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Re: DS e dintorni, una svolta per una nuova forza

Da: Giorgio Ruffolo, da l'Ossimoro
Data: 1/23/2002
Ora: 3:28:49 PM
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Commenti

 

Giorgio Ruffolo: una svolta per una nuova forza, per una nuova proposta

Scusatemi se comincio dai fatti nostri. Dall'esperienza mia e dei compagni che con me hanno aderito, anzi, hanno fondato a Firenze il partito dei DS.
Sono contento che Piero Fassino sia qui, lo ringrazio di essere venuto. Sono sicuro che ascolterà con la consueta pazienza. E che apprezzerà la franchezza. 
Perché non è stata una esperienza esaltante.
Era cominciata con grandi speranze. 
Pensavamo di costruire insieme con esponenti significativi di tutte le correnti del riformismo italiano un grande partito del socialismo europeo in Italia, che fondasse la sua credibilità su un progetto di società.
Il progetto di società è apparso e scomparso.
Quanto al partito, ha dimostrato con la sua nomenklatura rissosa all'interno ma impermeabile all'esterno, di ispirarsi, più che al progetto, al manuale Cencelli, e ha reso evidente la sua totale incapacità a trasformarsi in un organismo agile e aperto, in cui tutti i riformisti della sinistra potessero sentirsi a casa propria. Disse d'Alema una volta in un'assemblea di socialisti, conquistandola: dovete essere fieri di voi, perché Graecia capta ferum victorem cepit. Macchè Grecia. Manco la Ciociaria.

Il nostro è un grido di dolore? Forse, ma non certo per noi: per il partito stesso, che perde i pezzi ma non i vizi rischiando di chiudersi entro spazi di autoreferenza che si restringono: altro che victorem!

Non voglio certo dire che le cose avrebbero potuto andare diversamente se si fosse lasciato più spazio alle componenti della Cosa Due, praticamente emarginate dalla struttura centrale erede del PCI-PDS. Ma è certo che quest'ultima ha fallito la prova. E, indipendentemente dalla stima che ciascuno di noi ha per le singole rispettabilissime persone, ho forti dubbi che esso possa realizzare quella rigenerazione riformista che è stata con tanta giusta enfasi - "o si cambia o si muore" - invocata a Pesaro.

Se si volge lo sguardo all'insieme della coalizione di centro sinistra, non ci sono motivi di conforto. Abbondano sulla sua tolda i comandanti in seconda, ma l'ammiraglio non c'è. Anche qui, gli 88 punti del programma dell'Ulivo sono spariti dal video. I leader dei suoi partiti e partitini sembrano più impegnati a comporsi e a scomporsi in complesse configurazioni floreali che a definire una chiara sintetica riformistica e coerente alternativa di governo. 

