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Da: da La Stampa
Data: 1/12/2002
Ora: 2:21:01 PM
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ROMA MA i sanculotti che presero la Bastiglia erano garantisti o giustizialisti? «La Rivoluzione francese si festeggia il 14 luglio, non il giorno della decapitazione del re» dice D´Alema, motivando il suo no alla manifestazione proposta per il 17 febbraio (decimo anniversario dell´arresto di Mario Chiesa e dell´inizio di Mani pulite) dal direttore di «Micromega» Paolo Flores d´Arcais. Il quale però considera la metafora storiografica di D´Alema «un´emerita sciocchezza». Ricorda Flores che «per liberare sette prigionieri dalla Bastiglia, gli insorti uccisero gli "envalides" che simbolicamente li custodivano, li fecero a pezzi e percorsero le strade di Parigi con le loro teste infilate nelle picche». Neppure Di Pietro aveva osato tanto. «Ma se proprio non gli va bene, scelgano un altro giorno - concede Flores - magari quello in cui gettarono le monetine a Craxi, purché si faccia».
Il motivo della divisione a sinistra è più complicato ancora dell´interpretazione del 14 luglio. Riguarda la lettura di dieci anni di storia, i rapporti tra giustizia e politica, il modo di opporsi a Berlusconi, e mette in rotta di collisione la gran parte dei Ds e l´«Unità». Il direttore Furio Colombo ha pubblicato la lettera con cui Flores propone la manifestazione del decennale, un successivo articolo di Elio Veltri, e schiera il giornale in difesa dell´iniziativa: «Qualsiasi ricorrenza ha un carattere simbolico. È un pretesto. Come il sasso di Balilla: in sé è poco; ma evoca molto. A noi interessa ricordare Mani pulite ed essere vicini ai magistrati, in un momento in cui la destra li presenta come una mafia, una piovra intenta ad avvelenare la vita civile e politica. Sarebbe bello dire: siamo andati avanti. Invece siamo tornati indietro, a prima del `92». Ecco: la giustizia come anello debole della transizione, che impedisce di chiudere la catena storica, di suturare le cesure, che ritarda il riconoscimento reciproco di legittimità tra maggioranza e opposizione. Perché sull´altro fronte si dice il contrario: la giustizia continua a invadere il campo della politica, il processo Sme è la leva per far saltare Berlusconi. «Io, nel `92, il processo Sme l´avrei chiuso in tre ore - sostiene Di Pietro -. Che ci vuole? È di una semplicità mostruosa. Ci sono documenti, basati su una rogatoria. Basta chiedere agli imputati: come mai c´è questo trasferimento dal conto corrente A al conto corrente B? Ma per fare questa semplice domanda non sono bastati tre anni. Perché la loro tattica è sfuggire al processo. Sfasciare i collegi. Fare leggi apposta per bloccare le prove. Hanno preso il potere, e adesso non li beccano più». E se si levasse oggi un Di Pietro ad arrestare un Chiesa? «Non parlerebbe nessuno.
