Socialisti Punto Net

[ Home page | Sommario | Archivio | Invia | Rispondi | Avanti | Indietro | Su ]


Re: 10 anni fa MANI PULITE: Andreotti: io, Craxi e Forlani messi al muro dagli «eredi»

Da: da il Corriere della Sera
Data: 1/14/2002
Ora: 10:39:29 AM
Nome remoto: 213.254.3.151

Commenti

A dieci anni dall’avvio delle inchieste giudiziarie che sconvolsero il sistema politico (17 febbraio 1992), parlano protagonisti e testimoni di un periodo controverso della storia italiana.

ROMA - Giulio Andreotti ha da poco compiuto 83 anni. Ha alle spalle una lunga traversata all’interno della Repubblica, segnata da successi e sconfitte, da amarezze e trionfi, da crolli e resurrezioni.

«Continuo a ritenere che è stato un grave errore confondere i possibili arricchimenti personali - da accertare e punire severamente - con il finanziamento dei partiti, che era una prassi nota e generalizzata. Il richiamo alla correttezza era peraltro positivo ma andava fatto senza discriminazioni politiche. Nel libro Toghe Rosse di Francesco Misiani si dice che loro, cioè gli appartenenti a Magistratura Democratica, sapevano bene che anche il partito Comunista aveva finanziamenti illeciti ma in misura minore rispetto agli altri e in più - affermazione gravissima - i comunisti anche se li torturi non parlano. Non parlo poi degli aiuti di Mosca perché nel libro di Valerio Riva vi è tutta la documentazione presa da quegli archivi. Mi invitarono a presentare il libro di Riva all’Università di Bologna e lo feci volentieri. Poiché però Vittorio Feltri aveva fatto una sparata a zero e nessuno dei presenti difendeva il Pci lo feci io, dicendo che era ingiusto ritenere che i comunisti fossero stati forti solo per l’oro di Mosca. Rievocai le persecuzioni e le sofferenze di molti di loro».

Chi sono, a suo giudizio, i vincitori e i vinti di quella stagione?

«In battaglie di questo tipo non ci sono mai vincitori o vinti. Tutti perdono qualcosa. Comunque, Mani pulite non è stato un fenomeno solo italiano. Anche in Germania, con il siluramento di Kohl, e in Francia, con le inchieste su Chirac...».

Esisteva una strategia precisa dietro quella inchiesta?

«C’è chi parla di una "via giudiziaria al potere". Non so se vi sia stata una strategia specifica al riguardo. La connessione però c’era. Mi riferisco ancora al libro di Misiani, dove si dice che loro - i procuratori di sinistra - erano per la trattativa durante la terribile vicenda Moro ma nulla poterono fare perché le Botteghe Oscure erano di opposto parere. Il silenzio sul libro di Misiani è sintomatico. Se sono menzogne, i dirigenti di Magistratura Democratica avrebbero dovuto difendersi e chiedere al personaggio una resa dei conti».

In principio, i grandi mezzi di comunicazione e i grandi editori - senza eccezione - seguirono i giudici e trascurarono gli imputati...

«In parallelo a Mani pulite vi sono state anche le accuse a politici di corresponsabilità mafiose. Ne so qualcosa personalmente e non posso credere a semplici errori giudiziari. Circa la stampa è vero. La proprietà forse temeva rappresaglie o coinvolgimenti. E tra i giornalisti vi erano i beneficiari di anticipazioni di notizie dalle Procure e molti avversari - anche per stanchezza - degli uomini al potere».

Lei ha conosciuto Borrelli e Di Pietro?

«Borrelli no. Può darsi che lo abbia incontrato in qualche manifestazione milanese, ma non ne ho memoria. Di Pietro mi convocò a Milano per un finanziamento al partito Socialdemocratico. Non ho capito bene cosa potessi entrarci io. Più tardi è diventato nostro collega in Senato, ma non ho avuto rapporti personali. Del resto, frequentava poco Palazzo Madama. Colleghi della sinistra erano apertamente critici per la sua candidatura al Mugello. Non dico poi quando Di Pietro cambiò campo. A D’Alema avranno fischiato le orecchie».

Diversi indagati non hanno retto al peso delle accuse. Raul Gardini si sparò. Gabriele Cagliari si uccise in carcere infilando la testa in una busta di plastica.

«Gardini lo conobbi quando andai a Palazzo Chigi succedendo a De Mita. Venne a protestare perché alla Camera stagnava una proposta di sgravio fiscale a favore di Enimont. Riteneva erroneamente che il Parlamento dovesse approvare automaticamente i disegni di legge governativi. Più tardi, in deroga ai patti iniziali dell’Enimont, fece acquistare una quota di azioni (mi pare l’11 per cento) e mise in minoranza il socio pubblico. L’avvocatura dello Stato suggerì all’Eni il modo di contrastare questo sopruso. Sotto un profilo giuridico è fuor di dubbio che la parità pubblico-privato non poteva essere arbitrariamente elusa. La fine di Gardini è stata tristissima. Forse si era illuso di diventare uno dei grandissimi della Confindustria. Cagliari lo avevo ricevuto più volte e mi era sembrato uomo competente e sereno. Non conosco la sostanza di quanto gli addebitarono, ma per arrivare al suicidio la provocazione deve essere stata gravissima».

