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- (30.11.00) LETTERA APERTA AI LEADERS SOCIALISTI
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La rinascita di una forza socialista ispirata a valori democratici e liberali, legata alla storia del partito socialista, ma aperta agli apporti di un vasto fronte laico e non chiusa ai fermenti della società europea, è stato il motivo politico fondante della Lega Socialista, cresciuta sull’onda emotiva della scomparsa di Bettino Craxi, che si è posta l’obiettivo di mobilitare su questo progetto altre forze politiche.
In una prima fase, molte sono state le adesioni giunte da tutte le zone d’Italia e promettente l’avvio di riunificazione con il Ps di De Michelis. Si è avuto in questa fase il ritorno di molti dei protagonisti della storia del Psi, quella interrottasi nel 1992/’93.
Allo stato, però, alcuni ostacoli possono sbarrare il cammino di una definitiva rinascita e di una possibile riunificazione di forze. Da una parte - quella del Ps - si avverte la necessità di formare un partito a somiglianza di quelli tradizionali: adesioni individuali, tesseramento, gerarchie che si formano di conseguenza. Però si avverte la presenza di una leadership attiva e pugnace, quanto personalizzata.
Dall’altra - la Lega di Bobo Craxi e Claudio Martelli - ci si pone il problema non solo degli iscritti tradizionali, ma della partecipazione di nuove rappresentanze di cittadini, della formazione di un gruppo dirigente non vincolato al puro tesseramento e di una partito più aperto e meno strutturato. Di contro la guida è più incerta e i riferimenti più labili.
A questi due visioni della forma-partito, si aggiunge da una parte e dall’altra la necessità di prepararsi all’impegno elettorale, con tutto un corollario di inevitabili personali aspettative, di alleanze da definire e da soppesare che è divenuto preminente. Delle tematiche fondanti del nuovo soggetto, dell’eguaglianza politica e giuridica delle persone, dei diritti dei cittadini, delle riforme di stato e welfare, dell’abbandono dello statalismo - fondamenti del “Socialismo liberale” di Carlo Rosselli - poco o nulla si parla.
Di conseguenza, da un lato si costruisce una modesta forza elettorale nuovamente basata sul tesseramento e sui conseguenti equivoci, dall’altra si disegnano alleanze di difficile traduzione pratica. A questo punto, sembra che di due solo cose vi sia certezza: dell’avversario e dell’alleato.
Questa fase della costruzione del partito è ritenuta inevitabile, poiché senza rappresentanza in parlamento, la stessa sopravvivenza è a rischio. Pure è troppo poco per andare oltre la cerchia dei fedelissimi e per superare il quadrato delle adesioni della prima ora, divenute in più di un caso gelose e vincolanti custodi di diritti di primogenitura.
Se si tratta di garantire qualche presenza alla Camera e al Senato, va bene un simulacro di partito che giustifichi la benevolenza del principe. Se si punta a dare una casa a quanti potrebbero riconoscersi in una “Carta dei socialisti”, allora si intraprendano alcuni necessari passi organizzativi e politici, dimostrando di crederci anche con un maggiore coinvolgimento personale e aprendo il partito all’apporto di rappresentanze diverse e al dibattito politico.
Senza la garanzia di un coerente disegno e di chiarezza programmatica tutto resta sospeso nell’alea dell’avventura, del giorno per giorno, in una specie di bohème politica che regge più per colleganze generazionali e amicali, che per profonde convinzioni di strategia politica.
Le risse personalizzate esplose su L’Avanti, la gelosa difesa di minuscoli patrimoni politici, l’impegno di qualche leader che non va oltre le forti dichiarazioni d’intenti, non danno ali al progetto complessivo, anzi lo immiseriscono ed annegano in un confuso affastellarsi di voci e personaggi portatori di ricordi e di vicende personali, ma non di una strategia per il futuro.
Compagni carissimi, gelosi custodi della memoria, il passato non ritorna e può far valere i suoi diritti solo in presenza di un aperto, concreto e condiviso progetto per il futuro.
Se siete solo alla ricerca, più che legittima, di una posizione personale adeguata al vostro valore, non molti in Italia possono seguirvi. Infatti, il riaggregarsi di una forza socialista non si realizza senza suscitare polemiche e opposizioni palesi o nascoste anche feroci. Di conseguenza, per molti compagni aderire e partecipare a questo impegno civile e morale comporta scelte di campo e “rischi” personali.
Se, invece, volete costruire ciò che manca all’Italia - una forza laica e socialista -, allora dateci un segno.
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- (29.11.00) LA CARTA DEI DIRITTI
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Ieri il Parlamento italiano ha approvato la Carta dei diritti dei cittadini europei, un documento di scarsa utilità pratica e di relativo vincolo per gli stati che hanno dato vita al Parlamento di Strasburgo. È un rito che ha acquistato la solennità dei grandi momenti, quando parlano solo i leader a nome dell’intero e silenzioso popolo dei peones. Unica voce dissonante, quella di Bertinotti per Rifondazione comunista. Una posizione coerente, essendo stati i comunisti da sempre fieri oppositori dell’Europa.
I cittadini italiani sono solo vagamente informati sulla “Carta dei diritti”. Avendo ancora da smaltire e da affermare i diritti contenuti nella Costituzione, in molta parte disattesi quando non violati, sono scarsamente informati di questi nuovi, copiosi vantaggi derivanti dallo status di europei. Se esaminassero più attentamente gli enunciati di Prodi e, ieri, di Amato, gli italiani avrebbero qualche perplessità in più, dato che la Carta appena nata è già violata.
“Diritto alla vita e all’integrità della persona, proibizione della tortura e della schiavitù”: niente di più giusto, ma proprio ieri l’Olanda annuncia un diritto nuovo, e per molti inquietante, quello all’eutanasia. E come la mettiamo con quanto avviene nelle nostre carceri? Il cittadino colpevole è condannato “solo” alla privazione della libertà, non alla perdita della dignità e, a volte, anche della salute e della vita.
“Diritto a libertà, sicurezza, privacy”: il governo italiano ha varato una legge - l’anagrafe fiscale e il conseguente Decreto n. 275 – che autorizza i concessionari della riscossione tributi, che sono dei privati, ad “accedere senza limiti, anche in via telematica, all’Anagrafe tributaria in qualunque momento successivo alla consegna del ruolo”. Secondo il ministero delle Finanze “l’accesso all’Anagrafe tributaria deve essere considerato non solo come fondamentale strumento di ausilio all’attività dell’agente della riscossione, ma anche come garanzia minima per l’ente impositore”.
“Uguaglianza davanti alla legge…presunzione di innocenza”: con processi penali che arrivano al primo grado in 5 anni, e con cause civili che si trascinano per tempi biblici, gli italiani possono paradossalmente dire di essere uguali davanti alla legge, ma non certo nel senso auspicato della Carta. Per la presunzione d’innocenza, grazie ma da noi siamo più avanti. Abbiamo provveduto a istituire i tribunali televisivi e giornalistici, trasformando la presunzione d’innocenza in probabile colpevolezza. In un caso, quello della Regione Abruzzo, un’intera giunta fu messa in galera nel giro di una notte, si rifecero le elezioni con conseguente vittoria del centro-sinistra; quelli della vecchia giunta, clamorosamente sputtanati a dovere, furono successivamente prosciolti in istruttoria. Non solo con i processi Andreotti e Craxi, ma anche così si è instaurato un regime.
Abbiamo piluccato qui e là dalla Carta alcuni spunti, ma anche noi ne apprezziamo l’impostazione generale e l’intento di esorcizzare, come ha detto Amato, “i demoni del razzismo e della xenofobia”. Sono auspici che si realizzano solo con la partecipazione diretta dei cittadini. In qualsiasi altro modo l’Europa sarà poco più di un accordo commerciale e monetario.
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- (28.11.00) LE BALLE VENGONO A GALLA
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I governi Prodi e D’Alema profusero ogni mezzo per aiutare i giovani del Sud ad uscire dalla frustrante situazione di eterni “non occupati”. Ci furono allora molte polemiche che vertevano sull’inutilità, anzi sul danno, di contributi a fondo perduto che non generavano posti di lavoro, ma solo esigui stipendi a fronte di nessun vero impegno lavorativo. Ma c’era la necessità di dimostrare che il centro-sinistra aveva intrapreso un’efficace politica economica nel sud d’Italia, tanto da incidere nelle statistiche, se non nella realtà e sia Prodi che D’Alema assicurarono che non si sarebbero attuati interventi a pioggia, né creati cantieri di lavoro fasulli, ma veri e propri posti di lavoro.
