Fornaro Federico
Giuseppe Saragat
Marsilio
Editore,
pp. 384
Euro 35,00
isbn: 8366-1
Federico Fornaro è presidente dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria. Ha pubblicato Giuseppe Romita. L’autonomia socialista e la battaglia per la Repubblica (Milano 1996), è stato tra i collaboratori del volume I deputati piemontesi all’Assemblea Costituente (a cura di Caterina Simiand, Milano 1999) e, recentemente, autore di alcune voci per il Dizionario del Fascismo (vol. II, a cura di Victoria de Grazia e Sergio Luzzatto, Torino 2003). Collabora con le riviste "Italianieuropei", "Le nuove ragioni del Socialismo" e "Quaderno di Storia Contemporanea".
Il Consiglio Regionale del Piemonte
e l’Istituto Salvemini promuovono la presentazione del volume
di Fornaro Federico
Giovedì 1° aprile 2004, ore 17,00 – Sala conferenze dell’Archivio di Stato, Piazza Castello 209 (Piazzetta Mollino), Torino
Ne discutono con l’autore:
Giuseppe Berta, Università Bocconi di Milano
Giovanni Sabbatucci, Università La Sapienza di Roma
Massimo L. Salvadori, Università di Torino
Introduce Marco Brunazzi, Istituto Salvemini
Per informazioni: 011.835223; segreteria@istitutosalvemini.it |
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iuseppe Saragat (1898-1988) è stato uno dei protagonisti del Novecento italiano. Presidente della Repubblica dal 1964 al 1971, dai più Saragat è ricordato come l’artefice della svolta di Palazzo Barberini, il luogo simbolo della scissione del Partito socialista nei primi giorni del 1947.
Questa biografia racconta l’uomo e il politico prima di Palazzo Barberini - con l’adesione al Partito socialista unitario di Turati e Treves nella Torino del 1922; il lungo impegno antifascista con l’esilio a Vienna, Parigi e nel sud della Francia; la vittoria della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946 - e dopo, negli anni della rottura con Nenni, dell’alleanza centrista con De Gasperi, della stagione riformatrice del centro-sinistra fino alla presidenza della Repubblica e alla drammatica stagione del terrorismo. Attraverso gli scritti degli anni venti e trenta ma anche grazie agli interventi e agli articoli delle settimane successive al 1947, l’autore rilegge in una nuova dimensione storica e politica la figura di Saragat socialista democratico coerente la cui impostazione ideologica, maggioritaria nella sinistra europea del secondo dopoguerra, lo portò a combattere una lotta aspra e senza concessioni al comunismo. La puntuale ricostruzione dei congressi del psli prima e del psdi poi e l’analisi del travagliato rapporto con la Democrazia cristiana e con il Partito socialista, consentono inoltre di ripercorrere un’importante pagina della storia del nostro paese.
SARAGAT
L'INCOMPRESO
Traditore,
rinnegato, oggettivamente fascista:
furono queste le accuse scagliate da
sinistra contro Giuseppe Saragat dopo
la scissione di Palazzo Barberini del
gennaio 1947, dalla quale era nato -
come reazione alla linea filocomunista
prevalente tra i socialisti - il
Partito socialdemocratico. Nel 1987,
l'allora segretario socialista Bettino
Craxi riconobbe che quarant'anni prima
erano stati gli scissionisti ad avere
ragione; e giudizi non dissimili hanno
espresso più di recente politici ex
comunisti come Luciano Violante ed
Emanuele Macaluso. Ciò non toglie,
però, che a Saragat si sia guardato a
lungo con diffidenza e che, in
generale, egli non abbia goduto della
considerazione che avrebbe meritato
per essere stato tra i primi
socialisti, nel nostro Paese, a
compiere quella scelta
democratico-occidentale che oggi è
condivisa da quasi tutta la sinistra
italiana. E' perciò da salutare con
favore la pubblicazione ora di un
accurato volume di Federico Fornaro,
che consente di riconsiderare l'intera
vicenda biografica di Giuseppe Saragat
a cominciare dalla questione
fondamentale che ha segnato la sua
esperienza politica e insieme la
storia della sinistra italiana della
seconda metà del '900: mi riferisco
al complesso di motivi che in Italia
hanno ostacolato la nascita di un
partito socialista sul modello delle
grandi socialdemocrazie europee.
