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Re: HAMMAMET: Gli ultimi giorni di Craxi

Da: da “Route El Fawara"
Data: 17/01/2004
Ora: 11.53.46
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Gli ultimi giorni di Craxi

Pubblichiamo ampi stralci del penultimo capitolo del libro “Route El Fawara – Hammamet” (Sellerio editore), recentemente scritto da Bobo Craxi in collaborazione con il giornalista Gianni Pennacchi. Un racconto-testimonianza sugli ultimi anni di vita del padre, rifugiatosi in Tunisia per sfuggire alla morsa politico-giudiziaria di Tangentopoli. La lettura di queste pagine propone un ritratto inedito e per certi versi struggente della personalità del leader socialista, mai rassegnato e domo anche quando è costretto ad assistere impotente agli sviluppi della sua vicenda giudiziaria così come della vita politica italiana.

Nei venti giorni trascorsi dall’annuncio che Craxi aveva urgentemente bisogno di due interventi chirurgici separati, al rene destro e al cuore, sino al 30 novembre quando all’Hopital militaire di Tunisi gli fu asportato il rene, le cronache della politica italiana registrano fiumi di parole e buone intenzioni. "E’ urgente operarlo, non c’è un minuto da perdere", s’era pubblicamente appellata la famiglia. Anche i clinici del San Raffaele di Milano avevano formalmente confermato la necessità degli interventi chirurgici, spiegando che la Tunisia non offriva il massimo della struttura ospedaliera consigliabile: se non fosse stato possibile far rientrare l’uomo di Hammamet in patria per operarlo, bisognava pensare a Parigi o agli Usa, questi ultimi non facili da raggiungere per un malato in quelle condizioni.

Però Manuel Valls, portavoce del governo francese retto dal socialista Lionel Jospin, dichiarò presto che "l’arrivo di Craxi in Francia non è desiderabile". In Italia, il dibattito politico sull’amnistia o il varo almeno della Commissione parlamentare d’inchiesta s’era ormai involuto in stanco gioco verbale. Restava la grazia, o un intervento del governo che almeno ponesse riparo preventivo ad eventuali accanimenti di un qualunque rappresentante della giustizia o dell’ordine pubblico. Ma ancora a metà mese, interpellato dalla stampa, Palazzo Chigi rispose che "il governo non è stato investito del problema ".

Nella maggioranza di governo ci si muoveva, Ottaviano Del Turco giunse a dichiarare che si stavano "costruendo le condizioni per un gesto che abbia un carattere internazionalmente accettabile per l’immagine dell’Italia", un’"alta soluzione politica". Però Massimo D’Alema continuava a tacere, e a dar la linea erano ancora Valter Veltroni e Antonio Di Pietro. Il 19 novembre Silvio Berlusconi, leader dell’opposizione, chiese l’intervento del capo dello Stato, e alla richiesta di grazia si associarono diversi esponenti politici. Ma Carlo Azeglio Ciampi aveva “le mani legate”, come suol dirsi e come sentenziò un tempestivo comunicato del Quirinale; e più del mandare all’infermo i suoi pubblici auguri e la sua solidarietà umana una decina di giorni dopo, mentre era in visita di Stato a Madrid, non riuscì a partorire.

Come sempre ormai dal 1993, ogni concreta possibilità di azione, politica o umanitaria che fosse, riposava nelle mani dei magistrati. Il 13 novembre erano stati revocati due ordini di custodia cautelare per “gravi motivi di salute”, ma a carico di Craxi ne restavano altrettanti. Il 16, il dottor Borrelli chiese una "perizia medica", affinché la magistratura potesse decidere se sospendere anche gli altri due. La cosa sfociò nel grottesco, con una pioggia di provvedimenti schizofrenici che l’avvocato Enzo Lo Giudice così ebbe a sintetizzare: "Il primo dispone gli arresti domiciliari al San Raffaele, due li revocano del tutto, uno ordina una perizia medico-legale, il quinto esclude la perizia invitando a indicare la struttura ospedaliera nella quale l’onorevole Craxi dovrebbe costituirsi".