Ieri il presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, è stato aggredito da alcuni dimostranti che fanno parte di un gruppo di 300 “lavoratori utili” esasperati dal mancato rinnovo del contratto di lavoro. Tutto il mezzogiorno è pieno di guardie forestali che sembrano non bastare mai, come dimostrano gli infiniti focolai d’incendio dell’ultimo anno. Anzi si può dire che, per uno strano disegno del destino, più vengono assunti guardie, e più divampano le fiamme.
L’aggressione a Fitto ha aperto una finestra sull’operato dei governi e si è scoperto che questi lavoratori sono stati assunti dallo Stato quali guardie forestali stagionali, quindi a termine, nell’ambito dei programmi di “lavori socialmente utili” e poi dati in carico alla Regione Puglia, la quale non intende pagarli con il suo bilancio, ma chiede che sia il Tesoro a farsene carico.
L’intento del governo è, invece, di operare com’è stato fatto con la sanità: scaricare il deficit dai ministeri interessati sulle regioni, di modo che il bilancio statale passi l’esame degli esperti dell’Unione Europea. L’episodio di Bari è triste e squallido. Triste per la situazione dei disoccupati, squallido perché testimonia che le indicazioni e le assicurazioni fornite a suo tempo da ministri e dai presidenti del Consiglio erano menzognere.
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- (25.11.00) LA STRATEGIA DELLA CAMPAGNA
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Si leggono da più parti che la sinistra ha perso la bussola, che è ormai al terrore elettorale e quindi si getta in atti inconsulti, sparando bordate all’impazzata: dalle sfilate contro la commissione Storace della Regione Lazio, alla mobilitazione della giustizia politica, fino al ludibrio internazionale del Polo delle libertà. Se veramente Berlusconi pensa che le cose stiano così, commette un errore dozzinale quanto paradossale.
Infatti, proprio il cavaliere, da profondo studioso dei comunisti italiani e dei loro eredi, proprio lui che ha sempre detto che i diesse non sono altro che i comunisti di ieri, con una linea di continuità non interrotta da alcuna resipiscenza, dovrebbe sapere che la lunga storia dei marxisti italiani è quella di un partito che ha sempre meditato le sue mosse e sempre ha avuto una vocazione internazionalista.
In ciò che sta accadendo in questi giorni, molto, se non tutto, è studiato, premeditato e perseguito con cinismo e determinazione.
Sul piano internazionale si tenta di tagliare l’erba sotto i piedi al Polo, superando l’ostacolo non indifferente dell’adesione di Berlusconi al Ppe. È evidente il coro dei due “socialismi” - il tedesco e il francese - sui pericoli che corre la democrazia in Italia, un coro, a cui si uniscono anche alleati di Spagna e Olanda, che tira in ballo il caso Haider, ipocritamente tacendo che i tre saggi inviati dalle nazioni europee a fare le pulci all’Austria sono tornati con le pive nel sacco, riconoscendo la democraticità di quel governo ( “Ma riteniamo d’occhio” ha chiosato, esilarante, il temuto Chirac).
Schroder e Jospin, oltre a quello di un comune schieramento, hanno un altro buon motivo per temere una vittoria del Polo. Sanno che se l’alleato italiano dovesse cedere, per le loro coalizioni l’avventura elettorale diventerebbe più difficile.
In Italia la strategia dei Ds si basa su alcuni capisaldi evidenti. Il primo è quello di togliere spazio agli avversari, quindi impadronirsi di alcune tematiche che hanno grande presa sull’opinione pubblica, due su tutte le altre: le tasse, (con tutta una serie di dichiarazioni e provvedimenti fasulli perché solo una minima parte sono di imminente attuazione. Tutti gli altri vanno al dopo elezioni), l’ordine pubblico (con tutta una pioggia di dichiarazioni dei ministri diesse, da Fassino a Livia Turco, sulla tolleranza zero, con provvedimenti messi insieme alla buona, ma sparati dai quotidiani e dalla Tv a ritmo ininterrotto).
Il secondo fulcro della strategia è la vendita porta a porta – tv by tv – di quanto il governo ha fatto di buono. Qui si tratta di mezze verità che per essere confutate richiederebbero la disponibilità degli stessi mezzi di diffusione. Un esempio: il governo è stato capace di mantenere l’inflazione attorno al 2,8%. Si tratta appunto di una mezza verità, perché è di quell’entità il tasso ufficiale, ma “l’inflazione reale è almeno del 6/7%, se non di più” (Lietta Tornabuoni su La Stampa). L’utilizzo spregiudicato di questo tipo di comunicazione bene evidenzia il cinismo di tutta la campagna elettorale ulivista che non tiebe assolutamente conto delle regolo del gioco imposte agli avversari.
Il terzo fulcro della strategia è quello di impiegare tutte le forze collaterali. Ecco quindi la Regione Lombardia messa sotto tutela e intimorita da una serie infinita di perquisizioni e di richieste di documentazioni, ecco avvisi di reato, ecco prese di posizioni inconcepibili, come quella del presidente di Magistratura democratica. Poi la mobilitazione delle associazioni amiche, dei giornali-partito come Repubblica, degli intellettuali su tutta una serie di tematiche.
Nella strategia del Ds, il più grande, organizzato e ramificato partito politico italiano, non c’è quindi né terrore per una possibile sconfitta, né accettazione di un esito sfavorevole, ma la feroce determinazione verso un obiettivo mai così vicino, mai in bilico come ora: la definitiva presa del potere in Italia.
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- (24.11.00) IL DECRETO DEI BRACCIALETTI
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Il governo ha presentato il suo decreto legge sulla giustizia che contiene anche il celebrato “braccialetto elettronico” di chiara ispirazione elettorale. Si tratta del secondo decreto legge sulla gioustizia in otto mesi, segno evidente di una situazione d’affanno del regime, sempre costretto a rincorrere l’emergenza e pronto ad agire quando i buoi sono già usciti dalla stalla, senza comunque riuscire a contenere la delinquenza organizzata che risale, come un cancro, lungo la penisola.
Gli addetti ai lavori che operano a fianco del governo, o che fattivamente sostengono il centro-sinistra - da Ferdinando Cafiero de Raho, magistrato della direzione distrettuale Antimafia, a Gerardo D’Ambrosio (“nel complesso si tratta di un buon decreto”) - si sono dichiarati a favore delle decisioni proposte dal ministro Fassino. Ben diversa suona la musica fuori dal coro. Sia gli avvocato che i magistrati muovono critiche fortissime. Giuseppe Frigo, presidente dell’Unione delle Camere penali fotografa con brutale realismo non solo il senso del decreto, ma, involontariamente, l’intera situazione politica italiana: “Sono iniziative disorganiche, contraddittorie, di scarsa efficacia, lesive di fondamentali diritti. Si va verso un sistema repressivo e autoritario…”.
Sarebbe lecito attendersi ora una nuova iniziativa di Rifondazione, dei centri sociali, dell’Unione degli studenti, dell’associazionismo…di tutto quel movimento sempre così giustamente sensibile ai diritti sociali. Se sono scesi in piazza per i libri di testo, per una legge regionale solo proposta, a maggiore ragione dovrebbero sentire, irrefrenabile, l’impulso a mobilitarsi adesso, ma questa è fantascienza. Per vederli all’opera come si deve contro le schedature dei cittadini e la giustizia ingiusta, si dovrà attendere un evento epocale, ad esempio che cambi il governo della nazione.
Per ora accontentiamoci del paradosso di un Berlusconi accusato da D’Alema di avere il fascismo nel Dna, mentre bei tomi come Bianco e Fassino concretamente dimostrano qual è la loro idea di democrazia.
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- (23.11.00) UN BUON MOTIVO
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Ieri sera Francesco Cossiga e Giulio Andreotti sono stati ospiti della trasmissione “Porta a porta”. Con loro sono intervenuti altri politici, tra i quali Massimo D’Alema. Il tema della puntata era dato dal libro di memorie scritto da Cossiga. Dal confronto a tre è uscito un D’Alema piccolo, piccolo, sempre intimidito e indotto al silenzio quando Andreotti lo richiamava alla verità dei fatti o lo poneva di fronte alle contraddizioni del presente.
Mandare sotto processo Andreotti e toglierlo per sette anni cruciali dal dibattito politico è stato un provvidenziale regalo che la “sorte” ha concesso ai Ds. Mai come ieri sera i processi al leader storico dei democristiani sono apparsi per quello che erano: un proditorio attacco al sistema democratico. Ogni potere ha i suoi mastini.
