|
| N.0 Anno I
|
Mensile di commenti quotidiani
dalla Redazione di Socialisti
Punto Net |
AGOSTO 2000
|
|
Titolo: (25.09.00) DA BASAGLIA A VERONESI
Commenti
In questi giorni, nel ventennale della morte del suo ispiratore, si è ricordata la 180, la famosa “Legge Basaglia” che prende il nome da Franco, l’”antipsichiatra” che lottò contro l’istituzione manicomiale. Lo studioso veneziano, rendendo pubbliche le sue esperienze a Gorizia e poi a Trieste, dimostrò che i manicomi servivano a “gestire e controllare l’emarginazione sociale” e non a curare i malati. “Il manicomio – scrisse Basaglia – è la nostra cattiva coscienza”:
L’impatto sull’opinione pubblica, “costretta” a ad aprire gli occhi sui manicomi-lager, fu enorme e la legge 180 venne varata con il consenso delle forze politiche. Per certi versi la 180 può ritenersi “la madre di tutte le leggi”, perché, essendo giusta ed equilibrata, nata da un sincero spirito riformatore e democratico, è ricaduta come un macigno sulle deboli spalle di sfortunati cittadini.
Infatti, in sostituzione degli istituti manicomiali, erano previste delle comunità quasi mai realizzate. Così che gli squilibrati vennero messi fuori dai manicomi e finirono con i famigliari che dovettero farsene carico. Da questa situazione nacquero infiniti drammi, l’infelicità di interi nuclei famigliari, l’indegno spettacolo di emarginati vaganti in cerca di ricovero.
Da allora, molte delle nostre leggi, hanno lo stesso indirizzo: sono giustissime, ma ricadono sulle spalle dei cittadini inermi o inadeguati a dargli corso. Naturalmente questo è l’effetto ultimo, forse non previsto dal legislatore, ma che puntualmente si verifica.
È stato così per la legge sull’immigrazione, con migliaia di clandestini e non che vivono più o meno taglieggiando i cittadini; così è per molte altre normative varate negli ultimi anni che sono andate talvolta a sovrapporsi a leggi vigenti, creando un guazzabuglio che rende tutti gli italiani fuorilegge, se vogliono sopravvivere.
La legge antifumo, quella giustamente voluta dal ministro della Sanità Veronesi, rende esplicita questa pretesa e affida la sua applicazione direttamente ai cittadini, pretendendo che siano i gestori dei locali a trasformarsi in pubblici ufficiali per la sua attuazione.
La prepotenza di una normativa così prevaricante dimostra l’idea di democrazia che presiede all’attività del Consiglio dei ministri. Il presidente Amato è rigoroso nelle sue enunciazioni, quanto spregiudicato negli atti, come ben ricordano gli italiani che proprio da lui si videro decurtare i conti correnti nel giro di una notte.
- Titolo:
-
(02.09.00) LASSÙ, NEL CIELO DEI BEATI
Commenti
Questa storia dei papi beatificati, diventeranno santi dopo il girone eliminatorio, può rivelarsi solo vuota ritualità. Infatti, la santità sembrerebbe requisito insito in ogni papa, se solo alcuni lo sono, agli altri resta una patente di vaga empietà.
Inoltre c’è il rischio che si crei un certo automatismo e che ogni pontefice alla sua morte venga glorificato dai successori, instaurando così un’autoreferenzialità che presto si trasformerebbe in routine. Chi potrà, infatti, opporsi alla vox populi d’un Santo Woytjla? E Pio XII, così austero e ieratico e dolente, non meriterebbe di ascendere nell’empireo dei beati?
Giovanni Paolo II sta facendo beatificare sant’uomini d’ogni latitudine, ne nomina a decine. Nella speranza che l’esempio crei proseliti, eleva agli altari molti che hanno ancora testimoni viventi, riconoscendo che la Chiesa ha bisogno di eroi, cosa che neppure il tiepido laico disdegna.
In questi mesi di offensiva ecclesiale, con i media pieni di vaticanerie, non sarebbe male avere un papa laico da contrapporre. Un signore canuto di grande aspetto e credibilità, che non ignori i gaudi della vita; uno scettico, un po’ cinico, lontano da qualsiasi tentazione di santità, che costituisca un esempio per gli italiani che aspirano alla concretezza dell’oggi, contrapposta alle beatitudini del dopo.
