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Re: Macaluso: Cari compagni, non basta l’indignazione nei confronti del Cavaliere

Da: da La Stampa
Data: 1/16/2002
Ora: 2:00:32 PM
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16 gennaio 2002

Massimo Salvadori ha scritto un articolo (L’Unità, domenica 8 gennaio) per dire che effettivamente siamo di fronte a una «emergenza democratica»; pericolo, questo, che - aggiunge - aveva sottovalutato alla vigilia delle elezioni quando fu autorevolmente segnalato da Norberto Bobbio, Sylos Labini e altri «grandi vecchi».

L’argomento è di grande interesse e attualità, non solo perché fa parte delle convinzioni di studiosi (Salvadori è fra questi) che hanno dato un contributo rilevante alla conoscenza della storia del Paese e si sono distinti per un eccezionale impegno civile, ma perché è un tema che divide e paralizza l’opposizione al governo.

Discuterne con serietà e serenità, come ha fatto Salvadori, è quindi giusto e necessario. E per dire la mia vorrei, intanto, porre alcuni interrogativi: cos’è un’emergenza democratica? Se c’è, da dove origina e come si configura? E, infine, come si fronteggia?

Salvadori sostiene che quell’emergenza c’è, e c’è perché «abbiamo un presidente del Consiglio che, in nome dei suoi interessi personali e per effetto del macroscopico conflitto che questi suscitano con gli interessi pubblici, sta dando l’assalto alla giustizia, causando una pericolosa rottura dell’equilibrio tra i poteri dello Stato».

Questo mi pare il punto centrale. L’elenco continua con i comportamenti di Bossi e del suo ministro della Giustizia; il fastidio dimostrato dal governo per il progredire dell’integrazione europea; il controllo berlusconiano sui grandi mezzi d’informazione; la proposta di legge-beffa sul conflitto d’interessi.

La lista di Salvadori ci è presente ed è inquietante. Le vicende che hanno caratterizzato l’inaugurazione dell’anno giudiziario hanno reso ancora più pesante il clima politico. Ma possiamo dire che ci troviamo di fronte un’emergenza democratica?

Nel cinquantennnio che è alle nostre spalle quell’emergenza si materializzò, nel 1960, con Tambroni; e fu qualificata tale sulla base di un giudizio politico largamente condiviso sul significato da dare al sostegno del Movimento sociale italiano al governo.

La reazione fu ampia e aspra, e coinvolse la coalizione governativa con le dimissioni di alcuni ministri. La Dc, con la guida di Moro, e l’opposizione di sinistra, con Togliatti e Nenni, uscirono da quell’emergenza con iniziative politiche. Lo sbocco infatti fu poi il centro-sinistra.

L’emergenza terroristica, negli anni Settanta, non originò dal governo, anzi ebbe come bersaglio il governo e la maggioranza larga di solidarietà nazionale. Ma anche in quell’occasione si uscì dall’emergenza con l’iniziativa politica che sconfisse il terrorismo.

Non ho dubbi che, oggi, il tentativo di sottrarre il presidente del Consiglio e i suoi amici a un legittimo giudizio di un tribunale della Repubblica, compiuto con atti legislativi e interventi ministeriali più che discutibili, costituiscano uno strappo lacerante allo svolgimento della vita democratica del Paese.

E, più in generale, ritengo che il conflitto di interessi che coinvolge il premier inquini la vita politica. Ma la risposta non può essere solo l’indignazione (momento necessario nella vita civile), né il discorso sul Piave e la «resistenza» del procuratore Borrelli. La risposta deve essere politica. E non c’è, o se c’è, come sulla giustizia, è ondivaga.

Ecco il punto nodale: l’emergenza di cui si parla è dovuta infatti a un deficit di guida politica, nel governo e nell’opposizione. Il governo in questi mesi ha accentuato il conflitto con la magistratura e i sindacati, non ha certo sanato il malessere che c’era nella scuola (anzi), ha logorato le sue alleanze con quei gruppi capitalistici più maturi che l’avevano sostenuto, ha accresciuto la diffidenza di forze consistenti in Europa.

La guida Berlusconi oggi è politicamente più debole. Ma la particolarità della situazione italiana sta nel fatto che l’opposizione gioca solo di rimessa, e alla flessione di consenso politico del governo non corrisponde una crescita del suo. E questo perché non c’è una politica per uscire dall’«emergenza»: c’è la protesta, ma non la proposta.

Temo che la parola «emergenza» serva a creare un clima di attesa per una soluzione extra politica: giudiziaria o divina. E si ignora il fatto che la soluzione giudiziaria, comunque vada (la storia recente lo dice), crea più problemi di quanti si vogliono risolvere.

La sinistra, se vuole costruire un’alternativa, deve dare risposte atte a risolvere i problemi del Paese con una posizione autonoma sul terreno sociale, culturale, politico.

Deve, con un lavoro di lunga lena, costruire un grande partito, come in tutti i Paesi europei. Oggi c’è un evidente squilibrio politico: la sinistra è debole e divisa, i Ds al 16%, Cossutta continua a tenere in vita (si fa per dire) un partito con l’1% e lo stesso fa Boselli, Bertinotti col 5-6% vuole nientemeno che rifondare il comunismo e riesce solo ad amministrare la sua presenza in tv. Quel che manca è un grande partito pluralista della sinistra.

Al centro sembra che la Margherita, con Rutelli leader, fiorisca: è un bene, se unifica le forze. Ma l’Ulivo così com’era non c’è più. È meglio prenderne atto e vedere con realismo come si deve esprimere unitariamente il centrosinistra.

Fassino è segretario dei Ds e Rutelli della Margherita; entrambi, insieme a tutti coloro che credono in una alternativa al centrodestra, individuino le forme, i programmi, il leader per riaprire una nuova stagione dell’Ulivo.

Il collante non può essere solo l’indignazione nei confronti del Cavaliere, ma un programma per l’Italia in grado di dare risposte in positivo con proposte, iniziative e soluzioni concrete, anche sui temi che Massimo Salvadori indica come «emergenza democratica».

Direttore del mensile «Le ragioni del socialismo»


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