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Re: Casini ad Hammamet: voglio onorare Craxi

Da: da Il Corriere della Sera
Data: 1/18/2003
Ora: 3:54:11 PM
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Il presidente della Camera sulla tomba dell’ex leader: chiudere con serenità questa pagina. De Michelis: gesto dovuto

Casini ad Hammamet: voglio onorare Craxi

«Fu anticomunista quando non era facile esserlo». Il figlio Bobo: papà sarebbe contento

DAL NOSTRO INVIATO HAMMAMET (Tunisi)- Sotto le mura della Medina, nella vecchia Hammamet, mentre la voce del muezzin fende il silenzio, ci sono loro tre soli, le avanguardie di quei quattrocento che aspettano l’omaggio dell’Italia davanti alla tomba di Bettino Craxi. Scrutano l’orizzonte, il fondo della strada, in attesa che le Mercedes blu e i motociclisti di scorta annuncino l’arrivo di Pierferdinando Casini, presidente della Camera, terza carica dello stato italiano. I tre sono Cornelio Brandini, che del defunto fu autista e confidente, Stefania Craxi e il figlio di lei, Federico, quattordicenne magro e altissimo che somiglia al nonno e parla come lo zio Bobo. Il passato, il presente e, chissà, il futuro: tutto in memoria di Bettino che ad Hammamet è morto, tre anni fa. Stefania è venuta ad accogliere il presidente della Camera, per dirgli che lì, nel cimitero, non troverà la cerimonia intima che forse si aspettava: «La gente l’ha saputo». Ma Casini è politico navigato, ha messo in conto folla e commozione. Al fianco di Stefania percorre i pochi metri che conducono al cimitero, sfiora con un accenno di carezza qualcuno che conosce, Gianni De Michelis lo abbraccia e dice secco: «Il gesto di Casini? Dovuto». Bobo Craxi è accanto alla madre Anna che ha scelto di vivere ad Hammamet, difesa dagli stessi occhiali scuri dell’anno scorso, un giaccone nero, i pantaloni bianchi. «Siete stati gentili a venire - sussurra la vedova ai giornalisti - Non vi siete dimenticati di lui». Sotto il sole, cronisti e vecchi socialisti analizzano il «gesto di Casini». L’ha fatto per amicizia, dicono quelli che ricordano Casini e Marco Follini tra i primi a stringersi alla famiglia Craxi, tre anni fa. L’ha fatto perché vuol diventare il Pacificatore degli italiani, ricucire la Grande Ferita, stemperare il rancore, dicono altri. Il presidente della Camera si è intanto fatto strada tra la gente, coppie di mezz’età, ferrovieri, impiegati dell’Ina, qualche signora milanese che conosceva Bettino da ragazza. Sono, o sembrano, meno numerosi rispetto all’anno scorso, e ridotte sono anche quelle che, inchiodato al lessico di una vita, Ugo Intini ancora chiama «le delegazioni». Lui è qui «con la delegazione dello Sdi», quest’anno orba di Boselli e Villetti e provvista per l’appunto solo di Intini e Buemi. Il fronte forzista è rappresentato dal senatore Lino Jannuzzi e da Francesco Colucci, ci sono Del Bue, Di Donato, Massimo Pini, Elena Marinucci ma non il sottosegretario Margherita Boniver: verrà tra qualche giorno, assicurano. Il primo applauso scatta quando Casini sta per avvicinarsi alla tomba. Poi è silenzio, tace anche il muezzin. Pierferdinando Casini può farsi il segno della croce in pace, lasciare che le telecamere memorizzino quel gesto e quel momento. Poi ci sarà la dichiarazione: «Sono venuto ad onorare Bettino Craxi» esordisce e poi, confermando nella visita ad Hammamet la tappa di un disegno perseguito da tempo: «Bisogna chiudere questa pagina della storia del nostro Paese. Con serenità. Non sono venuto a fare politica in un luogo che è di meditazione». Però, «Craxi, che è stato un uomo di sinistra, è stato anche anticomunista quando non era facile esserlo. Ha commesso degli errori, ma nessuno può scagliare la prima pietra e lui stesso partì da un riconoscimento sincero delle colpe. Rimase solo, dopo quel discorso». Il clima di allora, dice Casini, forse «non consentiva». E il clima di oggi? E’ un’Italia più in pace quella di oggi, percorsa da sospetti e diffidenza? Persino quel che resta del Psi, e non è molto, può esibire una sua surreale frammentazione in tre, dicasi tre, fogli che si chiamano «Avanti» o «l’Avanti». Più tardi, inaugurando la Fondazione Craxi di Hammamet, tre stanze cariche di memoria, con la sua scrivania, le foto firmate da lui, i libri e le onorificenze, Stefania Craxi sorriderà: «Le liti tra socialisti facevano soffrire mio padre, diceva "è una guerra tra formiche disarmate". Almeno, una volta l’anno, dò loro l’opportunità di litigare nello stesso posto». Le parole di Casini sembrano al figlio Bobo, «un fatto importante, un gesto di riconciliazione. Ogni anno, per l’anniversario, mi chiedo: potrebbe essere contento? Oggi credo di sì». Non basteranno a portar via Bettino Craxi da Hammamet, questo no: «Non l’hanno voluto quando stava male, adesso lo tengo qui con me» sussurra Anna Craxi. S’è fatto tardi, il muezzin ha ripreso la preghiera, i Craxi tornano a casa, Casini è loro ospite per pranzo. Ricorderà con loro la prima volta che incontrò Bettino, lui giovane deputato inviato da Forlani a discutere con quello che allora i giornalisti chiamavano Bokassa. Craxi lo trattò male, Casini, raggelato, stava per andarsene «e allora lui mi prese sotto braccio, e cominciò a parlarmi con un tono diverso: "Vedi, ti faccio capire..."».

Maria Latella

© Corriere della Sera


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