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Re: La rivoluzione italiana e gli adoratori di Eolo

Da: R. Cassola da le Lettere al Corriere
Data: 1/16/2003
Ora: 10:15:14 AM
Nome remoto: 213.254.3.151

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risponde Paolo Mieli

La rivoluzione italiana e gli adoratori di Eolo

L’uso della parola rivoluzione, introdotto dall' Economist , per indicare i fatti italiani del ’92-’93 mi pare inappropriato. Nella prefazione al suo classico sulla rivoluzione francese, «Cittadini», Simon Schama ricorda che il premier cinese Zhou Enlai, a una domanda sul significato della rivoluzione francese, rispose: «È troppo presto per dirlo». Questa battuta taoista coglie la vera natura di una rivoluzione, che è quella di generare fatti destinati a durare nel tempo. In qualche modo si può sostenere che le vere rivoluzioni sono sempre permanenti. Un cambiamento radicale di ceto politico di per sé non connota una rivoluzione: si possono verificare sommovimenti che hanno eredi ma non lasciano eredità. Del resto, un rivolgimento non è una rivoluzione: se così fosse dovremmo considerare i coniugi Macbeth due rivoluzionari. Per questa ragione le rivoluzioni sono molto rare, mentre molti avvenimenti, pur sembrando una rivoluzione, sono solo, per così dire, delle gravidanze isteriche. È il caso della «rivoluzione» italiana, che a distanza di pochi anni non ha lasciato tracce. Basti ricordare il mantra della «nuova politica», recitato e cantato in quegli anni, e confrontarlo con ciò che accade oggi nella coalizione di governo e tra i partiti d’opposizione, per rilevarne l’inconsistenza. Perfino sul piano della legalità «prima della rivoluzione» bastava un avviso di garanzia per distruggere un uomo politico. «Dopo la rivoluzione» neppure una condanna per omicidio scalfisce l’immagine di un uomo pubblico. Forse, se proprio si vuole usare il termine rivoluzione, sarebbe utile tornare al significato originario della parola. Fino al Rinascimento italiano, secondo lo storico della scienza Bernard Cohen, «rivoluzione» indicava fenomeni ciclici e sequenziali, non mutamenti imprevisti. Quello che è successo dieci anni fa in Italia è stata una manifestazione ricorrente del ciclo storico italiano, che prevede sempre, dopo ogni grande trauma, la rivincita del popolo degli «eolisti», gli adoratori del vento, abili a mettere la vela nella direzione del soffio d'Eolo. Un adattamento, quindi, e non una conversione, che lo stesso Cohen, in «La rivoluzione nella scienza», considera il carattere distintivo di un reale evento rivoluzionario.

In sostanza quegli anni assomigliano più che a una rivoluzione a nuova specie di dopoguerra, nel quale i vinti dettano legge ai vincitori. So bene che non riconoscere la natura rivoluzionaria di un evento è in genere tipico dei suoi oppositori: così è stato per la «gloriosa rivoluzione» inglese, considerata in modo riduttivo una fase della lotta tra cattolici e protestanti, oppure per la Rivoluzione francese, liquidata dai suoi nemici come complotto massonico. Ma in questo caso, le assicuro, si tratta di una valutazione di fatto e non di un pregiudizio.

Roberto Cassola

Caro Cassola, lei fu un dirigente del Psi che non incappò in Mani Pulite. Eppure, nonostante alla fine degli anni Ottanta avesse pubblicamente polemizzato in materia di droghe con Bettino Craxi, nel decennio successivo non passò all’incasso per questa sua «benemerenza» e non si fece «eolista». Anzi, si tirò in disparte e - a quel che vedo - ne approfittò per leggere e riflettere.

Quanto al merito delle sue considerazioni, concordo con lei. In ogni caso, lo diranno gli anni se quella italiana fu vera rivoluzione. Nel febbraio del 1818 Stendhal scrisse a prefazione della sua «Vie de Napoléon»: «Ogni anno che passa viene fatta nuova luce... Di qui a cinquant'anni bisognerà rifare questa storia tutti gli anni». Ed io, pur senza volere - per carità - mettere sullo stesso piano Antonio Di Pietro e il Bonaparte, ritengo che per l'Italia, relativamente al ’92-’93, sarà lo stesso.

Lettere al Corriere

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