Là, dove l’altro è sofferente e palesemente allenato e anelante all’eventuale martirio, costui dovrebbe godersela tra sport e villeggiature, all’occorrenza capace di lavoro, ma soprattutto di utili, alla fine magari cedendo a pezzi il suo core business, ma comunque sempre capace di stare all’onore della cronaca.
Il papa laico potrebbe avere anche un suo rito, in occasione del campionato di calcio. Uno così piacerebbe agli italiani che non ne possono più della massiccia offensiva della Chiesa e dei suoi collaterali, di questo finto sentore di sacralità, nato per essere ecumenico e sempre più ripiegato sulla realtà italiana.
- Titolo:
-
(01.09.00) SE LA PATRIA CHIAMA
Commenti
Come un antico patriota - camicia bianca offerta all’ultimo refolo d’agosto, sguardo sereno, pronto al sacrificio supremo – Francesco Rutelli ha detto che lui è pronto, “se questa nostra Italia lo chiama”.
Un altro salvatore della patria, altruista e capace, si affaccia ai nostri destini. Discende dalla illustre schiatta dei sindaci associati dell’Ulivo, quella dei Cacciari che per molti e importanti anni ha filosofeggiato mentre Venezia affonda, e dei Castellani di Torino, che avendo ereditato una città in crisi, ma vivibile, la lascia boccheggiante. Tra costoro c’è anche Bianco, l’ex primo cittadino di Catania.
Proprio pensando a Bianco, Rutelli deve avere dedotto: se lui fa il ministro dell’Interno, io di sicuro posso aspirare almeno al premierato. Detto fatto, s’è messo in caccia del nuovo posto di lavoro, brigando a tutto campo per conquistare palazzo Chigi, “se me lo chiedono”, come ha precisato, umile ma grottesco, al TG1.
Amato, con il suo fine humor, non ha mancato di rilevare tutta la comicità della situazione, con Rutelli che gli rilascia attestati di correttezza e garanzie di gioco di squadra, e poi è già in giro elettorale a menar fendenti e, fatalmente, a sminuire il ruolo di Amato e del governo. L’attuale presidente del Consiglio, che fedelmente ha operato, ci terrebbe alla dignità della funzione, ma il suo destino, di essere usato finché utile, nulla gli risparmia.
Di questo spettacolo, Giuliano Amato vede la rappresentazione ormai quasi dall’esterno. La ragione gli dice di lottare, ma la sua natura è quello dello studioso senza illusioni e non può che assistere, impotente, alle esibizioni del duo Parisi-Zecchino, del biondo Castagnetti, del quotidiano Pecoraro Scanio, di Di Pietro, mentre resta a fotografare un’intera estate politica, l’immagine memorabile del divo Mastella che, dai bordi della sua piscina di Ceppaloni, per una volta sudato a ragione, chiede “pari dignità” per ciò che resta dell’Udeur.
Ritorna l’epoca d’oro del varietà italiano e un nuovo “Salvatore della patria” non può che arricchire il cast e rianimare la compagnia. Se sarà capocomico, avremo uno che sfiora il 3% (forza elettorale dei suoi Verdi) alla guida del governo. I Ds e i comunisti lo sosterranno a dovere; la sua debolezza e la sua ambizione lo renderanno indispensabile al regime.
- Titolo:
-
(31.08.00) SIGNORI MINISTRI, ACQUA IN BOCCA
Commenti
Per Amato è una vita senza tregua. Nella sola giornata di ieri, tralasciando l’attività di routine, ha visto i sindacati, ha cercato di recuperare Bertinotti, di tenere a bada Rutelli che ha visto pure lui il leader di RC, ha riunito la coalizione, in più, quando ha letto i giornali, gli è venuto un fegato così.
I suoi ministri hanno infatti già spiegato come intendono distribuire una parte del maltolto, cioè il surplus incassato dall’erario via tasse, una cifra che corrisponde a una forte manovra fiscale. Qualche briciola andrebbe ridata ai cittadini per ammorbidirli in vista della campagna elettorale. Amato vorrebbe invece destinarla ai dipendenti pubblici e al recupero di Rifondazione Comunista, favorendo i presunti elettori di Bertinotti che, in cambio, accetterebbe di desistere dall’insano proposito di non stare col centro sinistra. Alcuni ministri avevano però già parlato di cifre e di destinazioni, cosa volgare che non è piaciuta al presidente del Consiglio.
