreso quando, nel 1986, il tribunale di Roma respinse la richiesta di De Benedetti di ritenere valida l’intesa Iri- Buitoni?
«No. Perché quello con De Benedetti non era un contratto ma solo un preliminare. E anche Prodi era di questo avviso».
Ha cambiato idea quando, nel ’98, la procura di Milano ha accusato Previti e Berlusconi di avere comprato la sentenza dell’86?
«Non entro nel processo di Milano perché sono stato ascoltato come testimone. Però il merito delle sentenze sulla vendita della Sme, e sono state 5, lo condivido pienamente. De Benedetti, illogicamente, non volle rilanciare: ma come poteva pensare che una pubblica amministrazione, di fronte ad offerte più alte di 50-100 miliardi, potesse vendere al suo gruppo? La vicenda sarebbe sempre finita davanti a un tribunale. Ma a parti rovesciate».
Dino Martirano