Franca D'Agostini
Analitici e continentali
Guida alla filosofia degli ultimi trent'anni
Raffaello Cortina Editore
Testi tratto dal sito di discussione
filosofica sul testo
all'introduzione
dell'Autrice:
"Nel 1884 Franz Brentano (considerato da molti un maestro della
razionalità analitica), in una recensione non firmata all'Introduzione
alle scienze dello spirito di Wilhelm Dilthey (capostipite della
tradizione continentale), denuncia 1"'oscurità" delle
argomentazioni diltheyane, la mancanza di " acume logico ", i
molti " errori " del testo[1]. Nel 1932, nel celebre saggio sul
Superamento della metafisica mediante l'analisi logica del linguaggio,
Rudolf Carnap (tra i primi e più eminenti filosofi analitici del secolo)
sottopone a una lettura "logica" alcuni passi di Che cos'è
metafisica? di Martin Heidegger (maestro del pensiero continentale) e
scopre "grossolani errori", "successioni di parole senza
senso": questo modo di fare filosofia, conclude, non vale né come
"favola", né come "poesia", né (ovviamente) come
"ipotesi di lavoro". Nel 1977 l'analitico John Searle prende una
posizione severa riguardo allo stile filosofico del continentale Derrida:
quelle di Derrida sono "parodie" di argomentazioni, il suo modo
di ragionare è " iperbolico " e fazioso, basato sulla
sistematica confusione di concetti piuttosto elementari
D'altra parte, Heidegger, in un corso del 1928, spiega che la logica
formale (paradigma dell'argomentazione di Carnap), oltre a essere
"arida fino alla desolazione", è sprovvista di qualunque
utilità "che non sia quella, tanto misera e in fondo indegna, della
preparazione di una materia d'esame". Nel 1966, nella Dialettica
negativa, Adorno parla della filosofia analitica come di una "tecnica
di specialisti senza concetto", "apprendibile e copiabile da
automi". E Derrida, rispondendo a Searle: "di fronte alla minima
complicazione, al minimo tentativo di cambiare le regole, i sedicenti
avvocati della comunicazione gridano all'assenza di regole e alla
confusione"
Sono in gioco due modi diversi di concepire la prassi filosofica: una
"filosofia scientifica", fondata sulla logica, sui risultati
delle scienze naturali ed esatte, e una filosofia a impostazione
"umanistica", che considera determinante la storia e pensa la
logica come arte del logos" o "disciplina del concetto",
più che come calcolo o computazione. Intesa in questo senso, l'antitesi
tra analitici e continentali riproduce all'interno della filosofia
l'antitesi tra cultura scientifica e cultura umanistica (tra logica e
retorica, per rievocare il contrasto tematizzato da Giulio Preti nel 1968:
vedi I, 2): un'interiore turbolenza da cui la filosofia (che la si intenda
come scienza prima o come metascienza, o come forma di razionalità
dimissionaria e in stato di perenne autocongedo) non si è mai liberata
del tutto.
(...) Quel che sicuramente si può dire, è che "analitico" e
"continentale" sono le categorie con cui la filosofia
contemporanea ha pensato e tutt'ora pensa l'alternativa tra il modo
storico-letterario (umanistico) e il modo logico-matematico (scientifico)
di fare teoria. Ma probabilmente proprio qui è racchiusa una specificità
del linguaggio filosofico ancora oggi riscontrabile. Probabilmente,
chiamiamo "fìlosofia" proprio un certo tipo di argomentazione
ibrida, che è a un tempo storico-ermeneutica e logico-analitica, che si
addentra nell'analisi ma non evita di confrontarsi con "la totalità
della vita" (secondo l'espressione di Dilthey)."