Non gli è andata giù neppure la questione delle nuove BR che assediano Milano: era un documento riservato destinato all’ex sindaco di Catania, mister Bianco, come mai è stato spiattellato sul Corsera? Il ministro dell’Interno è sfortunatissimo, già quando le BR avevano ucciso a Roma, erano state date alla stampa notizie riservate e non s’è mai scoperto chi fosse stato; ora questo nuovo infortunio, non certo imputabile al ministro, come si sa persona schiva, che cerca di non apparire mai sui media e, quando suo malgrado v’è costretto, si vede chiaramente che non ci si raccapezza.
Anche della Rai e dei due canali che si vorrebbero vendere ad amici fidati (se no Berlusconi li compra lui pagandoli sull’unghia con i soldi della cessione di Emilio Fede), ministri e sottosegretari parlano troppo, mentre Amato vorrebbe che se ne parlasse a cose fatte, com’è stato per la presidenza della Corte dei Conti affidata a Franceso Staderini ed accettata dalla stessa Corte, con forti perplessità sulla correttezza giuridica dell’operato del governo. Se ne fosse parlato prima, non sarebbe mai passata, con Mastella a fare il diavolo a quattro e chissà chi altro a chiedere contropartite.
Del gran cicaleggio che accompagna il suo governo come un nugolo di mosche cavalline gli animali del circo Togni, Amato s’è lamentato con i sindacalisti. Ne ha parlato con loro, certo che la cosa si sarebbe subito risaputa. Così è stato. Speriamo che l’abbiano capita: ci vuole silenzio e riservatezza, acqua in bocca signori ministri, come si usa tra uomini d’onore.
- Titolo:
-
(30.08.00) UN GENIO TRA NOI
Commenti
I fumi dei roghi si levano alti ferendo gli animi sensibili degli italiani, figuriamoci quei teneroni dei politici e dei ministri. Tra tutti, piegato dal dolore, Alfonso Pecoraio Scanio, è il più fiaccato. Proprio a lui, Verde e ministro delle Politiche agricole, nobilitato da due cognomi, doveva toccare il funebre rito di contemplare dall’alto lo sfacelo dei boschi bruciati; proprio a lui, creatore dell’agile task force anti-piromani di pronto impiego, doveva toccare l’ingrato compito di dichiarare inaridita un’estensione di verde protetto pari all’intera Maremma.
Sarà per questo umiliante dolore che, non appena ha sentito parlare di maiali transgenici, ha subito proposto il blocco dei fondi. “Vogliono rovinarci anche l’àrista e il culatello”, deve avere pensato il ministro agricolo. Invece la sperimentazione riguardava la possibilità - “mostruosa”, bisogna ammettere - d’inserire geni umani nei maiali per produrre organi utili per i trapianti.
L’illustre prof. Raffaello Cortesini, direttore del Centro trapianti del policlinico Umberto I di Roma, che conduce la ricerca, ha protestato vivacemente e pubblicamente, polemizzando con Pecoraro Scanio e minacciando d’andarsene a lavorare negli Stati Uniti. Il ministro gli ha subito consigliato una rapida partenza per gli Usa.
Giacché c’era, essendosi avventurato nelle misteriose vie della scienza, ha preso di petto gli embrioni, forse confondendoli con i vibrioni del colera che tanto danno fecero ai mitili napoletani, ed ha proposto un referendum popolare sulla clonazione, ben sapendo che su questo argomento gli italiani la sanno lunga.
Un Pecoraro Scanio, quindi, che agisce a tutto campo, certo d’avere dietro di sé la battagliera moltitudine dei Verdi italiani, presenza inquietante, ma sempre gradita.
- Titolo:
-
(30.08.00) UN GENIO TRA NOI
Commenti
I fumi dei roghi si levano alti ferendo gli animi sensibili degli italiani, figuriamoci quei teneroni dei politici e dei ministri. Tra tutti, piegato dal dolore, Alfonso Pecoraio Scanio, è il più fiaccato. Proprio a lui, Verde e ministro delle Politiche agricole, nobilitato da due cognomi, doveva toccare il funebre rito di contemplare dall’alto lo sfacelo dei boschi bruciati; proprio a lui, creatore dell’agile task force anti-piromani di pronto impiego, doveva toccare l’ingrato compito di dichiarare inaridita un’estensione di verde protetto pari all’intera Maremma.