Omertà. Finirebbe tutto in 15 giorni. Processo per direttissima. Patteggiamento: un anno e quattro mesi». Tonino è così, ormai non cambia più, non rinuncia a intentare processi virtuali. Le tangenti però, come dimostrano le telecamere installate alle Molinette, si continuano a pagare davvero. Bastasse una manifestazione. Sempre che si faccia. «Noi siamo un giornale, non un partito; diffondiamo idee e ricostruzioni storiche, non promuoviamo eventi» dice Furio Colombo. «Io ho lanciato un´idea, ma "Micromega" è fatto da un direttore e da una segretaria, sono altri che devono realizzarla» dice Flores. Che però può contare su un consigliere insospettabile: «Giuliano Ferrara mi ha detto: fai come ho fatto io con il 10 novembre, organizzala tu la manifestazione. Gli ho risposto: tu avevi la garanzia della grancassa, io ho la garanzia della censura. Nessun giornale ne scrive, nessuna tv ne parla. Eppure il popolo dei fax esiste ancora». Se anche si facesse, il corteo dei dieci anni, bisognerebbe poi vedere chi ci va. Non Rutelli: «Bisogna separare l´impegno contro la corruzione dal gaudio per un arresto». Non Fassino: «Se ci saranno adesioni, saranno individuali». Non Violante: «Non mi convince l´equiparazione della giustizia alle manette». E se non c´è da attendersi consensi da Enzo Carra, icona degli eccessi del giustizialismo, che infatti propone piuttosto una commissione di saggi composta da Paolo Mieli, Gabriele De Rosa e Vittorio Foa, sono da annotare i distinguo del neoleader Verde Alfonso Pecoraro Scanio, che nel febbraio `94 montò a cammello sulla spiaggia di Fregene al grido di «Ad Hammamet!» e al Gilda on the beach tagliò la torta di compleanno di Mani pulite insieme con il sosia di Berlusconi, e ora argomenta: «Non è bello festeggiare un arresto. Non escludo di partecipare il 17, ma la vera festa sarebbe raccogliere le firme per il referendum sulle rogatorie». Ci sarà, o ci sarebbe, il fondatore Occhetto: «Sono all´estero, ne so poco, ma la situazione è tanto grave che qualsiasi cosa serva a difendere il sistema giudiziario è bene accetta». Allarmato anche lo storico Giangiacomo Migone, ex presidente Ds della Commissione Esteri del Senato, per l´attacco alla magistratura e per quello a Clio: «Queste battute brillanti, questi riferimenti storici alla Rivoluzione francese mi ripugnano, sotto il profilo tecnico. C´entrano come i cavoli a merenda. Non se ne può più del binomio garantismo-giacobinismo. Tangentopoli non fu il Terrore: semplicemente, una parte della magistratura si era messa a fare, come diceva mio zio quando a scuola prendevo appena 7, "la quarta parte del suo dovere". Si tratta di far rispettare una formula semplice: la legge è uguale per tutti. Spiace questa insensibilità di D´Alema e dei Ds verso i deboli, che dalla legge a volte sono schiacchiati, mentre dai forti la legge è aggirata». La questione non riguarda solo la sinistra, coinvolge la memoria storica del paese, mette in causa la secolare volubilità degli italiani, capovolge valori: i deputati leghisti con cappio diventano liberatori, la senatrice diessina Tana De Zulueta (slogan elettorale: «Tana libera tutti») annuncia: «Il 17 ci sarò. Perché ha ragione D´Ambrosio: viviamo la notte della democrazia». Nel mondo sottosopra, nella vertigine dei possibili, non solo Romina lascia Albano, ma pure Veltri lascia Di Pietro, e ora se ne va anche Mennea («ma no - spiega Tonino - siamo d´accordo così, Mennea è costretto a farlo per diventare sindaco di Barletta: se resta con me non lo appoggia nessuno»). E non solo i fiumi scorrono dalla foce alla corrente, i delfini arano il campo e i buoi nuotano tra le onde: di Mani pulite sembra non importare più a nessuno. Né alla sinistra, che forse non a caso ha convocato il corteo contro il governo per il 16 febbraio, il giorno prima dell´anniversario («l´hanno fatto apposta, per depotenziarlo», accusa Di Pietro). Né alla destra, che ha smesso di parlare di commissione su Tangentopoli, convinta di poter cavare di più da Telekom Serbia (tanto ormai si è capito che rubavano tutti). Né tantomeno agli inquisiti o ai condannati recuperati alla politica. Inafferrabile l´onorevole Alfredo Vito detto `a sogliola, già mister centomila preferenze. Si fa negare il sottosegretario alle riforme istituzionali onorevole Aldo Brancher, ex sacerdote, ex carcerato. L´onorevole Frigerio, invece, non risulta proprio. Non ha segreteria. Non ha foto sul sito Internet. Alla Camera non l´hanno mai visto. Assenteismo coatto: è agli arresti domiciliari. Accetta di parlare invece l´onorevole Massimo Maria Berruti, condannato nel processo per le mazzette alla guardia di finanza che mandò assolto Berlusconi, dopo aver premesso che trattasi di «condanna che non odora di soldi»: favoreggiamento. «Ritengo che la magistratura, la inquirente e la giudicante, abbia fatto e faccia il suo dovere. Io rispetto le sentenze. Certo, qualche magistrato, forse anche in buona fede, è diventato uno strumento politico. Ci sono state forti spinte, che ho sperimentato sulla mia pelle, per far degenerare la cellula sana della giustizia. In natura non esistono organismi privi di virus: il problema è creare gli anticorpi. Mi pare che su Tangentopoli ci sia poco da festeggiare. Il bilancio non è quello prospettato dall´accusa. È fatto di condanne, ma più che altro di assoluzioni, di proscioglimenti».
