Titolo: (30.09.00.) UNA STORIA ISTRUTTIVA
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Il comune di Torino è stato tra i primissimi in Italia ha istituire corsi di formazione professionale. Gli iniziatori furono, negli anni ’80, due assessori socialisti, Franca Prest e Francesco Mollo, che fecero di questo impegno sociale una battaglia politica, fino ad ottenere un esemplare successo, con sbocchi lavorativi per molti giovani non solo della città. I corsi ebbero successo, dando origine nel tempo a strutture comunali con reagitivi responsabili e docenti.
Costituivano questo comparto corsi “speciali”, prelavorativi, studiati dagli assessori socialisti in diretta conseguenza della 180, la legge Basaglia, altrove in questa parte disattesa, ma non a Torino. La loro finalità era quella di dare a soggetti portatori di handicap intellettivo una formazione professionale e di immetterli nel mondo del lavoro. Un impegno basilare per la loro dignità e per il loro futuro.
Il sindaco Castellani vinte le elezioni, con il braccio operativo dell’assessore Bruno Torresin di provenienza Uil, nel gennaio del 1995 ha messo fuori ruolo tutti i 272 docenti dei corsi di formazione. Poi ha affidato i corsi, secondo quanto gli permetteva la legge 63, ad una società privata, la CSEA, pagandoglieli 30 miliardi per cinque anni.
Con questo regalino, il Comune è diventato socio di minoranza della CSEA, evitando di costituire una struttura apposita come la legge gli permetteva, e la giunta di ‘sinistra’ non ha battuto un ciglio, né ha avuto un fremito di sdegno nel liquidare anche la parte del sociale che per storia e per dovere avrebbe dovuto restare in gestione alla città.
I dipendenti comunali “dimessi” hanno iniziato una battaglia legale, mentre la società privata operava favorendo i suoi propri insegnanti. Alla fine il Tar del Piemonte ha dato ragione ai docenti messi fuori ruolo, nel frattempo ridottisi a 185, e il comune di Torino li ha dovuti rimettere in pianta organica annullando la delibera del 1995.
Questa storia esemplare “tecnicamente” ha ancora uno strascico: i docenti sono in carico al Comune, ma ricevono lo stipendio dalla CSEA e hanno riaperto il contenzioso perché vogliono essere a pieno titolo dipendenti municipali.
Politicamente la vicenda è esemplare dell’impegno della Giunta Castellani nel favorire il formarsi di strutture amiche, ma non controllabili dall’ente pubblico che le
sovvenziona.
Titolo: (29.09.00) SALVATE IL CAPITANO
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Il servizio sui pedofili andato in onda sul TG 1 della Rai nell’ora di massimo ascolto ha scatenato le solite polemiche italiane, furibonde e di breve durata. È successo di tutto, le doverose dimissioni dei direttori, lo scannamento in consiglio d’amministrazione, l’attacco e la difesa dei partiti. Forse ha parlato anche Mussi. Alla fine con il cerino acceso è restato Gad Lerner.
Anche se proviene dalla famiglia di Repubblica, il giornale-partito, cioè l’antitesi stessa dell’informazione non drogata, Lerner è un ottimo giornalista e non crediamo che per quanto è avvenuto debba confermare le proprie dimissioni.
Il direttore era intervenuto per evitare che il servizio andasse in onda con le scabrosità che poi si sono dovute lamentare, ma un suo redattore gli ha giocato un tiro mancino. Lo ha fatto involontariamente? Inoltre, in Rai è in atto un clima di competizione tra le reti che può indurre eccessi di questo tipo. È anche evidente che uno come Gad Lerner non è di piena affidabilità per i partiti. Per questo pensiamo che anche all’opposizione possa far comodo un giornalista con la schiena diritta e con qualche voglia di onorare la professione.
Il direttore ha chiesto scusa per il grave errore. In questo caso le scuse non ci sembrano quelle classiche dell’ ipocrisia nostrana (“chiedo scusa e poi vado avanti come al solito”). Ci paiono piuttosto di segno anglosassone, con l’implicito impegno d’onore di rimuovere le cause dell’errore e di non ripeterlo.
Diverso è il discorso per il Consiglio d’amministrazione che deve preoccuparsi della situazione generale della Rai, un ente che percepisce fondi rilevanti dai cittadini e si comporta come e peggio di qualsiasi emittente commerciale. Insegue l’audience a ogni costo, ha poco rispetto per i suoi “abbonati”, obbligati e recalcitranti, propinando in tutte le stagioni dosi massicce di vecchie e insulsi programmi, sempre più orientando in senso confessionale la tv di stato, con la scusa che gli italiani sono cattolici.
Dovrebbero essere loro a chiedere scusa agli italiani, invece continueranno ad ottunderci con le lotterie e le bonanze, i comici in bianco e nero e gli sceneggiati del nonnino pugliese tanto buono. E dietro la porta sono in attesa sfilze di vite di santi, di Bibbie, di Carrà…
Titolo: (28.09.00) L’INTELLETTUALE, MANCINO E I MISTERI D’ITALIA
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Nella commedia all’italiana della fuga del protagonista, dell’abbandono di Amato prima del match, mancava un comprimario. Dal canovaccio pareva scomparso un protagonista sempre presente alla ribalta nel momento più opportuno: l’intellettuale.
Eccolo ora uscire dal buio ed apparire al proscenio per commentare la fine della popolaresca pantomima. Come nella commedia dell’arte egli – Giancarlo Borsetti, direttore della rivista Reset, orientata a sinistra – fa un passo avanti e narra alla platea il suo disincanto: “Io e una cinquantina di persone stavamo per presentare un documento con la richiesta di un rinvio della convention che doveva investire Rutelli…”. Tra i motivi del rinvio c’era la “paura di una sindrome da serial killer, quella della sinistra italiana che fa fuori i suoi capi di governo con una velocità per lo più proporzionale alle loro doti”.
Alzi la mano chi non ha mai firmato un appello. Ne circolano tantissimi, di tutti i tipi e una firma non si nega mai. Una volta ne abbiamo firmato uno in favore degli iraniani in esilio tra i quali anche un certo Khomeini…La lista dei firmatari “professionali” si apre sempre con gli stessi nomi, Berio, Bobbio, Giolitti, Mafai. In più questa volta c’erano i DS che non amano Rutelli e cioè Napolitano e Salvi.
All’annuncio del ritiro di Amato, i poveretti sono restati di sale, con il loro inutile appello tra le mani e Borsetti non si dà pace, vuole vendetta, minaccia sfracelli: “Adesso passare dalla richiesta di rinvio delle designazioni alle ovazioni per il candidato Rutelli il passaggio non sarà automatico. Prima di archiviare la pratica (e un capo di governo) e di lanciarsi in gioiosi salmi elettorali, si potrà discutere da qualche parte delle ragioni per cui la sinistra vuole andare al governo?”. È quello che chiedono da anni milioni di elettori, per ora inascoltati.
Infatti il presidente del Senato, Nicola Mancino proprio ieri ha sostenuto che “il governo Dini nel ’95 e quello D’Alema nel ’98 furono entrambi frutto di un ribaltone”. Cioè appena un filino meno di un colpo di stato. Oggi possiamo chiederci per quali ragioni e per quali complicità e tradimenti questo è avvenuto e perché Amato se ne va, ma sono misteri inesistenti per chi sa che gli attuali DS non hanno perso le loro connotazioni originarie e sono naturalmente inclini ad un certo cinismo e a qualche lieve strappo alle regole pur di conquistare il potere. Questa legislatura avrà bisogno di molti armadi per i suoi scheletri. Qualcuno lo apriranno i socialisti che verranno.
