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Da: da Il Corriere della Sera
Data: 10/15/2002
Ora: 10:42:37 AM
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ROMA - Ricorda Fabiano Fabiani: «Non ho mai ricevuto pressioni della Fiat o dei politici». All’epoca dei fatti l’ex amministratore delegato della Finmeccanica era a capo della delegazione che trattava per conto dell’azionista pubblico la cessione della casa automobilistica di Arese. E non si spiega perché oggi Prodi, allora presidente dell’Iri, la holding di Stato proprietaria della Finmeccanica e quindi dell’Alfa Romeo, abbia fornito questa versione dei fatti: «Volevo vendere l’Alfa Romeo alla Ford per avere in Italia due grandi case automobilistiche, non una sola. Fecero di tutto per impedirmelo e ci riuscirono». Fabiani sostiene «di non aver percepito un’opposizione di Romano Prodi all’acquisizione dell’Alfa Romeo da parte della Fiat». E la sua è una versione evidentemente molto diversa da quella dell’ex presidente dell’Iri, attuale presidente della Commissione europea, al quale è stato legatissimo per anni. «Il maggiore sostegno ce lo diede Giuliano Amato (all’epoca sottosegretario alla presidenza, ndr), che si comportò con grande correttezza, spiegandoci il percorso tecnico in sede istituzionale che avremmo dovuto seguire», rievoca l’ex numero uno della Finmeccanica. Che rivela come fu per iniziativa sua e dell’allora amministratore delegato Franco Viezzoli che «il presidente del Consiglio Bettino Craxi ricevette il presidente della Ford». E conclude: «A questo punto chiedo pubblicamente agli attuali vertici della Finmeccanica di rendere nota l’offerta della Ford». Rimasta chiusa per 15 anni nella cassaforte della società controllata dal Tesoro, quell’offerta è ancora oggi un fantasma scomodo. E non sono pochi quanti considerano l’acquisizione dell’Alfa l’inizio di molti guai per la Fiat. Tutto cominciò nel 1985. Dopo la sciagurata decisione di aggredire il segmento inferiore di mercato, costruendo lo stabilimento di Pomigliano d’Arco con gli aiuti della Cassa per il Mezzogiorno, la casa del Biscione si ritrovò con una capacità produttiva enorme rispetto alle vetture che riusciva a vendere. Le perdite marciavano al ritmo di centinaia di miliardi l’anno. Negli ultimi otto anni l’Alfa aveva bruciato 1.484 miliardi. Così maturò la decisione di vendere. La prima trattativa venne intavolata con la Chrysler, ma fallì quasi subito. Per la verità c’era stato anche un contatto preliminare con la Fiat, ma le rispettive posizioni erano rimaste molto distanti. Finché non si fece avanti la Ford, e le cose si misero apparentemente bene. Del resto, non era stato proprio Henry Ford a consegnare alla storia dell’auto la famosa frase «Tutte le volte che vedo passare un’Alfa Romeo mi tolgo il cappello»? L’offerta della Ford venne presentata, dopo un anno e mezzo di trattative, il 30 settembre 1986 ed era valida fino al successivo 7 novembre. Sembrava fatta, quando la Fiat, a sorpresa, tornò in campo. Le cronache riferirono, fra l’altro, di un incontro di Craxi con Gianni Agnelli e Cesare Romiti, allora amministratore delegato del gruppo. L’offerta «di base» della Fiat arrivò il 24 ottobre. Il contratto d’acquisto venne firmato nel novembre del 1986. L’advisor della Finmeccanica, il Crédit Suisse First Boston, certificò che l’offerta della Fiat sarebbe risultata più vantaggiosa. L’amministratore delegato della Fiat Auto, Vittorio Ghidella, rivelò che la decisione di comprare era stata determinata dal possibile sbarco in Italia della Ford. L’operazione finì a Bruxelles, dove le due proposte (anche quella secretata della Ford) vennero esaminate dalla Commissione europea. E questo fu il verdetto: «Sebbene le due offerte non fossero identiche e quindi fosse difficile procedere a un raffronto, la Commissione ha concluso che mentre l’offerta della Ford era in media leggermente superiore in termini finanziari, comportava tuttavia futuri rischi commerciali per la Finmeccanica. Al contrario, l’offerta della Fiat escludeva questo tipo di rischi. Di conseguenza, la Commissione ritiene che la mancanza di rischi futuri per la Finmeccanica spieghi la scelta a favore del gruppo Fiat». La casa automobilistica torinese si impegnò a rilevare l’intero gruppo Alfa Romeo accollandosi 700 miliardi di debiti e pagando un prezzo di 1.024,6 miliardi di lire, da corrispondere in cinque rate uguali a decorrere dal primo gennaio 1993. La Commissione calcolò che «in termini di valore di sconto» il prezzo pagato al primo gennaio 1987 sarebbe stato pari a 389,9 miliardi. La Ford proponeva invece di rilevare subito il 20% dell’Alfa, con il diritto a esercitare l’opzione per acquisire la maggioranza entro i successivi tre anni e l’intero capitale nel giro di otto anni. La casa di Detroit si impegnava a comprare le azioni dell’Alfa Romeo, delle consociate Alfa credit e leasing e delle società di vendita in 15 Paesi. In seguito avrebbe rilevato l’Arna (joint venture con la Nissan), la Spica e l’Arveco. Nella proposta, che prevedeva il ritorno in utile per il 1990, era compreso un piano d’investimenti quinquennale per 4 mila miliardi di lire, che gli azionisti Ford e Finmeccanica avrebbero dovuto sostenere in misura proporzionale ai rispettivi pacchetti azionari. Le perdite sarebbero state suddivise con identico criterio. L’operazione Alfa Romeo ha poi avuto anche strascichi giudiziari. Nel 1993 la Procura di Roma aprì un’inchiesta sulla base di un esposto di alcuni sindacalisti. Vennero ascoltati Craxi, Prodi, Amato oltre a Clelio Darida e Valerio Zanone, che insieme a Craxi finirono sul registro degli indagati. L’inchiesta si concluse con una richiesta di archiviazione.
Sergio Rizzo
Economia
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