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ICONOSCENZA DELLA BELLEZZA: L’ILIADE
A prima vista l'essere
riconoscenti verso una persona sembra sia solo relativo ad una ammissione
di credito verso la persona "riconosciuta". Se diciamo a
qualcuno: "Grazie di esistere", la frase si più tramutare in
forma più dettagliata con qualcosa tipo: "Riconosco in te qualcosa
di importante che mi fa essere grato nei tuoi confronti", da cui
nasce quel ringraziare che riconosce.
Il termina va in realtà scomposto nel suo verbo d'origine ri-conoscere.
La riconoscenza ha a che fare con un forma di nuovo conoscere: "Ti
conoscevo, ma adesso ti ri-conosco", e concerne un ambito di immagini
che si vanno identificando sempre più chiaramente.
Si riconoscono dei segni, dei simboli, delle immagini
"difficili", che prima si conoscevano ma con una forma non ben
definita, imprecisa, superficiale o rimossa.
Il verbo 'riconoscere' possiede però una ambivalenza: si riconoscono i
debiti, ma si riconoscono anche le colpe.
"Adesso che ti ho riconosciuta so di avere un debito con te, lo
riconosco", quando è la bellezza di una persona ad essere
riconosciuta, il tipo di debito pare non saldabile. Se chi riconosce non
è un narciso perso in se stesso, quel debito può solo far scaturire
riconoscenza. Un specie di grazie ostinato e continuato, quasi perenne se
il debito è percepito come più "grande di me".
Anche per le colpe, "Adesso che ho riconosciuto la mia colpa so di
avere un credito di scuse con te, lo riconosco", in questo caso è il
credito di scuse che tende a farsi ostinato e continuato, quasi perenne se
la colpa è percepita come più "grande di me".
Le persone quando si riconoscono si ringraziano o si scusano, a seconda
dei casi, con delle modalità cui oggi è difficile dare, nei contesti del
bello e dell'amore, forma o verbo. Dire "grazie" o
"scusa", ci appare un formalismo vuoto. Ma in verità ci pare
necessario ricondurli alla base di una conoscenza avanzata che riconosce
qualcosa all'altro. Una conoscenza consapevole del bene ricevuto
dall'altro o del male arrecato all'altro.
Riconoscere possiede dunque due derivazioni dal suo stato di azione attiva
(il fatto di riconoscere): una forma negativa attiva (chiedo scusa) ed una
positiva passiva (ti ringrazio), che talvolta si utilizzano in un contesto
profondo che sa di 'colpa grave' o di 'grazia ricevuta'.
L'accezione negativa della riconoscenza, ha un sapore sicuramente
cristiano: il moralista cristiano ci induce a "riconoscere le nostre
colpe". In ambito cattolico diventa difficile fare scuse perché ci
si è già confessati: espiata la colpa nel confessionale perché
assumersi la responsabilità di scusarsi "in eterno" con la
propria vittima? In questo senso il protestante è più serio, salvo che
poi abbia finito per non sentirle proprio le colpe: l'uomo di cultura
protestante semplicemente non le riconosce più come tali e finisce dallo
psicanalista.
Ma non vorrei dilungarmi sul tema della riconoscenza della colpa. Mi
interessa, invece, soffermarmi su di un altro concetto: quello di
"grazia ricevuta" in relazione al riconoscimento della bellezza
di una persona che induce a ringraziarla.
Quando diciamo a un'altro "Grazie di esistere", qualcuno che
osservi da fuori può dire che abbiamo ricevuto una grazia, "siamo
stati graziato", abbiamo avuto qualcosa come "grazia
ricevuta".
L'idea di "grazia ricevuta" è utilizzata, in ambito cristiano,
per segnalare una illuminazione divina. Quando un uomo è toccato da una
nuova conoscenza chiamata fede in Dio, si dice che abbia ricevuto la
grazia di Dio. Il cristianesimo fa suo questo modo di conoscere che passa
attraverso la riconoscenza di "qualcosa di grande" che obbliga a
pregare. Un pregare che è un ringraziare 'perenne' Dio del dono della
fede.
E' però evidente che l'unica cosa che ai cristiani è permesso di
riconoscere è la grandezza di Dio. Alcuni protestanti sono stati molto
accorti nel segnalare un passo del Vangelo che dice "Dio è
amore". In questo modo potevano dire agli uomini che riconoscevano
bellezza e amore, che quanto riconosciuto era in verità solo Dio, e non
certo una divinità dell'Amore pagano, quale Afrodite.
