- Titolo: (21.10.00) SCIACALLAGGIO
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La Valle d’Aosta, la regione italiana più colpita dalla recente alluvione, si trova ancora con un sistema di collegamenti stradali disastrato. Praticamente solo la sua autostrada è stata parzialmente aperte e permette ai valdostani si spostarsi all’interno della loro regione o verso il resto del paese. Le statali o le altre strade sono occupare dai mezzi di soccorso, dagli escavatori o interrotte, mentre sull’autostrada si procede a passo d’uomo.
Forse qualche cinico non si stupirà, ma il fatto che l’autostrada in oggetto continui tranquillamente a richiedere il pagamento del pedaggio, non possiamo definirlo diversamente che sciacallaggio!
- Titolo: (21.10.00) VOCI DAL FANGO
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“Entro tre giorni tutti a casa!”. Per molti alluvionati della Valle d’Aosta e del Piemonte la frase di Giuliano Amato è parsa più una minaccia che l’annuncio di un’emergenza ormai risolta. A quale casa tornare se tutto è ancora nel fango, se la montagna e l’acqua si sono portati via anche le pietre?
Eppure, dice Walter Veltroni abituale testimone di tragedie, i soccorsi sono stati esemplari sia nella prevenzione che nella tempestività degli aiuti. Più cauto il presidente Ciampi che ha sì parlato bene dell’abnegazione dei soccorritori, ma ha poi soprattutto sottolineato la concordia con cui gli italiani affrontano le calamità; si tratti dell’Europa e dell’Euro, di una guerra o di un’ Olimpiade, sempre il nostro amato primo cittadino vede il buono che c’è in noi e di questo tutti sentitamente ringraziano. Ma sanno che non è vero.
Infatti, nel cuore dei soccorsi, là dove pulsa lo spirito di sacrificio e il cervello della poderosa macchina comunale e regionale della protezione civile, a Torino, i cittadini del quartiere operaio di via Pianezza hanno dovuto bloccare il traffico perché qualcuno prendesse atto della drammatica situazione nella quale versano. “ Siamo abbandonati. Sono tre giorni e tre notti che siamo svegli per spalare fango e sgombrare gli ammalati, e per difenderci da torme di ladri che vengono a rubare e non si vede né un aiuto, né un poliziotto…”.
La clamorosa protesta del folto corteo di alluvionati, appena frenata da vigili e poliziotti, ha indotto vicesindaco e assessori a proiettarsi sul posto e a sciorinare il vasto repertorio delle promesse, opportunamente rimpolpato nel clima preelettorale che vive la città di Gianduia. La realtà l’ha fotografata un certo Vincenzo: “A Borgo Dora, dove ci sono il Sermig e i negozi d’antiquari, i soccorsi sono al massimo e la polizia vigila giorno e notte, e volete sapere perché? Lì ci sono i Vip, qui vivono solo gli operai”.
Senza saperlo, con una frase ha messo l’epitaffio a cinque anni di giunta Castellani, mettendo a nudo la realtà paradossale di un’amministrazione di sinistra che ha curato il centro cittadino, i concerti, la ritualità della classe dirigente, gli interessi forti dell’establishment Fiat, come nessuno aveva mai osato per il passato, sopportando il resto della città come una zavorra inevitabile.
Carpanini, vicesindaco Ds e candidato alla successione di Castellani che vinse con 4000 voti di scarto, deve ora rimontare perché per lui non sarà così facile pescare nel serbatoio della sinistra tradizionale. Lo potranno aiutare soprattutto quelli di Forza Italia scegliendo un candidato più sfigato di lui.
Sull’alluvione si gioca una partita insidiosa. Dalla risposta della macchina del comune dipende forse il nuovo sindaco. Per questo Vincenzo e quelli di via Pianezza possono sperare in qualche aiuto in più e può darsi che Ciampi abbia anche ragione a dire che gli italiani sono fratelli di fronte alla sventura.
- Titolo: (20.10.00) PER GLI AMERICANI LICENZA D’UCCIDERE
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La costituzione italiana, solennemente approvata mentre ancora fumavano le rovine dell’ultima guerra mondiale, solo pochi anni dopo già era oggetto di proposte di revisione. Ad esempio, il repubblicano Randolfo Pacciardi, negli anni cinquanta, già ne chiedeva la modifica, proponendo una repubblica presidenziale. Questo per dire che gli italiani magari la costituzione non la applicano, ma almeno formalmente ne riconoscono il valore di suprema garanzia dello Stato.
Tutto l’opposto degli Stati Uniti che si vantano di avere sempre varato leggi che si rifanno alla loro costituzione e adducono proprio a quella settecentesca normativa certe permissività inconcepibili per noi europei. La facilità di possedere armi e delle uccisioni per legittima difesa, ad esempio, sono fatte risalire proprio al geloso rispetto di quanto stabilirono i padri fondatori nel 1787. Perciò, gli americani preferiscono mischiare le carte e magari negare l’evidenza piuttosto che ammettere la violazione della loro costituzione.
Perciò fa sensazione l’esplicita dichiarazione di David Scheffer, responsabile dell’amministrazione Usa per i crimini di guerra, contro il Tribunale penale internazionale dell’Onu: “Ratificheremo lo statuto solo se non potrà giudicare i cittadini americani”. Va rilevato che già due anni fa a Roma il governo Clinton respinse il testo approvato da 120 nazioni.
Molta tempo è trascorso dal processo di Norimberga, quando i vincitori processarono i vinti, ergendosi a difesa di inalienabili diritti dell’umanità e giudicando, insieme ai crimini, anche l’ideologia che li aveva indotti. Gli Stati Uniti sono portatori di un’ideologia semplice che non pretende vittime sacrificali, ma difendono la conquista dei mercati sì.
Quindi non c’è continente che non sia stato teatro di qualche misfatto americano. Alcuni di questi meritano sicuramente l’interessamento del Tribunale dell’Onu. Gli Stati Uniti hanno sempre negato ufficialmente certi coinvolgimenti, ma la loro democrazia non permette occultamenti di lungo periodo e tanti piccoli “sporchi lavoretti” dopo qualche anno vengono alla luce: gli eccidi del Vietnam, i coinvolgimenti in torture ed eliminazioni in America latina e così via.