Pensa che per un politico di lungo corso come lei sia stato più facile resistere al peso delle accuse?

«Dinanzi ad accuse giudiziarie la "resistenza" - a parte quella procedurale - è di due ordini: psicologico-morale e finanziaria. All’inizio è stata dura. Ho temuto il crollo fisico. Mi è stata di grande aiuto, a parte la fede e la famiglia, l’intatta solidarietà di tanti ambienti, specie di quelli che mi conoscono da sempre. Devo aggiungere l’amicizia e il disinteresse dei miei difensori. C’è anche un modo per sfiancare un imputato: con la mole di carte e di bolli, un milione di pagine, una cosa terrificante. Per fortuna ho avuto le mie agende e le carte necessarie per smontare l’accusa, per esempio, di essere a Catania mentre ero in Giappone. Comunque le assoluzioni sono arrivate ed attendo ora gli appelli, in corso a Palermo. Ho fiducia nella magistratura. Ho sperimentato che i giudicanti sono liberi e... rendono giustizia. Il mio timore era di morire prima delle assoluzioni, lasciando dubbi in proposito».

Quando lei fu accusato, ci fu qualcuno che cambiò atteggiamento nei suoi confronti?

«Qualche danno l’accusa me l’arrecò. All’ Europeo , ad esempio, mi fu tolta la collaborazione».

Lei avverte una nostalgia nei confronti di quella che tutti definiamo la Prima Repubblica?

«Nostalgia, no. Stizza sì, quando la vedo denigrare, specie da alcuni disinvolti voltagabbana. Per il resto, come padre e nonno, non auspico il fallimento del governo. Ho apprezzato Fassino quando ha detto che bisogna lavorare per il 2006».

Dieci anni fa si pensava che lei potesse diventare presidente della Repubblica. Chi le ha sbarrato la strada per il Quirinale?

«A orientare diversamente la scelta furono Craxi e una parte significativa dei democristiani. Contribuì anche la fretta di concludere, suscitata dall’emozione per l’assassinio di Giovanni Falcone, una persona che ho stimato e alla quale ho voluto bene quando era vivo, e non eravamo in moltissimi».

Negli eventi compresi fra l’autunno 1991 e la primavera 1992 è possibile individuare una regia estera?

«Regia estera all’origine del mio congelamento non mi risulta. Forse qualche scheggia di Servizi ha operato. Devo peraltro dire che in udienza a Palermo sono venuti tre ambasciatori americani: Rabb, Secchia, Walters, con testimonianze a mio favore che mi hanno molto gratificato».

Dieci anni fa gli uomini più potenti d’Italia erano tre: lei, Craxi, Forlani. Il Caf...

«Il famoso Caf è un’invenzione retorica. Per i ruoli che ricoprivamo eravamo importanti e avevamo rapporti. Ma, ad esempio, nell’incontro del camper tra Arnaldo e Bettino, io non c’ero. E lo seppi solo dai giornali».

C’è un filo che lega l’estromissione dal potere - nel 1992 - dei tre?

«L’impallinamento è stato a tutto raggio. Gli eredi - o aspiranti eredi - avevano fretta nell’aprire la successione. Moro era stato ucciso. Noi messi al muro in altro modo».

Qual è la sua analisi sul destino politico-giudiziario di Bettino Craxi?

«Craxi mirava alla leadership della Nazione attraverso l’unificazione delle sinistre a guida socialista. Fu amareggiato dallo scavalco che l’Internazionale Socialista operò accettando direttamente il Pci come osservatore, mentre Craxi contava di utilizzare lui questa carta. Sul piano giudiziario, ebbe una raffica di azioni penali; tante da rendere forse impossibile difendersi. A parte la prudenza fisica che lo indusse ad emigrare. Il non farlo rientrare per operarsi qui è stato umanamente grave».

Dieci anni dopo, tutti vorrebbero resuscitare la Dc.

«Io non sono un ex democristiano. Sono un democristiano. Ritengo sia stato un grave errore cambiare nome. Molti figli legittimi o naturali sono nati nel frattempo. Comunque io, dopo il breve richiamo in servizio con Democrazia Europea, sono rientrato nel mio status esclusivo di senatore a vita extra partes. Credo nella resurrezione dei morti ma solo nel campo storico-teologico».

L’amico che le è stato più vicino.

«Molti, anche comunisti. Tra gli altri, due che conoscevano bene me e la Sicilia, Gerardo Chiaromonte e Paolo Bufalini».

La persona che si è comportata peggio.

«Il Papa ha parlato di recente della necessità del perdono. Lasciamo stare».

L’errore che non rifarebbe.

«Dovrei dire che è stato un errore l’occuparmi di correnti nel mio partito, ma era una "condicio sine qua non"».

Il rimpianto più amaro.

«Posso dire di non avere rimpianti. O forse è superbia?».


Home page Socialisti.net
Copyright©2000-2006  SocialistiPuntoNet

[Sommario degli articoli]

[Archivio dei Forum]