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- (23.11.00)LIETTA TORNABUONI FORSE CI RIPENSA
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Da un po’ di tempo la giornalista de La Stampa va scrivendo sul quotidiano di Torino dei corsivi settimanali nei quali, con onestà intellettuale, evidenzia il degrado della vita pubblica e sociale in Italia. Nell’ultimo, ad esempio, scrive: “Da una parte sta il mondo della comunicazione, della politica e dell’economia ufficiale: tranquillo, olimpico, sereno, rassicurante, pronto a garantire che i prezzi aumentati non preoccupano il ministro del Tesoro, che siamo in linea con la media europea…che l’inflazione verso il 2,8% non offre alcun motivo di allarme”.
“Dall’altra parte sta il mondo reale: dove sono cresciute le tariffe di luce, telefono, mezzi di trasporto, eccetera, dove sono molto più alte le spese di condominio e d’assicurazione, dove comprare da mangiare comincia a diventare rischiosamente costoso e rinnovare il cappotto è un evento epocale…dove l’inflazione, a voler essere cauti, sembra in crescita del 6-7% se non peggio…dove ansia, paura e sentimento di inadempienza sono una condizione costante”.
“Le voci che arrivano dall’altro mondo, poi, peggiorano le cose: accentuano l’isolamento o il giustificato sospetto di venir presi in giro, mentre tutte le cronache di pettegolezzi, sciali, feste miliardarie e scarpe da tre milioni il paio…non generano divertimento, ma il massimo avvilimento”.
Quando la commentatrice scrive della giustizia, rincara ancor più la dose: “…Da noi capitava di restare in prigione anche per anni aspettando di venir processati: una vergogna incivile che provocava tragedie umane, che regolarmente veniva condannata da Amnesty International e da tutti. S’è posto alla fine qualche rimedio, limitando i tempi della cosiddetta “custodia cautelare”: anche se tardivo,un gesto necessario e democratico di rispetto dei diritti. Si pensava che il sistema giudiziario si sarebbe adeguato alle novità…affrettando la celebrazione dei processi. Ma il sistema giudiziario…non ha cambiato ritmi né metodi. Gli accusati in arresto hanno cominciato ad uscire di prigione perché i tempi massimi di custodia scadevano. Le loro scarcerazioni non sono “facili”: sono del tutto legali…I provvedimenti allo studio per evitare queste scarcerazioni fanno regredire il Paese alla precedente vergogna e ( a dispetto dei miseri giochi di parole del ministro di Giustizia) rappresentano una sconfitta bruciante del sistema, del governo”.
Tutto onesto, tutto giusto. Ma la Lietta non aveva a suo tempo sostenuto con ragionato entusiasmo i destini dell’Ulivo?
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- (21.11.00) L’IMPOTENZA DELLA GIUSTIZIA
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Questo governo e le forze che lo sostengono potranno accampare scusanti e trovare mille fasulli motivi di promozione elettorale su quasi tutto quello che hanno fatto, anche sulle cose più nefande. Ma sulla giustizia tutto ciò che diranno potrà essere usato contro di loro.
L’ultimo provvedimento del ministro Fassino, gli arresti domiciliari per i camorristi e i mafiosi usciti per decorrenza dei termini, sta a metà tra il grottesco e il velleitario. L’idea che delinquenti spudorati e incalliti, malavitosi che solo dal carcere duro non riescono ancora a delinquere, possano essere impediti dagli arresti domiciliari può albergare solo nell’animo di un bonzo tibetano. In quello di un normale italiano certamente no.
In questa storia, però, c’è di più e di peggio. Il fatto che ci siano processi che durano un decennio e non si concludono, che per trasferire atti da un tribunale a un altro siano necessari anni, senza che tutto questo mobiliti il ministero e costituisca un’emergenza per il governo, indica un evidente disprezzo versi i cittadini e pone l’Italia lontano dagli altri paesi europei.
L’emergenza giustizia non riguarda solo il processo penale, ma anche quello civile. I diritti civili vanno a farsi benedire quando un italiano è costretto a proteggersi mediante la legge e i tribunali. Invano la corte di giustizia europea e Amnesty International condannano l’Italia per le ingiustificabili lungaggini processuali: a questa vera e propria emergenza nazionale nessuno ha la volontà di mettere mano. E quando lo si fa, si cercano scorciatoie, ad esempio ipotizzando, e in parte attuando, un solo grado di processo.
Il cittadino che è costretto oggi a rivolgersi alla giustizia civile entra in un girone infernale: code quasi dovunque, sentenze assurde (tanto dopo c’è il secondo livello di giudizio), due sedute di un’ora all’anno, spesso con cambio di magistrati nel corso del tempo…tutto congiura contro l’equità e, infatti, sempre di più si prevedono forme di giudizio “private”, come quelle garantite da alcune Camere di Commercio.
Eppure tribunali e apparati di giustizia esistono anche in altre nazioni, dove però non si verifica il degrado italiano. Basterebbe “ispirarsi” in giro per l’Europa per raccogliere più di un utile esempio.
Se questo non avviene è perché permane un problema di fondo: quasi tutti gli atti dei nostri governanti hanno sempre come motivo conduttore una noncuranza della dignità dei cittadini che rasenta il dispregio.
E proprio quelli che più cianciano di rispetto e garanzie, più le violano. Altrimenti come si potrebbero tollerare le code in ogni ufficio, dalla mutua ai catasti, dalle questure (con extracomunitari che si affollano, ingabbiati da transenne), ai pronto soccorso dei grandi centri urani? Non c’è giustizia, né dignità in tutto questo.
Ma, ascetico nella sua siderale lontananza dalla realtà, veglia su di noi il guardasigilli Piero Fassino, clone degli altri membri del governo, tutti intenti al gioco del potere, tutti incombenti su di noi.
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- (19.11.00) INSEGNIAMO A TUTTO IL MONDO
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Recependo l’alto magistero che la presidenza del Consiglio impartisce al varo di ogni legge, anche l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas impegna il futuro annunciando drastici aumenti a partire dal 2003. Aderendo alle geremiadi di Enel & C. che hanno utili altissimi, ma devono investire per comprarsi aziende televisive e telefoniche spremendo a man salva gli utenti in un regime di monopolio, l’Autorità ha deciso che pagheremo l’energia a prezzi da strozzo.
In compenso, ecco la geniale trovata che farà godere i bertinottiani d’Italia: l’Autorità “emetterà un provvedimento per introdurre il riccometro, stabilendo una tariffa agevolata per gli utenti disagiati, applicabile fino ad un certo livello di consumo e in proporzione ai componenti del nucleo familiare”. Sarà forse necessaria qualche piccola formalità burocratica, ma già sentiamo che di questo illuminato e moderno provvedimento potremo andare fieri per il mondo.
Vediamo sviluppi oggi ancora impensati, ma che già si possono intuire, per altre situazioni. Ad esempio, per i generi di prima necessità, il pane, il latte e la carne di razza Chianina e financo per le auto nazionali. L’antico e glorioso San Francisco Examiner dovrà finalmente smetterla di scrivere, come ha fatto in questi giorni, che siamo peggio delle repubbliche delle banane. (La citazione è a proposito del contenzioso Bush-Al Gore e suona così: “Questa questione sta riducendo gli States peggio di una repubblica delle banane, addirittura peggio dell’Italia”).
Tanto è geniale il provvedimento che non si capisce perché la notizia sia stata annegata in angoli reconditi dei nostri quotidiani. C’entra forse qualcosa con la forza inserzionistica di Enel & C.?
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- (18.11.00) I DIESSE LA PENSANO COME BOSSI
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Massimo Brutti, sottosegretario all’Interno, ha presentato ieri una proposta di schedatura degli extracomunitari attraverso le impronte digitali: “La proposta vuole tutelare gli immigrati onesti, coloro che arrivano nel nostro paese per lavorare, rendere sicure le nostre città. L’identificazione certa di questi cittadini è un atto che non limita alcuna libertà, garantisce il controllo e aiuta a colpire i criminali e coloro che speculano sulla pelle degli immigrati”. Tutto il centro-sinistra è d’accordo su questa proposta, che viene formalizzata l’indomani della presa di posizione del presidente della Repubblica sul tema dell’immigrazione.
La stessa proposta era stata presentata dall’esecrata Lega di Bossi nel 1995. I diesse, essendo svegli e puntuti, in soli cinque anni hanno capito che non si trattava di razzismo padano, ma di inevitabile necessità. Pure, sottotraccia, è possibile nelle poche righe citate, cogliere più esempi della solida ipocrisia di questo tentativo di regime.
