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L'ex ministro Forte: Quando Craxi calcolò anche il sommerso.. E scavalcò la Lady di ferro

Da: dal Corriere della Sera
Data: 1/15/2003
Ora: 12:37:17 PM
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Un ritocco statistico sull’economia «nera» e la Penisola divenne la quinta potenza mondiale, davanti alla Gran Bretagna della Thatcher

Quando Craxi calcolò anche il sommerso. E scavalcò la Lady di ferro

Nell’87 la rivalutazione della ricchezza nazionale fu pari al 12%

ROMA - L’ex ministro delle Finanze socialista Francesco Forte la racconta così: «Tutto cominciò con un mio articolo su Mondoperaio , nel quale contestavo il metodo di calcolo del prodotto interno lordo. Allora si usava una base storica antiquata. Basti pensare che per il reddito delle abitazioni di proprietà si utilizzava l’affitto teorico: concetto giusto, se non fosse che per affitto teorico si considerava l’equo canone, che sul mercato libero nessuno pagava». Fatto sta che l’Istat, era il 1987 e alla presidenza del Consiglio c’era Bettino Craxi, decise di rivedere il Pil. Fu una rivalutazione record del 12%. E da sesta che era, l’Italia si ritrovò al quinto posto fra le potenze economiche mondiali, superando di slancio la Gran Bretagna. Inutile dire che il premier britannico, Margaret Thatcher, contestò il sorpasso accusando i soliti italiani di aver truccato i numeri. Per quanto forse la più clamorosa del dopoguerra, non è stata certamente quella operata dall’Istat allora presieduto da Guido Rey la prima revisione del Pil. Accadde, per esempio, quando aggiornando le basi statistiche si scoprì che durante gli anni del boom economico il prodotto interno lordo dell’Italia non era salito a una media del 5,5% annuo, come si era sempre pensato, ma addirittura del 7%. E lo stesso accadde per gli anni del centrosinistra, quando la crescita economica venne rettificata di un altro punto: dal 5% al 6% in media d’anno. Preistoria. Oggi la partita non si gioca più certamente sui punti interi, ma sui decimali. Diventati però importantissimi dopo il trattato di Maastricht. Il sistema della contabilità europea è stato aggiornato con il cosiddetto Sec 1995, introdotto quell’anno. La sua applicazione concreta venne però rimandata al momento dell’avvio dell’euro. Così le revisioni del Pil sono materialmente scattate nel 1999. Forte sostiene tuttavia che il problema non sia rappresentato soltanto dalla revisione «tardiva» del prodotto interno lordo. Ma che la crescita del Pil continua a essere sottostimata per altre ragioni. E mette sotto accusa l’aggiornamento dei «valori» che servono per il calcolo del Pil. Per esempio l’indice della produzione industriale, la cui base dovrebbe essere aggiornata periodicamente (ogni cinque anni, secondo l’Ue). L’ex ministro delle Finanze sostiene che l’Istat «considera soltanto le medie e le grandi imprese, trascurando le piccole». E soprattutto che l’istituto di statistica «non sostituisce le imprese decotte o non più rappresentative» perché appartenenti a settori maturi o non tecnologicamente avanzati. «L’Istat - conclude Forte - ha sempre teso a sottostimare sia le quantità che i valori». Non a caso il 2 gennaio l’ex ministro ha argomentato sul Foglio che se questa base fosse stata aggiornata nel modo corretto la crescita del prodotto interno lordo italiano sarebbe stata nel 2002 pari all’1,5% e non allo 0,4%. Diversamente, per Forte, «non si spiegherebbe la crescita dell’occupazione e dei consumi elettrici». Certamente il calcolo del prodotto interno lordo di un Paese come l’Italia non è un’operazione semplice. Proprio per questo i risultati sono continuamente corretti nel corso dell’anno. Le rilevazioni trimestrali sono infatti aggiornate con il dato annuale, che si basa su informazioni più articolate e complete. Il dato può essere quindi ancora corretto nel corso dei successivi quattro anni. Diventerà davvero definitivo alla fine del quarto anno: quest’anno sarà la volta del 1999, mentre per sapere quale sarà stata davvero, secondo l’Istat, la crescita dell’economia italiana nel 2002, bisognerà aspettare il 2006. Intanto ci sarà tempo per ogni genere di revisione.

Sergio Rizzo

Economia

© Corriere della Sera


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