Se in ambito religioso, il "grazie perenne" che si rivolge a Dio
diventa preghiera, cosa capita in ambito 'pagano', se ciò che
riconosciamo è una grande bellezza terrestre e non celestiale? Dove porta
quel bello che non è trascendentale, posto fuori dal mondo, ma immanente,
cioè di questo mondo? A cosa conduce quella riconoscenza del bello di una
persona?
Conduce alla seduzione, cioè a quell'iter che realizza l'amore.
Riconoscere la bellezza, equivale a riconoscere di essere stati sedotti.
La riconoscenza, quel ringraziare che riconosce, non si può che fare
preghiera o poesia se posto a livello di agape, ma si dovrà attivare a
sua volta in seduzione nei confronti della persona riconosciuta se rivolto
all'eros.
Oggi, occorre prendere atto che il verbo riconoscere è declinato in
relazione a cantanti, uomini di spettacolo, attori e sportivi se non
modelli di macchine e di moda. Riconosciamo gli attori dei film, la musica
di un band, il viso di un calciatore, la marca di una griffe o il modello
di casa automobilistica. Si viene socialmente apprezzati dagli altri se
dimostriamo queste capacità di riconoscimento; si viene, viceversa,
derisi se uno dice: "Quella ragazza è veramente bella!". Oggi,
nell'interloquire sulla bellezza di una ragazza o ragazzo accettiamo solo
termini come 'carina', 'belloccia', se non più espliciti riferimenti al
sesso, etc…, o al maschile. Lo stesso termine sedurre è poco usato in
quanto sostituito da termini come 'corteggiare' o 'filare', 'battagliare'.
Il senso di questi termini deriva dal fatto che la fase di seduzione è
spesso ridotta al minimo nei modi e nei tempi e sono sintomo dell'eclissi
del valore della bellezza umana.
Del resto quello che oggi seduce veramente, cui siamo maggiormente
disposti a lottare e pazientare, non ha molto a che fare con il
riconoscimento della bellezza e dell'amore. Si è sedotti dalla sicurezza
dei soldi che ci permetteranno di fare shopping. Si è sedotti dal pensare
di poter riempire le borse da shopping di tutto quanto siamo indotti a
pensare come bello, cioè necessario a gratificarci.
La Elena omerica, e il suo archetipo Afrodite, sono veramente in esilio.
Bello è ciò che piace al mercato, anzi quello che l'industria vende alla
massa dei consumatori con sopra l'etichetta di bello. Il bello è quello
che vende, non quello che fa conoscere l'amore. Il bello non spinge più a
conoscere per sedurre, ma lo si acquista per gratificarci. E' una forma di
narcisismo che ci fa dire: "Come sono contento, anch'io sono arrivato
a potermi comprare il prodotto x!"
Di fronte alla bellezza di una persona siamo disposti a 'battagliare' per
un po', ma molto meno a condurre una guerra di Troia. L'Iliade nostra
sembra un'altra. E' quella guerra per acquistare una solida posizione del
mercato dei consumatori dove tutte le nostre energie e forze sono
indirizzate, anche perchè la bellezza non si conquista, appunto, ma
sempre più si acquista.
Se solo diciamo, invece che "Dio è amore", "amore è
riconoscenza", possiamo concludere questa parte del discorso dicendo
che l'atto che suscita l'amore è l'atto di riconoscere la bellezza. E'
quell'atto che ci spinge, con le modalità coatte erotico/seducenti, alla
scoperta profonda dell'altro. La lotta per amare nella riconoscenza ci
libera dai nostri angusti limiti personali (quel sentirsi più grandi dei
nostri confini quando riconosciamo la grandezza degli altri) e nella
seduzione ci induce all'agire attivamente verso l'amato/a (si tratta di
farsi ri-conoscere sempre di più).
Se vogliamo amore dobbiamo spingerci a conoscere gli altri riconoscendone,
in primis, la bellezza e quindi prendendosi tutto il tempo che una guerra
richiede. Al contrario, non riconoscendo la bellezza o considerandola una
breve battaglia, si sceglie di vivere in quella specie di ignoranza e
ipocrita consapevolezza che si chiama conformismo, o "ottundimento
psichico", come lo chiama Hillman citando Lifton, che ci avvia a
renderci un esercito di consumatori che lottano nei supermercati alla
ricerca di 'prodotti di bellezza'.
