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Quando la CIA sdoganò il PCI

Da: da La Stampa
Data: 1/17/2003
Ora: 11:01:51 AM
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WASHINGTON A due anni dalla caduta del Muro di Berlino Washington avrebbe accettato la formazione in Italia di un governo di minoranza con l'appoggio esterno dei comunisti ma a patto che a guidarlo fosse stato il Psi di Bettino Craxi, del quale si apprezzava la forza politica e lo schieramento filo-occidentale, e non la Dc di Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti, giudicata troppo sensibile alle posizioni neutraliste e filo-arabe del Pci. Questo si evince dalle 15 pagine dattiloscritte del rapporto della Cia «Italy: The Election and Its Implications», datato 8 giugno 1987 (sei giorni prima del voto in Italia) e redatto dal «Directorate of Intelligence», il braccio analitico dell'Agenzia che fa arrivare i propri studi sulla scrivania del presidente. E´ un atteggiamento del tutto inedito: dunque gli Usa, anche prima della caduta del Muro di Berlino, mettevano in conto la possibilità di un governo di alternativa che comprendesse nella sua maggioranza il maggior partito comunista occidentale. Il documento ottenuto da La Stampa è caratterizzato dalla preoccupazione che «sebbene le elezioni non dovrebbero produrre drammatici cambiamenti di equilibri politici il Pci potrebbe emergere come il maggiore partito se la Dc dovesse cedere di molto». Il documento esprime un giudizio decisamente positivo sul Pentapartito (Dc-Psi-Pri-Psdi-Pli), sia per gli orientamenti di politica economica che per le scelte compiute in politica estera, a cominciare dallo schieramento degli euromissili in Sicilia, e sottolinea l'importanza di aver avuto in Italia «una lunga stagione di stabilità». Tuttavia la considerazione che per Washington un nuovo Pentapartito sarebbe la soluzione preferita è velata dalle considerazioni dell'autore sulla caduta del governo: «Il Pentapartito non è caduto per ragioni di tipo politico ma a causa di un'aspra lotta fra Dc e Psi su chi doveva avere il premier». E´ la crisi della «staffetta», una delle ultime pirotecniche svolte della Prima Repubblica: quando Craxi, sebbene avesse siglato un patto con i democristiani, rifiuta di cedere Palazzo Chigi, in omaggio a una «staffetta» prefissata, ad Andreotti. Il sopravvento della lite personale fra Craxi e De Mita fa temere a Washington che una riedizione del Pentapartito sia molto difficile da avverarsi. La fine del Pentapartito è infatti definita «bizzarra» e viene così descritta: «Craxi avrebbe dovuto lasciare in marzo la premiership ad un esponente della Democrazia Cristiana ma si dimise e cominciò ad imporre condizioni per evitare che ciò avvenisse, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga per risolvere l'impasse diede alla parlamentare comunista Nilde Iotti l'incarico di condurre una difficile trattativa ma fallì e quindi Dc e Pci fecero cadere il governo del dc Amintore Fanfani, sostenuto invece dal Psi nel tentativo di scaricare sulla Dc la responsabilità delle elezioni anticipate». Tentativo che per la Cia era riuscito, a giudicare da previsioni di voto che indicavano la Dc in costante flessione e un Psi dato invece da tutti in crescita, anche se con percentuali differenti. Trattandosi fra Dc e Psi di «un conflitto non concluso e segnato da violenti attacchi personali nel dopo-voto ognuno dei due partiti potrebbe valutare la possibilità di dar vita ad un governo sostenuto esternamente dai voti del partito comunista». La previsione era di «dolorosi e prolungati negoziati dopo le elezioni durante tutta l'estate» con alla fine la rottura e quindi la gara per riuscire a creare governi di minoranza alternativi, corteggiando da un lato i partiti laici dell'ex Pentapartito dall'altro il Pci, con in più l'incognita dei voti che avrebbero raccolti verdi e radicali. In questo scenario di forte instabilità «la soluzione sarebbe in gran parte in mano al Pci - si legge a pagina 3 - per il quale una coalizione a guida Psi sarebbe certamente più attraente perché da un lato consentirebbe di escludere la Dc dal potere politico per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale e dall'altro permetterebbe al Pci di aspirare nel lungo termine a guadagnare voti nel cento moderato, restando stabilmente sopra la soglia del trenta per cento dei voti». A vantaggio del Pci di Alessandro Natta giocavano secondo gli americani anche altri fattori: «Fra gli italiani si sta diffondendo un'opinione benevola nei confronti dell'Unione Sovietica, le riforme e le iniziative sul disarmo di Mikhail Gorbaciov hanno contribuito a cambiare l'immagine pubblica del Pci, rendendogli possibile cogliere favori e voti nei ceti a reddito alto e tutto ciò ha indebolito la Dc che finora si è presentata come un baluardo contro l'avvento del comunismo di tipo tradizionale». La