L’odierna dichiarazione, però, è qualcosa di più e di peggio. È il proclama di un Paese che si avvia verso forme d’intollerabile dominio e che pretende d’imporre con arrogante insolenza un suo codice d’impunità. La fine del comunismo internazionale ha tolto a Washington l’alibi morale più forte ed ora è evidente che l’etica nata dalla Dichiarazione d’indipendenza è bellamente al tramonto, tando desueta da poter essere sbertucciata da uno Scheffer qualsiasi.
- Titolo: (18.10.00) Collaterali, schierati, ma neutrali…
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Della strategia del vecchio Pci, il collateralismo era una delle architravi più importanti. Oltre alle sezioni, oltre alla diffusissima e capillare rete di fogli politici, oltre il sistema cooperativo, le tante associazioni culturali e sportive dell’Arci costituivano un ponte sempre aperto verso i cittadini non schierati, anche perché erano composte oltre che da comunisti (80%), anche da socialisti.
La centrale culturale culturale, l’Arci, con la sua miriade di specializzazioni e con la componente sportiva Uisp, più di 1.300.000 iscritti a metà degli anni ’80, manteneva un atteggiamento istituzionale di neutralità ufficiale, ma nelle occasioni canoniche - le elezioni, le grandi battaglie “democratiche” - dirigenti e militanti si mobilitavano divenendo collettori di voti ed adesioni.
Che i “collaterali” fossero strettamente collegati non è dubbio, visto che molti dirigenti provenivano dal PCI e talvolta vi ritornavano, oppure erano dirottati verso cariche elettive. In Emilia-Romagna non era raro trovare nelle amministrazioni locali assessori di provenienza Arci, un vero e proprio braccio operativo dei comuni a maggioranza Pci. Alcuni casi clamorosi sono ancora nella memoria di molti. Chicco Testa, ex presidente della Lega Ambiente Arci, prima eletto alla Camera e poi mandato alla presidenza dell’Enel, splendida carriera di Verde inquinatore. Rino Serri, ex presidente dell’Arci, attuale sottosegretario comunista agli Esteri (è quello che nell’altro governo voleva ridare all’Etiopia l’obelisco di Axum rapinato all’Abissinia e firmò solennemente l’impegno a restituirlo, ma poi non se ne fece nulla, per difficoltà logistiche, così si disse, originando una splendida gag all’italiana).
Tutto questo appartiene alla storia del Pci. Oggi le associazioni collaterali di Ulivo e Margherita che fanno parte del “Terzo settore”, quello del non profit - Arci, Lega ambiente e Acli - non salvano neppure più le apparenze e i loro organi di stampa testimoniano a chiare lettere di una mobilitazione ufficiale in favore dell’Ulivo e dei Ds, senza più alcun velo di pretesa “neutralità”. Non ci sarebbe nulla da ridire, se i mezzi organizzativi fossero pagati dai soci, ma la maggior parte dei proventi sono di natura pubblica. Anche se l’attività delle associazioni è di utilità sociale, pure permane il disagio di un settarismo che tende a coagularsi in vario modo e a costituire un fronte composito ma tutto ulivista, con una dirigenza complessiva e con richieste di riconoscimento governativo.
La solfa è sempre quella, la vocazione è sempre la stessa che è nel DNA di troppi italiani: diventare statali. Meglio ancora, essere pagati dallo Stato, senza rispondere direttamente ai suoi organi. Il bello è che i dirigenti, come Tom Benettollo dell’Arci, scrivono ai giornali spiegando che loro sono schierati, ma solo individualmente, mentre come associazioni sono neutrali. Un pietoso sdoppiamento della personalità, un inganno impossibile di fronte alla costituzione dei comitati “Rutelli 2000” che, in caso di fallimento elettorale, costerà caro a questi democratici.
- Titolo:(18.10.00) Da Dini a Amato, da Salvi a Visco, il teatrino
non chiude mai
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Le piogge monsoniche gonfiano i fiumi e portano pesanti umori sui palazzi romani. La normale litigiosità del pollaio s’arroventa di nuove animosità. Ministri e comprimari, tra un banchetto e un “Porta a porta”, trovano l’umore giusto per stilettarsi dietro ad ogni angolo.
Comincia Lamberto Dini, attaccato dall’opposizione in Senato per la dura bocciatura della candidatura dell’Italia al Consiglio di sicurezza, che implicitamente riconoscendo lo smacco, ne attribuisce ad altri la responsabilità, tirando in ballo l’ex ambasciatore all’Onu, Francesco Paolo Fulci. Per sei anni (’93-’99) l’ambasciatore, un vero genio del lobbyng, ha saputo coagulare attorno al seggio italiano un centinaio di “non allineati”, anche a dispetto della leadership statunitense.
Ovviamente il nostro ministro degli Esteri, costretto in questi anni nella condizione di subire la preminenza del suo diplomatico a New York, non appena Fulci è andato in pensione, subito lo ha esautorato non accettandone le proposte d’iniziativa in vista delle nomine al Consiglio di sicurezza.
Ora, sconfitto, Dini cerca un capro espiatorio, in questo mettendo in mostra un’anima di borghese piccolo piccolo, anziché quella che sarebbe richiesta dal ruolo.
Sorprendente anche l’uscita del mite, ma pugnace Amato che è andato a scandalizzare quelle anime pie della Lega delle cooperative riunite a Roma per un convegno sul welfare. Il presidente del Consiglio ha scoperto che nella sua coalizione ci sono “dei Suslov e delle Suslov di cui occorre liberarsi” perché lo Stato non deve necessariamente essere l’unico interlocutore per i servizi sociali e assistenziali. In alcuni casi dovrebbero essere i privati ad intervenire: è necessario passare dal “…welfare state alla welfare community. È un passaggio cruciale che da anni alcuni di noi stanno cercando di fare, ma che incontra ostacoli soprattutto in perduranti culture della sinistra che diffidano dell’immissione del privato in qualsiasi forma e temono che questo vada a scapito dell’uguaglianza garantita dai servizi delle istituzioni statali” Ma, dice ancora Amato, non sempre il servizio garantito in questo modo è indice di uguaglianza.