Titolo: (27.09.00) I DIMENTICATI
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Il 26 settembre di tre anni fa un disastroso terremoto colpiva l’Italia centrale. Assisi, parte dell’Umbria e delle Marche subirono danni ingenti al patrimonio artistico. Migliaia di persone persero la casa e i propri averi. Intervenne il governo che inviò sul posto la Protezione civile guidata dal sottosegretario Bàrberi e con lui arrivarono finalmente i primi container e le organizzazioni del volontariato
Poi il presidente del Consiglio Massimo D’Alema si recò a portare conforto, aiuti e molte promesse agli sfollati. Arrivò anche l’inverno e si vide che mancavano container, mentre in depositi dimenticati ne erano stoccati a centinaia. Le telecamere che salivano ai colli umbri riprendevano gente silenziosa e paziente che resisteva con dignità al gelo, poco concedendo alla retorica che solitamente avvolge le disgrazie italiane.
Tanto tempo è trascorso da quei giorni, D’Alema non solo è tramontato, ma sta risorgendo dalle sue ceneri, Bàrberi si è inabissato tra le polemiche e le accuse della missione Arcobaleno, ma molti dei paesi umbri terremotati sono ancora distrutti e disabitati; c’è gente che vive tuttora baraccata e gli appalti per la ricostruzione devono ancora partire. Solo il 10% delle famiglie ha riavuto la casa. Sono stati ricostruiti qualche municipio e qualche santa basilica “per dare speranza alla comunità”.
Gli umbri hanno il torto d’essere troppo civili, di non gridare a sufficienza contro l’indegnità di uno Stato che promette solennemente e non mantiene, che stanzia i soldi e non li dà, che pavidamente se ne lava le mani, abbandonando i cittadini agli intrallazzi di ogni ricostruzione.
Ora un nuovo inverno è in arrivo con le stesse prospettive degli altri. Così il terremoto ha quasi accompagnato più di metà legislatura. Simbolicamente ne ha fotografato l’ipocrisia e il cinismo, l’incapacità e l’insensibilità di fronte ai diritti dei cittadini. Di questa inettitudine, sono testimoni i centri storici sbarrati e deserti, le erbacce che crescono tra le mura smozzicate, i monumenti e le chiese tenute su dai ponteggi reticolari.
Adesso si capisce bene perché non manchi mai un Veltroni – presto provvederà Rutelli - ad invocare la “solidarietà”, lo “Stato solidale” e altre baggianate del genere. Si sollecita l’elemosina del privato dove manca la giustizia del pubblico; la bontà di qualche non profit benefico in vece della responsabilità del governo.
Titolo: (26.09.00) QUELLO CHE CASTAGNETTI NON DICE
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Pierluigi Castagnetti, il più noto tra i leader sconosciuti, non perde occasione di annunciare che “non sarà Berlusconi il candidato premier del centrosinistra”. Questa affermazione si baserebbe su informazioni certe che il capo del Ppi avrebbe raccolto da “fonti certe”.
Il nuovo DC ha ribadito questa sua tesi in un’intervista a “Radio anch’io”, aggiungendo che “il conflitto d’interessi è un problema vivo” per il Cavaliere che avrebbe già interpellato “qualcuno” per prendere il suo posto.
E se non si trattasse del conflitto d’interessi? Se ci fosse qualche altra ragione che Castagnetti conosce e non osa o non può dire? Secondo il costume dei “Dorotei” suoi avi, insinua, dice e non dice, lascia in ombra le fonti, ma ciononostante è sicuro di quanto va affermando.
Titolo: (26.09.00) LA RINUNCIA PAVIDA
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“L’Ulivo deve avere il candidato che merita”, con questa frase solenne quanto ambigua il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, ha annunciato la sua rinuncia alla capolistatura della coalizione di governo alle prossime elezioni ed ha rilanciato quella di Francesco Rutelli
Borselli (SDI) aveva appena finito di tesserne le lodi e di difenderne i diritti, che Amato ha capitolato di fronte all’offensiva congiunta di Veltroni e Prodi, lasciando in braghe di tela quanti sul suo nome avevano fatto quadrato.
La rinuncia del valoroso tennista è dovuta, secondo quanto lui stesso dice, al nobile intento di non logorare il centro sinistra in una “guerra dei nomi”. Eccolo quindi fare un passo indietro – un passo d’addio? – per il bene della coalizione. Un gesto da statista, secondo quanto il suo animo generoso gli dettava, hanno commentato gli interessati estimatori, Castagnetti, Veltroni e Mastella.
Un gesto di pura codardia politica, secondo noi. Perfettamente in linea con la personalità di quest’uomo politico, già in passato fedele al motto “soldato che fugge buono per un’altra volta”, come hanno avuto modo di ricordargli non pochi socialisti del PSI.
Amato non ha resistito allo stillicidio delle quotidiane dichiarazioni dei baldi e spregiudicati omini della Margherita, al lavorio dei Rutelli’s boys, al fatale imbarbarimento della “leale contrapposizione”, avviata a trasformarsi in banale rissa d’angiporto. L’offensiva di accreditamento internazionale, le concessioni a Rifondazione Comunista con le aperture a Bertinotti, la mobilitazione dei DS, tutto è saltato di fronte a probabili certe concessioni sul suo futuro politico.
Il solo Del Turco è restato avvinto dallo stupore per il gesto di Amato. Recrimina sul “luogo improprio” (la tv) dell’annuncio, ma forse pensa a quale santo dovrà votarsi per rientrare al governo, adesso che gli è morto il cavallo sul quale aveva puntato. E come lui tanti altri “laici” pavidi, a cui non ha giovato la storia di una vita, pur di compiacere i momentanei vincitori.
Titolo: (25.09.00) DA CAVRIAGO IL NUOVO PSI, DA ROMA IL POPOLAICO
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Al Parco Pertini di Cavriago (Reggio Emilia), da venerdì a domenica si è tenuta la “Festa del nuovo PSI”, una manifestazione che ha passato in rassegna tendenze, ipotesi e realtà sul nuovo partito che si va costruendo in Italia. La tre giorni, organizzata da Mauro Del Bue, è stata contraddistinta da una grande partecipazione di cittadini fino dalla sua apertura.
È stata Stefania Craxi ad inaugurare la convention con una commossa e partecipata rievocazione della figura del padre e degli eventi che ne hanno segnato l’esilio tunisino e la drammatica scomparsa. Poi, con gli interventi che si sono susseguiti nel corso dell’intero meeting, è andata delineandosi la possibile natura del nuovo partito.
Sono intervenuti, tra gli altri, Claudio Martelli con un articolato intervento che ha illustrato alcuni punti programmatici che dovranno caratterizzare il nuovo PSI, e Bobo Craxi. La sua relazione è on line in questo sito.
All'iniziativa hanno partecipato molti esponenti socialisti. Tra gli altri, anche Gianni De Michelis che ha ricordato come in questi giorni siano in corso a Roma i lavori per definire un nuovo polo laico.