(*)James Hillman, Politica della
bellezza, Bergamo 1999 (pag. 91)
(**)Ivi (pag. 117)
(**)Ivi (pag. 43)
Link
Su Hillman e la filosofia si veda sul
sito Rescogitas
la proposta di ricerca di Fabio Botto
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l libro di
Franca D'Agostini ci mostra come la questione metafilosofica più
rilevante del XX secolo sia stata quella metafisica e come le due
tradizioni, analitica e continentale, abbiano espresso la necessità di un
superamento della metafisica. "Vi è una
dominanza della prospettiva ontologica (il linguaggio come essere) in
ambito continentale e una dominanza di quella metodologica in ambito
analitico (il metodo linguistico). Si determinano inoltre varianti
ontologiche, epistemologiche, storico-testuali della svolta linguistica in
ambito continentale; varianti psicologiche e logiche in ambito
analitico."
In ambito continentale abbiamo una duplice risposta:
"L'oscillare della filosofia tra logica e
psicologia, tra interpretazione psicologica e interpretazione logica del
trascendentale, si risolve in una rilettura linguistica, o comunque
"simbolica" degli a priori, promossa da autori di diversa
provenienza, da Cassirer a Jaspers, allo stesso Husserl.
Questa trascrizione linguistica del kantismo scorre parallelamente a
un'altra tipica questione del logos filosofico continentale: il problema
dell'oggettivismo scientifico (par. 3), ovvero la critica dell'ontologia
della presenza, che non riguarda solo Heidegger e la fenomenologia, ma
coinvolge vari pensatori di impronta marxista, come Lukács, Bloch, i
francofortesi, e giunge fino ad anni recenti attraverso gli sviluppi del
"marxismo occidentale" (in particolare: Agnes Heller).
Le due problematiche (la questione del trascendentale e quella
dell'oggettivismo scientifico) trovano una formulazione unitaria in
Heidegger, il principale teorico della svolta linguistica in ambito
continentale (par. 4). Nel suo pensiero si compie un percorso
metafilosofico cruciale: dal trascendentale all'essere, dall'ontologia
oggettivistica della presenza all'ontologia fondamentale, dall'essere
della metafisica classica al linguaggio (all'essere come evento
storico-linguistico). Nell'ermeneutica, che prosegue l'insegnamento
heideggeriano, l'idea del linguaggio come "casa dell'essere' si
radicalizza fino all'identificazione di essere e linguaggio. Di qui la
convergenza parziale tra ermeneutica e strutturalismo, che in quegli
stessi anni postula un'analoga totalizzazione della dimensione linguistica
(par. 5), mentre divergente si presenta la posizione di Apel, teorico
della "semiotizzazione del kantismo" (par. 6)."
In ambito analitico invece:
"La critica della metafisica sorge
precisamente, in ambito analitico, dall'analisi linguistica (nel primo
Wittgenstein, in Schlick, Carnap, Neurath). La metafisica come errore
logico-linguistico legittima la prassi filosofica come analisi logica del
linguaggio. Gli sviluppi successivi della problematica testimoniano di una
progressiva "apertura" dei termini in gioco: si hanno una
rivalutazione della metafisica, e una pragmatizzazione del linguaggio, un
allargamento in senso olistico delle teorie della conoscenza e del
significato, un'estensione dell'analisi dall'ambito metascientifico,
logico-formale, proposizionale, all'ambito degli atti enunciativi, della
mente, delle forme sociali (parr. 7-9)."
La presenza di un'importante corrente anti-linguistica in entrambe le
tradizioni sfocia nel problema "delle varie forme di relativismo,
pluralismo, anti-essenzialismo, contestualismo che si sono presentate
all'interno del logos linguistico contemporaneo" alle quali la
filosofia ha risposto in tre modi:
"Tre vie sono state pensate per una
ricomposizione della razionalità dopo (o a partire da) il relativismo e
il pluralismo: la via dell'etica (etiche universalistiche di Apel e
Habermas; recupero della razionalità pratica di tipo aristotelico); varie
forme di oltrepassamento della filosofia fondazionale (razionalismo
critico, pensiero debole, poststrutturalismo e decostruzionismo); la
restaurazione della ragione filosofica, senza discontinuità (per esempio
Alain Badiou)."
