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Re: Agnelli: L’ ULTIMO DONO È LA CONCORDIA

Da: La Redazione da Oggi in Italia
Data: 1/25/2003
Ora: 2:24:13 PM
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Si celebra domani il rito pubblico d’addio all’avvocato Giovanni Agnelli. Pesa sulla città un velo di smog e d’umore nero, di composto smarrimento e di presagi negativi.

Quasi che i torinesi – e non solo loro – colgano nella morte del re un segno di cambiamento epocale, di un tempo ignoto e vuoto di speranze del quale avere paura, i cittadini sono uniti come da molti anni non avveniva, da un sentimento unanime di profondo compianto. Paradossalmente, con la sua scomparsa, l’Avvocato offre un ultimo dono alla città e indica una via che difficilmente sarà seguita: quella di una concordia di sentimenti della quale Torino avrebbe estrema necessità.

Il funerale del presidente onorario della Fiat segna una data memorabile anche per il resto d’Italia perché riguarda una personalità percepita dall’immaginario collettivo dei suoi contemporanei come assolutamente preminente. Di questa eccellenza è testimone il solido e irrepetibile intreccio di relazioni internazionali che ha permesso, come risultati ultimi, l’accordo con la GM per la Fiat e l’acquisizione delle Olimpiadi invernali per Torino. Ambedue utilissimi alla collettività come agli interessi della Famiglia. La conferma di un assioma – ciò che è buono per Agnelli è buono per l’Italia – che sovente è stato speso negli anni positivi della Fiat.

Il riservato, potente e affidabile club internazionale del quale fanno parte personalità di primo piano americane, europee e asiatiche – la Trilateral, il ‘governo ombra del mondo’ – è una summa degli amici di Gianni Agnelli, molti dei quali della sua stessa generazione, ottuagenari e settantenni che hanno fatto la storia dell’Occidente, quali Rockefeller, J. A. Samaranch, Kissinger, Brzezinski, A. Greenspan e J. Carter e di esponenti di successive generazioni altrettanto prestigiosi, qual è Bill Clinton. Si può davvero credere che una parola dell’Avvocato bastasse a orientare il mondo sulla situazione italiana più delle dichiarazioni dei nostri governanti.

La folla delle sue esequie, e l’intima coscienza di molti italiani, trasformerà in sincero cordoglio l’essenza di questa irripetibile autorevolezza. I torinesi, in particolare, lo consideravano l’anello in grado di saldare posizioni divergenti, la volontà capace di comporre disaccordi anche meschini, imponendo un potere superiore alle parti, graziosamente coperto da una cornice di personale fascino rinascimentale, di squisita finezza e gentilezza.

Nella glorificazione del passo d’addio non si può dimenticare che la Fiat, ereditata dalla gestione Valletta nel 1963, era ai vertici europei; Agnelli la lascia assai più articolata, ma in grave eclissi. È molto probabile che il suo progetto di riassetto industriale e societario sia stato in parte vanificato da crudeli vicende familiari e da una contingenza internazionale che richiedeva non solo la lucida visione della situazione, ma energie fisiche e morali che sono venute meno all’illustre torinese. Ciononostante in città egli era ormai percepito come un mito vivente. Già s’è andata formando intorno a lui una leggenda, figlia del rimpianto delle modeste sicurezze dei tempi del suo regno. (rt)


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