Il premier, ormai detronizzato, si sta togliendo i sassolini dalle scarpe, permettendosi di scoprire qualche altarino. Risultato: i comunisti di Bertinotti e di Cossutta se lo vogliono mangiare. Rosi Bindi schiuma rabbia e il Ppi accorre in sua difesa, mentre Veronesi festeggia con signorilità.
Altra partita aperta è quella tra Cesare Salvi, Ministro del Lavoro, e il ministro del Tesoro Vincenzo Visco. Il primo attacca Win Duisenberg, governatore della Banca centrale europea, sia per la politica dell’Euro che per le previsioni sulla percentuale d’inflazione nella Comunità. Visco così gli risponde: “Ognuno deve occuparsi di ciò che conosce, di ciò di cui è informato… Salvi fa il ministro del Lavoro, si concentri sulla sua attività…”.
Ci sarebbero ancora altri duelli, altre storie di umori neri e disamori, di rancori e antipatie. C’è il Bossi in marcia, Pecoraro Scanio sempre in vena, i radicali nella rete, Antonio Meccanico, lui solo che spera in una nuova legge elettorale, i Verdi che cavalcano l’onda lunga del Po, i collaterali dell’Ulivo…lasciamo il teatrino che non chiude mai e diamo una mano a spalare il fango dell’alluvione monsonica.
- Titolo: (18.10.00) Da Dini a Amato, da Salvi a Visco, il teatrino
non chiude mai
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Le piogge monsoniche gonfiano i fiumi e portano pesanti umori sui palazzi romani. La normale litigiosità del pollaio s’arroventa di nuove animosità. Ministri e comprimari, tra un banchetto e un “Porta a porta”, trovano l’umore giusto per stilettarsi dietro ad ogni angolo.
Comincia Lamberto Dini, attaccato dall’opposizione in Senato per la dura bocciatura della candidatura dell’Italia al Consiglio di sicurezza, che implicitamente riconoscendo lo smacco, ne attribuisce ad altri la responsabilità, tirando in ballo l’ex ambasciatore all’Onu, Francesco Paolo Fulci. Per sei anni (’93-’99) l’ambasciatore, un vero genio del lobbyng, ha saputo coagulare attorno al seggio italiano un centinaio di “non allineati”, anche a dispetto della leadership statunitense.
Ovviamente il nostro ministro degli Esteri, costretto in questi anni nella condizione di subire la preminenza del suo diplomatico a New York, non appena Fulci è andato in pensione, subito lo ha esautorato non accettandone le proposte d’iniziativa in vista delle nomine al Consiglio di sicurezza.
Ora, sconfitto, Dini cerca un capro espiatorio, in questo mettendo in mostra un’anima di borghese piccolo piccolo, anziché quella che sarebbe richiesta dal ruolo.
Sorprendente anche l’uscita del mite, ma pugnace Amato che è andato a scandalizzare quelle anime pie della Lega delle cooperative riunite a Roma per un convegno sul welfare. Il presidente del Consiglio ha scoperto che nella sua coalizione ci sono “dei Suslov e delle Suslov di cui occorre liberarsi” perché lo Stato non deve necessariamente essere l’unico interlocutore per i servizi sociali e assistenziali. In alcuni casi dovrebbero essere i privati ad intervenire: è necessario passare dal “…welfare state alla welfare community. È un passaggio cruciale che da anni alcuni di noi stanno cercando di fare, ma che incontra ostacoli soprattutto in perduranti culture della sinistra che diffidano dell’immissione del privato in qualsiasi forma e temono che questo vada a scapito dell’uguaglianza garantita dai servizi delle istituzioni statali” Ma, dice ancora Amato, non sempre il servizio garantito in questo modo è indice di uguaglianza.
Il premier, ormai detronizzato, si sta togliendo i sassolini dalle scarpe, permettendosi di scoprire qualche altarino. Risultato: i comunisti di Bertinotti e di Cossutta se lo vogliono mangiare. Rosi Bindi schiuma rabbia e il Ppi accorre in sua difesa, mentre Veronesi festeggia con signorilità.
Altra partita aperta è quella tra Cesare Salvi, Ministro del Lavoro, e il ministro del Tesoro Vincenzo Visco. Il primo attacca Win Duisenberg, governatore della Banca centrale europea, sia per la politica dell’Euro che per le previsioni sulla percentuale d’inflazione nella Comunità. Visco così gli risponde: “Ognuno deve occuparsi di ciò che conosce, di ciò di cui è informato… Salvi fa il ministro del Lavoro, si concentri sulla sua attività…”.
Ci sarebbero ancora altri duelli, altre storie di umori neri e disamori, di rancori e antipatie. C’è il Bossi in marcia, Pecoraro Scanio sempre in vena, i radicali nella rete, Antonio Meccanico, lui solo che spera in una nuova legge elettorale, i Verdi che cavalcano l’onda lunga del Po, i collaterali dell’Ulivo…lasciamo il teatrino che non chiude mai e diamo una mano a spalare il fango dell’alluvione monsonica.
- Titolo: (17.10.00) STUDIA DA PRESIDENTE
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Sono almeno un paio d’anni che Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia, interviene su problemi italiani di varia natura, di molto esulando dagli interessi monetari ed economici propri del suo ufficio. Ieri è intervenuto alla commemorazione di monsignor Di Liegro, già responsabile della Caritas, ed ha tenuto un discorso da presidente del Consiglio o, se si preferisce, da Presidente della Repubblica.
Ha parlato di sviluppo e protezione dell’ambiente, di immigrazione, dell’onda musulmana, situando questi problemi nella prospettiva continentale, bene attento ad accarezzare per il verso giusto sia il pelo della coalizione di governo e quello dei polisti, “L’immigrazione può essere una ricchezza… molti immigrati hanno elevati titoli di studio…va difesa la nostra identità culturale…agli immigrati dobbiamo riconoscere pieno diritto di cittadinanza…coloro che vengono in Italia devono condividere regole, valori, diritti e doveri senza riserve, in un’adesione piena e convinta…” e così via, sempre vigile e calibrato.
