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Da: Paolo Mieli sul Corriere della Sera
Data: 1/10/2002
Ora: 4:56:49 PM
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DA LE LETTERE AL CORRIERE
Di Pietro? Rendere a Craxi quel che è di Craxi
Sabato scorso ho fatto un balzo sulla sedia nel leggere sul Corriere l’intervista di Francesco Alberti ad Antonio di Pietro sull’affare Sme. «Craxi aveva ragione di incaz... (mi scusi, ma non voglio scrivere per esteso un verbo che considero volgarissimo)», avrebbe detto l’ex pm di Mani pulite. Il giorno successivo ho sfogliato il giornale per vedere se Di Pietro avesse rettificato. Niente.
Così mi è rimasta impressa quella frase: «Craxi aveva ragione». Pronunciata, oltretutto, a proposito del più importante processo del momento che vede sul banco degli imputati Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Ma cosa sta capitando a Di Pietro?
Giovanna Calamai
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Cara signora Calamai,
nell’intervista a cui lei fa riferimento, Antonio Di Pietro è stato durissimo con Silvio Berlusconi, oltreché con il ministro Roberto Castelli. Non è dunque per fare un favore al Presidente del Consiglio che ha parlato bene di Craxi. Più semplicemente, secondo lui, Bettino Craxi (a quei tempi, nel 1985, capo del governo) era dalla parte della ragione allorché si mise di traverso alla «svendita» della finanziaria alimentare dell’Iri a Carlo De Benedetti. Ma anch’io, come lei, mi son fatto l’idea che l’ex magistrato stia gradualmente rivalutando alcuni aspetti della figura di Craxi. E non solo dopo aver letto questa intervista.
In questa occasione, però, credo che Di Pietro abbia semplicemente voluto rendere a Craxi quel che è di Craxi. Nel ’93 da pm, ebbe occasione di interrogare Romano Prodi, all’epoca presidente dell’Iri: «Non ho ancora capito se l’hanno fatta fesso o se lei sta facendo il fesso», gli disse. E, dalle risposte di Prodi, si confermò nell’idea che in quel tentativo di vendere la Sme a De Benedetti ci fosse stato qualcosa di «poco accorto» o «addirittura clientelare».
Effettivamente il prezzo con il quale Romano Prodi, buon amico dell’allora segretario dc Ciriaco De Mita, si accingeva a vendere la Sme, non era altissimo. Anzi. Tant’è che qualche anno dopo la stessa azienda fu dismessa per un importo cinque volte più grande come mi fa ancor oggi notare una lettera dell’avvocato Giacomantonio Russo Walti. Capita. Probabilmente per ingenuità, Prodi non si rese conto che la Sme valeva molto di più di 497 miliardi di lire (da riscuotere, oltretutto, superdilazionati). E De Benedetti, che ha il senso degli affari, ne approfittò. O, meglio, cercò di approfittarne. Ma il sospettosissimo Craxi (assieme a Giuliano Amato) - lui sì che, letti alcuni articoli sul Manifesto , aveva capito quanto valesse la Sme - si mise di traverso alla realizzazione di quell’affare. Anche perché, malfidato, pensò che dietro le quinte ci potesse essere qualche vantaggio per De Mita. Così fece mettere in piedi una cordata alternativa (alla quale, assieme a Pietro Barilla, Michele Ferrero e le cooperative, partecipava Silvio Berlusconi) e lo mandò a monte. In una piega di questa vicenda furono corrotti alcuni giudici? Ce lo dirà la sentenza definitiva del processo che si sta svolgendo a Milano. Ma non è di quest’ultimo dettaglio che voleva parlare di Di Pietro. L’ex pm si è limitato a dire che, per come era impostata la compravendita, Craxi fece bene a bloccare quel primo tentativo di privatizzazione. «Delle due l’una», ha sintetizzato, «o chi voleva l’accordo con la Buitoni (di De Benedetti, ndr.) era poco accorto, oppure aveva un rapporto clientelare tutt’altro che trasparente». E qui l’allusione alle amicizie politiche di Prodi è invece del tutto trasparente.
Forse Di Pietro voleva anche dire che tra tutte le ipotesi accusatorie contro Berlusconi, quella relativa all’affare Sme gli appare come la più stravagante. Ma questa è una mia libera interpretazione. Lui non l’ha detto.