Sarà per questo umiliante dolore che, non appena ha sentito parlare di maiali transgenici, ha subito proposto il blocco dei fondi. “Vogliono rovinarci anche l’àrista e il culatello”, deve avere pensato il ministro agricolo. Invece la sperimentazione riguardava la possibilità - “mostruosa”, bisogna ammettere - d’inserire geni umani nei maiali per produrre organi utili per i trapianti.
L’illustre prof. Raffaello Cortesini, direttore del Centro trapianti del policlinico Umberto I di Roma, che conduce la ricerca, ha protestato vivacemente e pubblicamente, polemizzando con Pecoraro Scanio e minacciando d’andarsene a lavorare negli Stati Uniti. Il ministro gli ha subito consigliato una rapida partenza per gli Usa.
Giacché c’era, essendosi avventurato nelle misteriose vie della scienza, ha preso di petto gli embrioni, forse confondendoli con i vibrioni del colera che tanto danno fecero ai mitili napoletani, ed ha proposto un referendum popolare sulla clonazione, ben sapendo che su questo argomento gli italiani la sanno lunga.
Un Pecoraro Scanio, quindi, che agisce a tutto campo, certo d’avere dietro di sé la battagliera moltitudine dei Verdi italiani, presenza inquietante, ma sempre gradita.
- Titolo:
-
(29.08.00) L’ESTATE STA FINENDO, FINALMENTE TORNA IL TRASH
Commenti
Finite le vacanze, stanno tornando le normali programmazioni in tv. Finalmente il trash quotidiano prenderà il posto dei vecchi documentari e dei serials riciclati decine di volte.
Le reti Mediaset sono tornate a proporre quiz in varie ore della giornata. È la solita roba, ma con un segnale interessante. I quiz per avere successo devono anche garantire un monte-premi rilevante. Non possedendo i miliardi del canone, Canale 5 e Italia 1 devono arrangiarsi per non sforare.
Così i giochini hanno spesso un aspetto di finta doviziosità, con i costumi e le coreografie che sono sempre le stesse per molti giorni, con le ballerine che non sono ballerine, ma belle ragazze che si ingegnano e i premi che…non vengono mai dati.
Quest’ultima trovata è degna d’un genio. Ad ogni puntata sono messi in palio un paio di milioni, ma nessuno mai li vince perché le domande abbracciano le specialità più diverse o sono a trabocchetto, così si arriva a cifre miliardarie. I concorrenti se ne vanno a mani vuote, la produzione risparmia, il programma si fa facilmente la fama di quiz “per esperti”, la suspense è garantita e l’ascolto inevitabilmente si mantiene a percentuali interessanti per i pubblicitari.
Uno di questi quiz, “Sarabanda” su Italia 1, è arrivato, a colpi di centomila lire, a 1 miliardo e duecento milioni. Il giochino consiste nell’indovinare 7 motivi musicali in pochi secondi. Ma la scelta avviene tra migliaia di canzoni italiane e straniere e in ogni puntata cinque sono individuabili e due quasi sconosciute. In questo modo, da mesi, i partecipanti fanno spettacolo e se ne vanno senza il becco d’un quattrino, solo soddisfatti d’essere apparsi in tv.
“Il miliardario” su Canale 5 metteva addirittura in palio un miliardo a puntata, con il sistema dei raddoppi. Successo strepitoso, cancellata la concorrenza, i pubblicitari a sgomitare per gli spot, ma nessuno, ovviamente, ha mai vinto la cifra. Semplicemente era un quiz “impossibile” per l’eterogeneità dei quesiti.
Splendida intuizione, la furbizia di solleticare il senso di protagonismo dei partecipanti, di far vedere i soldi, ma di non spenderli mai. Berlusconi rimpiangerà forse di non averla avuta lui questa trovata. Dei suoi è restato solo Mike Buongiorno con la sua “Ruota della Fortuna” che puntualmente distribuisce i premi promessi. Altri tempi, ormai superati.
- Titolo:
-
(29.08.00) WALTER L’AFRICANO
Commenti
Ci fu un tempo in cui i segretari del PCI “chiudevano” i festival dell’Unità. Arrivavano decine di migliaia di militanti, le bandiere rosse sventolavano allegre e un po’ minacciose, mentre ancora s’alzavano le volute di fumo delle ultime grigliate. Allora il segretario, un vero unto del popolo, mettiamo che fosse il diafano Berlinguer, dava la linea e concedeva alla sua gente la fantasia d’un ultima bugiarda speranza. Gli applausi si perdevano trionfali nelle note dell’Inno dei lavoratori…
Adesso che i DS sono al potere, il segretario apre il festival, mentre suona la Canzone popolare di Fossati, il “russìo di bandere” non c’è più, c’è molta gente ancora in giro per braciole, e lui è un tipo rubizzo più che abbronzato, uno che lo shock del viaggio in Africa ha reso spiritato più che ieratico, che fa la faccia feroce di chi ha preso decisioni irrevocabili che dovrà cambiare.