Proprio “Pololaico” si chiama l’area laica e liberale nata all’interno della Casa delle libertà su iniziativa di Giovanni Negri, Taradash, Mellini, Sgarbi, Calderisi e altri esponenti del mondo culturale e politico italiano.
Il nuovo PSI è naturale aderente a questo polo. E infatti alla manifestazione di Cavriago hanno dato la loro adesione sia Vittorio Sgarbi che l’ex presidente Cossiga. Ambedue ritengono che il monolitismo politico del raggruppamento berlusconiano non potrebbe che trarre vantaggio dalla definizione di una “zona” laica con la quale dialogare.
C’è una certa preoccupazione per l’integralismo cattolico che in vari modi torna ad insinuarsi sempre più scopertamente nella vita pubblica. A questa tendenza, gli esponenti “laici” e socialisti del governo non hanno dato risposta, solo in qualche caso (il ministro Veronesi) accontentandosi di flebili distinguo.
Di gravità ancora maggiore è l’integralismo di sinistra, che sempre più intride l’ordinamento dello stato. Una soffice coltre d’ipocrisia e di rassegnata assuefazione rischia di rendere irreversibile questa situazione.
La rinascita del nuovo partito socialista si salda quindi con il tentativo del Pololaico e può costituire
un riferimento per i cittadini senza patria politica o insoddisfatti di quella, provvisoria, nella quale sono esuli.
Titolo: (22.09.00) IL BRUTTO ANATROCCOLO SPERA IN UN NUOVO PARTITO
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Collaboratore volenteroso e accomodante dei DS, Boselli, è costretto a vivere la sindrome del brutto anatroccolo. Il branco dei suoi simili lo tiene in disparte, Veltroni ha altre gatte da pelare e lui invano cerca di far udire la sua flebile voce in difesa delle benemerenze acquisite.
La situazione è all’apparenza senza via d’uscita. Udeur e PPI non solo non lo vogliono, ma pongono nei fatti una pregiudiziale nei suoi riguardi. Parisi lo accetterebbe pure, ma essendo contro Amato, deve pensare a difendere la candidatura di Rutelli e non può scontentare gli altri membri della virtuale Margherita.
Una soluzione ci sarebbe ed è costituita dalla formazione di un nuovo partito, con D’Alema e Amato accoppiata di grido. In questo partito, d’impronta socialdemocratica, troverebbero posto anche i membri del governo imbarcati nello SDI.
Per Boselli, però, non ci sarebbe più il bastone di comando, ma un dignitoso posto in seconda fila, alla pari con un qualsiasi Pisicchio di Rinnovamento Italiano. Quale che sia il futuro dello SDI, è disperante che esso dipenda sempre da decisioni altrui. È il destino degli utili servitori, quelli che indossano panni dei padroni e in periodi di bassa fortuna rinunciano alla dignità delle origini.
Titolo: (22.09.00) AMATO STERZA A SINISTRA
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Molte cose ribollono nel pentolone della politica italiana, mentre intorno si affollano e danzano gli stregoni dei tanti partiti e delle innumerevoli fazioni di governo. Si gioca una partita sui nomi, ma in realtà si affrontano le anime dei cattolici (ciò che resta) e quello che ancora sopravvive delle anime dei marxisti.
Nel nome della pari dignità e di una specie di alleanza sostenuta da comuni interessi di bottega, i centristi spingono Rutelli verso l’incoronazione; la sinistra DS, con Rifondazione e una folta pattuglia di cani senza collare (una sessantina di senatori), sostiene Amato nella speranza di silurare Veltroni e spostare l’asse verso sinistra.
Amato vola verso occidente a dialogare del nulla con i potenti del mondo. Non gli interessa molto di cosa si discuta, ma che lo vedano in azione nel pieno delle sue capacità di politico poliglotto, ancorché politicamente dimezzato. In questo modo marca l’enorme distacco tra lui, referente dei Grandi a livello internazionale, e quella del parvenu capitolino.
I riti bizantini della Camera risentono più che mai di questa disfida di burletta tra i due, con Amato pericolosamente disposto a concessioni sempre più pericolose per la nostra vita democratica. Il professore, totalmente dimentico della sua formazione, ritorna ai vecchi amori e sollecita applausi da Rifondazione e dai DS anti-Veltroni, sterzando vigorosamente a sinistra.
Ed ecco realizzarsi senza un fremito di sdegno la fine del diritto alla riservatezza bancaria (il segreto era tramontato da molto) con i conti correnti aperti a tutte le curiosità e con i cittadini sempre più spinti verso la non collaborazione. Un vizietto, questo di mettere il naso e talvolta le mani in tasca agli italiani, che il premier conosce benissimo, essendo stato Mister 8 per mille all’epoca del suo primo governo.
Anche la legge sul federalismo made in Ulivo, è su questa linea. La “sussidiarietà” è la versione aggiornata della solidarietà. È promosso sul campo tutto l’associazionismo. È la vasta rete del collateralismo di sinistra e quello cattolico che trarrà vantaggio e soldi da questo federalismo. Da sempre in caccia di soldi pubblici, finalmente le tante “associazioni democratiche” che fanno scorrere per mille rivoli il consenso verso DS, Rifondazione e Margherita potranno abbeverarsi a fonti inesauribili e sciamare all’interno delle pubbliche amministrazioni.
E che dire della nascita di un nuovo “servizio segreto” veicolato nella legge sul riordino delle carriere dei Carabinieri?
Si respira a pieni polmoni un’atmosfera di libertà condizionata dall’appartenenza ai partiti, con intolleranze sempre più palesi. Si sono persino riviste in TV le ballerine coi bracaloni, come ai bei tempi che il deputato Scalfaro immortalò con pubbliche reprimende. Se si arrestasse il crepuscolo di questa sinistra, ci ritroveremmo senza averlo capito nel pieno di un regime.
Titolo: (20.09.00) IL MINISTRO SCHERZA COL FUOCO DI OLIMPIA
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Non si è mai troppo giovani per ricordare i fasti del Ventennio. Come per una nuova beffarda legge del contrappasso, ad esserne vittime sono proprio i migliori tra noi, in questo caso il ministro più scanzunatiello, quel Pecoraro Scanio che in fatto di democrazia non è secondo a nessuno.
Ingannato dalle troppo modeste dichiarazioni dei nostrani campioni dello sport (“Non prendiamo beveroni, ma solo pastasciutta”), il ministro ha convocato i giornalisti e ha annunciato che regalerà a tutti i nostri atleti olimpici un cesto con prodotti della nostra agricoltura.
Tarantolato dal desiderio di protagonismo, ma deciso a sconfiggere il fuoco con il fuoco, il ministro dell’Agricoltura, principale vittima delle fiamme estive che gli hanno bruciata non poca parte della credibilità, si rivolge ora al sacro fuoco d’Olimpia per recuperare un po’ d’immagine.
Così, i reduci dai faticosi riti australiani verranno omaggiati , come ai tempi dell’Opera Nazionale Dopolavoro, da uno specie di “pacco del lavoratore” consegnato dalle illustri e laboriose mani del Pecoraro Scanio. Speriamo che l’esempio non sia contagioso, altrimenti i poveretti si ritroveranno oggettistica e paccottiglia, invece di serti di alloro e assegni di concreta gratitudine.