Dopo l’avvento dell’Euro, la figura del Governatore si va forzatamente sbiadendo fino a scolorire del tutto quando la moneta europea diventerà denaro circolante. Così Antonio Fazio è sul mercato, probabilmente pronto per una proposta seria di leadership. Per adesso si allena intervenendo a cerimonie ufficiali, e si fa vedere e si tiene al corrente del clima politico (recentemente ha ricevuto la “verde” Francescano).
Tutti e due gli schieramenti potrebbero averne bisogno, a vario titolo, presto o tardi. C’è chi dice che se Berlusconi dovesse fare quel “passo indietro” che Castagnetti continua a dare per sicuro, sarebbe proprio Fazio a prenderne il posto. A conforto delle sue più immediate ambizioni, per altro sempre negate, c’è l’ottima riuscita di Ciampi; sull’altro piatto della bilancia sta la buona forma del Cavaliere, all’apparenza poco propenso a lasciare la ribalta.
- Titolo: (16.10.00) Una disgrazia in più
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Nell’inestricabile dramma della Palestina, che l’odio rende quasi irrisolvibile, c’è un elemento in più a gonfiare il pessimismo di molti osservatori. La tremebonda vecchiaia di Yasser Arafat è sotto gli occhi di tutti e lo rende insicuro sia agli occhi del suo popolo, che dei suoi nemici israeliani.
I primi vedono i limiti di una dittatura che non ha permesso l’emergere di leader democratici, ma solo di capipopolo sempre in bilico tra terrorismo e clandestinità; gli altri ne misurano la difficoltà a dominare la piazza, che lo obbliga a spostarsi sempre più su linee oltranziste per non perdere il dominio della situazione.
Per la prima volta il popolo palestinese lo invita con grandi manifestazioni a non andare alle trattative e a non fare concessioni. I capi dell’intifada, dei fedelissimi Tanzim e dell’integralismo islamico hanno capito che è forse il vecchio leone è giunto al suo passo d’addio e mobilitano le masse. Per parte sua, il popolo di Israele, il più colto della terra, poco ha fatto per rafforzare un nemico che, paradossalmente, è l’unico che può salvarli da una nuova guerra.
La vecchiaia è per tutti un brutto compagno di viaggio. Nel caso di Arafat è una tragedia. Su un vecchio collerico e accerchiato, sia pure grande e cinico politico, poggiano le speranze della pace del medio oriente, auguriamoci per il nostro bene che occidentali e russi riescano a sorreggerlo per una volta ancora.
- Titolo: (15.10.00) Un brutto vento sull’Europa
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Non tira vento favorevole sull’Europa. Amato, dopo i primi colloqui di Biarritz, ha detto chiaramente che se non si trova un accordo sull’ingresso di nuovi Paesi e sulle rappresentanze (voto unanime o a maggioranza, partecipazione al Consiglio) l’Euro è ancora più a rischio.
Purtroppo, le politiche interne hanno fatto il loro inopinato ingresso nel Consiglio d’Europa e questo rende tutto più difficile. Infatti Chirac assume spesso posizioni che risentono del suo dualismo con il primo ministro Jospin e i pesanti interventi di Prodi nelle questioni politiche interne italiane ha trasferito nella nostra rappresentanza del Parlamento europeo le polemiche e le contrapposizioni di casa nostra. Per contro, i Ds si fanno forza della solidarietà degli altri partiti socialisti e i deputati del Ppi cercano alleanze tra i popolari europei, tutti spargendo la buona novella di partito d’opposizione a alto tasso d’antidemocraticità. Lo stesso fanno i partiti d’opposizione.
Amato, nel suo stato di legittimità a termine, può solo mascherare la debolezza del suo governo a corto respiro con lo sfoggio della sua assoluta padronanza delle lingue. Ma i suoi referenti europei non possono noN chiedersi che cosa accadrebbe degli accordi in discussione se le prossime elezioni dessero un risultato non favorevole all’attuale coalizione. All’Italia, da sempre in sospetto di inaffidabilità, è sempre richiesto un surplus di garanzie, oggi più che mai.
Lo stesso Ciampi ha dovuto auspicare che l’Italia abbia a Strasburgo una posizione unitaria. Il presidente, che si era ripromesso un settennato all’insegna della discrezione, si trova sempre più a dover parlare di politica, mano a mano che la situazione italiana si ingarbuglia e incancrenisce.
Così gli interessi del continente restano in sottofondo, mentre cresce la litigiosità tra i partner. Gli italiani, da sempre angustiati da pubblici poteri ottusi e bugiardi, hanno riposto nell’Europa più speranze di qualsiasi altro popolo. Tra tutti, sono quelli che più diffusamente hanno abbracciato la causa dell’Euro. Ora cominciano a vedere i limiti di un continente che non ha governo, ma solo governi nazionali; che non ha politica, ma troppi politici; che ha come vero simbolo una moneta debole e come primo ministro Prodi, un commissario che si occupa troppo della cucina dei partiti italiani, dopo avere garantito di volersene star fuori.
- Titolo: (14.10.00) FARE I CONTI SENZA LA CORTE
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Responsabili di dicasteri governativi, quali il ministro Visco, o componenti della compagine ministeriale, quali i sottosegretario al Tesoro, Pietro Giarda, sono stati spesso accusati dall’opposizione di manipolare le cifre per ingannare gli italiani. La sinistra di governo ha sempre dato risposte sdegnate, citando le previsioni dell’erario o, come il ministro Salvi – di tutti il più irritato e risentito – i dati sulla produzione industriale.
Ieri sulla manovra finanziaria del governo è però intervenuta la Corte dei conti che, con chiarezza, ha messo in dubbio l’affidabilità e la trasparenza dei conti che hanno permesso il bonus fiscale. Non essendo possibile dubitare della capacità tecnica di Amato e dei suoi ministri economici, né di quella della Corte, non può che trattarsi di una frode politica, di una bufala smerciata a fini propagandistici.