Primo: gli immigrati onesti rendono sicure le nostre città. Secondo: l’identificazione certa di questi cittadini non limita alcuna libertà. È proprio necessario ammannire all’opinione pubblica simili offensive fandonie?
La proposta di Brutti, invece, risponde a tre necessità. Tagliare l’erba sotto i piedi all’opposizione in vista delle elezioni, secondo quanto previsto dagli esperti americani ingaggiati dall’Ulivo; rispondere all’inquietudine dei cittadini e delle forze dell’ordine, dotandole di un mezzo indispensabile; mantenere con il Capo dello Stato un rapporto di collaborazione.
Infine, la proposta potrebbe essere solo aria fritta, nel senso che non diverrà mai legge dello Stato e servirebbe, in questo caso, solo come dichiarazione elettorale di volontà. Infatti, essendo in discussione nella I commissione della Camera la legge sull’immigrazione, basterebbe aggiungere un articolo con la proposta Brutti, se la maggioranza veramente lo vuole. Altrimenti ci verranno a raccontare che “mancano i tempi tecnici”.
Quale che sia il destino, resta la paradossale testimonianza di come solo la pratica induca questa sinistra a modificare i suoi pregiudizi. Hanno avuto bisogno di cinque anni per capire ciò che i rozzi cittadini sapevano da sempre.
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- (17.11.00) IL PRESIDENTE VA IN PROVINCIA
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Il “viaggio in Italia” del presidente Ciampi è tutto volto a (re)suscitare il concetto di patria e a rinsaldare i vincoli di unità nazionale. È uno dei pochi a poterlo fare senza generare fastidio o intolleranze, perché gli italiani lo percepiscono ancora equidistante dai partiti e portatore di sincere convinzioni. D’altra parte, l’età e i successi della sua laboriosa vita hanno appagato le sue ambizioni. L’ultima è quella d’essere percepito come un “padre della patria”, di quella Italia rinnovata che stenta però ad uscire dai pantani dell’ipocrisia e delle intolleranze politiche e culturali.
Giunto ieri a Brescia, il Presidente s’è trovato in un clima più teso del previsto a causa dell’ennesimo omicidio di un gioielliere, avvenuto in un paese della provincia. Così ha dovuto esaminare più incisivamente del previsto alcuni temi già altrove affrontati. Sull’ordine pubblico ha detto le solite cose dei ministri dell’Interno degli ultimi quattro anni, con una significativa variante: “Non c’è dubbio che l’insufficiente senso d’insicurezza dei cittadini sia legato anche al fenomeno dell’immigrazione”. Per i bresciani è stato come sentirsi dire che è stata scoperta l’acqua calda, tuttavia la diagnosi di Ciampi è un passo avanti a quella di tanti politici.
Poi Ciampi ha aggiunto che bisogna fare di più per garantire la sicurezza dei cittadini e che la repressione dei reati va fatta senza alcuna tolleranza. Ovvietà anche queste, ma dette da lui sono sembrate una promessa. Secondo il capo dello Stato “anche se i dati statistici indicano una diminuzione dei reati, bisogna fare ancora di più”. Su questo punto le sue dichiarazioni non coincidono con quelle di alcuni esperti. Infatti molti reati non verrebbero più denunciati, perché sarebbe inutile e il cittadino aggiungerebbe al danno già subito, l’ulteriore perdita di tempo della denuncia.
Sul tema dell’immigrazione la ricetta del Presidente è quella inevitabile della cooperazione nei paesi d’origine (può incidere solo se concertata su base europea e comunque darebbe frutti a tempi lunghi), dell’attenta selezione all’ingresso, dell’ospitale accoglienza, dell’integrazione e della loro protezione dal lavoro nero. Tutte cose, salvo l’ultima, che bene o male già si fanno. A queste, come si è visto, ha aggiunto la severa repressione dei reati. Ma il punto nodale - intoccabile anche per lui - è il seguente: entrare clandestinamente in Italia è un reato? Se sì, come può essere efficacemente perseguito?
Le visite del presidente della Repubblica suscitano simpatia nei cittadini e salvaguardano quel che ancora resta della concordia nazionale. Forse sarebbe bene per tutti se egli entrasse un po’ di più nel cuore dei problemi, anche se questo dovesse portarlo a sfiorare le competenze proprie del governo e dei suoi ministri. Se non lo farà, dopo i primi due anni di mandato, si ridurrà ad essere un sereno ottuagenario che con il suo passaggio interrompe per un attimo le rissose polemiche degli italiani.
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- (16.11.00) IL NERVO SCOPERTO
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Sulla questione della commissione di censura sui libri di testo della Regione Lazio è intervenuto ieri il presidente del Consiglio Giuliano Amato ricordando che lo Stato non ha titolo per discutere i contenuti dei libri di testo “si deve lasciare ai cittadini il compito di farlo…” e, ancora: “il pensiero lo corregge il pensiero, alle idee storte si raddrizzano le gambe con le idee dritte” a questo punto, riferisce il cronista, standing ovation di tutto il centrosinistra.
Siamo certi che non può essere la ridicola commissione di Storace a “raddrizzare” le gambe storte dei libri di testo; siamo altrettanto certi che nei libri di testo ci sono castronerie tendenziose. A questo punto a chi tocca porre rimedio alla situazione? Secondo Amato ai cittadini. Questo, diciamolo per una volta, è impossibile. Allora tocca agli insegnanti, come in effetti avviene oggi. Ma l’insegnante sceglie in base alla sua cultura, ma anche in base alla sua formazione politica, come può testimoniare chiunque abbia a che fare con le istituzioni scolastiche, mentre invece l’istruzione dovrebbe avere almeno il presupposto di non indurre in errore. Il problema resta.
Gli editori, poi, non sono scemi. Vogliono e devono vendere, così si adeguano al conformismo dilagante. Che è quello, “illuminato”, di Gianni Vattimo, docente di filosofia teoretica all’università di Torino, oggi europarlamentare diessino. Il filosofo lancia un appello europeo contro “la maggioranza di centro-destra, da Berlusconi ai fascisti, che sostiene il governo della Regione Lazio…con l’iniziativa della Regione Lazio si delinea un grave rischio politico non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa democratica…”. Il parlamentare ha trovato già alcune illustri adesioni, Bobbio, Galante Garrone e Abermans, e così via con gli Asor Rosa, i Flores D’Arcai, Gian Enrico Rusconi, Nicola Tranfaglia e poi i compagni e gli amici di tante indimenticabili battaglie.
In tutto questo gran pestare l’acqua nel solito mortaio alla ricerca della pietra filosofale, Vattimo si è concesso una pausa ed ha pensato il seguente concetto: “È vero che in Italia la cultura antifascista ha una forte influenza, quasi un’egemonia, ma questo perché la nostra costituzione nasce dall’antifascismo”. È la stessa frase che potrebbe dire il docente universitario in uno stato dittatoriale per giustificare il suo magistero di parte.
È poi ricaduto preda dei suoi fantasmi: “Forse sarebbe il caso che Berlusconi allargasse la sua proposta sui bonus scolastici anche alla possibilità di sfruttarli all’estero perché in caso di vittoria delle destre alle prossime elezioni politiche questo potrebbe consentire a molti giovani di andare a studiare sui libri di testo francesi o spagnoli”. Gianni Vattimo preferisce ignorare che i giovani italiani di belle ambizioni già sono costretti a studiare all’estero a spese loro, perché le università italiane godono di minima stima. La “quasi egemonia della cultura antifascista” non ha spazzato le baronie consolidatesi con il fascismo, in compenso ha politicizzato gli studi fino al conformismo e all’anarchia. La libertà intellettuale è assente da troppe scuole italiane, dove arriva solo l’eco della cultura internazionale. Come risultato di tanti anni di normalizzazione, non c’è male.
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- (15.11.00) GALLETTI STRASBURGHESI
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Il bar Sport Montecitorio si è trasferito per un giorno a Strasburgo dove si è votata la “Carta dei Diritti” degli europei, un documento poco agli europei ed ancor meno utile, ma sempre buono per giustificare gli stipendi da 20 milioni al mese dei parlamentari. I vispi galletti da combattimento nostrani, seguiti e protetti dal coro delle rispettive fazioni, hanno torneato nei corridoi dell’europarlamento in brillanti conversari a ruota libera.