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IAGGI VICINI E LONTANI: L’ODISSEA
Perché viaggiamo? Ci piace
viaggiare, sognare un posto, desiderarlo e poi andarci. Ma i viaggi oggi
non sono odissee, se non per i disguidi e ritardi degli aerei. Non
impariamo più nulla dal posto dove andiamo: ci lascerà impressioni,
suoni, colori, ma torniamo senza saper nulla delle gente, dei luoghi,
degli animali e delle piante che abbiamo visto. Sì, ci siamo stati,
l'abbiamo viste quelle terre e quelle persone lontane, ma dimentichiamo
che nel nostro sogno in quei luoghi cercavamo la vita, un maggiore senso
della vita: una nuova casa. Ci accontentiamo invece delle cartoline
musicali che serbiamo in quell'album di ricordi che è la nostra memoria.
Del resto vorremmo viaggiare anche per conoscere, ma ci portiamo dietro
tutto quanto già conosciamo: dal dentifricio all'amico vicino, dalla
maglietta al libro dell'autore preferito. A quanto di già noto ci
portiamo dietro, si aggiunge poi quel quanto di già noto troviamo colà:
dalla Coca-cola e alla Tv, dalla cucina internazionale al capo "made
in Italy".
I tempi contingentati delle ferie, costringono poi ad utilizzare il mezzo
più stupido: l'aereo. Icaro non ha proprio insegnato niente. Il punto non
è la superbia dell'atto di voler volare, ma la stupidità di voler
percorrere ampie distanze con la testa fra le nuvole, alienati da quello
che è il percorso del viaggio. Il carattere avventuro del viaggio risiede
proprio nelle difficoltà del tragitto; mentre la sua impressione maggiore
sorge dall'osservare quanto sta nel mezzo tra la casa reale e quella dei
sogni.
Così, dopo un viaggio, la vita quotidiana resta tale e quella sognata un
desiderata represso. Oppure si dirà che era tutta una finta. La nostra
vita ci piace così com'è. Il viaggio è stato solo uno sfizio, un
tentativo fasullo e scherzoso di accedere ad un'altra vita in un altro
luogo.
Ecco il turismo. Il viaggiare fine a se stesso, prodotto di consumo atto a
soddisfare le voglie esotiche dei nostri sogni.
Così torniamo nelle nostre case e non possiamo fare altro che, depliant
turistici alla mano, solleticare le nostre sterili fantasie geografiche,
alla ricerca di una nuova meta da desiderare per l'anno successivo.
Parlo del viaggio, perché il sogno/desiderata di raggiungere un estremo,
percepito più o meno lontano da quella casa che è la nostra vita
quotidiana, è in verità un altro stimolo verso il bello, o l'amore come
compimento di un percorso. Quel bello che si trova frustrato o assente
quanto ridotto a turismo. Quando vogliamo abbandonare lo 'stranoto', il
conosciuto quotidiano che ci annoia a morte, allora sogniamo posti
estremi, più o meno lontani. Lo facciamo perché in quel luogo vi
riconosciamo qualcosa di essenziale per noi, per il senso della nostra
vita: la sua bellezza.
Un tipo di bellezza cui si aggiungere l'aggettivo "esotica" o
"antica",quando è percepita come lontanissima.
Così torniamo al tema della riconoscenza del bello. Un luogo si
sostituisce ad una persona, ma il senso è lo stesso. Se viaggiamo senza
riconoscere e lottare per il bello, stiamo prendendo in giro i nostri
sogni e ci poniamo con il cervello e il cuore in vacanza.
Dobbiamo forse stravolgere un altro detto biblico: "Ama il tuo
prossimo come te stesso".
Cosa c'entra?
In ambito cristiano l'amare è relegato ad un ambito di luoghi molto
ristretto: il soggetto (te stesso) e chi ti sta più vicino (il tuo
prossimo). L'estremo, cioè il veramente esterno (terre lontane comprese)
non è contemplato.
Se prendiamo i tre gradi degli aggettivi di luogo (interno, esterno e
vicino) con le relative forma superlative (intimo, estremo, prossimo),
possiamo osservare bene che l'ambito dell'amore cristiano si ferma
all'intimo (te stesso) e al prossimo (il più vicino). L'estremo, che
rappresenta i luoghi del viaggio, non è contemplato come posto da amare,
cioè al quale riconoscere bellezza e per il quale impegnarsi in guerra.