In effetti Mani pulite è stata anche l´epifania, il segno visibile dei mali della giustizia italiana. I tempi, innanzitutto. A parte Chiesa e Cusani, le pene di fatto applicate sono rimaste quelle della Rivoluzione francese, forse pure dell´Ancien Régime: la gogna e la ghigliottina, la bava di Forlani e il suicidio di Moroni, Cagliari, Gardini. Come se l´alternativa all´impunità fosse la morte. Così nella politica italiana si muovono personaggi che altrove appartengono ai lasciti delle dittature: le vedove, gli orfani. Come Chiara Moroni, 27 anni, la parlamentare più giovane: «Se nel bilancio ci fossero solo gli arrestati e i suicidi, sarebbe doloroso per me, ma per me solo. È che il paese è andato indietro. Altri, ad esempio la Spagna, ci hanno superato. E le questioni che avevano innescato Mani pulite - la corruzione, il finanziamento ai partiti - sono lì, irrisolte».
C´è poi chi l´ha scampata per poco, come Mannino, incarcerato per mafia, ammalatosi di cancro, guarito, assolto, e ora refrattario alle suggestioni storiche: «A parte il fatto che D´Alema non ha mai preso la Bastiglia, visto che le elezioni del `94 le vinsero i girondini, i moderati, è sbagliato contrapporlo a Flores. Il suo smarcarsi è solo apparente. D´Alema e i suoi non hanno risolto la questione dell´identità comunista, non si pongono il problema del consenso ma del potere, non hanno il coraggio di portare sino in fondo le loro svolte. Prenda la vicenda Craxi. L´hanno rivalutato a metà. Attendo sempre che dicano: Craxi non fu un ladro, ma il primo leader socialista a guidare il paese».
E siamo arrivati ad Hammamet, e da Hammamet, finché la salma di Bettino riposerà nella fossa scavata sulla spiaggia tunisina, non sarà facile andarsene. «Il giorno che arrestarono Mario Chiesa ero al mare con papà e i bambini, a Nervi - racconta Stefania -. Lui non pensò affatto all´inizio di un´offensiva, a una cosa organizzata. Disse quel che pensava, lo chiamò "mariuolo"». Il 14 luglio, Luigi XVI annotò: «Aujourd´hui, rien», oggi nulla da segnalare. «Papà diceva che la maxitangente Enimont era una maxiballa. Oggi io dico che Tangentopoli è stata una maxitruffa. I corrotti di allora sono a spasso. E siamo l´unico paese al mondo in cui la sinistra ha lasciato il garantismo alla destra». L´unico pronto alla riabilitazione piena di Craxi è Di Pietro: «Rendo onore al suo coraggio. Berlusconi evita i processi, lui venne in aula». Qui però Tonino torna pubblico ministero: «Fu Craxi a darci la chiave del processo Enimont. Disse: tutti i partiti prendevano i soldi, tutte le aziende pagavano. Chiesi: anche il Psi? anche la Montedison? Rispose: sì. Capii che era fatta». In questi giorni Stefania celebra un altro anniversario: il 19 gennaio sono due anni dalla morte di suo padre. Organizza charter per la Tunisia e commemorazioni alla biblioteca della Camera, l´altr´anno con Amato e Violante, questo con Berlusconi e Casini. Non può, e forse non vuole, impedire che il tumulo di Hammamet resti l´ennesimo segno - dopo Monza, piazzale Loreto, via Caetani - dell´irriconciliabilità delle fazioni, dell´impossibilità di ricomporre una memoria storica, di scrivere una storia comune o almeno condivisa. Quasi il memento di un paese che procede per regicidi e lacerazioni che gli anniversari non richiudono; anzi.