L’unica possibilità che si andava concretizzando per un rientro di Craxi in Italia era quella degli arresti domiciliari in ospedale, con l’ovvio corollario che potessero scattare le manette appena dimesso. Il suo caso però, occupava ogni giorno i quotidiani e i notiziari radiotelevisivi, appassionando l’opinione pubblica. Pur essendo a contatto giornaliero con la nutrita compagine di giornalisti inviati in Tunisia, non mi ero reso conto dell’onda emotiva che la vicenda di mio padre aveva suscitato nell'opinione pubblica. (…)

Ero tornato a Roma perché la situazione stava precipitando, i medici del San Raffaele avevano deciso che andava subito operato. Fu allora che Berlusconi si espose. Ma lo fece in un modo strano: mi cercò una mattina per dirmi: "Devo andare da Ciampi, e gli chiederò una soluzione, almeno di concedere la grazia a Bettino". Senonché, dopo essere stato al Quirinale si presentò al congresso del Ps, e dalla tribuna sollecitò pubblicamente l’intervento del capo dello Stato. Esponendosi politicamente, e questa era una cosa buona, ma compiendo un gesto irrituale che poteva suonare come una scorrettezza nei confronti del Quirinale. Probabilmente lo fece a fin di bene, avendo una platea di socialisti, ma forse non aiutava a concretizzare quel che già aveva chiesto, poiché in qualche modo forzava la mano a Ciampi.

Il leader dell’opposizione conquistò la platea congressuale del Ps, dicendo: "Credo che il capo dello Stato, che noi abbiamo contribuito ad eleggere e che sinora, e sono sicuro anche per il futuro, si è dimostrato sopra le parti, possa creare una riflessione a questo proposito e possa mettere in campo ciò che la Costituzione assegna a lui affinché questa vicenda si possa risolvere presto. Altrimenti rimarrà una macchia sulla storia d’Italia, ma per fortuna non sulla nostra". Altri politici s’associarono subito alla richiesta di Silvio Berlusconi, nella maggioranza anche Clemente Mastella oltre ovviamente a Boselli.

Ma il Quirinale, in quello stesso 19 novembre, rispose con una nota ufficiale che non accendeva le speranze, ricordando come, “ferma restando l’attenzione agli aspetti umanitari della vicenda, la posizione del capo dello Stato di garante della Costituzione, al di sopra delle parti, impone il rispetto pieno, formale e sostanziale delle leggi della Repubblica e delle procedure che le applicano. Il presidente si attiene a questi principi e risponde alla propria coscienza”. Nel giro di una giornata, inspiegabilmente (o forse si spiega benissimo) era calata una pietra sul caso Craxi (…).

Comunque non ci perdemmo d’animo e continuammo a cercare strade. Una personalità che si adoperò sinceramente è il presidente Cossiga, che incontravo spesso. Cossiga maturò l’idea che a quel punto non si poteva che insistere direttamente sul governo, accantonando il Quirinale. Era a conoscenza della realtà clinica di mio padre, dunque sapeva che non si poteva attendere oltre, e fece i suoi passi, anche pressanti, sul premier. E li fece, sollecitato da Stefania, anche Giuliano Ferrara, che aveva con D’Alema un rapporto antico, dialogando col sottosegretario alla presidenza del Consiglio Marco Minniti. Giuliano nutrì molte illusioni.

Io non voglio dire che la sinistra di governo non ha voluto muoversi e che è mancata la volontà politica. Ragionando col senno del poi, penso che D’Alema per primo, se avesse potuto avrebbe trovato una soluzione pur se a conti fatti, meglio per lui che le leggi non glielo consentissero, s’è risparmiato così un’altra burrasca di polemiche come per il caso Ocalan. Però, per quanto ne so io e per come si sono prodigati Cossiga e Ferrara, non è che il tentativo non sia stato esperito. Anzi, furono vagliate svariate possibilità. C’era un nucleo ristretto del governo, D’Alema, Minniti e Giuliano Amato, che avrebbe voluto far qualcosa pur non sapendo sino a qual punto potevano o fosse politicamente conveniente.