Intanto, la destra porta avanti scompostamente ma risolutamente la sua offensiva 

E' pericolosamente cresciuta la sua arroganza e la sua prepotenza. Si sono accentuate le sue tendenze autoritarie e plebiscitarie. Si è gonfiata in modo preoccupante la paranoia e la megalomania del suo capo. 
Questo comporta certamente una opposizione dura, battagliera, mobilitante. Ma anche intelligente ed efficace. Per questo occorrono due cose che mi pare facciano gravemente difetto: capacità selettiva e capacità di iniziativa.
Selettività di temi e di toni. Sparare a zero su tutto con la stessa intensità favorisce la strategia di una maggioranza che fonda la sua compattezza interna e il suo consenso esterno proprio sulle contrapposizioni frontali e semplificate. Per dislocarla bisogna suonare su una tastiera, non battere con monotonia su un tamburo. Individuare i punti più deboli e critici, e distinguerli da quelli controversi ma discutibili. Ci sono cose sulle quali il dialogo, persino l'intesa, sono necessari. Ci sono cose che è possibile discutere e modificare, secondo una corretta dialettica democratica. Ci sono cose sulle quali l'opposizione può e deve essere durissima: per esempio, l'antieuropeismo strisciante, che minaccia di far deragliare l'Italia; durissima, ma non delegittimante, poiché essere euroscettici è politicamente pericoloso ma non illegittimo. E infine ci sono cose contro le quali bisogna allarmare e mobilitare la coscienza civile del popolo, perché sono in gioco i principi fondamentali di un ordinamento liberale e democratico: anzitutto, il conflitto d'interessi, sul quale - a dire la verità - il centro sinistra ha la coscienza sporca. E l'intollerabile devastante offensiva populista mirante a istituire una democrazia illiberale, che sottrae gli "eletti" all'osservanza della legge, e l'osservanza della legge al giudizio di una indipendente magistratura. Ma qui anche bisogna distinguere. Altro è la sacrosanta difesa della indipendenza dei giudici dalla politica, altro è la dipendenza politica dai giudici. Dove tracciare la linea del Piave, è la politica che deve deciderlo, non i giudici. 
Capacità di iniziativa. L'iniziativa è nelle mani della destra. Una destra che non manca certo di contraddizioni; che può anche perdere fiducia, ma non perderà consenso (ha ragione Diamanti) fin che mancherà una alternativa credibile. Non vorrei che questa alternativa, la sinistra la confidasse a variabili esogene: che so io, la rivolta della magistratura o l'intervento dell'Europa o quello del Presidente della Repubblica, o peggio. Se ci mettiamo per questa strada, non ne faremo molta. Soprattutto, non illudiamoci che sia sufficiente cavalcare l'indignazione che i comportamenti più sbracati e visibilmente strumentali ad interessi privati suscitano negli strati più sensibili dell'opinione pubblica, per rovesciare un consenso che è generato da correnti profonde della nostra società. 

Se vogliamo contrastare questa deriva, è necessario agire d'anticipo e non di rimessa. E' necessario, come dice Reichlin, prendere le misure di questa destra. E soprattutto costruire un'alternativa positiva di governo e non solo contare su mobilitazioni occasionali. E' necessario svoltare decisamente. Nel senso e nel metodo della azione politica. Oggi questa azione non è orientata da un progetto e da una proposta riformista d'insieme al paese, fondata su un'idea forza mobilitante. Ed è affidata a una faticosa manovra di pezzi sulla scacchiera.
Penso che bisognerebbe rovesciare i termini dell'equazione. Porre al centro della strategia del centro sinistra, la proposta, il progetto: e far nascere da quello un nuovo soggetto, attraverso la ricomposizione unitaria dei "pezzi" esistenti.

Una proposta centrata su un'idea-forza. Se, come io credo, l'idea-forza essenziale della destra è il privatismo, in tutte le sue forme, l'idea-forza della sinistra dovrebbe essere la solidarietà, in tutte le sue forme: dalla lotta alla povertà alla difesa dell'ambiente, dallo sviluppo della spesa sociale e dei beni collettivi alla promozione della cultura, dalla modernizzazione delle amministrazioni e dei servizi pubblici all'espansione e all'arricchimento dell'economia associativa e dell'autogestione sociale. 

E' da una proposta centrale e sintetica di questo tipo che potrebbe nascere un nuovo soggetto politico di quella che chiamerei la Grande Sinistra, che abbracciasse tutta la sinistra riformista italiana. Un Soggetto del tutto nuovo. Una Federazione? Una coalizione? Un partito? 
Vedete: se gli obiettivi fossero finalmente chiari, nella nostra mente e nella percezione del popolo italiano: se su quelli si raccogliesse un forte consenso, e una energia mobilitante, questo diventerebbe un problema, non dico tecnico, ma certo pratico.
Per conto mio, non credo nella capacità dinamica delle coalizioni, quando non vi è l'attrazione fatale di un Capo, come oggi vi è a destra, e non certo a sinistra. Quando non c'è, le coalizioni diventano fatalmente litigiose e centrifughe. E quindi mi sono convinto che a tentare di rimettere costantemente insieme i pezzi attuali sulla scacchiera si consuma energia e non si acquista forza. Mi sono convinto, come lo era il Grande Fonditore di bottoni del Peer Gynt di Ibsen, che, quando i bottoni non sono riusciti, bisogna rifonderli. Ma questo è un processo di fusione che può riuscire solo se si raggiunge un'alta temperatura.

