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Da: da La Stampa
Data: 1/21/2003
Ora: 10:13:38 AM
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Maurizio Molinari, Paolo Mastrolilli
NEW YORK SE le esecuzioni dei passeggeri saranno confermate, e i dirottatori riprenderanno ad uccidere, Roma probabilmente si sentirà obbligata ad intervenire militarmente, nonostante la retorica del governo». L'Italia vive ore drammatiche, quando il 9 ottobre 1985 un analista della Cia scrive questa previsione nel suo rapporto, ottenuto da La Stampa insieme ad altri documenti. La nave da crociera Achille Lauro è stata dirottata due giorni prima da alcuni terroristi del Fronte di Liberazione della Palestina (Plf), e sta navigando da Cipro all'Egitto senza che nessuno sappia bene cosa succede a bordo. Il ministro degli Esteri, Giulio Andreotti, sempre secondo l'agente americano, «ha notato la "speciale importanza" dei contatti con l'Olp a Roma e Tunisi, nel tentativo di seguire gli sviluppi. Lui e il ministro della Difesa Giovanni Spadolini hanno informato il Parlamento l'altra sera, enfatizzando l'interesse del governo ad evitare una soluzione militare della crisi». Eppure la Cia giudicava possibile un raid italiano sulla nave, anche perché «le forze armate sono state poste in allerta, e le unità navali di Roma impegnate nell'esercitazione Nato Display Determination sono state trasferite nel Mediterraneo orientale». In serata l'Achille Lauro arriva a Port Said, in Egitto, e i dirottatori che hanno ucciso e buttato in mare l'ebreo americano paraplegico Leon Klinghoffer si arrendono. Ma la crisi non finisce qui, continuando quella che gli analisti dei servizi Usa avrebbero definito «una delle sfide internazionali più serie che l'Italia abbia fronteggiato nel dopoguerra». Il 10 ottobre, infatti, i dirottatori e il capo del Plf, Abu Abbas, salgono su un aereo egiziano diretto a Tunisi. Il paese nordafricano, secondo la ricostruzione citata dalla Cia, aveva dato l'autorizzazione all'atterraggio, ma 45 minuti prima dell'arrivo l'aveva ritirata. Perciò l'aereo era dovuto tornare indietro, consentendo agli F-14 decollati dalla portaerei Uss Saratoga di intercettarlo e costringerlo ad atterrare nella base siciliana di Sigonella. Laggiù sarebbe avvenuto il braccio di ferro tra il premier Bettino Craxi e il presidente americano Ronald Reagan, finito con l'arresto dei dirottatori da parte degli italiani e la liberazione di Abbas. «Craxi, Andreotti e Spadolini - notava un agente segreto Usa il 10 ottobre - erano in disaccordo su come gestire la situazione. Il premier potrebbe scoprire presto che la coesione della sua coalizione è stata seriamente scossa». Infatti pochi giorni dopo la crisi si era conclusa con le dimissioni di Spadolini e la caduta del governo, e la Cia l'aveva subito analizzata in un rapporto del 19 ottobre, dedicato ai retroscena e alle ripercussioni politiche in Italia. «Il dirottamento dell'Achille Lauro - diceva il testo - ha fatto precipitare tensioni che covavano da tempo, a causa delle divergenze politiche e le rivalità personali tra i cinque partner della coalizione. Negli ultimi mesi le differenze tra Craxi e i repubblicani sono diventate acute. Studi accademici suggeriscono che i democristiani e i comunisti, i due partiti più grandi, continueranno a perdere voti nel lungo periodo, lasciando socialisti e repubblicani in diretta competizione per questi consensi ondeggianti. I due partiti più piccoli sperano anche di trarre profitto dai problemi interni ai socialdemocratici e ai liberali. Craxi quasi certamente crede di poter convincere presto i socialdemocratici a fondersi. Spadolini probabilmente pensa che il suo partito beneficerà del collasso dei liberali». L'analisi quindi continua sul piano personale: «Le tensioni tra socialisti e repubblicani sono riflesse nell'animosità tra Craxi e Spadolini. Spadolini probabilmente considera Craxi responsabile per le macchinazioni che fecero cadere il suo governo nel 1983. Ora, oltretutto, è preoccupato che la longevità di Craxi al potere abbia creato le basi per un'impennata dei socialisti. Craxi, infatti, potrebbe essere ansioso di sfruttare la sua crescente forza nei sondaggi e capitalizzare l'attuale scompiglio dei comunisti tramite elezioni anticipate. Dietro alla crisi ci sono anche profonde divergenze sulla politica economica. Le discussioni preliminari sulla finanziaria del prossimo anno evidenziano il disaccordo tra i democristiani e i repubblicani, che hanno il ministero delle Finanze e vorrebbero tagliare le spese ed evitare aumenti delle tasse. Le politiche economiche avranno un ruolo prominente nei negoziati per chiudere la crisi, e Craxi potrebbe usare concessioni sul bilancio come leva per riportare i repubblicani all'ovile». La Cia non credeva ad un ruolo di Yasser Arafat nel dirottamento, perché «l'Italia è il miglior alleato dell'Olp in Europa occidentale», e confermava che l'obiettivo originario dei terroristi era sbarcare nel porto di Ashdod e colpire in Israele, per vendicare il bombardamento avvenuto a Tunisi il primo ottobre. Ma i membri dell'equipaggio dell'Achille Lauro avevano sorpreso i palestinesi mentre pulivano le armi, innescando l'azione. Secondo la Cia, il raid israeliano su Tunisi era stato ordinato dal premier israeliano Shimon Peres e dal ministro della Difesa Yitzhak Rabin, per rispondere alle critiche della componente del Likud nel governo d'unità nazionale, che tramite Ariel Sharon accusava i laburisti di essere troppo morbidi. Gli analisti dei servizi americani prevedevano anche possibili operazioni in Giordania, se gli attentati palestinesi fossero continuati, mentre ipotizzavano che Arafat, per ricucire il rapporto con l'egiziano Mubarak, avrebbe considerato di trasferire la sede dell'Olp da Tunisi al Cairo. Dopo l'arresto dei dirottatori, però, la Cia temeva attentati contro Roma, nonostante i meriti guadagnati agli occhi degli arabi con la fuga di Abbas: «Fonti dell'Olp prevedono attacchi contro interessi americani e italiani, per forzare la liberazione dei dirottatori. Infatti già il 15 ottobre due palestinesi sono stati arrestati nella capitale, mentre trasportavano esplosivo». Le relazioni tra Washington e Roma, concludeva l'analisi, «sono state danneggiate. Nel breve periodo, gli italiani potrebbero essere meno accomodanti nei confronti degli Stati Uniti. Ma i nostri legami sono abbastanza forti da resistere allo strappo».