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Come liberarsi del liberismo 
I movimenti contro la globalizzazione 


Alain Touraine 
Come liberarsi del liberismo 
I movimenti contro la globalizzazione

2000, Saggiatore  Editore

Sito di www.saggiatore.it


 

  all'introduzione dell'Autore (pag 9-17).

La nostra società è ancora capace di intervenire su se stessa con le proprie idee, i propri conflitti e le proprie speranze? Da ogni parte ci vogliono persuadere che a questo interrogativo va data una risposta negativa.
I liberali ci invitano a sbarazzarci di un'eccezionalità che ritengono ingombrante, e a farci guidare dai mercati. Dall'altra parte, l'ultrasinistra si limita a denunciare l'oppressione e a parlare in nome delle vittime, che sarebbero private del significato della loro condizione. Queste reazioni sono largamente condivise anche in altri paesi, ma in Francia hanno più peso che altrove. È. qui, infatti, che si è diffusa l'idea ossessiva di soggiacere al famoso "pensiero unico" cui destra e sinistra si sarebbero uniformate, al punto che la scelta fra l'una e l'altra non avrebbe più senso. La fede nell'onnipotenza dell'economia globalizzata genera l'idea che le vittime possano solo mettere in luce le contraddizioni del sistema, mentre ricadrebbe sugli intellettuali e sui militanti politici la responsabilità di indicare la strada da seguire.

Queste due posizioni contrapposte, che potremmo definire "pensiero unico e contropensiero unico", hanno in comune un elemento essenziale:
entrambe escludono che possano formarsi soggetti sociali autonomi capaci di esercitare un'influenza sulle decisioni politiche.
Pessimismo che provoca, per contraccolpo, una difesa quasi fondamentalistica delle istituzioni, considerate l'unica barriera efficace contro lo stato di disgregazione già avanzato della società. Non diversamente da quelle cui si contrappongono, nemmeno queste idee, definite repubblicane, riconoscono l'esistenza di soggetti sociali. Anzi separano deliberatamente la difesa delle istituzioni dalle rivendicazioni sociali, il che porta i fautori di questa terza posizione a difendere i "garantiti" contro gli "outsiders", emarginati o esclusi, per riprendere la terminologia di Norbert Elias. Una prassi ben diversa da quella che, in passato, era consistita nel difendere la Repubblica come spazio di uguaglianza e di solidarietà.

Queste tre correnti di pensiero, indubbiamente contrapposte ma anche connesse l'una all'altra, dominano sempre più il paesaggio sociale, alimentando la convinzione che ilo cambiamento sociale e politico non sia possibile. Possiamo definire con una sola frase l'essenza comune a tali tre interpretazioni: contro il dominio economico, l'unica azione possibile è la rivolta e la rivendicazione della diversità, e questo porta a una disgregazione sociale che può essere combattuta solo da istituzioni collocate al di sopra delle diversità e delle istanze sociali. Ho scritto questo libro proprio per controbattere le tre affermazioni citate, che a mio modo .di vedere sono più complementari che contrapposte.

Cercherò qui di sostenere tre idee.

- La prima è che la globalizzazione dell'economia non elimina la nostra capacità di azione politica.
- La seconda è che i ceti più svantaggiati non agiscono solo insorgendo contro il predominio, ma anche rivendicando alcuni diritti, in particolare diritti culturali, e imponendo così una concezione innovativa (e non soltanto critica) della società.
- La terza è che l'ordine istituzionale è inefficace, o addirittura repressivo, se non è fondato su rivendicazioni di uguaglianza e di solidarietà.




i tratta di sostituire alla logica dell'ordine e del disordine una logica dell'azione sociale e politica, dimostrando che fra un ordine istituzionale puramente difensivo e rivolte che sarebbero solo contestatrici esiste, va riconosciuto e riattivato uno spazio pubblico capace di coniugare conflitti sociali e volontà di integrazione.
Cent'anni fa le nostre società assistettero all'espansione mondiale del capitalismo finanziario, la cui brutalità, restia a qualsiasi forma di controllo, provocò rivoluzioni anticapitalistiche. Ma alla fine i paesi occidentali compresero che si poteva instaurare quella che gli inglesi furono i primi a chiamare democrazia industriale, e che si trasformò prima in politica socialdemocratica e poi, dopo la Seconda guerra mondiale, in Stato assistenziale. Ciò dimostrava che non era impossibile intervenire sul terreno stesso dell'economia, anche quando fosse così aperta al mondo come lo era quella inglese all'inizio del secolo. Coloro che credevano nella necessità di una rottura radicale furono spinti a instaurare sistemi totalitari, mentre chi veniva chiamato con disprezzo riformista (perché credeva nella possibilità che si affermassero nuovi soggetti sociali) infuse nuova vita alla democrazia.