"(...)la questione del relativismo ci dice che
la pluralità dei linguaggi e la storicità delle acquisizioni teoriche
rende inadeguato lo sforzo filosofico di dar luogo a un sapere universale,
in grado di parlare della totalità degli enti in modo definitivo ed
esaustivo. L'immagine della filosofia contemporanea nasce da queste
limitazioni, è dunque in esse che possiamo vederla più autenticamente
rispecchiata. Esse rinviano sicuramente alla "fine" di un certo
paradigma filosofico, fondato sulla tripartizione soggetto-oggetto-metodo
(io, la cosa, il mio modo di considerarla), ma anche all'emergenza di
nuove premesse teoriche, o come è stato detto alla "rivincita"
di antiche forme del pensiero".
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i
fronte a questo relativismo che sembrerebbe porre la questione della
"fine" della filosofia, l'Autrice segnala che però è
"già in atto nella prassi filosofica contemporanea un
"altro" modo di pensare che ha effettivi legami di affinità con
1"'antico"." Un modo di pensare inclusivo, nel quale
l'"altro" non è contrapposto, ma più ampio.
Se questo ritorno all'antico lo portiamo all'interno dell'altro filo
conduttore di tutto la filosofia contemporanea: la questione del soggetto,
troviamo che lo stato dell'arte della filosofia descritto dall'Autrice non
è molto diverso dai quello al quale è giunto la psicologia archetipica.
Se come dice l'Autrice, il pensiero analitico, tra gli anni Settanta e
Ottanta, ha visto una rinascita della. problematica della coscienza del
soggetto dovuti al rilancio della psicolinguistica di Chomsky, ma anche
alla pubblicazione degli inediti wittgensteiniani sulla psicologia, è
sorprendente come una tradizione continentale come la psicoanalisi di
Freud e Jung, abbia trovato nel terreno analitico di stampo anglosassone
delle risposte a quesiti di carattere strettamente filosofico. La
psicologia archetipica di James Hillman a ben vedere, con il suo coniugare
psicologia e linguistica, ma anche estetica e politica, ha finito col
ridurre drasticamente i limiti fra l' io e il non-io della psicologia
classica di stampo cristiano-cartesiano. Hillman ha compiuto un'opera di
decostuzionismo dell'individuo come sé individuale, come culto
dell'interiorità, come mistica dello spirito (contrapposta all'altro),
riportandolo proprio all'"altro", più ampio, quello che chiama
"anima mundi". Operazione che è l'esatto opposto al
decostruzionismo che su base semantica ha separato "il dono
significante dello spirito umano dal significato del mondo entro cui si
muove"(*).
Una via antica è dunque già in atto nel mondo delle idee: è la via
greca, che riconduce proprio là dove la filosofia ebbe origine. E'
curioso che l'Autrice, come molti filosofi, abbiano difficoltà a
precisare che una certa restaurazione che ponga in uno stato di
continuità la filosofia con l'antico, cioè fuori dalle sacche
nichiliste, si può trovare nella risposta politeista della psicologia
archetipica al problema della metafisica, così come è stata prefigurata
da uno pensatore "eretico" di formazione non filosofica, ma
psicanalitica come Hillman e ripresa in Italia da un filosofo del
linguaggio come Ugo Volli.
Il politeismo, con la sua pluralità di linguaggi, non pone la filosofia
in un ambito di pensiero debole come fa il "continentale"
Vattimo, ma, anzi, la riconduce alla polis, all'impegno
politico-sociale-ambientalista su base etica: una "sensibilità etica
che non esiste se non proviene dall'immaginazione morale"(**) e
differenziata. Una base etica, cioè, che spinge alla politica solo in
quanto libertà di immaginare le cose, le forme di vita, in modo diverso.
E' così, alle soglie del terzo millennio, le idee d'inizio secolo
dell'analisi logica (Wittgenstein) e quelle di un'altra analisi, quella
della psiche (Freud), hanno iniziato a declinarsi in una pluralità di
linguaggi che ci riporta oggi a una rivincita di "antiche"
forme del pensiero: a Socrate, alla polis, al politeismo della mitologia
greca, ad un imperativo etico che sostituisce il "cogito ergo
sum" con: "Partecipo, faccio parte di un partito, dunque
sono"(***), o "Immagino il mondo e la mia città in forme
diverse, dunque sono".
(Luca Guglielminetti) |