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Da: da La Stampa
Data: 1/10/2003
Ora: 1:07:11 PM
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10 gennaio 2003
di Aldo Cazzullo
Lo Stato italiano non era mai stato finora al tumulo di Hammamet. Non c’erano rappresentanti del governo, quando vi veniva calata la bara del primo presidente del Consiglio socialista, morto - per lo Stato - da latitante. In fondo alla cattedrale di Tunisi, tra il furgone bianco usato come carro funebre e una folla dolente, si erano affacciati ai funerali il ministro degli Esteri Lamberto Dini, in cappotto verde, e il sottosegretario alla Difesa Marco Minniti, accolto da un cartello: «D’Alema boia».
Furono respinti, insultati, bersagliati da monetine. Il presidente del Consiglio - appunto, D’Alema - aveva offerto i funerali di Stato. Quasi tutti gli amici di Bettino Craxi si opposero. Alcuni, come Rino Formica, obiettarono che il contrasto tra la morte in Tunisia e il rito in patria avrebbe enfatizzato il dramma personale e la contraddizione politica. La famiglia rifiutò.
«Bravo questo Casini» commentò davanti alla tv Anna Craxi, la sera stessa, nella villa di Hammamet. Ospite di «Porta a Porta», l’allora segretario del Ccd aveva definito così i magistrati che avevano negato a Paolo Pillitteri il permesso di partecipare ai funerali: cattivi. Dev’essere la considerazione dei due significati di Hammamet, la vita e la politica, la fine di un uomo e la frattura che ha aperto nella storia del paese, a portare ora Pierferdinando Casini divenuto presidente della Camera su quel tumulo scavato nella spiaggia, in un cimitero di coloni francesi, accanto a un bambino «vissuto tra due crepuscoli».
In Tunisia per una visita ufficiale, Casini sarà a Hammamet venerdì prossimo, tre anni dopo quei funerali, a inaugurare la sede della Fondazione Craxi presieduta dalla figlia Stefania. A rivendicare, senza discorsi (che non pronuncerà), una storia, quella della Prima Repubblica, cui appartiene per abito mentale più che per anagrafe, per scelta politica prima ancora che per formazione. A dare un implicito avallo a un pezzo di nomen-klatura che è stato potente e intende tornarlo.
Alcuni di loro erano in piedi ad applaudirlo, il mese scorso, al congresso fondativo dell’Udc. Erano i volti della Dc del preambolo, i Forlani e i Fontana, i Bernini e i Gaspari, separati da una profonda distanza antropologica dal Psi craxiano ma uniti da idiosincrasie e solidarietà anche più importanti, che gli anni di Mani pulite hanno cementato. A Hammamet Casini troverà altri volti, altre storie. Colleghi parlamentari della diaspora socialista. Amministratori della metro milanese. Dirigenti del Psi sardo. Il sindaco di Aulla.
Al tumulo sono stati Giallombardo e Alda D’Eusanio, Mach di Palmstein e Mengacci, Cossiga e Alma Cappiello. Berlusconi, allora capo dell’opposizione, fu il terzo a fare la comunione, dopo Anna e Stefania. La sorella Rosilde inciampò in una lapide, il fratello Antonio annunciò l’imminente reincarnazione di Bettino, un fotografo scivolò e cadde nella fossa. Ma già l’anno seguente il dolore e il rancore si trasferivano nella sede istituzionale di San Macuto, biblioteca della Camera. Ora è lo Stato che si affaccia ad Hammamet. Che rende omaggio a Craxi. Ma - per ora, vittoria postuma e provvisoria di un vinto - sempre sulla spiaggia all’ombra della medina si deve andare.