Titolo: (20.09.00) IN ATTESA DELLE RIDUZIONI, ECCO UNA NUOVA TASSA
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Si annunciano con inaudito clamore tagli di tasse, riduzioni Irpef, tredicesime salve, ecc. Per ora intanto si parte con una nuova tassa, quella sanitaria sulle casalinghe che, obbligatoriamente, dovranno versare 25.000 lire per assicurarsi contro l’invalidità permanente.
La copertura assicurativa scatterà quando la fortunata massaia subirà un’invalidità del 33%, ma non in caso di morte. Si tratta di un nuovo odioso, quanto inutile balzello che bene testimonia come stanno le cose: Del Turco recita a soggetto e va promettendo di tutto, Visco rimesta nel pentolone e trova sempre qualche nuovo modo per scremare risorse.
Titolo: (19.09.00) MISCELLANEA/3
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Olimpiadi. La medaglia d’oro vinta dal judoka Pino Maddaloni ha indotto la stampa italiana a mostrare il suo lato più melenso. Fiumi d’inchiostro sullo “scugnizzo napoletano”, sul “miracolo”, ecc. Tutto falso. Maddaloni è un impiegato dello stato, agente delle Fiamme Oro. Cioè un professionista che si accontenta dello stipendio (modesto, per la verità) per poter praticare judo a tempo pieno. Suo padre ha una palestrina che si paga con le iscrizioni degli allievi. A tutto questo poco, hanno aggiunto una forte passione e il sacrificio necessario per allenarsi almeno quattro ore al giorno. Anche la medaglia d’oro del nuoto, Fioravanti, è una “Fiamma gialla”. Atleti di stato, come negli ex paesi dell’Est.
Attenti al lupo. Decreto di riordino dell’Arma dei carabinieri. Giovanni Aliquò, segretario dell’Associazione dei funzionari di polizia: “…I carabinieri potranno procedere anche con la raccolta indiscriminata d’informazioni, mettere in moto attività d’intercettazioni, pedinamenti. E questo violando la privacy dei cittadini”. Alessandro Pardini, senatore DS: “ A me preoccupa il potere discrezionale dell’Arma dei carabinieri che la delega istituzionalizza. Noi ancora oggi ci chiediamo se i carabinieri hanno archivi segreti illeciti”. Massimo Brutti, sottosegretario agli Interni: “I Decreti sono blindati…”.
Ancora lui. Il ministro Bianco annuncia con fragore a Napoli l’Operazione Golfo, “cinquecento uomini che infliggeranno un duro colpo alla delinquenza organizzata”. È la stessa operazione già eseguita in Puglia (Operazione primavera) e in Calabria (Operazione Magna Grecia). I risultati si sono visti. Tanto che i sindacati di polizia Lisipo e Siulp parlano di “roboante annuncio” e di “montagna che ha partorito il topolino”. La delinquenza è ormai endemica, pure il ministro, con il suo solito profluvio di parole.
Titolo: (18.09.00) L’UOMO DEL DESTINO
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In questi giorni, Luciano Violante si vede molto in giro, fedele a un impegno che, pur non rientrando tra i suoi compiti istituzionali, risponde alla necessità di avvicinare di più la gente comune alle alte cariche dello stato. Lui, da sempre attento e guardingo da quanto è entrato in politica, si trova però ad avallare in pubbliche riunioni la candidatura di Francesco Rutelli.
Quello che si presenta al popolo di militanti è quindi un uomo calmo e autorevole, ma preoccupato per la piega che sta assumendo la vita politica. Egli, come seconda carica della Repubblica, è seriamente consapevole dei rischi che presenta uno sviluppo disordinato e “sopra le righe” del dibattito politico. Ancor più è pensoso del suo personale destino. Sono anni che sembra operare per salire di categoria ed accedere alla presidenza della Repubblica e non vorrebbe essere troppo coinvolto con le asprezze di una campagna elettorale.
D’altra parte, il fine giurista tutto deve alla Democrazia di sinistra. Anche se è pur vero che molto gli devono i DS. Non può quindi esimersi più di tanto da certe incombenze.
Deve però tenere in debito conto l’opposizione: se troppo la stuzzica, al momento giusto finirà per fargli mancare l’appoggio necessario. Su questo punto ha lavorato molto, ad esempio opportunamente auspicando il superamento storico delle lacerazioni ancora legate al dualismo nazionale tra Resistenza e Repubblica sociale.
Ora però il destino sembra presentargli un rebus esiziale. Fallita, per il momento, l’offensiva dei tribunali contro Berlusconi, che in apparenza senza coinvolgimento lo avrebbe liberato da un quasi certo oppositore, ecco profilarsi la “cruenta” battaglia per l’incompatibilità. I DS tentano il penultimo colpo per liberarsi del nemico numero uno e Violante solo in parte potrà restare acquattato nelle retrovie. Potrà suggerire, più che direttamente agire, ma riuscirà a restare nella confortevole ombra della sua carica?
Il maggiore esponente della nuova nomenclatura, l’eminenza grigia degli splendori della seconda repubblica, il severo e algido custode dell’autorevolezza della carica, si giocherà a breve una fetta consistente del suo futuro, in una partita che interesserà tutti i cittadini.
Titolo: (17.09.00) INFILTRARE, PERMEARE, CONTROLLARE
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I sindacati di polizia hanno protestato platealmente contro i decreti di riordino delle carriere che il governo intende varare a breve. Tra le tante normali rimostranze “sindacali”, ne sono emerse alcuni assai preoccupanti: nei decreti sarebbero comprese delle norme che istituiscono corpi segreti di indagine al di fuori di ogni controllo.
Se la notizia presentata in conferenza stampa dal Siulp e dagli altri sindacati è vera, allora siamo alle prese con un tentativo di permeare una struttura dello stato con un nuovo servizio che risponda solo a coloro che l’hanno costituito.
È un sistema già attuato dal PCI, (poi PDS, oggi DS) quando era all’opposizione per influire pesantemente sulla vita pubblica inserendo suoi militanti organici nei media e nelle pubbliche amministrazioni.
Proporre oggi nuovi Servizi, confermerebbe i sospetti di quanti attribuiscono ai Democratici di sinistra una malcelata voglia di regime. In vista della cessione di poteri alle regioni, disporre di servizi segreti che agiscono dentro le forze di polizia, ma senza vincoli burocratici, è un metodo di controllo e di pressione efficace, quanto pericoloso.
I brillanti politici centristi che sciamano per festival di varia natura come fruste ballerine alla ricerca di qualche gloria in provincia, bene farebbero a non lasciare il solo sottosegretario Brutti alle prese col nuovo giocattolino. Una volta tanto dimostrerebbero d’interessarsi di qualcosa che ha a che fare con la conduzione di uno stato democratico.
Nonostante l’impegno dei sindacati di polizia, la notizia dell’iniziativa governativa non ha quasi avuto eco sui media, un bruttissimo segnale che si spera occasionale e non voluto.
Titolo: (16.09.00) SFILA LO SPOTTONE DELLA TERRA DEI CACHI
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Un folto gruppo di indossatori Benetton ha sfilato a Sydney, in rappresentanza dell’Italia, durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi. In onore dello sponsor, è stato scelto come portabandiera Carlton Myers, un neofita olimpico, ma nero. Tutte le altre delegazioni avevano scelto come alfiere pluriolimpici o vincitori di medaglie.