Oggi, come ieri, occorre scegliere fra questi due approcci e queste due politiche. Chi crede nell'implacabile predominio delle forze economiche non può credere nella possibilità di un movimento sociale; tutt'al più potrà vedere nel movimento sociale l'espressione delle contraddizioni interne al sistema, il manifestarsi di una sofferenza e di una miseria oggettive. E questo può condurre sia a un pessimismo radicale senza sbocchi, sia alla ricerca delle famose leggi "scientifiche" che "govérnano" la storia. Il popolo oppresso e alienato dovrà allora affidarsi all'intervento di intellettuali divenuti dirigenti politici, considerati in grado di lottare contro il predominio economico in nome di una visione più razionale della società.

Il procedimento opposto, basato sull'idea che l'azione è possibile, approda a trasformazioni non soltanto necessarie, ma anche efficaci dell'assetto sociale. In altri termini, davanti alla sofferenza e all'esclusione, e per uscire da una posizione puramente difensiva, le alternative sono due: affidarsi a ideologi che si attribuiscono il monopolio dell'analisi e dell'azione oppure riconoscere che anche le vittime sono soggetti, dal momento che si richiamano a principi generali come la giustizia e l'uguaglianza, suscettibili di raccogliere intorno a sé forze maggioritarie. Crediamo nella necessità di una rottura assoluta o, al contrario, nella possibilità di un movimento collettivo che rafforzi la capacità di azione di ceti sociali oppressi ma non completamente alienati? Come si sarà capito, io sostengo la seconda posizione. E non soltanto per ragioni di principio, ma perché la realtà attuale provoca in effetti la nascita di nuovi soggetti. Tuttavia non si può negare completamente la pertinenza della posizione opposta. Sta di fatto che, soprattutto in Francia, si è persa la fiducia nell'azione politica, mentre incombe la consapevolezza di un continuo e irrimediabile deterioramento della situazione sociale, soprattutto di quella dei lavoratori colpiti dalla disoccupazione e dalla precarietà. Insomma, il fatto che si formino movimenti di disperazione e di rivolta è facilmente comprensibile, eppure sono proprio questi i portatori di aberrazioni ideologiche fondate sulla falsa idea dell'impotenza delle vittime. Questa convinzione tuttavia è pericolosa nella misura in cui fa imboccare alla protesta il vicolo cieco della difesa di uno statalismo ormai superato, che avvantaggia solo gli ideologi che parlano in nome di un popolo incapace, secondo loro, di perseguire consapevolmente i propri interessi e di migliorare la propria condizione.

Possiamo distinguere tre tipi principali di critica sociale nel periodo attuale.
Il primo, quello meno in grado di comprendere e di preparare l'azione collettiva, lotta contro la globalizzazione, denuncia il degrado delle istituzioni nazionali e tende ad appoggiarsi ai settori ancora garantiti per rallentare la precarizzazione. Ma non si vede davvero come la difesa dei diritti acquisiti o dello Stato come protagonista economico possa migliorare la condizione di chi è senza lavoro e di chi è costretto a un'occupazione precaria, o addirittura favorire la creazione di nuovi posti di lavoro.
Il secondo tipo di critica è costruito meglio. Non se la prende con la globalizzazione dell'economia, ma, più direttamente, con il potere, più finanziario che economico, che la favorisce. Denuncia la miseria e la disuguaglianza verso cui sono trascinati paesi, ceti sociali e settori economici. Contrappone, o pare contrapporre, a questa politica liberista l'interventismo dello Stato; ma di rado avanza proposte concrete.
Il terzo tipo di critica, che ha ispirato questo libro, si oppone a tutte le concezioni che escludono la possibilità di azioni positive. Afferma, viceversa, che si stanno profilando nuovi soggetti che rivendicano diritti e identità. Ritiene, inoltre, che proprio la rivendicazione di diritti culturali consenta oggi la comparsa di nuovi soggetti e che solo così possa rinascere quella capacità di azione che nell'ultimo ventennio si è andata indebolendo principalmente perché le forze di resistenza e di opposizione si sono smarrite nella difesa di un modello economico da tempo inadeguato, i cui effetti perversi continuavano a moltiplicarsi.
Solo così è possibile analizzare una situazione, definirne i possibili soggetti e anche spingersi a suggerire quale possa essere una nuova politica sociale.




