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Re: «Vera riconciliazione nel nome di Craxi»

Da: da il Tempo
Data: 1/23/2002
Ora: 11:49:01 AM
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*...*...* di STEFANO VESPA

UNA commemorazione? Anche, ma soprattutto una rilettura di anni tormentati con un protagonista assoluto: Bettino Craxi. Ieri sera, a due anni dalla scomparsa del leader socialista, la presentazione del libro fotografico «Craxi, una storia» di Umberto Cicconi è stata l’occasione per mettere il dito nella piaga di Tangentopoli, del finanziamento della politica che riguardava tutti e della giustizia che non ha colpito tutti.

Pier Ferdinando Casini, all’epoca giovane deputato democristiano e oggi presidente della Camera, e Silvio Berlusconi, già imprenditore amico di Bettino e oggi presidente del Consiglio, hanno pronunciato parole inequivocabili, che suonano anche come chiaro messaggio all’opposizione. «Non meritava il marchio dell’infamia», ha detto Casini. Per Berlusconi l’Italia andrebbe «verso la riconciliazione» se tutti riconoscessero il vero ruolo di Craxi.

«È finalmente possibile parlare di Craxi con obiettività - ha esordito Berlusconi - grazie a una ritrovata serenità di giudizio. Bettino Craxi era un vero amico, un uomo a cui ho voluto bene, leale, tra di noi c’era un rapporto umano che andava al di là delle diversità, anzi era fondato su questo». Il suo è stato un elogio dello statista e vero atto di accusa: Craxi «non ha avuto indietro dai suoi avversari lo stesso rispetto e la stessa dignità che ha tributato loro in decenni di vita politica», contro di lui c’è stato «un inaudito accanimento» e il non avergli consentito di essere curato in Italia «da uomo libero» è stato un «segno drammaticamente evidente di quanto siano lontani il moralismo cieco e la faziosità politica da un vero spirito di pietà laica e da un vero sentimento di amore cristiano». Così come nel libro di Cicconi ci sono personaggi «sorridenti e riverenti» che lo hanno poi «lestamente abbandonato», mentre a livello internazionale negli anni di Hammamet Craxi ebbe avuto affetto e solidarietà.

Il famoso discorso del 3 luglio 1992, in cui ammise i finanziamenti illeciti ma per tutti i partiti, e nessuno lo contraddisse, «dev’essere di insegnamento e monito per tutti». Uno statista, come dimostrò la sua intensa politica estera, che ruppe l’arco costituzionale «ricevendo Fini a Palazzo Chigi» (ma Stefania Craxi lo corregge: «No, era Almirante»). Un uomo politico, ricorda il Berlusconi imprenditore con la mente alla legge Mammì del 1990, che capì «che la tv privata era un fattore di sviluppo dell’economia e di ricchezza e di libertà».

Berlusconi rimprovera anche quella parte dell’opposizione che giudica la sovranità popolare «come incidente di percorso» mentre «non c’è alcuna dittatura della maggioranza» e conclude con un auspicio: «Solo quando la nebbia dell’incomprensione si sarà dissolta e finalmente il ruolo e la figura di Craxi avranno ricevuto il giusto riconoscimento da parte di tutti l’Italia avrà compiuto un passo avanti decisivo verso quella riconciliazione e quell’unità morale e civile che ancora ci mancano».

Casini ha ricordato il merito di Craxi di aver dato un nuovo corso al socialismo italiano abbandonando «le nefandezze del comunismo internazionale», la scelta dell’Europa e del Patto Atlantico, l’installazione dei missili Cruise contro gli SS20 sovietici, l’inizio della fine dell’Est. Oggi, da presidente, Casini conferma quello che disse due anni fa: «Craxi fu uno statista ed un leader che non meritava di essere liquidato col marchio dell’infamia». Bisogna distinguere «fra i reati connessi al finanziamento illecito della politica e la sua opera di uomo di Stato».

Errori ne commise, ammette Casini, ma «credo che nessuna delle persone in buona fede possa dichiararsi esente da responsabilità in quegli anni». Oggi, per una vera democrazia dell’alternanza, occorre «un clima di rispetto civile» e non letture faziose. Craxi, aggiunge Casini, «fu travolto da una piena incontenibile» e «la sinistra non fu l’unica parte politica che si saldò all’opera dei giudici», con chiaro riferimento a Lega e An. Dunque, conclude, riconoscere torti e ragioni di quegli anni serve non a riaprire ferite, ma a creare un futuro più giusto.


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