Walter Veltroni, lo yankee del Ds, si è prodotto in una brillante citazione sportiva: “Berlusconi oggi mi ricorda Sonny Liston, il pugile che andò al tappeto dopo tre cazzotti di Cassius Clay”. L’incontro avvenne il 24 maggio 1956 sul ring di Lewiston; Liston crollò a terra dopo un solo minuto di combattimento. In quegli anni Cassius Clay, non ancora musulmano, era un brillantissimo, calmoroso e vociante astro in ascesa, componeva poesiole in rima baciata dedicate agli avversari nelle quali prevedeva il round in cui sarebbero andati al tappeto, andava sulle prime pagine dei giornali, ed era un grande affare per gli affaristi della boxe. Per questi motivi, pur avendo disputato pochi incontri, fu portato al Campionato del mondo. Il colpo con il quale Clay mise KO Liston non fu ripreso da nessuna telecamera: semplicemente non era mai esistito. Sul match sempre è aleggiata l’ombra consistente della combine. Veltroni se l’è bevuta da tifoso, come da tifoso cerca di vendere a noi il sindaco Rutelli.
Silvio Berlusconi, l’altro contendente che la sorte ci ha affidato, ha invece raccontato la storia del ragazzo in carrozzella, una cosa degna di Rai 1 (tra Raffaella Carrà e Padre Pio): “Tempo fa ero andato all’ospedale San Raffaele e una madre mi aveva supplicato di visitare il figlio Giacomo, un ragazzino tifoso del Milan che rifiutava di alzarsi dalla sedia a rotelle per provare a camminare. Sono andato a trovarlo e gli ho detto: Giacomo fatti forza e cammina! Dopo qualche giorno ci provò e ce la fece”. Non siamo ancora al “Lazzaro vieni fuori”, ma con un po’ d’esercizio (dialettico) ci si può arrivare.
È indicativo questo ritornare di Berlusconi, per vie traverse, alla sua vicenda del cancro sconfitto e della salute ritrovata. Anche gli alti e bassi caratteriali (“Se non sarò eletto mi ritiro”) ed altre battute (“Ho una salute di ferro e molti faticherebbero a starmi dietro quando corro”) sottilmente rimandano a quella vicenda: è stata realmente risolta e quali sono le sue reali intenzioni?
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- (15.11.00) GALLETTI STRASBURGHESI
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Il bar Sport Montecitorio si è trasferito per un giorno a Strasburgo dove si è votata la “Carta dei Diritti” degli europei, un documento poco agli europei ed ancor meno utile, ma sempre buono per giustificare gli stipendi da 20 milioni al mese dei parlamentari. I vispi galletti da combattimento nostrani, seguiti e protetti dal coro delle rispettive fazioni, hanno torneato nei corridoi dell’europarlamento in brillanti conversari a ruota libera.
Walter Veltroni, lo yankee del Ds, si è prodotto in una brillante citazione sportiva: “Berlusconi oggi mi ricorda Sonny Liston, il pugile che andò al tappeto dopo tre cazzotti di Cassius Clay”. L’incontro avvenne il 24 maggio 1956 sul ring di Lewiston; Liston crollò a terra dopo un solo minuto di combattimento. In quegli anni Cassius Clay, non ancora musulmano, era un brillantissimo, calmoroso e vociante astro in ascesa, componeva poesiole in rima baciata dedicate agli avversari nelle quali prevedeva il round in cui sarebbero andati al tappeto, andava sulle prime pagine dei giornali, ed era un grande affare per gli affaristi della boxe. Per questi motivi, pur avendo disputato pochi incontri, fu portato al Campionato del mondo. Il colpo con il quale Clay mise KO Liston non fu ripreso da nessuna telecamera: semplicemente non era mai esistito. Sul match sempre è aleggiata l’ombra consistente della combine. Veltroni se l’è bevuta da tifoso, come da tifoso cerca di vendere a noi il sindaco Rutelli.
Silvio Berlusconi, l’altro contendente che la sorte ci ha affidato, ha invece raccontato la storia del ragazzo in carrozzella, una cosa degna di Rai 1 (tra Raffaella Carrà e Padre Pio): “Tempo fa ero andato all’ospedale San Raffaele e una madre mi aveva supplicato di visitare il figlio Giacomo, un ragazzino tifoso del Milan che rifiutava di alzarsi dalla sedia a rotelle per provare a camminare. Sono andato a trovarlo e gli ho detto: Giacomo fatti forza e cammina! Dopo qualche giorno ci provò e ce la fece”. Non siamo ancora al “Lazzaro vieni fuori”, ma con un po’ d’esercizio (dialettico) ci si può arrivare.
È indicativo questo ritornare di Berlusconi, per vie traverse, alla sua vicenda del cancro sconfitto e della salute ritrovata. Anche gli alti e bassi caratteriali (“Se non sarò eletto mi ritiro”) ed altre battute (“Ho una salute di ferro e molti faticherebbero a starmi dietro quando corro”) sottilmente rimandano a quella vicenda: è stata realmente risolta e quali sono le sue reali intenzioni?
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- (14.11.00) STRATEGIA DELLA GIUSTIZIA
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Ciò che succede a Napoli è sempre controverso. Dopo la tinteggiatura di piazza del Plebiscito e dintorni, dopo la discesa in forze di polizia e carabinieri a presidiare il centro, dopo le belle mostre e le tante iniziative internazionali, mass media e pubblica opinione avevano parlato di un new deal partenopeo.
Nel frattempo il cancro si diffondeva appena oltre il perimetro centrale con tutta una serie di affari lucrosi gestiti da camorra & C. Oggi, dallo smaltimento abusivo di rifiuti tossici alle corse clandestine, dalle estorsioni ai commercianti al contrabbando, dalle scommesse clandestine alle rapine, tutto testimonia della difficoltà dello stato a fare fronte ad una situazione che tracima dall’area campana verso altre zone d’Italia.
I recenti episodi di tracotanza della malavita dimostrano che intere zone dell’entroterra napoletano sono abbandonate nelle mani del potere malavitoso. Pollena Trocchio, il paese di diecimila abitanti teatro della sparatoria che ha ucciso Valentina Terracciano, è affidato al solo “presidio” di otto impauriti vigili urbani, e non è un caso eccezionale.
Questo clima è reso ancora più disperante da situazioni che emergono tra le righe degli articoli dei cronisti più responsabili, quelli che cercano nei loro resoconti di non sottolineare certi aspetti abnormi della situazione napoletana. Ad esempio il fatto che molti cittadini incensurati siano sospettati di collusioni camorristiche e che tanti reati non vengano perseguiti per evitare disordini pubblici, come nel caso dei distributori di sigarette di contrabbando (devono pur vivere) e dei tanti che smerciano prodotti con marchi contraffatti ( una recente sentenza recita che non è più reato perché le merci, “essendo palesemente false, non possono ingenerare equivoco nell’acquirente”).
Ha un bell’affannarsi Sergio Billé presidente del Confcommercio a chiedere ai politici maniere forti ( “Bisogna riprendere il controllo del territorio”), e invano Mario Cicala, dell’Associazione Nazionale Magistrati, mette l’accento sull’attuale legislazione (“ troppo permissiva che vanifica il lavoro della magistratura e della polizia”), come pure parla a vuoto il prefetto Antonio Manganelli, direttore della Criminalpol (“Abbiamo molte riflessione da fare, e le stiamo facendo, sull’esigenza dell’effettività della pena, della rapidità dei processi, della necessità che la risposta degli investigatori abbia uno sviluppo processuale immediato”): sempre ci sarà un ministro della Giustizia, l’autorevole Piero Fassino, ad affermare – in disgraziata concomitanza con la scarcerazione del capo clan della camorra Eduardo Contini per decorrenza dei termini - che “non è vero che in Italia non c’è certezza della pena”. Sempre ci sarà un ministro dell’Interno, l’inadeguato Bianco, che arringherà i giornalisti promettendo la calata su Napoli di esercito e polizia.
Temiamo che il problema sia più vasto e più insidioso, che i cittadini abbiano assorbito i veleni di una situazione troppo a lungo sedimentata e che accettino la diarchia malavita-stato come ineluttabile, sopportandone i disagi non sbilanciandosi più di tanto a partecipare per l’uno o per l’altro…bisogna pur vivere. Per modificare questa situazione è necessario prendere atto che ci sono zone d’Italia che richiedono interventi adeguati e non pannicelli caldi. Come si invocano speciali interventi per il lavoro e le industrie, parimenti è necessario fare per l’ordine pubblico e la protezione dei cittadini. Se non si esce dall’ipocrisia, gli interventi economici al sud potenzieranno sempre più la malavita e il cancro si diffonderà, come già sta avvenendo, a tutto il paese.