Di questo non ho mai parlato con nessuno di loro, sinora. Sta di fatto che a sbarrare la strada, prima ancora che qualcuno li interpellasse, furono i magistrati milanesi decidendo che sì, Craxi poteva venirsi a curare in Italia ma sottoposto agli arresti domiciliari. E quando in tv ascoltò i magistrati di Milano che confermavano questa tesi, sebbene nascosta nel velo d’ipocrisia del codice penale, ne restò amareggiato. "Sono malvagi", disse, "e se me la cavo, di questo dottor Borrelli mi occuperò ancora. Anzi, devi dire ai giornalisti che sto raccogliendo materiale per un pamphlet su di lui".

Anche perché in un primo momento, quando s’era aperto uno spiraglio nella procura milanese, l’avvocato Giannino Guiso aveva mandato a D’Ambrosio la documentazione comprovante lo stato di salute di Craxi, fornendo così la certezza che la vittima era colpita a morte. E la cosa finì in doppia crudeltà, perché dapprima ci fu un colloquio amichevole tra l’avvocato difensore e il giudice inquisitore, poi furono vagliate le carte che dimostravano con chiarezza e minuziosamente di che si trattava, ma decisero ugualmente di lasciarlo soffrire in esilio piuttosto di consentirgli il ritorno in Italia da uomo libero, pur sapendo che non gli restava molto da vivere. (…)

C'era un'area di governo in grado di far pressioni, insieme a Cossiga. Noi intanto avevamo spostato l'obiettivo, che a questo punto però, passava ancora per la grazia: l’unica soluzione concretamente ottenibile in tempi brevi, che sgomberava il campo dai macigni almeno delle condanne definitive, e apriva la strada ad una qualche soppressione della pena per i processi ancora in corso. Il tempo premeva, ci era chiaro che anche superando l’operazione al rene non è che avesse davanti a sé una prospettiva di lunga vita, e in ogni caso dovevamo far sì che almeno il secondo intervento, quello al cuore, si potesse fare in Francia, se non in Italia. Così insistemmo su una serie di personalità, affinché si applicassero per la grazia.

Il capo dell’opposizione a modo suo si era già espresso, ma era evidente che dovevano impegnarsi innanzi tutto le forze di governo. Io ero in contatto continuo con Boselli e Del Turco, ai quali riconosco che non si risparmiarono. Ottaviano addirittura, si cimentò nell’impresa di trovargli un salvacondotto internazionale. Giulio Andreotti poi, non abbandonava il suo lavoro di artigiano paziente. E stando almeno a quella lettera che scrisse infine a papà, anche Giuliano Amato dev’essersi applicato in qualche modo, anche se io non saprei dire quali passi abbia compiuto. Certamente la reazione di papà a quella lettera fu di stizza in ragione prevalente del passato, ma oggi a mente fredda posso valutare che il gesto di Giuliano provenisse da un fondo di sincerità: non posso pensare che un ministro del Tesoro scriva ad un latitante per prenderlo in giro. Però, chi non si è mai arreso è Cossiga (…)

Quella al pianterreno che prima dell’esilio era una stanza da letto e lui aveva adibito ad uno dei suoi svariati uffici, era tornata alla funzione originaria: meglio, era diventata la sua stanza d’ospedale a casa, c’era sempre un infermiere dell’Hopital militaire che lo seguiva in quel periodo di “vacanza”. Una sera molto tardi, quando dal corridoio riconobbe Francesco far capolino, un sorriso gli si stampò sul viso: "E che ci fai qui?". Era Francesco Cardella, in esilio anch’egli tra Managua e Miami, smagrito, abbronzato e amorevole: "Bettino, mi hai fatto stare in pensiero. Anche Klari piange e prega ogni sera, sono venuto a constatare di persona come stai".