nascita di un governo di sinistra era considerata dietro l'angolo: «I comunisti presenteranno l'appoggio esterno ai loro iscritti come un passo avanti verso la creazione dell'"alternativa democratica", che è la loro bandiera politica in questo momento, e tenteranno di sfruttare l'occasione per esercitare una forte influenza sulle scelte politiche della nuova coalizione, grazie al fatto di disporre di almeno il trenta per cento dei voti in Parlamento». La novità del documento Cia arriva a questo punto: descritto lo scenario si passa alle «policies and implications» ovvero le conseguenze sulla direzione politica del governo alleato. La domanda implicita è se il Pci sarebbe riuscito a spingere il governo guidato dal Psi lontano dalla Nato e dagli Stati Uniti, ed ecco la risposta: «Un governo di minoranza a guida Psi riuscirebbe a continuare politiche estere e interne simili a quelle del Pentapartito, anche se con qualche importante differenza». Entriamo nel dettaglio: «Craxi e Spadolini sarebbero le figure centrali dell'esecutivo ed entrambi garantirebbero la fedeltà dell'Italia agli Stati Uniti ed all'Alleanza Atlantica inoltre i comunisti sarebbero ansiosi di rafforzare le loro credenziali di partito responsabile e mostrerebbero un approccio più filo-occidentale» nel tentativo di guadagnare consensi in vista delle prossime elezioni. Lo schieramento dell'Italia dunque non sarebbe stato a rischio anche se il Pci di Alessandro Natta avrebbe creato più di qualche grattacapo al premier: «Rimanendo sempre un partito pacifista e neutralista, tenterebbe di impedire la partecipazione dell'Italia al programma di difesa spaziale, l'installazione di missili a corto raggio e la concessione delle basi militari per operazioni fuori dall'area-Nato mentre sul piano interno non vorrebbe limitare l'aumento dei salari o approvare restrizioni della spesa sociale». Il veto sull'appoggio esterno del Pci tuttavia non c'è e solo nelle ultime righe di pagine 14 si scopre quale è la garanzia che gli americani sentono di avere: «Craxi's strong will», la forte volontà del leader del Psi. Da un governo guidato da Bettino Craxi e con dentro il Pri di Giovanni Spadolini - nel ruolo di ministro degli Esteri o della Difesa - ed il Psdi di Franco Nicolazzi - «che tende a spostarsi verso il Pci» - Washington non temeva strappi politici o turbolenze dentro l'Alleanza. Fatto significativo tanto più quanto proprio Craxi appena due anni prima era stato protagonista del braccio di ferro di Sigonella con il presidente Ronald Reagan sulla sorte dei terroristi responsabili del sequestro della motonave «Achille Lauro». «Craxi una volta era sensibile al corteggiamento della Libia e dell'Olp ma ora sembra avvicinarsi alle posizioni di Giovanni Spadolini, molto scettico su queste forze» nell'area del Mediterraneo. La conferma del ruolo centrale di Craxi come possibile traghettatore del Pci verso l'area di governo viene dall'analisi dello scenario legato all'ipotesi che fosse invece la Dc di Ciriaco de Mita a dare vita ad un governo di minoranza con i laici, sostenuto all'esterno dal Pci. In questo caso il giudizio del documento della Cia è molto negativo: «Un simile tipo di governo sarebbe assai meno in grado di moderare l'influenza dei comunisti su questioni come il programma di difesa spaziale e la spesa pubblica perché i suoi leader politici non hanno la forte capacità di Craxi». La prospettiva sarebbe stata dunque di un'Italia instabile ed incerta dentro la Nato: «Uno degli effetti potrebbe essere quello di una politica più attiva ed indipendente sul conflitto arabo-israeliano» e questo perché «il principale esperto di politica estera dei democratici cristiani, Giulio Andreotti, è a favore di questi orientamenti e verosimilmente si unirebbe entusiasticamente ai comunisti, con i quali condivide ampiamente posizioni di tipo filo-arabe». Una ipotesi estrema presa in considerazione dalla Cia è quella della decisione della Dc di dare vita ad una riedizione dell'intesa con il Msi degli Anni Cinquanta ma viene ritenuta «assai meno probabile» per via delle «connessioni fra il Msi ed il terrorismo e i residuali legami con fascismo». In caso la Dc fosse riuscita a rovesciare i pronostici e ad ottenere un'affermazione a diventare premier sarebbero stati Goria o Martinazzoli. Nel tracciare giudizi ed analisi l'anonimo autore si premura tuttavia di precisare che fare previsioni sulle elezioni in Italia è «più difficile rispetto ad altri Paesi dell'Europa Occidentale perché la definizione di vittoria o sconfitta di un singolo partito non si misura con la tradizionale scala da 1 a 3 punti e perché i sondaggi di opinione sono notoriamente non accurati come dimostra il fatto che la Doxa ha annunciato che non farà exit polls perché chi risponde all'uscita dei seggi molto spesso non dice la verità».


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