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Carlo Sama: la prima intervista dopo dieci anni

Da: La Nazione
Data: 2/1/2002
Ora: 4:47:31 PM
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di Giovanni Morandi

ROMA — «Tangentopoli? Tanto rumore per nulla, un'occasione che, se parliamo di moralità, non ha cambiato niente in meglio», sentenzia Carlo Sama, 53 anni, delfino di Gardini ed ex principe ereditario dei Ferruzzi, gruppo da 50 mila miliardi, affondato da Tangentopoli. Praticamente un' Atlandite. E' rimasta solo la leggenda. A Sama è rimasta anche questa bella villa sull'Appia Antica, che fu del dittatore filippino Marcos. La moglie Alessandra e i figli sono a Montecarlo, dove hanno l'altra casa. Dottor Sama, di che cosa si occupa oggi?

«Seguo le attività agroalimentari e zootecniche, che abbiamo in Sudamerica. E in Italia collaboro con la federazione italiana comunità terapeutiche, per la quale ho fondato il mensile Progetto uomo».

La posizione giudiziaria sua qual è?

«Ho pagato il mio debito».

Che era di?

«Sono stato condannato a tre anni nel processo Enimont».

In totale quante imputazioni ha avuto?

«146»

Con quale esito?

«A parte la condanna che dicevo, tutte le altre imputazioni contestate a me e a mia moglie nelle inchieste di Ravenna sono state giudicate insussistenti».

Povere vittime…

«Non vedo in quale altro modo definirci, visto che il Pm sequestrò parte delle azioni di famiglia e nominò una sorta di custode giudiziario, che esercitava poteri di socio, consentendo una vera e propria gestione giudiziaria del gruppo. Un fatto devastante».

Questa è la prima intervista che rilascia dopo dieci anni. Perché ha accettato di rompere il silenzio?

«Penso sia arrivato il momento di raccontare quella verità che ho taciuto finora».

Si giri indietro. Che cosa vede nel passato?

«Vedo un gruppo industriale straordinario fatto di leadership, di quote di mercato mondiale, che aveva avuto come attore protagonista mio cognato Raul Gardini, che aveva saputo interpretare gli anni Ottanta e aveva capito, come diceva lui, da dove si sarebbe alzato il vento. La Ferruzzi, prima delle vicende giudiziarie, era l'unico gruppo sano di questo paese. Si è sempre parlato a torto di un indebitamento di oltre 30 mila miliardi, non ne sono mai stato convinto, è stato strumentale, l'indebitamento era inferiore. Con la prima banca di affari del mondo, la Goldman Sachs, avevamo messo a punto un progetto di ricapitalizzazione e di ristrutturazione del gruppo. Ci è mancato il tempo e la possibilità, perché le banche hanno bloccato gli affidamenti, anche se erano nei limiti consentiti. E così si arrivò all'esproprio del Gruppo Ferruzzi».

Un complotto?

«Non parlerei di complotto ma di risultato. Il gruppo Ferruzzi ci è stato tolto per un pugno di soldi».

Ma i magistrati che ruolo avrebbero avuto?

«Di sicuro c'è stato un intreccio tra nuova dirigenza del gruppo, magistratura e società di revisione, che svolgeva un doppio ruolo di consulente del pm e consulente del gruppo». La politica stava a guardare?

«Assolutamente no».

Che faceva?

«Come famiglia fummo trascinati nello scontro tra i partiti della maggioranza e quello dell'opposizione».

Berlusconi ha detto che il partito comunista infiltrò suoi uomini nella magistratura per arrivare a Tangentopoli. Condivide?

«In questi anni mi sono reso conto che non tutti i giudici sono sereni e terzi».

Sono stati usati due pesi e due misure?

«Certamente sì».

La mano leggera con chi è stata usata?

«Con un'infinità di industriali, con i ds ma non solo. Per me vale di discorso del 1992 di Bettino Craxi: chi non ha utilizzato queste forme di finanziamento si alzi in piedi. Non si alzò in piedi nessuno».

Nell'aula dove venne celebrato il processo Enimont oggi è in corso il processo Sme. Quello di Milano è un tribunale normale o un tribunale speciale?

«Una superprocura».

Com'è la giustizia in Italia?

«Una cosa di cui avere terrore».

Come mettere fine al terrore, imbavagliando i giudici?

«No, ma portando un clima più sereno nella magistratura e attuando la riforma della giustizia».

Non le sembra che la giustizia interessi troppo al presidente del consiglio?

«Mi pare di no, io sono un berlusconiano convinto. Berlusconi è l'unico imprenditore di questo paese, che da imprenditore mi ha telefonato nei momenti di difficoltà, che mi onora ancora della sua amicizia, è nato il 29 di settembre, giorno dedicato a San Michele Arcangelo, che è il santo di cui siamo devoti in famiglia. Elementi che fanno sì che io sarò berlusconiano a vita».

Stessa simpatia per Di Pietro?

«Esattamente il contrario».

Che uomo era Raul Gardini?

«Straordinario. E' la persona che più mi manca». C'è chi sospetta sia stato ucciso. «Una sciocchezza».

Ravenna è la sua città ma dicono che lei si tenga alla larga.

«Diceva Ferrari che la provincia non perdona il successo altrui. Il gruppo Ferruzzi era un patrimonio dei miei concittadini ed avrebbero dovuto difenderlo come fece monsignor Bettazzi, vescovo di Ivrea, che riferendosi alle vicende giudiziarie di De Benedetti parlò di finanziamenti benedetti, perché assicuravano posti di lavoro. A Ravenna tanti erano fieri di lavorare nel gruppo ma ci furono anche altri che in televisione dissero che si vergognavano di lavorare per noi. La città ha perso una grande occasione».

Progetti.

«Continuare a vivere. Appartengo solo a mia moglie e ai miei figli. Il mio progetto è quello di accompagnare e di aiutare i miei figli a crescere bene. Non ho altre ambizioni. Tutto quello che pensavo di non potere avere nella vita l'ho avuto».

Errori fatti?

«Tanti».

Quali?

«Affari miei».

In questa storia chi è l'assassino?

«Raul direbbe: un uomo in guanti bianchi».

Lei ne conosce il nome? «Certo».

Secondo la sentenza Enimont, Gardini, dopo aver versato 8 miliardi ai due maggiori partiti di maggioranza, mise a disposizione denaro anche del maggior partito di opposizione ma non è stato individato il soggetto che ricevette la somma. Ne sa nulla?

«La sentenza dice che quel miliardo è stato consegnato».

A chi?

«La sentenza non l'ha stabilito». Si mette a ridere.

Perché ride?

«Lasciamo perdere».


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