D’altra parte tutta la Manovra è nel mirino perché scarica il costo sugli anni a venire, mentre il governo è dichiaratamente a termine. Così tutti gli osservatori non governativi, e tra questi la Deutsche Bank, sono concordi nello stroncare il disegno di legge giunto ormai quasi traguardo.
Le dure critiche che ormai piovono da tutte le parti non sono solo distinguo tecnico-politici. C’è anche un indiretto, ma implicito giudizio sulla dignità del gruppo dirigente.
A rozzi ministri del centro destra si potrebbe anche perdonare l’ignoranza delle regole del gioco, dopotutto sono eletti dagli italiani più volgari. Ma i fini politici espressi dall’élite del paese non possono godere neppure del beneficio del dubbio: sono i migliori per definizione. Si tratta quindi di un categoria di cinici calcolatori, di manipolatori di lungo esercizio dei quali bisogna temere la capacità di adeguarsi ad ogni situazione, come sempre hanno saputo fare gli intellettuali italiani lungo tutto il secolo. È una genia ineliminabile, ma per una volta saranno forse gli sprovveduti cittadini che vivono il disagio di ogni giorno a tentare con il voto la loro emarginazione.
- Titolo: (13.10.00) L’UOMO DEL DESTINO
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Walter Veltroni, uomo mite che trasuda mansuetudine, è un predestinato. Va alla direzione dell’Unità, ne fa un brillante contenitore di videocassette, e lo storico foglio va in coma. Viaggia in Africa e il suo itinerario non è altro che una discesa nell’abisso della tragedia africana. Prende la segreteria dei Ds e il partito transumante si avvia al periodo più travagliato della sua esistenza.
Ieri è andato in Israele, in visita al governo Barak, come seconda guida della delegazione dell’Internazionale socialista(!). Voleva parlare di pace e offrire l’Urbe come sede dei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi. Era pronto a esibirsi al motto “venite a Roma dove tutto finisce a tarallucci e vino”, quando la tv ha trasmesso il linciaggio di due militari israeliani a Ramallah.
Il primo ministro li ha salutati e si è eclissato per ordinare il raid di ritorsione, mentre tutto intorno prendevano corpo i preparativi di guerra e si affaccendavano militari e politici, ormai dimentichi della delegazione dell’Internazionale. Veltroni ha colto l’attimo per constatate con un filo di voce: “Siamo capitati qui proprio mentre…”
È il suo destino. Affinché si compia fino in fondo, oggi cercherà di entrare in Gaza assediata per incontrare Arafat al quale porterà un invito alla pace. “Faccia pure”, gli hanno detto gli Israeliani.
- Titolo: (13.10.00) C’È ANCHE LUI
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Il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto invita il governo italiano a riconoscere, “prontamente e anche unilateralmente lo Stato di Palestina”, che neppure Arafat ha ancora avuto il coraggio di costituire. Il giornalista imparziale, ma dubbioso gli chiede come la prederà Washington. E Diliberto: “Nella crisi delle relazioni internazionali seguite alla Guerra Fredda, gli Stati Uniti non hanno più interessi di parte…”. È restato solo Diliberto ad averne.
- Titolo: (13.10.00) quanto conta amato
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L’Enel richiede di “aggiornare” le tariffe perché qualcuno dovrà pur pagare l’acquisto di Infostrada. Già c’erano stati dei “ritocchi” nel recente passato, e infatti l’ente aveva acquistato una partecipazione televisiva. La marcia dell’Enel verso l’irizzazione di marca Ds è tutta scandita dalla tosatura dei disgraziati utenti.
Amato s’è sentito in dovere d’invitare l’amministratore delegato Franco Tatò a mettere Wind sul mercato. “ Con i proventi della vendita, l’Enel pagherà l’acquisto di Infostrada, senza pesare sugli utenti di energia elettrica”.
Anche il ministro delle Comunicazioni, Salvatore Cardinale ha richiamato Tatò all’impegno di vendere le centrali elettriche, secondo quanto previsto dagli accordi europei. L’amministratore delegato ha risposto ad ambedue: “ Dovremo rivedere il piano degli esuberi” cioè, non basterà licenziare 12000 dipendenti, ma ce ne vorranno forse 2000 in più.
Enrico Mattei, il boiardo di stato che aveva creato l’Eni dalla macerie della guerra, si limitava a pagare i politici (“Prendo il taxi, pago la corsa e scendo”, spiegava al giornalista amico), Franco Tatò li minaccia. Giuliano Amato incassa e non potrà che tacere o gridare alla luna.
- Titolo: (11.10.00) MISCELLANEA/3
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Teatrino di giornata. Di Pietro, in una lettera a Massimo D’Alema: “Gardini è venuto o no a Botteghe Oscure a portare quel famoso miliardo? E se sì, a chi lo ha consegnato? …Mentre si trovava rinchiuso a S. Vittore, il noto e vostro Greganti riferì di un episodio accaduto nell’89, allorché venne trovato in possesso di quasi un miliardo di lire in contanti. Greganti spiegò che si trattava di denaro destinato al partito. Suvvia, Massimo, smettila di fare l’arrogante: non scuse devi pretendere, ma giustificazioni devi dare”. La segreteria Ds: “A ogni altra insinuazione e calunnia saremo costretti a reagire con grande durezza, non essendo più disposti a tollerare metodi conosciuti da parte dei nostri avversari politici e che non ci aspettavamo fossero fatti propri da un senatore dell’Ulivo”.
I patetici del Mugello. Daniele Nardoni, segretario dei Ds a Borgo S. Lorenzo: “Noi siamo sempre stati con i giudici: non è questo il modo di ripagarci”. Roberto Autelitano, segretario della Quercia a Vicchio: “Il rapporto di Di Pietro con il Mugello rischia di chiudersi, non accetteremo più candidature esterne”.
E Berlusconi? Gavino Angius, capogruppo Ds alla Camera: “Di Pietro nelle sue menzognere, velenose e grottesche esternazioni attacca D’Alema e i Ds e sparge copiosi silenzi sull’ex piduista (Berlusconi n.d.r.) e sulle sue vicende giudiziarie”.