Il più grande spot della storia mediatica s’è consumato sulle troppo austere note dell’Aida mentre la gazzarra inscenata dagli italiani avrebbe richiesto almeno Funicolì, funicolà e qualche fiasco di Chianti. La ministra Meandri, che di sport opportunamente nulla sa e quindi degnamente rappresenta il nostro governo, ha assistito estasiata all’evento, apprezzandone – supponiamo – il valore di richiamo turistico.
Petrucci, ultimo presidente del Coni, ha sottolineato come l’allegra combriccola bene rappresenti l’Italia di oggi. Su questo non ci sono dubbi. Unica, patetica voce fuori dal coro, quella del presidente Ciampi che continua ad invocare “L’Italia s’è desta”. La vera patria è questa, dell’allegria: allegra la giustizia, allegra la finanza, allegra pure la politica, allegre anche le istituzioni… Ogni italiano sarebbe felice di vivere nella terra dei cachi facendo il turista.
Titolo: (16.09.00) ATTENZIONE, È IN ARRIVO IL CODICE GROSSO
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Carlo Federico Grosso, presidente della commissione di studio per la riforma del codice penale, ha consegnato al ministro Fassino il testo che dovrebbe sostituire il codice Rocco, nato nel 1931 e parzialmente ancora oggi in vigore. Il ministro ha “apprezzato e recepito”.
Il prof. Grosso, illustre studioso torinese, ha così sintetizzato lo spirito del nuovo codice: “Il principio di base è una riduzione delle pene…molta de-carcerizzazione, pene più leggere, massiccio ricorso alle sanzioni alternative. Però siamo intervenuti per rendere più serie anche queste ultime”.
Tra le tante e belle innovazioni, una fa drizzare i capelli: “Abbiamo cercato di identificare prescrizioni e obblighi preventivi che le imprese devono adottare per evitare la commissione di reati. Si tratta di regole di trasparenza, di controllo e di organizzazione interna”.
Significa che per i disgraziati imprenditori italiani sono in arrivo altre trappole burocratiche. Lo stato si appresta a scaricare su di loro un’altra sventagliata di norme, corredate di circolari successive. L’esperienza insegna che i delinquenti, quelli veri, saranno difficilmente reclusi, mentre le pene aggiuntive toccheranno ai cittadini.
Titolo: (15.09.00) L’AUSTRIA È ASSOLTA, IL PROBLEMA RESTA
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L’affare Haider si è sgonfiato tra pochi commenti dei politici italiani che lo avevano cavalcato e le ultime minacce di Chirac che lo aveva giocato ai fini interni. Il presidente francese, caldeggiando le sanzioni contro l’Austria, aveva voluto dimostrare che, sulle cose che contano, lui è più “a sinistra” di Jospin, suo primo ministro. Gli italiani un po’ lo avevano spinto, un po’ gli si erano aggregati, ben felici di usare il babau austriaco per tentare di mettere fuori gioco Bossi, tornato alleato di Berlusconi, notoriamente ammiratore di Haider.
Il risultato è stato che il ridicolo è caduto a coprire i governi di tutta Europa, incapaci di distinguere le cause del malessere haideriano che colpisce anche altre regioni d’Europa, e schizofrenici nell’affrontare il problema. Ora appare chiaro che meglio sarebbe stato mandare prima i tre saggi a indagare e poi, eventualmente, decidere cosa fare. È oggi evidente che la decisione fu presa leggendo i giornali, sull’onda delle intemperanze verbali del carinziano.
Chirac, principale sconfitto dall’annullamento delle sanzioni, ha fatto la faccia feroce fino all’ultimo, vagamente minacciando il Polo, “vi teniamo d’occhio…”, tanto che lo stesso governo italiano ha dovuto precisare che in Italia non ci sono partiti antidemocratici. Evidentemente, se il presidente francese parla così, il buon lavoro di D’Alema e Veltroni nello spargere allarmi e veleni ha dato qualche frutto…
Chiusa, per il momento, la vertenza con l’Austria, resta aperto e ben vivo il problema dei diritti fondamentali dei cittadini europei. Senza definirli e votarli, qualsiasi intervento su pretese violazioni è discrezionale e puramente demagogico. Ma anche la “Carta dei diritti” resta poco più di una dichiarazione d’intenti, se l’Unione Europea non affronta i disagi sociali che stanno alla base del caso Haider.
L’Europa, con l’allargamento improvvido ma obbligato dei suoi confini, dovrà presto districarsi tra una selva di situazioni d’intolleranza e sarà impossibile porvi riparo con minacce o sanzioni. Urge governare, cioè affrontare i problemi.
Titolo: (15.09.00) UNA PROVA GENERALE NEL NOME DI ROCCO
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Rocco Derek Barnabei è stato giustiziato questa notte, secondo la sentenza di condanna emessa, e più volte confermata, dai tribunali della Virginia. Conveniamo sinceramente sull’inutilità e sulla barbarie di questa esecuzione e, più in generale, della pena di morte.
In Italia il suo caso ha sollevato una mobilitazione senza pari e molte autorità istituzionali hanno chiesto un gesto di clemenza. Alla pietas italiana si è unita quella dei presidenti del parlamento tedesco e francese che, con l’italiano Violante, hanno firmato un appello inviato al governatore americano. Il documento europeo, unito all’appello del Papa, ha scosso l’opinione pubblica dello stato americano, tanto che cinquanta virginiani hanno dimostrato in favore dell’imputato.
Perché il caso Barnabei ha avuto in Italia un’eco sensazionale? Non solo perché si trattava di un italo-americano, ma anche per la mobilitazione di alcune forze politiche, soprattutto quelle che sono attualmente al governo. La televisione di stato ha realizzato una straziante diretta con un commovente Veltroni alla chiara ricerca di un riconoscimento popolare per il suo DS, le schiere cattoliche d’appoggio hanno portato fiaccole in vari raduni, i minuti di raccoglimento sono stati tanti da diventare ore, politici sempre in polemica si sono trovati fianco a fianco nel nome di Rocco e, naturalmente, anche i governi fratelli di Francia e Germania sono stati solidali. I giornali di riferimento, finalmente sollecitati come ai bei tempi dell’opposizione, hanno dedicato uno spazio enorme alla vicenda, inviando le loro firme migliori negli Usa e subissando di telefonate lo Sventurato.
Con ogni evidenza, dopo i trionfi cattolici e non potendo certo mobilitare la sinistra virtuosa su temi politici, finalmente c’è stata la possibilità di fare una bella rimpatriata sui diritti civili, quelli degli altri, meglio ancora, quelli dei biechi americani. Il Dipartimento degli Stati Uniti, equivocando, ha creduto che fosse in atto un’antiamericanata ed ha allertato i cittadini Usa in Italia, “guardate che ci potrebbero essere delle rappresaglie contro di voi”.
Non hanno capito, questi “tranquilli americani”, che era in atto solo una prova generale di mobilitazione, una specie di censimento delle forze sane della nazione, quelle che si dovranno impegnare nel caso in cui Berlusconi, il nostro della Virginia, dovesse vincere davvero le elezioni.
Quanto ai nostri diritti civili, alle nostre galere, alle nostre condanne ed esecuzioni, non una parola. Perché si muore di galera e di ingiustizie di Stato anche in Italia e non meno che negli Usa. Potremmo fare numeri e nomi, se tacciamo è perché temiamo la mesta indignazione di Veltroni o un nuovo sbrodolamento di Gad Lerner.