Annuncia sfracelli, Walter l’Africano perché gli brucia la battuta del Cavaliere “essere anticomunisti è prima di tutto una questione d’onore”. E, infatti, dice: “Perché non parla di Rauti e dei suoi fascisti?”. Poi, ha cambiato idea sul maggioritario che in campagna referendaria aveva venduto come un pegno di civiltà, e adesso vuole il proporzionale, che provi Berlusconi ad opporsi.
Intanto sono poco d’accordo quelli di Castagnetti e niente i Verdi e Di Pietro, e poi chissà che l’Udeur non chieda la luna per votare una nuova legge elettorale. Così la sua durezza è solo l’obbligata scorza che riveste un cuor d’oro che vuol bene a tutti e non li vorrebbe così litigiosi.
Quando gli chiedono se il candidato sarà Amato o Rutelli, risponde che sarà una squadra e uno già s’immagina il fine umorista Mussi, il commissario del Nord, Folena, Bassolino, quello di Napoli, il biondo Castagnetti e Parisi dell’asinello, tutti intruppati dietro Amato e Rutelli. Che squadra, che trionfi!
- Titolo:
-
(28.08.00) UNA STRANA IDEA DI DEMOCRAZIA
Commenti
Amato e Boselli si sono incontrati e si sono guardati negli occhi. Tra loro possono evitare di raccontarsi balle. Sono nella stessa barca, sia pure in classi differenti. Tutti e due devono piazzarsi per le prossime elezioni e, fatti due conti, hanno capito che tira un’aria grama, quella che prelude alle grandi carestie.
Se Amato ha la certezza che un collegio sicuro per lui sempre ci sarà, non altrettanto può sperare Borselli che deve pensare non solo a sé, ma anche a qualche illustre gregario. Nello SDI, con meno fragore che nell’Udeur, i generali si stanno movendo alla ricerca di un ancoraggio sicuro, temendo ormai un naufragio elettorale.
Amato e Borselli hanno allora allertato gli strateghi del DS per trovare una soluzione radicale. Fallite per il momento le trappole giudiziarie, di scarso risultato quelle della par condicio, il rimedio è subito apparso uno solo: riformare la legge elettorale in senso proporzionale.
Anche i Verdi la pensano così e lo dicono per bocca della Francescato. I DS hanno invece qualche imbarazzo a parlare perché Veltroni, nella campagna referendaria, ha proclamato ai quattro venti che “Il maggioritario è uguale a democrazia, mentre il proporzionale è la Prima Repubblica, un ritorno al vecchio, all’illegalità”. Ed ora?
Ora è in ballo la democrazia e il proporzionale, eventualmente corretto col grappino, non fa più tanto schifo. Come sempre, tutte le volte che le regole del gioco non fanno più comodo si cerca di cambiarle con la scusa che “è in pericolo la democrazia”. Infatti Amato ha subito spiegato perché è a rischio la democrazia: ci sono stati quattro governi in quattro anni, cioè c’è stata un’instabilità destinata a riproporsi anche nella prossima legislatura.
Questa instabilità che ha fatto tanto comodo, adesso diventa pericolosa e antidemocratica. La verità è venuta fuori da Boselli, ancora sotto schoc dopo avere visto le proiezioni elettorali: il centro sinistra rischia di perdere il 75% degli eletti al nord e cioè di sparire in alcune regioni. “Dobbiamo tutti renderci conto – ha detto quest’anima candida – che se non si cambia la legge elettorale si rischia di non avere un premier di centro-sinistra nella prossima legislatura”.
Adesso il centro-sinistra chiederà aiuto a Ciampi nella speranza che dimostri verso il centro-sinistra la stessa considerazione del sensibile Scalfaro. Gli elettori sembrano pensarla diversamente e ormai che quello che va bene per i DS & Co. non va più bene per l’Italia.