Come stanno le cose. Paolo Passarini su La Stampa: “Nella prossima campagna elettorale quasi sicuramente voleranno gli stracci. La politica italiana è ancora dominata da strani intrecci segreti che la intorbidano e la rendono poco democratica”.
Un tesoro di ministro. Vincenzo Visco: “In tre anni (quelli dei prossimi governi n.d.r.) il livello di tassazione del governo scenderà del 24%…Si può andare a dire alla gente ‘oh, ragazzi…queste cose le abbiamo fatte per voi, questi sono i risultati. Ora dateci i voti”.
La dura realtà. Pierluigi Bersani, ministro dei Trasporti, dichiara in Senato che “…nei trasporti ci sono dieci anni da recuperare” e che ci vuole un piano dei trasporti decennale. Andrà anche lui a dirlo agli elettori, chiedendo i voti?
- Titolo: (10.10.00) IL REDUCE
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Sono passati sette anni dal momento di massimo fulgore di Mani Pulite e la sindrome del reduce affligge ancora molti protagonisti di quel periodo. Se questo è lecito per i tanti che ne ebbero stroncata la storia personale, non è consentita la stessa cosa a chi di professione fa il politico. Un politico che guarda indietro rischia di veleggiare tra il patetico e il grottesco ed è ben poco utile alla collettività.
Chi poi ritiene di avere vissuto un epopea, terrà sempre come parametro quel glorioso periodo e nessun altro avvenimento avrà ai suoi occhi maggiore importanza. È il caso di Antonio Di Pietro, già integerrimo PM di adamantina condotta e illustre giurista, ed ora senatore, leader di spessore e finissimo politico.
Nella giornata in cui l’Enel acquista Infostrada, confermando in molti osservatori l’impressione che l’ente stia divenendo per i DS quello che l’Iri era per la DC, nel lunedì che vede la clamorosa protesta degli insegnanti che sollevano il problema fondamentale dello stato della scuola italiana, il Di Pietro nazionale non trova di meglio che accusare D’Alema e i suoi di avere caldeggiato l’uscita di una articolo contro di lui sul settimanale Il Sabato nel lontano 1993.
I sondaggi attribuiscono oggi al grande inquisitore quasi un 3% di voti, un indubbio successo, un patrimonio che fa gola all’Ulivo, tanto che Massimo Cacciari insiste per il ritorno a qualsiasi costo del senatore nella coalizione di sinistra.
Quando Di Pietro svestì la toga – un efficace colpo di teatro nell’aula di giustizia – il suo partito allora inesistente era gratificato di una previsione minima del 7/8%. È evidente che più s’allontana il tempo dell’eroica impresa, più il ritorno del reduce si venerà di qualche amarezza. Gli usci delle case aperti sulla strada per ascoltare il suo ennesimo racconto, si vanno chiudendo. Le nebbie di un sottile disagio e di un sempre più avvertibile ritegno stanno calando sulla saga milanese.
- Titolo: (09.10.00) USCIRE DALL’IPOCRISIA, RICONOSCERE
I TORTI E LE RAGIONI
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Gli articoli di Barbara Spinelli che La Stampa di Torino pubblica ogni domenica sono esemplari e dovrebbero essere letti e commentati anche nelle scuole. E questo non perché siano sempre e totalmente condivisibili, ma per l’onestà intellettuale che li contraddistingue.
In essi c’è sempre una posizione civile, cioè d’impegno leale e disinteressato, non di rado ci sono indicazioni, spunti, riflessioni che permettono di aprire porte sul passato e sull’attualità. Spesso un senso di meditata e argomentata indignazione rende questi fondi memorabili, soprattutto per contrasto con l’attuale pubblicistica italiana.
Dell’ultimo, affidiamo alla memoria di questa rubrica il seguente passo: “Democrazia e elezioni non sono tutto, e non significano automaticamente pacificazioni e perdono. La democrazia è un grado zero, un’opportunità, e per svilupparsi ha bisogno di riconciliazioni unite a atti di pentimento, di giustizia. Ha bisogno di una comune memoria dei mali subiti, e di quelli arrecati”.
- Titolo: (07.10.00) ARIA D’ITALIA, UNA STORIA ESEMPLARE
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Uno dei più famosi manicomi d’Italia è la monumentale Certosa di Collegno, alle porte di Torino. Entrata nell’immaginario di generazioni d’italiani per via del caso dello “smemorato”, il grande complesso psichiatrico era una volta tutto cintato da mura quasi invalicabili. Fuori stavano i virtuosi cittadini, dentro i contagiosi matti, sottoposti a “cure” d’ogni genere.
All’entrata in vigore della legge Basaglia, i muri furono simbolicamente abbattuti, gli alienati per lo più dimessi, “guariti” dal legislatore, la Certosa aperta al pubblico e trasformata in sede di Asl, di cooperative che accudiscono una settantina di pazienti ancora bisognosi di umana assistenza, in luogo di loisirs con aree per spettacoli e concerti.
Poi sono arrivati allegri squatter ad occupare padiglioni deserti e murati, poi torvi albanesi e trafficanti neri, poi il popolo della notte ha organizzato i suoi riti, con combattimenti di cani e quant’altro, poi un’operatrice sanitaria è stata violentata in un cortile in pieno giorno, poi una colonia di tossicodipendenti si è installata sotto i grandi porticati settecenteschi, poi rapinatori casuali si sono dati a cacce saltuarie…Incontrollati gironi danteschi hanno terrorizzato i quieti alienati ufficiali e l’aria di frenetica aberrazione del tempo italiano ha quasi sopraffatto l’antico manicomio.
Invano per mesi sono state allertate le forze dell’ordine e le autorità più varie e potenti. Forse a tutti faceva comodo che l’inferno fosse ben decentrato e insediato tra quelle antiche costruzioni. Ora sono comparse robuste cancellate e inferriate a difendere gli “alienati” normali dalla ferocia esterna e nella Certosa c’è finalmente pace. Una sola debole protesta è venuta da operatori della Cgil: “I cancelli ci danno meno protezione di fronte alla malavita, perché ci intralciano le vie di fuga…”
Molta strada è stata fatta da quando dentro c’erano i matti e fuori i sani. A questo volgere di secolo, l’Italia è quella che è: capovolta, con una maggioranza di normali alienati ed assediati, costretta a difendersi dal mondo “di fuori”, quello delle minoranze aggressive e delle istituzioni incombenti sul cittadino.