Titolo: (14.09.00) LA DEMAGOGIA LI VUOLE TUTTI GIORNALISTI
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A Torino la facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali ha avuto poco più di venti nuovi iscritti. In compenso quelle di Giornalismo e di Psicologia godono di quasi 1700 nuove adesioni ciascuna.
Eppure i laureati in Scienze hanno la sicurezza di trovare subito un buon lavoro, mentre è evidente che l’economia italiana non saprà che farsene di una marea di neogiornalisti e di psicologi, i quali dovranno ingegnarsi per trovare occupazioni “collaterali”.
Il preside di Scienze, intervistato sui motivi della penuria di iscrizioni, ha amaramente citato il titolo di un romanzo di Pavese, “Lavorare stanca”. Certo per gli italiani parlare è meglio. Questa situazione, che non è solo dell’ateneo torinese, ma anche delle altre maggiori università, renderà necessario in futuro importare scienziati e ricercatori dall’estero.
Il ministro Ruberti, del primo governo Amato, aveva cercato di instaurare un collegamento tra le università e il mondo dell’industria; uno dei motivi era proprio quello di orientare gli studenti verso corsi di studio che offrissero sbocchi lavorativi sicuri. I movimenti studenteschi, opportunamente guidati dall’allora PCI, occuparono gli atenei e paralizzarono la scuola, cavalcando la “pantera selvaggia” al grido di “giù le mani dall’università”.
Oggi gli universitari italiani che aspirano a una preparazione adeguata ad uno standard europeo si iscrivono nelle poche università che possono vantare qualche collegamento
con la società attiva. Un’élite conclude gli studi con Master all’estero, soprattutto in Usa dove le università sono private e hanno cospicui finanziamenti dall’industria.
Per un caso singolare tocca proprio a un governo egemonizzato dalle sinistre assistere (e intervenire?) allo scempio della nostra scuola superiore. La demagogia del passato presenta oggi il conto, a pagarlo è tutta la società italiana.
Titolo: (13.09.00) IL POTERE E IL SINDACATO
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Non c’è organizzazione della nostra vita sociale che non sia stata posta in discussione e che non sia passata in questi anni attraverso il travaglio di contestazioni, verifiche anche traumatiche e cambiamenti di vario genere. Unico ad essere passato indenne, mai discusso e mai del tutto spiegato, è stato il sindacato.
Qualche anno fa, alla vigilia del suo passaggio alla vita di partito, Bertinotti denunciò uno stato di corruzione e di privilegi intoccati e parlò della necessità di moralizzazione del sindacato: se lo mangiarono vivo e il giorno dopo si sputtanò con una penosa ritrattazione a tutto campo. Poco dopo divenne segretario di Rifondazione e la finestrella appena aperta sui misteri sindacali si richiuse definitivamente.
Con l’avvento di D’Alema, la Triplice è stata promossa sul campo. La Cgil, in particolare, ha assunto surrettiziamente una funzione governativa. Le leggi, soprattutto quelle finanziarie, vengono proposte al parlamento dopo essere state discusse con Cofferati che si trascina dietro i segretari di lungo corso della Cisl e della Uil.
A un ruolo istituzionale così abnorme, corrisponde una burocratizzazione sempre maggiore della Cgil che, costretta com’è a sorreggere il governo per la sua omologazione ai DS, si ritrova a rappresentare sempre meno le concrete istanze dei lavoratori. Infatti crescono selve di sindacati autonomi che mordono ai polpacci la triplice e contribuiscono a rendere l’Italia un paese pittoresco.
Cofferati, ormai politico a tutto campo, interviene su quasi tutto rilasciando interviste a raffica. Se D’Alema, già suo omologo nei DS, è guardingo come un Apache e sfuma dialetticamente adeguando il suo credo politico alla nuova stagione, il capo della Cgil resta fedele al marxismo delle origini.
Per lui “la equità sociale non si fa intervenendo indistintamente su tutti i ceti sociali”, si fa, invece selettivamente, aggiornando la vecchia idea della lotta di classe. Così pure gli sgravi della Finanziaria: non devono essere per tutti i cittadini, ma solo per alcuni. C’è poi “il grande problema della stabilità istituzionale” che richiede “regole condivise” sulle quali non si esprime. Azzardiamo sul sicuro se pensiamo che per Cofferati non tutte le forze politiche debbano condividere le “regole” ma solo alcune, quelle che rappresentano i lavoratori.
Mentre il leader è protagonista di un tempo politico al suo crepuscolo, il suo sindacato è sempre più popolato di pensionati e sempre meno di lavoratori attivi. “Al paese serve uno scatto di qualità”, dice Cofferati. Bene, cominci lui, scegliendo di pontificare dalla sede più propria che è quella della segreteria dei DS e si sottoponga al giudizio degli elettori, eventualmente chiarendo quali sono i ceti sociali ai quali chiede il voto.
Titolo: (12.09.2000) MISS, CARA MISS
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Le stagioni dell’anno, qui da noi, in Italia, si susseguono scandite da tre eventi: il Festival di Sanremo a fine inverno, il termine del Campionato, a fine primavere, e l’elezione di Miss Italia a fine estate.
Al campionato di calcio purtroppo manca il televoto, ma tutti questi eventi nella edizioni di quest’anno sono stati palesemente stravolti.
Probabilmente il maggior risultato del governo Dalema fu , la vittoria, contro ogni volontà espressa dal televoto degli spettatori, della Piccola Orchestra Avion Travel. Questi tardi epigoni di Kurth Weill, definito recentemente da Eco il Mozart del XX secolo, hanno infatti trasformato, con la loro vittoria, il Festival canoro nell’unico evento di celebrazione del centenario della nascita del compositore collaboratore di Brecht. Siccome nel nostro paese nessuno ha pensato di organizzare qualcosa per ricordarlo, forse questo stravolgimento del televoto e della tradizione sanremese sono stati un involontario atto di riparazione, meditato nelle più alte sfere culturali del governo.
Meditato, invece, in altre sfere, più prossime a questa redazione, l’epilogo del campionato di calcio: il più bello del mondo, ma più probabilmente il più fasullo del mondo. Per dimostrare che non era stato tutto truccato per favorire la Juventus, quest’ultima in extremis ha giocato una partita di pallanuoto nell’ultima di campionato per cercare di dimostrare che “No, non è vero che trucchiamo le partite, infatti abbiamo perso la partita e il campionato”.
Tra confessioni su Famiglia Cristiana e indagini della Magistratura, non si capisce davvero come si possa seguire un campionato di calcio credendo di assistere ad un vero incontro sportivo. Del resto noi, siamo del Toro, che ha fatto pressappoco la fine dei socialisti....
L’ultimo beffa l’ha invece subita una nostra collega: “la giornalista della porta accanto”.
A chiusura del collegamento da Salsomaggiore, si è sentito, da un microfono rimasto acceso, un commento di una delle ragazze che faceva finta di festeggiare la vincitrice: “Eh...quella di Roma”. Commento cui non avremmo dato alcun peso, se la vera conduttrice della giuria non fosse stata una dei due “Ciccio Belli” nazionali, la Palombelli! Il presidente formalmente era il berlusconiano Bonolis, ma dopo aver “denunciato” una aggressione per la sua scelta contro quella del resto della giuria, si è limitato a consegnare la corona alla Zamparo e se ne è andato. Non si è più visto nella seconda parte del collegamento, quando si è scoperto che il televoto, al contrario degli altri anni, aveva smentito la giuria preferendo la nostra collega del Mattino di Napoli, la meditarranea Barbara Di Palma.
