o storico e politologo racconta come nacque l’istituzione. Ricordando gioie e amarezze.
“La prima manifestazione la organizzammo a Parigi, nel febbraio dell’86. Oggi siamo favorevoli all’unità socialista, perché in Italia non manca solo un Partito riformista, manca la cultura, i valori che per più di un secolo hanno contribuito a fare la storia del Paese, a cominciare dal laicismo e dalla giustizia sociale”.
A Giuseppe Tamburrano, per i vent’anni della Fondazione Nenni, ho chiesto un regalo. Mi dispensasse dalle domande e aprisse lui l’album dei ricordi. Qualche istantanea che s’è portato dietro nel tempo. Affare fatto.
“Siamo all’inizio degli anni Ottanta. Al congresso del Psi di Palermo dell’82 fui scelto dalla direzione quale responsabile culturale del partito. Ricordo che dopo quell’assise volli fortemente l’elezione diretta del segretario da parte del congresso. Bettino Craxi all’inizio non era favorevole, era sospettoso, temeva scherzi dal segreto dell’urna. I primi a convincersi di una svolta simile furono Claudio Martelli e Rino Formica, poi toccò a Bettino, il quale constatò di aver avuto più consensi della sua stessa maggioranza. Di lì a poco, mi resi conto che la politica socialista mancava di supporti culturali organizzati. E la mia responsabilità in un settore come quello, senza il supporto di istituzioni organizzate e attrezzate, si risolveva in quella che si chiamava la politica culturale, presenze in televisione e posti negli enti culturali”. Altra foto del tempo che passa.
“Dopo un periodo di tempo Martelli volle avviare un turn over, ed io gli dissi che volevo dare vita ad una fondazione culturale”. E pensasti a Pietro Nenni che tu, da storico e politologo, hai sempre seguito, dal giovane rivoluzionario delle barricate ai vertici del socialismo. Una vita vissuta per la maggior parte nella contestazione al potere. “A un partito che aveva trascorso la sua storia all’opposizione in lotte anche dure, Nenni insegnò la necessità di governare. E insegnò anche il dovere di governare, assumendo rischi e responsabilità per evitare vuoti di potere nei quali, diceva, sono sempre i gruppi sociali più forti a vincere”, sottolineò Bettino Craxi. “Per portare il Psi dalla protesta a forza di governo, dalle barricate al Quirinale e a Palazzo Chigi – asserisce Tamburrano – l’opera di Nenni si è rivelata determinante, e la nostra storia si incarna in lui. Così, poiché sapevo che Nenni aveva lasciato, visto che lo avevo frequentato fino all’ultimo momento della sua vita, un imponente patrimonio documentario, pensai che la Fondazione potesse nascere solo con il suo nome e quel patrimonio culturale che racchiude la storia del socialismo italiano. Martelli si impegnò allo scopo di farmi avere il patrimonio economico-finanziario e la provvista di fondi. Il partito partecipò allora, nel 1985, alla nascita della fondazione con un contributo di 100 milioni di vecchie lire. Martelli fu socio fondatore insieme a Giuliano Vassalli, Massimo Severo Giannini, Giuliana Nenni e Cesare Tomassi il genero di Nenni in rappresentanza della famiglia, e il sottoscritto, presidente da sempre”. Si dice che è meglio vivere di speranze che di ricordi: tuttavia, celebrate a testa alta i vostri primi vent’anni pieni di dedizione. Tantissime iniziative sono state celebrate in un’area politica secolarmente afflitta da accidia. E tu sei sempre in sella, hai ancora tante curiosità. Prima di chiudere l’album dei ricordi.
“Già, in tutto questo tempo non sono riuscito a farmi sostituire. Sai perché? Qui non si guadagnano né soldi né collegi. Bisogna solo lavorare duro. Tra volontari e stipendiati siamo 7 persone nella sede di via Caroncini. Quattrocento metri quadrati in cui sino ad ora abbiamo raccolto quindicimila volumi, di cui buona parte sono della biblioteca Nenni e altri sono annotati di pugno dal vecchio leader che leggeva voracemente, come un dannato”.
Eppure, che cosa dice alle nuove generazioni il nome di Pietro Nenni, del riformista, del repubblicano e lettore avido di Georges Sorel, del suo incontro con Mussolini, di quella politique d’abord che più di una volta egli mise avanti nel trentennio repubblicano per spiegare l’una o l’altra svolta politica? Basta fare una piccola prova tra gli studenti che hanno idee in molti casi confuse: per alcuni prevaleva l’immagine del Nenni socialista sostenitore dell’unità d'azione con i comunisti, per altri quella del fautore ad ogni costo del centro-sinistra e dell’alleanza stabile tra socialisti e democristiani. Soltanto qualcuno conosce il passato tormentato del leader socialista: gli anni della milizia nel movimento repubblicano, dell’iniziale adesione al fascio di Bologna, delle ricorrenti tentazioni barricadiere. Nel 1986 hai pubblicato una biografia per l’editore Laterza, in cui raccontavi con dovizia di particolari le varie battaglie politiche che Nenni condusse in oltre sessant’anni di milizia costante, la sua formazione politica e culturale che era avvenuta all’interno di una tradizione sovversiva e anarcoide che lo avrebbe segnato in profondità.