Ecco perché ritengo che la formulazione della "proposta", del "progetto", non dovrebbe essere più affidata all'ordinaria amministrazione dei partiti, ma a un processo costituente vero cui partecipino di tutte le istanze significative del mondo della Grande Sinistra: non solo i partiti, ma anche le istanze sindacali, cooperative, associative, culturali di quel mondo. Non una serie di seminari accademici.

Mi auguro che non si ripeta la deludente esperienza della Cosa Due. Concepita come un coccodrillo, una volta che fu inserita nella nocciolina burocratica, ne nacque una lucertola.

Quel che qui ci interessa, comunque, è la linea strategica.
Io sono ben consapevole che la prospettiva di un soggetto unitario della sinistra riformista, legata in Europa al polo socialista, possa sembrare anatèma a quanti considerano l'attuale geografia politica come se fosse inscritta nel codice genetico di identità politiche irrinunciabili. Ma di quali identità, realmente, si tratta? Molte distinzioni storiche, la storia se l'è portate via da tempo. In Europa la storia ha preso un altro corso, con due grandi formazioni politiche che sintetizzano le aree del centro sinistra e del centro destra. Perché mai l'Italia, così europeista, sarebbe politicamente tanto diversa da ribadire la sua anomalìa, al punto che nel Parlamento europeo la sua coalizione di centro sinistra si sfascia: chi va di qua, chi di là, e chi ancora non si sa?
E poi: si tratta proprio di identità genetiche? O non piuttosto di consorterie politiche? Per non dire, talvolta, di cricche, piccoli feudi, enclaves nei quali finissimi ricamatori tessono i loro sapienti intrighi? E per difendere queste supposte identità dovremmo rinunciare a una risposta storica efficace che risolva, finalmente, l'eterno problema della nostra frammentazione? L'utopia della moneta unica si è realizzata in Europa e quella della sinistra unitaria sarebbe irrealizzabile in Italia?
La verità è che questa nostra geografia politica descrive forze sempre più sfiatate. La domanda politica, la passione politica, sta altrove, fuori da quei laboratori obsoleti. Domande diverse. Da una parte, domande di interessi di nuovi ceti emergenti. Dall'altra, domande di senso di giovani irrequieti. Domande che si tratta di elaborare e di orientare in direzioni compatibili: in modo che non siano attratte rispettivamente dall'autoritarismo plebiscitario e dal sovversivismo sterile. Il nostro problema è quello di raggiungere queste domande con risposte nuove e con soggetti non logorati da un ormai fatale discredito. Ecco il compito della grande politica. Ecco la funzione di una Grande Sinistra. 
Penso che nei nostri partiti, e nel partito dei DS in particolare, esistano le potenziali premesse di questa risposta.
Ho espresso prima critiche aspre ed amare. Ma siamo lontani, molto lontani dalle posizioni disfattiste di segno opposto: sia di coloro che in nome di una incontaminata intransigenza coltivano le pulsioni di un radicalismo fondamentalista. Sia, soprattutto, di quelli che esasperano il loro scandalo nei riguardi della sinistra per meglio preparare le loro valige.
La nostra grande insoddisfazione è motivata proprio dalla nostra convinta adesione a un riformismo predicato ma non praticato. E di più: dalla consapevolezza che nel partito, in cui molti di noi lealmente militano, vi sono energie e passioni politiche autentiche, che possono esprimersi ben al dà dell'attuale angusto cerchio.
Pensiamo che queste energie, unite a quelle presenti in tutta l'area dell'Ulivo, possano essere investite in una svolta: nella costruzione di una nuova forza che rivolga al paese una nuova proposta.

Roma, 20 gennaio 2002 da www.ossimoro.it


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