Le alte sfere romane hanno colpito ancora e Rutelli, adesso, può contare su un voto in più... quello di Miss Italia.
Titolo: (11.09.00) LA DEBOLEZZA SIA CON VOI
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Nel lodevole quanto singolare tentativo di trasformare le singole debolezze in una forza collettiva, Mastella, Castagnetti, Dini e Parisi intendono formare un’unica concentrazione di centro che si interponga tra il Polo berlusconiano e la sinistra di Veltroni & C.
Non è la ricostituzione della vecchia e doviziosa D.C.? “Per carità – chiosa Parisi, il fine dicitore del gruppo - noi non vogliamo contrapporci ai DS, ma cooperare emulandoli”. Insomma vorrebbero essere uguali e superarli in virtù. Si sono accorti che i Democratici di sinistra hanno smazzato tutto, dalle banche alla Borsa, ed ora reclamano “pari dignità” (così Mastella, l’ideologo del gruppo), cioè sosterranno il futuro governo, solo a patto di esserne loro le salmerie.
Dal progetto restano fuori D’Antoni e la sua Cisl, Di Pietro, Boselli e ciò che resta, più La Malfa, l’ultimo dei repubblicani. I quattro del “polo di centro” la fanno facile: Di Pietro si adeguerà, D’Antoni non oserà portare acqua a Berlusconi, gli altri non li vogliamo, anzi no, vengano pure.
La debolezza vera di questo progetto sta nel fatto che nessuno si può sufficientemente fidare dell’altro. Mastella è incalzato dai suoi famelici fidi che, come cinquecenteschi lanzichenecchi, sono fedeli finché satolli; Dini dispone di una forza soprattutto famigliare; Castagnetti, quale che siano le decisioni che prende, può sempre contare su una burrascosa opposizione interna che lo rende incerto nel momento cruciale. Quanto a Parisi, lui parla, ma la testa sta a Bruxelles, ben piazzata sulle spalle di Prodi.
Per ora al sicuro nel caldo ventre dell’Europa che non c’è, Mister Prodi – che dichiara di non interessarsi della politica italiana – tesse la sua tela come se fosse ancora sul bus dell’epopea ulivista, esibendosi quale ventriloquo di Parisi.
Tutti insieme, costoro devono poi stabilire chi sarà il loro candidato. Rutelli piace per l’eleganza e la telegenia, ma Amato conserva qualche tenace sostenitore. Quanto a Mastella, lui vuole Rutelli che porta bene il gessato. Ma i suoi già lo spingono al grande passo, frenato dalla ragione è spronato dall’ambizione e se i risultati elettorali…
Titolo: (09.09.00) GROTTESCO A TORINO
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Due ultranovantenni, amici da una settantina d’anni, affrontano un dura disputa su una questione fondamentale: i Savoia possono o no tornare in patria? Norberto Bobbio, filosofo e senatore a vita, dice in un’intervista che è ora che i Savoia possano rientrare in Italia, tanto la repubblica non ha più niente da temere da loro e l’esilio non può continuare a colpire incolpevoli discendenti. Alessandro Galante Garrone, giudice e storico, lo marca stretto, sostenendo seccamente che le colpe dei Savoia devono ancora essere scontate.
Ambedue i nonagenari, considerati testimoni morali del loro tempo, sono tra gli ultimi rappresentanti viventi dell’antifascismo confluito nel Partito d’azione ed è singolare che, dopo tanti anni, si dividano su una questione che il resto degli italiani ritiene di poca importanza.
Infatti è grottesco che qualcuno non possa entrare in Italia. A migliaia arrivano dalla Cina misteriosa e dalle steppe caucasiche, dagli altopiani mediorientali e dall’Africa nera, dal Sud America e dal Magreb, solo dalla Svizzera un gruppetto di miliardari sfigati non ce la fa.
Eppure le hanno provate tutte. Il giovane Savoia si è costretto a una certa vicinanza con l’eburnea Francesca Dellera pur di apparire su Novella 2000, è andato in tv con l’autorevole passpartout Fazio, è diventato tifoso della Juve e della Ferrari, tiene una chitarra appesa nella garçonnière buona: vedete sono un italiano vero…
Il papà ha commosso il mondo quando, ritiratosi nell’esclusivo ma triste isolamento dell’isola di Cavallo, al colmo della disperazione, ha tirato una fucilata ad un tedesco troppo giovane per capire il suo travaglio e da allora non è più lui e va straparlando non appena vede un microfono Rai.
La mamma, poi, per essere più gradita alla società italiana – gli svizzeri sono provinciali e a queste cose non ci badano - s’è sottoposta alla tortura dello stiramento delle rughe e le s’è gonfiato il viso come una zampogna.
È quindi tempo che tornino, sono degni della nostra bella Italia. Di cosa vanno disputando i due vegliardi torinesi? Si sa, la storia è una brutta bestia e il peso dei ricordi e dei rancori può falsare la prospettiva. Forse Galante Garrone e Bobbio pensavano che si trattasse di Carlo Alberto, il “re tentenna” esule in Portogallo nel ’49 (1849).
Titolo: (08.09.00) UNA CERTA IDEA DELL’ITALIA
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Su questo il governo è unanime: l’Italia ha accresciuto la sua credibilità all’estero come mai prima, ed ora è ritenuta un partner affidabilissimo.
Poi si apprende che esiste un trattato che permette ai caccia Usa di volare come vogliono sul nostro territorio e, se fanno qualche sconquasso, come nel caso della funivia del Cermis, è proprio il governo italiano a dover pagare la maggior parte dei danni.
Poi il governo è costretto a firmare un umiliante accordo per estradare in Italia la “terrorista” Baraldini, perché la giustizia americana non si fida delle garanzie del nostro ministro.
Poi al convegno internazionale di bioetica arriva Wojtyla a dare la linea, mentre il ministro della Sanità se ne sta affaccendato nei suoi privati affari.
Poi - ieri a New York - si assiste al gustoso e disperante siparietto del ministro degli Esteri che presenta la candidatura del senatore DS, Gian Giacomo Magone, per l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, mentre il presidente del Consiglio Amato si espone su quella della Bonino, degnissima candidata che gli porterebbe in dote i voti radicali.
L’Italia di oggi è vista dal governo americano come i romani antichi consideravano la Numidia di Massinissa. Un alleato fedele, ma talvolta inaffidabile, da tenere al guinzaglio, sorvegliandolo con qualche legione dislocata sul territorio.
Ciò che gli altri ammirano dell’Italia, in realtà non ci appartiene. È la Firenze dei Medici, è la Venezia dei Dogi, che affonda tra le inconcludenti ciacole dei suoi filosofi, è la Roma antica, sono i monumenti di duemila anni che difendiamo come possiamo, ma nella realtà dissipiamo giorno per giorno. Tutte cose che appartengono a genialità trascorse.
Dell’Italia contemporanea piace alla gente del mondo il sole e una certa dolcezza di vivere, un lasciarsi andare alla casualità vietata o fuorilegge che istintivamente opposta alla burocrazia di governo. Tutte cose a rischio, che l’imbastardimento della vita quotidiana sta cancellando senza costrutto.