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- (11.11.00) MISCELLANEA/4
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Mucca pazza minaccia l’Italia (dove già ne circolano molte). Il ministro delle Politiche Agricole, Alfonso Pecoraro Scanio, con il lieve ritardo di alcuni mesi, ha subito “relazionato in consiglio dei ministri” e poi, via con tutta una serie di condizionali, “vedremo d’inserire…Sarebbe opportuno…Il controllo verrebbe effettuato…”. Intanto, giù in piazza ecco giungere rumoreggiando i Verdi di Roma. Protestano per Mucca pazza, per i transgenici e per altro ancora. Ma il ministero competente è loro e il responsabile è asserragliato in Consiglio a discutere. In un modo o nell’altro, Mucca pazza è nel Palazzo.
Scontro sui libri di testo. La Regione Lazio, presieduta da Francesco Storace, ha deliberato l’istituzione di una commissione di esperti incaricata di svolgere “un’attenta analisi dei volumi diffusi nelle classi” per vagliarne i contenuti e, se del caso, emendarli ove si dovesse riscontrare quella che Alleanza Nazionale definisce una “mistificazione storiografica marxista”. L’ultima volta che i libri di testo furono emendati fu nel 1945, ad opera di una commissione alleata presieduta da un erudito (ma colonnello) inglese che ebbe l’incarico di “defascistizzare” i libri di testo. Contro il “nuovo Minculpop”, come Luigi Berlinguer e Walter Veltroni definiscono l’istituenda commissione, insorge l’Ulivo tutto. Il ministro della Pubblica Istruzione, De Mauro la ritiene “un’indebita intromissione nelle scuole e nelle scelte degli insegnanti”. Di parere opposto il Polo.
Gli esempi portati da Storace a sostegno della sua iniziativa sono però dati di fatto che, se non giustificano forme di censura, certo inducono a considerare le ragioni del provvedimento del Lazio. Sarebbe forse opportuno che a vagliare i contenuti della produzione libraria scolastica fosse la stessa Pubblica Istruzione, eventualmente chiamando un gruppo di esperti internazionali che valutasse i contenuti controversi. Se si ritiene giusto modificare i cicli della scuola dell’obbligo, perché non prenderne in esame anche i testi?
I due giorni della Trilateral. A Milano si riunisce la Trilaterale, un’associazione mondiale fondata nel 1973 dal miliardario David Rockfeller che riunisce i 350 più importanti esponenti mondiali degli affari. La Trilateral (Europa, Nordamerica e Giappone) lavora rigorosamente a porte chiuse e discute per due giorni a viso aperto del futuro del business mondiale, in parte decidendone anche i destini. Si può ben dire che i 350 rappresentano il cuore della globalizzazione. Contro la Trilaterale sfileranno l’estrema destra di Forza Nuova e Giovane Padania della Lega, mentre i centri sociali, presi di contropiede, minacciano iniziative, ma contro quelli che sfilano.
D’Alema e Veltroni. Spettacolare, appena attutito dal tradizionale riserbo del partito, continua lo scontro tra D’Alema, ex di tutto, e Veltroni, segretario del Ds. I due quasi non si parlano e, quando lo fanno, arrivano a scontrarsi. Eppure il Segretario, per cercare di rafforzare la sua posizione interna, insiste nel proporre D’Alema come presidente del partito, mentre l’altro è recalcitrante. La strana coppia è legata allo stesso destino: se le elezioni andassero male, Veltroni perderebbe la segreteria, ma di certo non sarebbe l’ex presidente del Consiglio a prenderne il posto, ma quasi certamente un terzo, probabilmente Cofferati, attuale leader della Cgil. In realtà, mentre l’ancora forte apparato di partito conserva solidi legami con i due, i militanti ne sono disamorati e sperano di vederli presto sistemati altrove.
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- (10.11.00) QUANDO AMATO MOSTRA I DENTI
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L’attuale governo è sempre assai attento a come i suoi atti vengono percepiti all’estero. Amato ci tiene ad avvalorare l’immagine di un esecutivo di virtuose se non nobili ascendenze , ben diverso da quelli italiani tradizionali che, prima o dopo, qualche gaffe la commettono sempre. Infatti, quando si è trattato di assegnare quattro licenze Umts, il ministero delle Comunicazioni si è regolato come hanno fatto altri paesi europei, indicendo un’apposita asta internazionale.
Ma il ministro in questione, quello “competente” come si dice, è il notabile siciliano Salvatore Cardinale, l’ultimo rappresentante, in ordine di tempo perché la stirpe non morirà mai, di un tipo di ministro che è esistito nei governi italiani dalla fondazione dello stato. Egli rappresenta la retroguardia di una variegata pattuglia di governo, quella che con ogni mezzo tenta d’imporre la tradizionale arroganza del potere, quella che per ultima resiste alla forza delle innovazioni. Probabilmente per questo motivo, gli è stato affidato il ministero delle Comunicazioni, uno di quelli in cui è più rapido e decisivo l’aggiornamento tecnologico e normativo.
Il capitolato d’asta presentato da Cardinale è stato tale da consentire al consorzio Blu, uno dei cinque concorrenti ammesso alla gara, di sfilarsi dalla contesa al momento opportuno, di fatto favorendo i quattro consorzi rimasti. Il ricavato per il governo è stato di 20 mila miliardi: “Era quanto avevamo previsto”, ha detto Amato con ammirevole self-control, dopo di che gli è venuto il sangue agli occhi e, deciso a vendicarsi, ha mostrato i denti di brutto, mettendo le mani sui 4 mila miliardi di cauzione versati da Blu per partecipare all’asta, trasformandoli ipso facto in una sanzione di pari importo per “violazione reiterata degli obblighi di riservatezza”, ammenda che il Tesoro avrebbe dovuto incassare ieri.
Ma ieri il Tar del Lazio ha stabilito che “l’insussistenza” della reiterata violazione e che sussistono invece elementi che “su un piano di ragionevole previsione non escludono un possibile esito della controversia favorevole a Blu” ed ha accolto il ricorso del Consorzio, bloccando l’incasso della sanzione. Probabilmente a gennaio, si terrà il procedimento di merito durante il quale si discuterà anche della richiesta di 100 miliardi di danni da parte di Blu.
Per Giuliano Amato è una grave sconfitta politica; per l’Italia è una doppia sputtanata internazionale: per come è stata condotta l’asta e per la nevrotica reazione al suo esito. Sarà per caso o per maligno disegno del destino, fatto sta che il presidente del Consiglio coi soldi altrui ha sempre dimostrato una decisionalità ai limiti dell’arroganza, come ben ricordano gli italiani che da Amato si videro prelevare dai conti correnti un sei per mille nel rapido volgere di una notte.
Il governo di questo travagliato anno si potrà giudicare dagli esiti delle tante leggi e decreti che sforna a getto continuo, ma un primo giudizio è implicito in episodi come questo. Come nei romanzi inglesi è sul modo di considerare i soldi, soprattutto quelli altrui, che si rivelano i bassi natali.
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- (09.11.00) BERTINOTTI NON È NADER
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Tra i molti restati svegli ad assistere allo show della grande notte delle beffe, quella del voto presidenziale in Usa, c’era anche Francesco Rutelli, un sindaco tradizionalmente sempre attento agli accadimenti notturni. Il suo interesse era maggiore di tutti gli altri italiani in quanto giustamente interessato, come futuro premier, al nuovo inquilino della Casa Bianca suo prossimo collega.
Il pensoso commento finale è stato questo:”Attento al Nader italiano! Se ci fosse finirebbe per favorire Berlusconi”. Infatti, come Al Gore potrebbe perdere la presidenza a causa dei voti sottrattigli dal Verde americano, così lo stesso Rutelli potrebbe perdere contro Berlusconi a causa di Bertinotti, refrattario ad intrupparsi col variegato mondo dei Mastella e dei Castagnetti.
In realtà di Nader in Italia non se ne vedono. Lui ha lottato per decenni contro le multinazionali; in difesa dei diritti dei cittadini ha portato in tribunale le grandi aziende, ha trovato stuoli di giovani e ferrati professionisti che gli hanno dato gratuitamente una mano e giudici che hanno osato condannare giganti dell’industria che violavano i diritti. Da noi uno così non funzionerebbe, anche perché, se vai in tribunale, il giudizio definitivo arriva dopo decenni.
Tutt’altra la storia di Bertinotti, un sindacalista scivolato in politica come tutti i suoi colleghi, ma di loro più coerente: se correrà da solo, lo farà per onestà intellettuale, altrimenti tanto valeva seguire Cossutta, un vero comunista italiano, e ricavarsi una calda nicchia nel governo.