"Grazie, per quanto ti preoccupi di me, io veramente sono più preoccupato per te", gli rispose con altrettanto affetto. Per Francesco, papà era “Illo”, "come sta Illo, salutami Illo, come faremo senza Illo". Gli voleva bene, gli era devoto come lo fu di Bagwan, è un uomo carismatico che sentiva la forza del karma di Bettino così diverso, ma come lui imprevedibile e geniale (…). Papà era tornato un sabato mattina, Nicola era andato a prenderlo con una macchina all’ospedale militare, e per l’occasione era venuto ad Hammamet lo zio Antonio con la moglie Silvie. Lui, a questa nuova pausa, s’era convinto che lo avessero mandato a casa perché non c’era più nulla da fare.

Lo ricordo alla sua seggiola, fuori dove c’è il tavolo con le panche, che guardava nel vuoto con occhi spaventati. E gli ho visto fare un gesto assolutamente nuovo, poi divenuto un’abitudine dopo l’operazione: si chinò sul tavolo con le mani sulle tempie, afferrandosi i pochi capelli, senza più parlare. Lo avevano mandato a casa nell’attesa di fissare l’operazione, ma lui era molto nervoso e rimuginava: "Se i tunisini non vogliono operare, qualche motivo ci sarà. Probabilmente non sono più operabile, dunque non c’è più nulla da fare". Stava male, aveva la febbre, ed era provato dalla lunga degenza.

Ma il suo dolore veniva tutto dall’anima, perché fisicamente non stava malissimo: non aveva perso l’appetito e non manifestava segni di cedimento, non era dimagrito come è successo invece dopo l’operazione. Non voglio dire che fosse in salute, ma la sofferenza che manifestava era prevalentemente psicologica. Rimase a casa per una settimana. Poi zio Antonio partì, Stefania andò a Milano con le ultime analisi per il San Raffaele, onde approntare l’operazione, io anche portai la cartella clinica da far vedere ad un altro illustre cardiologo nel principato di Monaco, che però non riuscii ad incontrare. Nel frattempo, si era deciso di seguire la strada maestra, far venire in Tunisia i chirurghi del San Raffaele (…).

Il 23 novembre Craxi rientra all’ospedale militare di Tunisi. Nel vecchio Mercedes guidato da Nicola Mansi, col padre c’è Stefania. Una telecamera riesce ad infilarsi nel finestrino e Craxi risponde: "Adesso me la cavo, me la cavo... Tempo un po’ di giorni". Il giorno prima, in Italia, Giulio Andreotti ospite di Porta a porta aveva proposto pubblicamente una Commissione di saggi, “super partes”, che "esamini il sistema di finanziamento dei partiti" e la "possibilità di offrire una prospettiva di rientro in tempi brevi". L’intervento chirurgico si faceva sempre più urgente, ma continuava a slittare. Perché?

Il problema di fondo posto dai medici del San Raffaele era che lì non potevano operarlo. Eravamo andati a vedere alcune strutture, Stefania se ne occupò indefessamente. Ma in definitiva, i posti possibili erano soltanto due: Stati Uniti e Francia. Accantonati gli Stati Uniti per le complicazioni del lungo viaggio e le difficoltà della legislazione, passammo a saggiare la possibilità di ricoverarlo a Parigi, nonostante le parole del portavoce di Jospin. Ma anche la Francia dovemmo scartarla perché si rivelò impraticabile sotto il profilo giuridico: non eravamo in condizioni di trasportarlo, non avevamo in mano alcun suo documento accettabile, che non fosse quell’improbabile passaporto latino-americano.