- Titolo: (06.10.00) GRANDI MANOVRE
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Si affollano i partiti ai nastri di partenza. Premono i sindaci ormai scaduti e tagliati fuori dal compiersi dei due mandati – i Castellani di Torino, gli Illi di Trieste e molti altri – per costituirsi in partito e correre a sostenere le fortune del più fortunato di loro, il sindaco di Roma.
Tenta di fiorire una stenta Margherita dalla palude del centro sinistra. Vogliono entrarci e non vogliono entrarci Ppi, Udeur, Dini, i Democratici dell’Asinello, il poverello Boselli, Di Pietro e i suoi purissimi che pure dice di no. Dicono d’avere, sommando debolezze varie, “un’area del 14%”, ma tutti insieme godranno solo della perplessità dell’elettorato che probabilmente ne penalizzerà la fiacchezza e l’arrendevole mollezza nei confronti della sinistra, più che premiarne l’evidente furbizia.
Nell’ombra sta in agguato il partito sindacale di D’Antoni, prima di nascere già temuto sino al panico da quelli della Margherita. Perché D’Antoni, se scende in lizza, i voti potrebbe davvero portarli via a Mastella, Castagnetti & C. I più avveduti gli hanno offerto la leadership della Margherita, nella speranza di rabbonirlo, ma gli attuali dirigenti da quell’orecchio poco ci sentono e non sono disposti a “fare un passo indietro” per fargli posto.
Nell’altro campo sta formandosi il Nuovo Psi, dall’unione della Lega di Bobo Craxi e Martelli con l’attuale Ps di De Michelis, Si tratta su piccoli numeri di partenza, ma di un’area rilevante, strategica e vitale per la sinistra. Se dovesse nascere, un nuovo partito socialista andrebbe legittimamente ad occupare uno spazio da tempo, e con ogni mezzo, insidiato dagli attuali Ds.
Per questo motivo Boselli sarà sostenuto dall’attuale sinistra fino alla sua totale consunzione. Il problema per il Nuovo Psi è costituito dal posizionamento politico – guarderà inevitabilmente al Polo di Berlusconi, ma dovrà garantirsi a tutti i costi uno spazio autonomo – e dalla leadership.
Rispetto agli attuali partiti, i dirigenti sono di prim’ordine, ma in difficoltà nel mostrare un segno reale di rinnovamento rispetto al passato. Nelle riunioni che si vanno tenendo in tutta Italia, la prima fila è quasi sempre costituita dai dirigenti del ’92 e questo è un buon segnale solo per uno zoccolo duro del 3-4% di fedelissimi. Con questa percentuale non si fa un nuovo partito, si garantiscono solo i vecchi maggiorenti, alla ricerca di un dignitoso ritorno sulla scena e di un appagante sdoganamento.
Tutto dipenderà, quindi, dalla proposta che la nuova formazione porterà ai cittadini, dal grado di coesione dei quadri dirigenti, dalla permeabilità del nuovo partito alle istanze dei tanti elettori che non trovano cittadinanza né a sinistra, né a destra e dalla capacità di esprimere un panel di nomi nuovi che segnino un percorso di rinnovamento.
Nei due schieramenti le grandi manovre non sono ancora finite e la politica italiana di qui a dicembre sarà più divertente di una classica commedia degli equivoci. I partiti assicurano lo spettacolo e la guitteria di molti dei protagonisti garantirà il divertimento. I cittadini cercheranno di salvarsi, di restare spettatori, di partecipare…faranno di tutto per non cadere vittime di tanta democrazia.
- Titolo: (05.10.00) ADDIO TV CRUDELE
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Lui, poverino, era all’oscuro di tutto. Così quando gli hanno messo il microfono sotto il naso e la telecamera in faccia non ha diffidato e si è lasciato intervistare rifacendo, sia pure per negarlo, il gesto di chi passa un bigliettino con il nome da raccomandare.
È lo stesso gesto che Gad Lerner aveva teatralmente ed efficacemente presentato in diretta sul Tg1. Mario Landolfi, il presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai, paradossalmente inesperto di tv, non ha capito che proprio riproporre quel gesto era un clamoroso autogol. Così come non ha percepito il rischio rappresentato dall’inviato di “Striscia la notizia” (10 milioni di telespettatori) che, invano, tentava di affibbiargli il Tapiro.
Il giovane presidente non può che andarsene, non tanto per avere raccomandato qualcuno, cosa che tutti i politici sempre hanno fatto, quanto per la poco conoscenza di quello di cui dovrebbe occuparsi. Cosa se ne fanno quelli del Polo di uno come lui al vertice della Commissione resta un mistero. È invece chiaro che ci è andato perché quella poltrona è feudo di AN e di Francesco Storace. Quando l’ex presidente è stato eletto alla presidenza della Regione Lazio, nominare Landolfi deve essere sembrato un lecito automatismo.
Ne elimina più la tv che i pm di Milano. Anche un professionista come Lerner c’è restato secco per pochi attimi di telegiornale. La velenosa puntura riservata al giovane esponente di AN, non lo ripaga dell’amaro addio. Anche se momentaneo, il suo distacco dal Tg1 è una sconfitta per il partito, La Repubblica, che lo aveva espresso.
- Titolo: (04.10.00) QUANTO CONTA CASTAGNETTI
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Importanti esponenti del Ppi, tra i quali De Mita e Bianco, hanno offerto pubblicamente al leader della Cisl, Sergio D’Antoni, la segreteria del partito. “Vieni con noi e diventa il nostro segretario nazionale” è stato il pubblico invito rivolto all’amletico sindacalista.
Il Castagnetti, che fa il giro delle sette chiese per costruire qualche ipotesi politica da ammannire agli elettori, si è visto sputtanare dai vecchi marpioni della politica, pronti a silurarlo senza ritegno.
Per lui è un periodo nero. Come si muove con un po’ d’autonomia, Prodi lo tartassa. Adesso lo trattano come un cencio anche i dimessi della Dc. Ha fatto bene Parisi a non fidarsi e a fondare l’Asinello.