Quel detto cristiano dovrebbe essere rielaborato utilizzando tutti e tre i
termini come segue: "Ama l'estremo e il prossimo perché sono
contigui a te stesso". La bellezza esotica o antica (come estremi
geografici e temporali) e quella prossima (vicina nel tempo e nello
spazio) sono fatte di una materia contigua (non aliena o separata) alla
tua intimità, somma o infima che tu la percepisca.
Allora, dovendo fare i conti con il quotidiano, il solo viaggio possibile
è la fuga insensata (trasformando il viaggio in turismo vacanziero o in
paradiso artificiale) oppure provare a tracciare un itinerario sensato
della propria vita, facendo i conti fino in fondo con quanto incontriamo
sul suo percorso e stando pronti a riconoscere e combattere per il bello
(trasformando il viaggio in Odissea, seppur col rischio di dover
combattervi durante una Guerra di Troia).
ONCLUSIONE:
LA POLIS-POLITICA
Perché allora il titolo "Politica della bellezza"?
Perché l'esotico e l'antico sono ormai nei paraggi, cioè li possiamo
riconoscere sempre più prossimi a noi stessi.
Il bello, se va riconosciuto attraverso gli altri e in un itinerario
minimo che ci porti almeno fuori casa, dobbiamo iniziare a riconoscerlo
là dove ci aggiriamo quotidianamente, nella polis.
La bellezza esotica o antica la troviamo nei paraggi di casa se solo
soffermiamo i nostri sguardi sui particolari della città e sulle persone
che ci transitano accanto. Entrambi, particolari di luogo e di persone
provengono da tempi e luoghi più o meno lontani (sono esotici e antichi).
Voglio dire che se ci costruiscono una discarica in casa protestiamo, ma
troppo spesso siamo portati a non far nulla se la discarica ce la troviamo
sotto casa o se la costruiscono nel paese accanto al nostro.
Se provassimo a riconoscere qualcosa di bello nei nostri itinerari
quotidiani, saremmo portati ad interessarci maggiormente della politica, a
fare qualcosa per migliorare la bellezza dei nostri viaggi, più vicini
che talvolta chiamiamo "odissee quotidiane", cioè a richiedere
alla nostra città quello che si cerca nei viaggi esotici: una diversa
dimensione e qualità della vita.
Se la situazione di trovarci a far shopping tra prodotti di un consumo
rapido ed intimo, esposti in contesti di un gigantismo concentrazionale ai
quali arrivare 'motu proprio' tra un percorso di discariche, con mezzi
inquinanti; se tutto questo lo percepiamo talvolta come un agire coatto
verso, nel e con la bruttura siamo pronti alla rivolta di Camus. Siamo
prossimi a scendere in politica per riappropriarci del bello cercando di
re-immaginare la nostra città. Iniziamo a considerare contigua a noi
quell'attività che la psicoanalisi (l'intimo) ha sempre rimosso: la
politica. Quell'attività di liberazione contemporaneamente personale e
sociale che fornisce di senso la vita quotidiana.
Così come già oggi accade che una bellezza esotica da salvare induca ad
una 'nobile' mobilitazione ambientalista per una cause lontana
(percepibile come 'estrema'), se il senso del lontano ed del prossimo a
noi saranno man mano ricondotti ad un concetto di contiguità, si otterrà
allo stesso modo di mobilitare politicamente 'a difesa o al pro' di una
bellezza più difficile da riconoscere. Quella bellezza che sta tra casa
nostra (l'intimo) e l'amazzonia (l'estremo): la città, il luogo della
politica e dei cittadini.
Il libro di Hillman ci dice questo: tra la psicoanalisi e l'ambientalismo
c'è la politica. La primo combatte il narcisismo, il secondo la
devastazione ambientale, la terza l'alienazione della vita ridotta a
consumarsi in una terra desolata. Il fare politica lo si può dunque
configurare come contiguità di un'azione liberatrice della bellezza, che
ripristina il ponte tra l'io (intimo) e l'altro (estremo) paragonabile ad
un ponte con la Grecia della polis, tra filosofia e mitologia.
Così al richiamo delle sirene dell'interiorità psicologica e
dell'esteriorità ambientale, le voci della politica ci riconducono alla
prassi dialettica dell'agorà, cioè in quel luogo 'bastardo' (meticcio)
dove si aggirano discutendo animatamente coloro che provano a
re-immaginare se stessi e il mondo.
(Luca Guglielminetti)
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