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Re: Quel silenzio della sinistra, Giovanni Pellegrino

Da: da Panorama
Data: 1/29/2002
Ora: 11:56:41 AM
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Commenti

«Sì, quando nel 1993 Bettino Craxi chiese ai partiti una pubblica confessione sui finanziamenti illeciti, noi sbagliammo a sbattergli la porta in faccia. Il tempo ha poi aggravato le conseguenze di quel nostro errore. E oggi, purtroppo, si può rimediare in un solo modo: rinnovando profondamente il gruppo dirigente diessino formatosi nella stagione di Mani pulite».

Senatore Pds e Ds per quattro legislature, oggi Giovanni Pellegrino ha lasciato il Parlamento ed è tornato alla sua attività di avvocato. Ma non smentisce la sua fama di garantista con il gusto della provocazione.

- Avvocato Pellegrino, secondo lei, come avrebbe dovuto comportarsi in quell'occasione l'allora gruppo dirigente del suo partito?

Invece di trattarlo come un criminale, avrebbe dovuto riconoscere che Craxi aveva almeno in parte ragione, che sin dall'immediato dopoguerra si era sviluppato in Italia un sistema di finanziamento della politica assolutamente abnorme, e che questo problema riguardava tutti, anche se con intensità e modalità diverse. Bisognava dargli atto di questo, ricordandogli anche, però, che anni prima, quando Enrico Berlinguer lanciò l'allarme sulla degenerazione della politica italiana, lui lo aveva liquidato dandogli del moralista e lasciando che negli anni Ottanta il sistema dei partiti degenerasse ancora di più.

- Perché Achille Occhetto, allora segretario del Pds, e il gruppo intorno a lui commisero quell'errore?

Per opportunismo. Pensarono che le disgrazie giudiziarie degli avversari politici avrebbero prodotto un vantaggio per il Pds. Per la verità questo fu anche il calcolo della Lega e di Alleanza nazionale, allora ancora Msi.

- Solo un calcolo cinico? L'opportunismo non era forse la conseguenza di difetti più profondi?

Sì, direi che c'era anche un problema di inadeguatezza culturale di quel gruppo dirigente. Non riuscirono a separare il giudizio sul Craxi uomo politico dalle valutazioni sulla sua vicenda giudiziaria. La posizione del partito si appiattì totalmente sull'azione della magistratura e sull'onda emotiva che saliva dall'opinione pubblica. Per cui, anche nel giudizio del gruppo dirigente, Craxi diventò soltanto un latitante.

- Quanto avrebbero influito quell'errore, quel limite culturale sugli sviluppi successivi delle vicende politiche?

Purtroppo tantissimo. La statura di un gruppo dirigente si misura proprio in momenti come quelli, dalla sua capacità di andare controcorrente per determinare ciò che l'opinione pubblica penserà domani. Quell'atteggiamento codino, di rinuncia a esercitare l'azione politica, è all'origine della sconfitta di oggi della sinistra. Devo dire, però, che anche Craxi contribuì a spingere il Pds su posizioni giustizialiste.

- E come?

Accusandolo di aver manovrato le «toghe rosse» e sostenendo che la magistratura aveva salvato il Pci-Pds. Non era vero, quelle accuse erano soltanto rozze.

- Restano le ferite di quella stagione: pensa che si rimargineranno un giorno? E a quali condizioni?

La condizione principale è che il gruppo dirigente dei Ds, che si è formato in quella stagione, cessi di esistere in quanto tale. Sì, perché il problema non è solo quello di riunificare le diverse tradizioni politiche e culturali della sinistra italiana. Ma anche e soprattutto le persone. I rancori personali purtroppo pesano ancora.

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