Questa assenza, come si sa, fu in
larga misura l'esito della
competizione politica che si determinò
entro la sinistra italiana dopo la
caduta del fascismo, una competizione
dalla quale il Pci uscì come il
partito numericamente e politicamente
egemone. Alle elezioni del 1946 per
l'Assemblea costituente erano stati in
realtà i socialisti ad affermarsi
come il primo partito della sinistra,
sopravanzando di quasi due punti
percentuali (20,7 contro 18,9 per
cento) i comunisti. Solo due anni
dopo, le elezioni del 18 aprile 1948
fornirono un responso del tutto
diverso: non solo segnarono la
sconfitta del Fronte popolare, la
lista comune di Psi e Pci, ma anche il
definitivo sorpasso dei comunisti sui
socialisti. Secondo alcuni studiosi,
proprio Saragat con la scissione di
Palazzo Barberini, che aveva
indebolito il partito socialista,
porterebbe una delle principali
responsabilità dell'affermarsi, entro
la sinistra italiana, di una egemonia
comunista che doveva poi rivelarsi
inattaccabile. Insomma, proprio colui
che in quel momento aveva meglio
compreso la necessità di un partito
socialista autonomo dal Pci avrebbe
favorito nei fatti un esito del tutto
diverso. L'operato di Saragat non fu
certo privo di errori: dal volume di
Fornaro esce confermato, ad esempio,
come la scelta di rompere con i vecchi
compagni avesse un che di affrettato,
come fosse condizionata in misura
considerevole dall'asprezza che lo
scontro politico tra le varie correnti
socialiste aveva raggiunto nei mesi
immediatamente precedenti. Ma
l'elemento principale e decisivo fu un
altro, come emerge bene dalla
ricostruzione contenuta nel volume
anche se l'autore non mi pare vi dia
l'evidenza che merita: fu cioè il
carattere del tutto peculiare della
competizione politica allora in atto
tra socialisti e comunisti.
Uno dei competitori (il Pci) disponeva
infatti, grazie ai finanziamenti
sovietici, di risorse economiche
enormemente superiori a quelle
dell'altro. Per di più i soldi di
Mosca foraggiavano anche le componenti
filocomuniste del partito socialista,
cioè quelle che individuavano come
obiettivo principale del partito la
fusione con il Pci. La presenza tra i
socialisti di una corrente «fusionista»
rappresentava un'altra determinante
risorsa di cui il partito di Togliatti
poteva disporre, resa ancora più
rilevante dalla pratica della «doppia
tessera», in virtù della quale i
comunisti infiltravano propri iscritti
tra i militanti e i dirigenti del
partito di Nenni, così da rafforzare
in esso le inclinazioni filocomuniste.
Proprio nell'insistenza con cui una
parte del gruppo dirigente socialista
predicava la necessità di fondersi
con il Pci c'era la traccia di un suo
storico senso di inferiorità nei
confronti di un partito direttamente
collegato alla «patria del socialismo»,
l'Urss di Stalin: un sentimento di
inferiorità che rappresentava esso
stesso un ulteriore elemento di
debolezza nei rapporti con gli
alleati-rivali comunisti.
Fu la percezione di tutto questo a
convincere Saragat dell'inevitabilità
della scissione, tanto più che
l'apparato del partito socialista gli
appariva ormai sotto il controllo -
come scrisse nel dicembre 1946 - di
una «quinta colonna» filocomunista.
Certo, il risultato di quella scelta
non portò che alla nascita di un
piccolo partito, assente o quasi nelle
organizzazioni sindacali e cooperative
che costituivano una componente
determinante della forza dei grandi
partiti socialdemocratici europei. E
dunque la partecipazione ai governi a
guida democristiana non poté che
avvenire da posizioni nettamente
subordinate, come semplice ala
sinistra dello schieramento moderato.
Ma questo esito, e la contemporanea
sconfitta del progetto di dar vita a
una sinistra italiana che fosse a
maggioranza socialdemocratica,
dipesero da fattori che nel 1947 né
Saragat né nessun altro avrebbe
potuto modificare d'incanto.
di Giovanni Belardelli
© Corriere della Sera
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