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(25.02.08) La sottile differenza tra Zapatero e Veltroni
By Redazione1 at 25/02/2008 - 15:50

di Paolo Franchi, da Il Riformista, 25.02.08

partiti. spagna e italia alla vigilia di due elezioni decisive

Narrano le cronache che Zapatero, aprendo a Madrid la campagna
elettorale, ha riscaldato i cuori dei militanti ricordando che da
130 anni il Partito socialista operaio di Spagna si batte per gli
stessi obiettivi. Le cose, si capisce, non stanno proprio così, il
Psoe zapaterista del "socialismo dei cittadini" è ben diverso non
solo, che so, dal Psoe classista di Largo Caballero, "il Lenin
spagnolo", ma anche, per restare in tempi recenti, da quello
rampante di Felipe Gonzalez, che la Spagna la ha governata, e bene,
per dodici anni, prima del doppio mandato di Aznar. E però nelle
parole di Zapatero c'è una verità di fondo, incontrovertibile. Il
Psoe è cambiato, ha rinnovato in profondità, e non senza rotture,
gruppi dirigenti e cultura politica: lo stesso Zapatero ha detto di
considerarsi più un "democratico sociale" che un socialdemocratico
nel senso classico del termine. Mai e poi mai, però, sono stati
chiamati in causa né il nome né l'identità del partito. E questa
scelta (che, dalle parti nostre, verrebbe probabilmente considerata
conservatrice) a quanto pare non ha impedito ai socialisti spagnoli
e soprattutto alla Spagna, di mietere successi di qualche rilievo.
Le elezioni del 9 marzo non sono affatto vinte in partenza. Questo
giornale, che è stato dalla parte di Zapatero quando tutto o quasi
il centrosinistra italiano, e proprio mentre stava andando a
sfracellarsi, virtuosamente assicurava che mai e poi mai sarebbe
caduto nella "deriva zapaterista", per la vittoria del Psoe e del
suo leader fa intensamente e apertamente il tifo. Vorrei essere
chiaro. Non è soltanto questione di difesa della laicità e di
allargamento dei diritti civili, ma con il nostro tifo la difesa
della laicità e dei diritti civili c'entrano molto, anzi,
moltissimo. Se il 9 marzo, come speriamo e crediamo, Zapatero
vincerà le elezioni, sarà anche perché ha dimostrato, e dal governo,
che il socialismo liberale e democratico ha un futuro (in Spagna, ma
non unicamente in Spagna) solo se è capace di rinnovarsi in
profondità restando fedele ai suoi principi di fondo, così da stare
sul filo del cambiamento della società per interpretarlo e per
guidarlo; e che di questo rinnovamento la capacità di declinare con
coraggio il grande e modernissimo tema dei diritti di cittadinanza è
parte essenziale. Può darsi pure, tocchiamo ferro, che perda: non
solo i socialisti spagnoli, ma tutti i riformisti europei si
leccheranno le ferite, ma il Psoe resterà lo stesso un grande
partito socialista.
Fin qui Zapatero, la Spagna, l'appuntamento del 9 di marzo. Poi
naturalmente ci sono Veltroni, l'Italia, l'appuntamento del 13
aprile. Lì, un antico partito socialista che, cambiando, cambia il
Paese. Qui, dove (lo so, lo so, non rinnoviamo discussioni antiche)
un grande partito socialista non c'è mai stato, e quando ha cercato
di prendere forma un po' si è schiantato, molto è stato schiantato,
si cerca, e in poche settimane, di mettere su qualcosa di
assolutamente inedito, non solo in Italia, ma in Europa, perché di
questo si parla quando ci occupa del Partito democratico. Tutto sta,
naturalmente, a capire di quale novità si tratti. Abbiamo perso
qualche giorno a discutere, sul Riformista, tra chi, come me, lo
considera (e non è certo un'accusa) alla stregua di un moderno
partito di centro, e chi sostiene che viceversa è un partito
riformista di centrosinistra non dissimile dai grandi partiti
socialisti europei, e si chiama diversamente solo per problemi di
storia patria. A metterla giù così, mi rendo conto, la discussione
magari è anche dotta, ma è pure un po' oziosa, anche se, al fondo,
resto delle mie opinioni, perché i socialisti europei (il Psoe, ma
non solo il Psoe) sono un'altra cosa. In ogni caso: basta guardare
un attimo alla trama degli accordi fatti e di quelli falliti, o al
dosaggio delle candidature, pardon, delle nomine, tra laici e
clericali, o tra imprenditori e operai (ma si potrebbe continuare)
per il Parlamento prossimo venturo, per prendere atto che le
definizioni su cui ci siamo affettuosamente accapigliati sono roba
del passato. Non sembra propriamente nuovissimo nemmeno il Pd: di
partiti pigliatutto (catch-all party) Otto Kirchheimer cominciò a
parlare tanti anni fa, e a ragione, perché questa è divenuta la
forma prevalente del partito politico moderno. Solo che da noi, come
spesso ci capita, siamo andati più avanti, molto più avanti. Almeno
nelle aspirazioni. Perché vincere, e mettere radici salde anche in
caso di sconfitta (e certo non auguro a Veltroni di perdere), è un
altro discorso.




 
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