Il degradarsi di una certa idea dell’Italia corrisponde al serpeggiare dei conflitti sociali che attendono l’evento propizio per esplodere. Secondo D’Alema, sarà se e quando il Polo vincerà le elezioni. La scusa è pronta e l’ha confidata a Rondolino (La Stampa): “Il Polo vuole instaurare un regime…”. Allora, saranno i sindacati, finalmente liberi di scendere in piazza, a dare il segnale.
Titolo: (07.09.00) IL BIONDINO HA MESSO I DENTI
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Ospite di Mastella-Udeur, Pier Luigi Castagnetti si è ieri esibito in un’applaudita performance in provincia, spiegando come e perché Silvio Berlusconi non potrà fare il premier e, quindi, il Polo l’è spacciato. Purtroppo il PPI ha un capocomico poco adatto al ruolo che richiederebbe una più forte caratterizzazione, che so, la faccia feroce o almeno minacciosa. Invece sul palco si esibisce un volenteroso professionista di un biondo che fa sempre un po’ angelico: si vede subito che lui è un sostituto con poca credibilità e lo spettatore si attende da un momento all’altro l’arrivo del titolare.
In compenso, Castagnetti è però un sincero antidemocratico. Infatti sostiene che Berlusconi non farà il premier perché il PPI, cavalcando l’incompatibilità, al momento buono lo renderà ineleggibile. In questo modo elegante e definitivo il Polo si dissolverà. La forza di Berlusconi, afferma ancora Castagnetti, sono le televisioni, non solo le sue, ma anche le altre legate a lui e condizionate da rapporti d’affari.
È lo stesso pensiero dei DS, dei quali il PPI è l’utile alleato. È evidente che queste forze politiche ritengono gli italiani dei mentecatti ai quali basta vedere una Zanicchi in tv per votarla ipso facto. Questa idea ha già avuto numerose e clamorose smentite. Tanto per ricordare, la non elezione proprio di Iva Zanicchi, in onda tutti i giorni, e lo strepitoso successo della Lega dei tempi belli, che in televisione mai c’era andata.
Che gli interessi del miliardario Berlusconi e la sua visione politica possano coincidere, magari alla meno peggio, con quelli di milioni di italiani, al Centrosinistra sembra incredibile. Per questi sedicenti democratici sempre pronti all’eliminazione dell’avversario non importa come, chi vota Polo è per lo meno un pazzo, quasi sicuramente un analfabeta di ritorno.
L’errore di Castagnetti, la prova provata, direbbe Ortensio Zecchini l’oscuro suo rivale interno, di una non ancora compiuta maturazione politica, sta nel pensare che senza Berlusconi premier il Polo si dissolva. Errore madornale: se il self made man di Arcore facesse “un passo indietro”, o fosse costretto a farlo, il successo del Polo sarebbe certo ed epocale.
Le mastellate quotidiane, i Castagnetti del fantasioso nuovo centro, il Bianco delle migliaia di clandestini di ogni parte del mondo, il Visco che gioca con le cifre per raschiare senza costrutto il fondo dei nostri portafogli, e gli altri teatranti che s’ingegnano ad infelicitare la vita di tutti, inducono molti elettori ad auspicare per loro un bagno purificatore all’opposizione.
Infatti, la permanenza di tutti costoro e dei loro compagni al potere, rappresenta per milioni di cittadini l’incubo prossimo venturo. Anche una tenue speranza di cambiamento aiuta a vivere. Capire questa semplice verità forse indurrebbe le forze di governo ad uscire dalla confortante cretinità dei festival di partito per affrontare la dura realtà delle disattese urgenze quotidiane.
Titolo: (06.09.00) MISCELLANEA/2
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PECORARO SCANIO. Informato che del porco non si butta nulla, l’ineffabile ministro dell’Agricoltura è intervenuto sull’infelicità dei generosi onnivori, sicuro di restare per un altr po’ agli onori delle cronache. Si oppone alla loro castrazione, chè anche i suini hanno diritto a un poco di felicità. E’ stato informato dai produttori parmensi che il maiale maschio contiene un ormone che lo rende repellente ed inutilizzabile. Pertanto, niente castrazione niente prosciuttino. Marcia indietro del ministro che dichiara di volere soltanto emanare una legge che eviti inutili sofferenze al maiale.
Farà del suo meglio, aspettiamoci il peggio.
CLEMENTE MASTELLA. Il leader dull’Udeur si sente talmente potente che viaggia ormai fuori da ogni autocontrollo. Sa di essere indispensabile e quindi va a ruota libera, sicuro che tutto gli sarà (per il momento) perdonato. La politica del “simoniaco” Mastella, così rudemente e onestamente ricattatoria, è per i DS un contrappasso doloroso: loro, eredi dei duri e austeri censori di pittoreschi deputati DC e PSDI della Prima repubblica, che puntualmente sbertucciavano sull’Unità, devono ora accompagnarsi con l’uomo di Ceppaloni. Per DS come Bassolino e Napolitano deve essere una sottile umiliazione subire i suoi diktat in Campania e, oggi, assistere alla pernacchia in diretta tv. Per la dignità della coalizione e per una questione di stile, avrebbero sicuramente preferito che il fiero Mastella avesse “del cul fatto trombetta”, rifacendosi ai classici, anziché agli avi Sanniti.
Titolo: (02.09.00) LASSÙ, NEL CIELO DEI BEATI
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Questa storia dei papi beatificati, diventeranno santi dopo il girone eliminatorio, può rivelarsi solo vuota ritualità. Infatti, la santità sembrerebbe requisito insito in ogni papa, se solo alcuni lo sono, agli altri resta una patente di vaga empietà.
Inoltre c’è il rischio che si crei un certo automatismo e che ogni pontefice alla sua morte venga glorificato dai successori, instaurando così un’autoreferenzialità che presto si trasformerebbe in routine. Chi potrà, infatti, opporsi alla vox populi d’un Santo Woytjla? E Pio XII, così austero e ieratico e dolente, non meriterebbe di ascendere nell’empireo dei beati?
Giovanni Paolo II sta facendo beatificare sant’uomini d’ogni latitudine, ne nomina a decine. Nella speranza che l’esempio crei proseliti, eleva agli altari molti che hanno ancora testimoni viventi, riconoscendo che la Chiesa ha bisogno di eroi, cosa che neppure il tiepido laico disdegna.
In questi mesi di offensiva ecclesiale, con i media pieni di vaticanerie, non sarebbe male avere un papa laico da contrapporre. Un signore canuto di grande aspetto e credibilità, che non ignori i gaudi della vita; uno scettico, un po’ cinico, lontano da qualsiasi tentazione di santità, che costituisca un esempio per gli italiani che aspirano alla concretezza dell’oggi, contrapposta alle beatitudini del dopo.
Là, dove l’altro è sofferente e palesemente allenato e anelante all’eventuale martirio, costui dovrebbe godersela tra sport e villeggiature, all’occorrenza capace di lavoro, ma soprattutto di utili, alla fine magari cedendo a pezzi il suo core business, ma comunque sempre capace di stare all’onore della cronaca.
Il papa laico potrebbe avere anche un suo rito, in occasione del campionato di calcio. Uno così piacerebbe agli italiani che non ne possono più della massiccia offensiva della Chiesa e dei suoi collaterali, di questo finto sentore di sacralità, nato per essere ecumenico e sempre più ripiegato sulla realtà italiana.