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- (8.11.00) SONO ARRIVATI I GIORNI CUPI
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“La candidatura di Francesco Rutelli, comunque la si voglia giudicare, aveva saputo dare un qualche slancio alla coalizione, accantonando le sempre più incomprensibili diatribe interne e proiettando invece verso l’esterno - cioè verso gli italiani – le forze di centrosinistra. Ma altrettanto rapidamente il centrosinistra sembra ripiombato nei suoi giorni più cupi: come se lo slancio delle scorse settimane fosse un’incombenza di cui disfarsi al più presto, o una distrazione”
“L’attacco di Sergio Cofferati a Rutelli e la debole difesa dei partiti che lo sostengono, le discussioni infinite sulle Margherite e sui Girasoli e su ogni altra possibile aggregazione di forze (peraltro di dubbia consistenza elettorale), le polemiche sottotraccia ma già feroci sulle candidature e sui collegi, il malumore diffuso delle segreterie per la presunta invadenza dello staff del candidato premier, l’annuncio del probabile defilarsi di Veltroni, ornai propenso a lasciare la segreteria dei Ds, e dunque la campagna elettorale, per il Campidoglio: si tratta di un lenco incompleto quanto devastante, il cui segno è uno soltanto: il centrosinistra sta abbandonando la gara prima che lo starter ne annunci l’inizio ufficiale”.
“È come se la sconfitta del centrosinistra, prima che nei sondaggi, si fosse già consumata nelle coscienze dei protagonisti.” ( Fabrizio Rondolino su La Stampa)
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- (8.11.00) I GIORNI DELL’IRI
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Massimo Pini fu dal 1986 al 1992 nel comitato di presidenza dell’Iri, il massimo ente statale delle Partecipazioni Statali, un enorme coacervo di aziende che è stato motore della ripresa italiana nel dopoguerra, per poi succhiare migliaia di miliardi dalle casse dello Stato. Esce ora, per i tipi di Mondatori, “I giorni dell’Iri”, la storia e la cronaca dell’Istituto di via Veneto di cui l’autore ha vissuto gli importanti momenti che ne precedettero lo smembramento e la fine.
Ci sono i ritratti di molti protagonisti, tra cui il due volte presidente Prodi, ma anche l’analisi della situazione venutasi a creare con la caduta del muro di Berlino e con l’instaurasi di “mani pulite”. Alla luce di interessi tanto potenti, che hanno portato al rapido dissolversi dell’Iri, anche la vicenda Craxi assume aspetti assai diversi di quelli rozzamente sin qui ufficialmente proposti agli italiani.
Attraverso le vicende dell’Iri, Pini ricostruisce meticolosamente e con onesta partecipazione la crisi terminale della Prima Repubblica, dando un apporto non secondario alla ricostruzione di vicende volutamente non ancora sufficientemente svelate.
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- (7.11.00) RUTELLI SI ATTACCA ALL’IRPEG
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La conversione di Rutelli alla riduzione secca dell’Irpeg al Sud nasce da valutazioni diverse e risponde a una strategia di campagna elettorale all’“americana”, con un conseguente gioco delle parti. Gli esperti Usa ingaggiati dall’Ulivo, tra le altre analisi ed indicazioni di tattica e strategia elettorali, ne hanno fornita una che è la via maestra seguita da Al Gore e Bush: quella che per vincere bisogna pescare nell’elettorato avversario.
La proposta di Rutelli ha questo primo obiettivo, di spuntare alcune delle armi del rivale Berlusconi. In questo caso si tratta di aprire un dialogo e di lanciare un ponte verso il mondo della Confindustria, con il doppio vantaggio di rendere anche visibile agli elettori lo strappo con i Ds e la sinistra, che tanto saranno comunque costretti a votare per lui. Le irritate perplessità di Amato, che ha in programma di ridurre l’Irpeg al Sud ma, secondo suo costume, facendone carico ai successori e cioè dal 2002, sono destinate a rientrare rapidamente. Anche la reazione di Cofferati è dovuta ed è (involontariamente?) funzionale alle proteste della sinistra Ds.
La conversione sempre più accentuata di Rutelli verso il centro dello schieramento tende a rendere più sfumata la differenza tra i due opposti candidati, ma il sindaco di Roma non può codificare questi blitz, più dialettici che reali, in un programma vero e proprio, perché se lo facesse susciterebbe nel suo composito schieramento più fratture di quelle già esistenti. Invano il leader della Cgil chiede un programma, per il momento la sua è pura provocazione.
Come risponderà l’elettorato? Il cittadino, di fronte a proposte sempre meno caratterizzate, voterà di malavoglia, oppure diserterà le urne nella convinzione che “nulla cambierà”. Come negli Stati Uniti, anche in Italia l’astensionismo è dunque destinato ad aumentare. Un altro effetto della sterzata rutelliana è quello di esaltare aspetti marginali del gioco politico, la gradevolezza del candidato, la sua apparente autorevolezza, l’appeal delle proposte televisive…tutte cose che all’inizio l’Ulivo deprecava.
Permane però una differenza tra l’elezione del presidente americano e quella del premier italiano. Negli States l’opinione pubblica è assai forte e l’eletto non può troppo discostarsi da quello che promette, almeno in politica interna. In Italia questo vincolo quasi non esiste ed è prassi corrente dire una cosa in campagna elettorale e fare al governo tutt’altro. Se Rutelli sarà eletto, così avverrà: il coacervo di partiti e forze politiche che lo sostiene presenteranno il conto e ben presto sarà per lui impossibile, anche se lo volesse, mantenere promesse e premesse lanciate nel parossismo della corsa elettorale. Questo, però, è un problema che non si porrà, tanto dopo un anno o poco più la sua poltrona passerà ad altri, come quasi sempre è successo in Italia.
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- (6.11.00) IL PAESE NORMALE
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Alla presa di potere, D’Alema dichiarò che il suo sogno era quello di fare dell’Italia “un paese normale”. Per mantenere l’impegno ci si mise di buzzo buono, ma gli italiani, sempre ingrati, lo hanno ripagato con una batosta elettorale - quella delle amministrative regionali – e i suoi con la cacciata dal governo. Nel frattempo, però, il parlamento italiano qualche passo verso la normalizzazione, se non verso la normalità, l’ha pur fatto.
Quasi come un impegno d’onore, almeno un quinto dei deputati, sollecitato con cariche e prebende, s’è dato alla transumanza, costituendo nuovi raggruppamenti a sostegno del governo. Non solo, ma altri poteri e istituzioni, ad esempio la giustizia e i sindacati, chiamati surrettiziamente in campo a puntello della sinistra, hanno pesantemente condizionato la politica italiana, ritagliandosi spazi impropri. In questo modo il gioco parlamentare è stato snaturato e sminuito, riducendosi per molti a una pura presenza contabile: voti contro stipendi.
Di questa frustrazione è stata immagine eloquente la partecipazione dei politici al loro Giubileo, con genuflessioni, compunti atteggiamenti di elegante meditazione e atteggiamenti esemplari connessi al solenne momento. Su questa torta d’immangiabile melassa troneggia la ciliegina dell’invito del Papa in parlamento.
A nessuna nazione europea, fatta salva la Polonia, è riservato il trattamento di riguardo che Wojtyla riserva all’Italia. E le cortesie del sant’uomo sono sempre più apprezzate da un corpo politico che, godendo di limitato credito presso i cittadini, spera nel carisma aggiunto di Giovanni Paolo II per convincere gli elettori. Craxi e il suo governo trattavano con il Vaticano con pari dignità, garantendo, pur nell’anomalia italiana, una concreta separazione tra Stato e Chiesa. Nella seconda Repubblica siamo tornati alle anomalie degli anni cinquanta.
Gli italiani però sono diversi dai loro parlamentari. Loro sì vogliono essere cittadini di un paese europeo e pensano di correre ai ripari prima che l’avvento di un qualsiasi Rutelli li normalizzi.
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- (3.11.00) COSA BISOGNA FARE PER VIVERE
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Il furibondo, ma educato, scambio di rasoiate tra Giuliano Amato e i Comunisti italiani si è concluso secondo copione: con una franca stretta di mano e il reciproco riconoscimento del valore di entrambi i contendenti. È vero che i comunisti “sono fuori dalla storia” e che la loro presenza nell’esecutivo “è un problema da risolvere”, ma i loro voti reggono il governo e così al presidente del Consiglio conviene attenuare i toni e mettere la sordina alla verità. È vero che Amato è legato a filo doppio all’epoca craxiana, ma se cade ora, addio Comunisti Italiani, così a Cossutta e Diliberto conviene seppellire l’ascia di guerra.