a per comprendere la natura e la possibilità di un'azione collettiva, occorre anzitutto respingere l'invadente tematica della globalizzazione, che agisce su di noi come una droga. Si tratta di una concezione puramente ideologica che esprime la disperazione e le angosce di chi è effettivamente vittima delle nuove tecnologie, della concentrazione industriale, dell'avventurismo finanziario e del trasferimento di determinate attività verso i nuovi paesi industrializzati. Circolo vizioso che va interrotto in primo luogo con l'analisi. Nella misura in cui siamo sommersi dai discorsi sulla globalizzazione - o sulla mondializzazione, che è la Stessa cosa - veniamo privati della dimostrazione concreta della nostra impotenza sociale e politica nei confronti di quella che dobbiamo chiamare con il suo vero nome: un'offensiva capitalistica. Niente infatti consente di affermare che tutt'a un tratto le politiche sociali siano divenute impossibili, che le politiche industriali abbiano solo effetti negativi, che la tecnologia sia esclusivamente al servizio degli interessi finanziari dominanti, che il crollo delle vecchie forme di gestione statale dell'economia porti solo al trionfo di mercati selvaggi. Questo tipo di approccio induce ad allearsi con chi denuncia le carenze e i vicoli ciechi dell'economia amministrata, che non sortisce nemmeno gli effetti egualitari che alcuni le attribuiscono. Sì, bisogna uscire del tutto dall'economia amministrata, sia perché è economicamente distruttiva, sia perché l'apertura ai mercati mondiali consente, anzi esige, il rinnovamento delle politiche sociali, la ricerca della partecipazione e della giustizia.

Smettiamola di vaticinare e di ripetere il catechismo del pensiero unico, la cui idea centrale, condivisa tanto dagli avversari quanto dai sostenitori, è che la globalizzazione dell'economia rende impotenti gli Stati nazionali e i movimenti sociali. Affrontiamo piuttosto la realtà a partire dalle tre seguenti asserzioni.

1. La globalizzazione è solo un insieme di tendenze, tutte rilevanti ma poco solidali fra loro. L'affermazione che sta nascendo una società mondiale, essenzialmente liberista, governata dai mercati e impermeabile agli interventi politici nazionali, è puramente ideologica.
2. Anche le proteste più fondate possono condurre a vicoli ciechi se chi le esprime non crede nella possibilità collettiva di trasformare la società e di instaurare nuove forme di controllo sociale dell'economia:
3. Questo lavoro di ricostruzione presuppone una complementarietà, non priva di tensioni e di conflitti, fra azione sociale e interventi politici. Nel corso dell'analisi farò riferimento costantemente alla situazione sociale e alle azioni collettive attuali per dimostrare che recano in sé almeno due significati: da un lato, la denuncia senza speranza delle contraddizioni del sistema capitalistico, che può condurre solo a rivolte marginali o al ricorso a un potere autoritario; dall'altro, la volontà di aiutare le vittime a trasformarsi in soggetti. È evidente che più il primo significato prevale, più il secondo tende a perdersi. Ecco perché l'analisi deve essere critica non contro il cosiddetto movimento sociale, ma contro le interpretazioni più alienanti che ne vengono date e che sono accettate con facilità in un paese che, da vent'anni, è ben consapevole di vivere una crisi e di assistere all'ineluttabile deteriorarsi della propria condizione sociale sotto i colpi assestati dai mercati mondiali.

Va infine riconosciuta la particolare responsabilità degli intellettuali. Dipende da loro, più che da ogni altra categoria, se la protesta dovrà degradarsi in una denuncia priva di prospettive o se, al contrario, porterà alla formazione di nuovi soggetti sociali e, indirettamente, a nuove politiche economiche e sociali.
Ma questa analisi critica non approderebbe a niente se il potere politico restasse indifferente alle lotte sociali, le guardasse con diffidenza e si accontentasse di una politica centrista, coniugando una gestione liberista dell'economia con l'unica preoccupazione dell'ordine e della sicurezza pubblici. Se la maggioranza al potere non si sente in dovere di rappresentare i settori più svantaggiati della società, come stupirsi se questi si lasciano sedurre dai profeti della rottura e della catastrofe?

Quasi tutta l'Europa occidentale è governata da partiti o coalizioni di centro-sinistra. Ma questi governi sembrano ancora esitanti fra una politica centrista, sempre più sensibile agli interessi della vasta classe media che va difesa e rassicurata, e una politica di lotta attiva contro l'esclusione sociale. Per qualcuno è opportuno aumentare, sia con le parole che con gli atti, la distanza che separa le lotte sociali dai programmi politici. Io, invece, auspico che i governi si diano un contenuto sociale più marcato. In definitiva, è per sostenere movimenti sociali indipendenti e, nel contempo, politiche più attive di lotta contro l'esclusione che ho scritto questo libro.



(*) Questa edizione on-line è in attesa di autorizzazione dall'editore Saggiatore


 

 

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