“Nenni aveva molti talenti, era un tribuno, riempiva le piazze e ne sollevava l’entusiasmo ma era soprattutto un giornalista. Lui si sentiva soprattutto un giornalista e quando era deluso di come andavano le cose si arrabbiava e diceva: perché mi sono messo a fare politica. Sono un giornalista e tale dovevo rimanere. La famiglia era il suo porto tranquillo, dalla moglie alle figlie ai nipoti erano tutti attorno a lui, lo adoravano. Più volte ha detto che Carmen era stata l’unica donna della sua vita”. Intanto organizzavi convegni, dibattiti, mostre. “La prima manifestazione la facemmo a Parigi, nel febbraio dell’86, perché ricordammo i cinquant’anni del fronte popolare di Leon Blumm. Organizzammo il convegno con il Centro studi e documentazione sull’emigrazione e l’Istituto di cultura italiana. I lavori furono aperti dal ministro Gaston Deferre e intervennero, oltre al sottoscritto, Aldo Garosci, Michel Dreyfus, Santos Julia ed Eric Vial, Claudio Martelli, Giorgio Napolitano e Rino Formica. Poi demmo vita, in collaborazione con il Centro riforma dello Stato diretto da Pietro Ingrao, a un incontro con Norberto Bobbio, Giorgio Napolitano, Gianni De Michelis e Rino Formica. C’era il gotha della sinistra italiana. Craxi era presidente del Consiglio, si arrabbiò, ma io gli feci capire che si trattava di un confronto sui valori socialisti, che sono dominanti. Bettino temeva che io, non amante dei vincoli e delle sudditanze, che ero un cane sciolto, potessi fare il gioco dei comunisti. Ma del resto tantissimi sono stati i convegni, le manifestazioni e le pubblicazioni”. Una in particolare… “Quando i socialisti presero le distanze da Mosca. Una serie di ricordi di chi partecipò al congresso di Venezia del ’57, dove i socialisti consacrarono la rottura con il Cremlino”.
Tanti amici, molti nemici. “La Fondazione è stata osteggiata da tutti per la sua indipendenza. Dal governo Craxi ho avuto un contributo misero di 110 milioni di vecchie lire all’anno che successivamente fu aumentato di poco da Alberto Ronchey, all’epoca ministro dei Beni culturali, e poi drasticamente ridotto del 20 per cento dal compagno Walter Veltroni. Insomma, la nostra è stata sempre una battaglia per la sopravvivenza ma siamo orgogliosi di aver cercato, nello spirito della più assoluta indipendenza, di tenere vivo il patrimonio delle idee e dei valori socialisti”. E ora… “Riceviamo un contributo dal ministero dei Beni culturali di 55mila euro l’anno, mentre le Fondazioni Gramsci, Sturzo e Bassi ricevono ciascuna contributi pari a circa quattro volte quello della Fondazione Nenni. Nonostante ciò, andiamo diritti per la nostra strada, l’attività culturale è molto impegnativa e riscuote grande successo nella periferia socialista. Basti pensare alle commemorazioni di Matteotti e Nenni e alla difesa di Ignazio Silone. Ad esempio la mostra Matteotti al museo comunale di Roma, in Trastevere, ha avuto ben 20mila visitatori a testimonianza del fatto che i valori, il retaggio socialista è radicato in profondità. Ogni anno a Fratta Polesine, paese natale di Matteotti, si ricorda il martire socialista il 10 giugno con manifestazioni solenni, dove partecipano anche le autorità. Dal 1947 all’altro giorno vi sono sempre state due o tre manifestazioni separate. Negli ultimi anni i socialisti di De Michelis e di Boselli sono andati ognuno per conto proprio. Si sono divisi anche Matteotti. Tranne i due anni in cui il partito è stato unificato, dal ‘66 al ‘68. Quest’anno hanno invitato me e io ho detto che andavo a condizione che si trattasse di una manifestazione unica e unitaria, dopo ben 58 anni. Hanno accettato e io ho parlato ai socialisti uniti dopo 58 anni, alla presenza di autorità civili e militari. La cosa mi ha toccato profondamente, perché ho avvertito che i socialisti erano felici di stare insieme. Quando ho finito, sono scattati tutti in piedi per applaudire non tanto il sottoscritto, quanto il mio messaggio unitario. Incluse le forze dell’ordine”. I socialisti della diaspora si parlano, ma con diffidenza. Il recupero d’un rapporto s’affida alla scelta di date emblematiche per riprendere un discorso comune su tradizioni e prospettive dell’area. L’imminenza di grandi appuntamenti dovrebbe far sciogliere le nevi di quel gelo che periodicamente ricorre tra le varie anime socialiste.
“Senza di un partito socialista c’è un vuoto storico e culturale nel sistema politico italiano, perché nella storia il socialismo c’è sempre stato ed ha avuto una funzione determinante. Ecco perché sono convinto che il desiderio di riunirsi sotto il simbolo del garofano ha radici ancora fortissime nel Paese. Noi della Fondazione Nenni vorremmo che la spinta verificatasi negli ultimi tempi si traducesse nell’unità. Non ci interessano i collegi, gli assessorati, le collocazioni. Ci piacerebbe solo che l’unità si facesse sulla base dei valori socialisti e delle eredità di Matteotti e Nenni, perché di una cosa siamo certi: in Italia non manca solo un Partito socialista, manca la cultura, i valori che per più di un secolo hanno contribuito a fare la storia del Paese, a cominciare dal laicismo e dalla giustizia sociale”.
Oggi ognuno può valutare diversamente. Resta il valore delle immagini e della ricostruzione, ogni volta un pezzetto in più, ogni volta qualcosa che si era dimenticato.
Fabio Ranucci
da 'Avanti