- Titolo: (04.10.00) ALTI IDEALI, BASSA CUCINA
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Aveva detto: “Non mi occuperò più della politica italiana…”, invece Romano Prodi è sempre più presente nelle cose interne italiane. È stato continuamente consultato ed è intervenuto nella designazione di Rutelli, poi, nel fine settimana è piombato alla convention di Formia per mettere in riga sia Castagnetti (Ppi) che Parisi (Asinello), sue creature, sul centro riformista che, secondo lui, deve essere costituito dai cattolici-democratici, dai socialisti, dai liberali e dagli ambientalisti. Quindi no alla Margherita aperta solo a popolari e democratici.
Il presidente della Commissione europea è quindi piombato a Strasburgo dove ieri ha tenuto un importante discorso al Parlamento europeo, rivendicando un più incisivo ruolo per la Commissione e contrapponendo la “sua” Europa a quella degli Stati: l’Europa si realizzerà pienamente solo se il governo europeo avrà pienezza di poteri, rispetto ai singoli paesi che la compongono.
Un intervento incisivo e anche duramente giusto, se non fosse che la posizione di Prodi è sempre indebolita dal suo pendolarismo politico: più si occupa delle vicende interne italiane e più il suo peso internazionale è sminuito. Il suo stile di antico notabile democristiano – alti ideali e bassa cucina – è inviso a molti influenti commentatori nord europei e anche i suoi interventi più applauditi, come quello di ieri, portano nella coda un po’ di pressappochismo neolatino.
Per dare l’idea della forza dell’Europa unita ha detto: “ Alle Olimpiadi i paesi europei hanno vinto complessivamente 293 medaglie, gli stati unito solo 97”. Errore marchiano, quante ne avrebbero vinte gli americani se avessero partecipato i singoli stati dell’Unione? Solo la California ne avrebbe conquistate quanto l’Italia…
- Titolo: (14.10.00) SONO “COMPETENTI”, PERCIÒ LETALI
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Vincenzo Visco, ministro del Tesoro: “Io penso che il governo del paese è una cosa seria che va affidata a persone competenti…”. Il ministro fa prendere aria alla lingua e in una sua intervista magnifica la “modernizzazione del paese” attuata da uomini senza paura come lui.
Ma ecco l’Anfia che, lo stesso giorno dell’intervista, presenta il conto del settore auto: 134 mila miliardi di tasse nel ’99, con un incremento secco del 4% sull’anno precedente. Non basta, la macchinosità delle pratiche è maggiore che in tutti gli altri paesi europei (una media di 11 documenti, contro un massimo di 6 della Spagna); il costo Dell’ immatricolazione è enormemente superiore rispetto al resto d’Europa e l’imposta provinciale (IPT) esiste solo in Belgio. Un’immagine di arretratezza e di esosità, piuttosto che di “modernità”.
Riguardo alla manovra di riduzione delle tasse che per tre quarti grava dal 2001 in poi (solo 13 mila miliardi nel 2000), il “competente” ministro del Tesoro non chiarisce se ritiene sia corretto impegnare – come ha fatto - la spesa dei governi che verranno, visto che quello Amato è in scadenza.
Tace pure sull’abolizione della riservatezza dei conti bancari sui quali ormai ognuno può mettere il naso. Non spiega perché è stata decretata. Conoscendo la propensione di Amato a mettere le mani nei conti altrui, si può supporre che i due si apprestino a far gravare sugli italiani un’imposta patrimoniale.
Sono talmente competenti, questi signori, che quando se ne andranno ci sentiremo tutti un po’ più poveri.
- Titolo: (02.10.2000) UNA STORIA ISTRUTTIVA
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Il comune di Torino è stato tra i primissimi in Italia ha istituire corsi di formazione professionale. Gli iniziatori furono, negli anni ’80, due assessori socialisti, Franca Prest e Francesco Mollo, che fecero di questo impegno sociale una battaglia politica, fino ad ottenere un esemplare successo, con sbocchi lavorativi per molti giovani non solo della città. I corsi ebbero successo, dando origine nel tempo a strutture comunali con reagitivi responsabili e docenti.
Costituivano questo comparto corsi “speciali”, prelavorativi, studiati dagli assessori socialisti in diretta conseguenza della 180, la legge Basaglia, altrove in questa parte disattesa, ma non a Torino. La loro finalità era quella di dare a soggetti portatori di handicap intellettivo una formazione professionale e di immetterli nel mondo del lavoro. Un impegno basilare per la loro dignità e per il loro futuro.
Il sindaco Castellani vinte le elezioni, con il braccio operativo dell’assessore Bruno Torresin di provenienza Uil, nel gennaio del 1995 ha messo fuori ruolo tutti i 272 docenti dei corsi di formazione. Poi ha affidato i corsi, secondo quanto gli permetteva la legge 63, ad una società privata, la CSEA, pagandoglieli 30 miliardi per cinque anni.
Con questo regalino, il Comune è diventato socio di minoranza della CSEA, evitando di costituire una struttura apposita come la legge gli permetteva, e la giunta di ‘sinistra’ non ha battuto un ciglio, né ha avuto un fremito di sdegno nel liquidare anche la parte del sociale che per storia e per dovere avrebbe dovuto restare in gestione alla città.
I dipendenti comunali “dimessi” hanno iniziato una battaglia legale, mentre la società privata operava favorendo i suoi propri insegnanti. Alla fine il Tar del Piemonte ha dato ragione ai docenti messi fuori ruolo, nel frattempo ridottisi a 185, e il comune di Torino li ha dovuti rimettere in pianta organica annullando la delibera del 1995.
Questa storia esemplare “tecnicamente” ha ancora uno strascico: i docenti sono in carico al Comune, ma ricevono lo stipendio dalla CSEA e hanno riaperto il contenzioso perché vogliono essere a pieno titolo dipendenti municipali. Politicamente la vicenda è esemplare dell’impegno della Giunta Castellani nel favorire il formarsi di strutture amiche, ma non controllabili dall’ente pubblico che le sovvenziona.