Si entrava in un meccanismo così incerto e complicato, da metterlo in rischio di incolumità, non solo nel fisico ma anche per la libertà. Però, ancor più a fondo, c’era il problema che lui non ne voleva sapere, era fuori discussione che uscisse dalla Tunisia per farsi operare, ha sempre dato per scontato che non avrebbe messo piede in nessun’altra parte (…). In quei giorni avevamo intensificato le pressioni e le iniziative politiche, che in realtà non abbiamo mai allentato, tanto da portarle avanti anche dopo l’operazione. Papà ci lasciava fare, ma non poneva molte speranze su colui che chiamava “il ragazzo”, cioè D’Alema: pur considerandolo un uomo politico di valore, aveva sempre detto che "non ha le palle".

In quel frangente poi, non vedeva dove avrebbe trovato la forza di rovesciare anni di propaganda dominante nel suo stesso partito, "non si capisce perché debba farlo", sorrideva amaro. Realisticamente non s’attendeva nulla e nulla chiedeva, assisteva all’agitarsi delle persone che gli volevano bene, e seppur non pressati da lui noi insistevamo nella convinzione che batti e ribatti, prima o poi il chiodo sarebbe entrato. Il successivo pronunciamento del capo dello Stato poi, venuto tra l’altro nel corso di una visita ufficiale nella penisola iberica, ci era suonato come un impegno solenne: fino al punto da far sperare a mia madre che alla fine dell’anno Ciampi, nel messaggio agli italiani, avrebbe caldeggiato in qualche modo la necessita di affrontare il problema.

Cosa che non avvenne: la sera di San Silvestro il capo dello Stato parlò di molto altro ma non accennò al tema nemmeno indirettamente. In quel mattino del 30 novembre, invece, Ciampi che era a Madrid fu interpellato dai giornalisti al seguito su Craxi che proprio in quelle ore veniva preparato per la sala operatoria, e rispose: “Gli faccio gli auguri più vivi di superare l’operazione e di recuperare appieno la salute”. Con questo unico viatico giunto dagli uomini del potere italiano, Craxi affrontò l’incerto intervento chirurgico all’Hopital militaire di Tunisi. Alla fine quelli del San Raffaele s’erano adattati alle attrezzature dell’ospedale militare, decidendo di spostare solo i medici e gli anestesisti. Ci affidammo a Patrizio Rigatti, chirurgo esperto e di fama, che aveva già operato me e anche nonno Vittorio.

L’équipe medica arrivò a Tunisi la sera prima, accompagnata da don Verzè che si fermò a lungo con lui. Credo che gli recasse ancora un messaggio augurale del Papa, come aveva fatto già monsignor Twal che era andato a trovarlo nei primi giorni di ricovero. Papà era emozionato e molto turbato. L’indomani cercai di arrivar presto in ospedale, ma lo avevano già trasferito in sala operatoria. Ero teso, sapevamo tutti che papà poteva restare sotto i ferri. Aspettai accanto a Stefania in una saletta vicina, e finalmente alle 11.30 s’affacciò Rigatti sorridente, come avesse tolto un’appendicite. "E stato un po’ faticoso ma ce l’abbiamo fatta", ci ha detto scherzando sulle condizioni precarie in cui aveva dovuto lavorare(…). Non che questo abbia inciso sulla qualità dell’intervento, ma ha reso un poco meno asettiche le condizioni in cui il nostro chirurgo ha dovuto operare.

Ma Rigatti è molto veloce, l’intervento risultò brillante dal punto di vista della riuscita: gli era stato asportato quel rene malato, e dopo un’ora di operazione le sue condizioni risultavano soddisfacenti. Per noi finiva un incubo, anche Stefania era molto tesa, scendemmo e fummo assaliti da un nugolo di giornalisti che sostava davanti ai cancelli dell’ospedale. Rilasciammo qualche breve dichiarazione a caldo, poi una conferenza stampa all’Abou Nawas con Rigatti che spiegò tecnicamente l’intervento compiuto. Eravamo totalmente in mano ai medici, la nostra speranza riposava in loro, e il successo dell’intervento ci aveva rincuorato. Quel che in seguito si rivelò meno brillante, e forse risultò fatale, è l’impatto di quell’operazione sul suo cuore malandato.