Le due opposte necessità hanno finito per costituire un’opportunità. Infatti i duellanti hanno potuto sottolineare certe convergenze e, tanto per mandare un messaggino trasversale, Giuliano Amato ha tenuto a dichiarare che “…del resto l’alleanza tra socialisti e comunisti è storica, veniamo dallo stesso ceppo…”. Anche Caino e Abele venivano dallo stesso ventre, ma tra i due qualche diversità c’era allora, come permane oggi tra comunisti, dichiarati o no, e socialisti.
Quando i socialisti si sono troppo avvicinati ai comunisti, l’Italia ha subito danni gravissimi: nel 1921, quando prevalse l’ala comunista nel Psi, il fascismo conquistò il potere; nel dopoguerra, quando il Psi scelse una stretta convergenza con il Pci, il partito ne uscì con le ossa rotte e l’Italia subì l’istaurarsi di un lungo periodo di egemonia conservatrice. Viceversa, nella seconda metà degli anni Settanta, l’affermarsi della linea autonomista e riformista, con la conseguente presa di distanza dei socialisti dal Pci, contribuì a battere il terrorismo e inserì la società italiana, come mai per il passato, nel contesto internazionale.
Oggi la troppo tenue presenza dei socialisti nella vita politica ha permesso l’abnorme crescita di dilettantismi fuori misura, mentre la scelta di Boselli e dello Sdi favorisce l’involuzione del sistema politico italiano. Figuriamoci se tutto questo Amato non lo sa, ma allora perché non lo dice?
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- (2.11.00) UNA PROPOSTA PER TORINO
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Il prossimo anni si voterà per eleggere il nuovo sindaco di Torino. La città di Gianduia e della Fiat ha molti problemi, molti appuntamenti con la sua storia (le Olimpiadi, tra le altre cose) e un elevato numero di candidati alla carica di sindaco. I giornali cittadini hanno reso noto un sondaggio che presenta la Casa delle Libertà in vantaggio di 4/5 punti percentuali sullo schieramento di centro-sinistra. Non è un gran distacco e tutto sarà deciso dal candidato che gli opposti schieramenti sapranno mettere in campo.
È quindi necessario che tutte le forze in campo, ciascuna nel proprio ambito, facciano con convinzione fronte comune. È da evitarsi con ogni mezzo lo stillicidio di candidature sponsorizzate da varie cordate e sarebbe auspicabile che i candidati non fossero espressi solo da pochi grandi elettori, ma scelto in un ambito più vasto, di modo che ci sia una partecipazione convinta dei torinesi allo sforzo elettorale.
Per questo motivo lanciamo la proposta di designare li aspiranti a sindaco attraverso un’elezione primaria, su due liste di nomi concordata tra tutte le forze politiche sia nella Casa delle Libertà che nell’Ulivo: la città potrebbe veramente trarne vantaggio!
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- (2.11.00) “DAMMI LA PROVA” CHIEDONO I COSSUTTIANI
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Dammi la prova, dicevano una volta gli innamorati inducendo in tentazione le fanciulle in fiore. La stessa cosa chiedono oggi i Comunisti italiani al povero Giuliano Amato. Dammi la prova che non sei più un socialista, cioè: “Rinnega il tuo passato”. C’è del comico nella pretesa di questo gruppo di nostalgici, duri e impuri, che giunti al potere tra molte abiure si sono fatti rappresentare al ministero dei Lavori pubblici da Nerio Nesi, che più socialista non si può, e che hanno come presidente Cossutta, vera primula rossa della politica filorussa del glorioso Pci.
Quando Giuliano Amato ha ricordato ai cossuttiani che loro sono fuori dalla storia, Diliberto s’è incupito, ha perso il sonno e l’appetito, poi è diventato cattivo e adesso chiede al presidente del Consiglio di rinnegare il suo passato craxiano. Vedi com’è fatto il carattere della gente, se Amato avesse detto a Mastella la stessa cosa (qualche motivo pure ci sarebbe), l’uomo di Ceppaloni non avrebbe fatto una piega e di certo non avrebbe chiesto nessuna prova - parola che aborre - al capo del governo.
Come andrà a finire la risibile “prova di forza” tra i debolissimi del centro-sinistra? A tarallucci e vodka: ognuno resterà del suo parere e con il suo passato. D’altra parte meglio essere fuori dalla storia che fuori dal governo.
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- (1.11.00) L’INVERNO S’AVVICINA
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Si è appena spento l’eco di una finanziaria più equa nei confronti dei contribuenti, che già appare riemerge la dura realtà. I conti delle famiglie italiane aumenteranno mediamente di 2 milioni e trecentomila lire all’anno, come annuncia l’Adusbef, una delle associazioni dei consumatori. Il presidente della Banca d’Italia, Fazio, rincara la dose prevedendo una riduzione del tasso di sviluppo. Il ministro Visco lo smentisce, perché il ministro del tesoro non ammette l’evidenza neppure con sé stesso.
Che si tratti di ritardi strutturali della nostra economia - cioè di lacci e laccioli dovuti a leggi sbagliate o non fatte – è dimostrato dal fatto che in cinque anni l’Italia ha perduto 19 punti di competitività rispetto agli altri paesi europei (20 punti dalla Francia, 23 dalla Germania). Quindi, non hanno funzionato i governi e il petrolio non c’entra nulla.
Amato si rende conto di tutto questo e sa bene che anche in politica economica sono stati pagati prezzi politici ai comunisti per tenere in piedi il governo. Non avendo obiettivi immediati, se non quello di salvaguardare il proprio operato da giudizi futuri, in vista di nuove e esaltanti avventure personali, parla sempre più chiaro, stilettando quasi quotidianamente i partenrs di governo. Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti Italiani si è sentito dire un’ovvia verità, cioè che “i comunisti sono fuori della storia”. Loro, che per garantire al governo la sopravvivenza e sé stessi qualche prestigiosa poltrona hanno abbandonato Bertinotti, non si danno pace e non ci dormono la notte. Perciò minacciano sfracelli, ben sapendo che non lasceranno la cuccia calda, adesso che l’inverno s’avvicina.
Anche Arturo Parisi, facente funzioni di Prodi, si lamenta del presidente del Consiglio (che lo ha chiamato “Arlecchino servitore di due padroni”), ma non minaccia nulla, intuendo che tutto quello che i Democratici hanno avuto dal potere è un dono del cielo…Insomma lo svillaneggiato Amato si toglie almeno la soddisfazione di dire pubblicamente, sia pure in minima parte, ciò che tutti pensano di alcuni dei leader della sua maggioranza.
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- (1.11.00) ALBERTONE VA ALLA GUERRA
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Un Francesco Rutelli sempre più rassomigliante all’Alberto Sordi dei “compagnucci della parrocchietta” si è tuffato a capofitto nella campagna elettorale, mettendo così in tensione tutta la vita politica italiana. Infatti il governo si trova in chiare difficoltà nell’affrontare alcune importanti appuntamenti legislativi: se è in corso, com’è evidente, la campagna elettorale non è corretto varare leggi che finirebbero per influenzarla o addirittura nel deciderne l’esito.
D’altra parte gli esperti americani calati in Italia a sostegno dell’Ulivo o di ciò che resta, sono stati chiari. “La campagna deve partire subito, se si vuole rimontare uno svantaggio che non è solo d’immagine, ma di sostanza. Se vai con questi compagni di viaggio, ti conviene scendere alla prima fermata”, hanno detto a Rutelli spiegandogli a caro prezzo quello che qualche milione di italiani gli avrebbero potuto dire gratuitamente.
Così sono apparsi sulla scena romana, e presto dilagheranno in tutta Italia, i Rutelli’s boys, una task force giovane e fast che metterà la mordacchia ai partiti del centro-sinistra nella speranza di presentare un volto pulito al furibondo elettorato italiano.
Figuriamoci se i diesse ci staranno a farsi emarginare. Quanto a Bertinotti, lui ha già detto che presenterà le liste in tutta Italia, preparandosi eventualmente a fare accordi di governo dopo l’elezioni.
Secondo i suoi esperti, Albertone Rutelli potrà vincere le elezioni se si libererà del codazzo di partiti che lo hanno scelto come candidato. È una lampante verità. Anche gli italiani, se vorranno vincere, dovranno liberarsi degli stessi partiti.