Ho visto l’eco-doppler a colori, e lo stato di necrosi di un cuore non più irrorato. Ho ancora impresso quel piccolo rigagnolo di sangue che affluiva: il cuore di papà pompava appena a sufficienza per mantenerlo in vita. Perché non sono intervenuti prima sul cuore? Stando alle cronache che puntualmente informavano, prioritaria sarebbe dovuta essere proprio quella, di operazione. Infatti così avevano concordato tanto i medici tunisini quanto quelli italiani: fare prima i by pass per poi poter operare al rene. Ma il rischio di morire sotto i ferri di tre by pass con un cuore talmente compromesso era enorme, così hanno preferito operare subito e con urgenza sul tumore, che era esteso, per contenere la metastasi; e provvedere al cuore dopo, più in là nel tempo e con calma (…).

L’indomani si fece viva l’ambasciata, e fu una sorpresa. Chiunque fosse stato ambasciatore italiano a Tunisi in quegli anni si sarebbe trovato in imbarazzo, perché la presenza di Craxi in Tunisia rappresentava comunque una questione spinosa per quell’ufficio. A Rocco Antonio Cangelosi, nell’autunno del ‘98 era subentrato Armando Sanguini, che aveva dismesso le inutili durezze del predecessore, aveva reintegrato nei loro ruoli quegli impiegati dell’ambasciata emarginati da Cangelosi perché “compromessi” col pericoloso “latitante”, ma adottando la linea di tenersi ben distante dal problema Craxi: non si era mai fatto vivo con mio padre, io stesso devo averlo incontrato una sola volta.

Sanguini ci fece telefonare, annunciando un messaggio di D’Alema. Papà era stato appena operato, noi trepidavamo ancora, e giunse all’ospedale militare la nostra amica Stella Gregoretti, che lavora all’ambasciata, incaricata da Sanguini di fare avere a papà questo fonogramma. Stella di suo, aggiunse alla busta dei garofani rossi, non facili da trovare in Tunisia. Ma poiché non erano trascorse nemmeno ventiquattr’ore dall'intervento e papà riposava, lasciò garofani e busta a Nicola, sulla porta della stanza. La busta era aperta, non conteneva una lettera formale, però erano dieci righe di augurio del Presidente del Consiglio (…).

Lesse e s’infuriò: "Ha paura di esporsi anche per poche righe di circostanza, me le manda anonime e di nascosto, senza firmarsi? Bel Presidente del Consiglio “socialista” che si rivolge ad un ex Presidente del Consiglio socialista!". Una reazione probabilmente esagerata, ma che poggiava su considerazioni ineccepibili e alle quali non sapevo dare giustificazioni, perché quello era quanto l’ambasciatore Sanguini aveva fatto recapitare. Dettò lì per lì una dichiarazione feroce, che toglieva la pelle a D’Alema e che avrebbe scatenato un putiferio, ordinandomi di diffonderla subito. Stefania mi consigliò di non farlo, e stavolta le diedi retta.

Lui ebbe ancora quattro o cinque giorni di antidolorifici e lunghe ore di sopore, e della cosa parve dimenticarsi. Ma aveva conservato quel foglio di carta, e, quando Cossiga venne ad Hammamet poco prima di Natale, gliene parlò sorridendo a riprova di quanto valesse il suo “pupillo”. Cossiga cercò di giustificare D’Alema, spiegando che quelle erano le procedure di trasmissione delle ambasciate, ma papà continuava a sorridere con un velo di stanco scherno. D’Alema lo aveva deluso sul piano politico principalmente per la guerra nei Balcani, e quel pavido messaggio gli aveva irrobustito la delusione (…).

 

(da “Route El Fawara": VEDI->)


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