- Titolo:
-
(28.08.00) LA FEROCIA TRIBALE DI ANDRIA
Commenti
La vicenda di Graziella Mansi, rapita e bruciata viva ad Andria da un gruppo di “ragazzi normali” ha indotto ai soliti esercizi di stile sul costume dei giovani italiani. Tutti i commentatori hanno scritto che così sono molti ragazzi del nostro paese, che si riconoscono solo nel branco e non sembrano avere remore morali.
Invece i fatti di Andria offrono ben altro. Il pubblico ministero Francesco Bretone ha spiegato con chiarezza che molti sanno e tutti tacciono, che c’è omertà. Eppure la popolazione si è pure offerta l’ipocrisia di una fiaccolata a ricordo della vittima.
I familiari dei fermati hanno circondato la caserma dei Carabinieri manifestando contro l’arresto dei quattro: “Ce li rovinate per una ragazzata”. I ragazzi del paese parlano, invece, di “una cazzata”, di un gioco andato a finir male.
Per contro adesso le famiglie dei presunti colpevoli vivono barricate in casa, perché temono gravi ritorsioni. Cosa garantita dalla famiglia dell’uccisa, il cui padre annuncia: “Nessuna pietà, gli voglio sputare in faccia a uno a uno…devono pagare tutto…lo sapevano di avere i figli ammalati e se li dovevano tenere a casa…”.
Non è quindi un problema di ragazzi, ma di un contesto sociale marcito ancor prima di evolvere.
- Titolo:
-
(25.08.00) AI POSTERI
Commenti
Affidiamo, com’è giusto, alla caducità del mezzo alcuni detti e eventi memorabili, tra loro non collegati.
1 – Cinico, ma lungimirante. “Cosa pensa dei giovani del Giubileo?” Risposta Gianni Agnelli: “Bisognerà vedere come sono quando crescono”.
2 – L’uomo giusto. Ezio Mauro, direttore del giornale-partito La Repubblica intervisterà Massimo D’Alema al Festival dell’Unità.
3 – Sensazioni. Il cardinale Christoph Schonborn, arcivescovo di Vienna, davanti alla Sindone: “ Sento che è vera”.
4 – Alessandro Galante Garrone, novantenne ex magistrato, storico ed editorialista de La Stampa: “…credo fermamente che Sofri non abbia commesso l’orrendo delitto che gli è stato attribuito. Perciò l’assoluzione sarebbe doverosa, quale che ne sia la formula…”.
5 – Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte Costituzionale: “In Usa il magistrato che sbaglia smette di fare il magistrato. In Italia, un magistrato che sbaglia può diventare un eroe nazionale”.
- Titolo:
-
(25.08.00) LA MEMORIA CORTA DEI GIORNALISTI
Commenti
da La Stampa del 25 agosto “No alle gogne, ma a tutte” di Pierluigi Battista.
Un coro di no ha accolto l’improvvida scelta di Vittorio Feltri di pubblicare sul suo “Libero” le liste dei pedofili. No alla gogna mediatica. No alla caccia alle streghe. Giusto. Però non sarà anche giusto cogliere l’occasione per sgomberare gli armadi sovraccarichi di scheletri del giornalismo italiano? Oggi si protesta, giustamente, per la violazione della privacy. Ma la storia della privacy violata, delle reputazioni distrutte a mezzo stampa, dei media scatenati sul (presunto) colpevole è una storia cominciata solo in questi giorni?
Nella piena travolgente della «rivoluzione giudiziaria» i giornali davano in pasto all’opinione pubblica inferocita i politici colpiti da avvisi di garanzia come se fossero colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio. Qualcuno protestò? Si pubblicavano ampi stralci dei verbali degli interrogatori subiti da personaggi tutelati dal principio di non colpevolezza e violando il segreto istruttorio.
Qualcuno ebbe da ridire? Protestò o non protestò il presidente della Fnsi Paolo Serventi Longhi che oggi bolla come «vergognosa» l’iniziativa di Feltri? Non protestò, tacque, si adeguò. Ezio Mauro e Giulio Anselmi giustamente si fanno censori severi nei confronti della Feltri’s list . Ma protestarono quando giornali e tv si scatenavano sul filo di bava di un Forlani schiacciato in un tele-processo molto simile a una tele-gogna? Non protestarono. Interpellato da Antonella Rampino della Stampa, Enrico Mentana giustamente osserva che non si possono criticare le «liste dei pedofili» quando i giornali hanno fatto a gara nella pubblicazione delle «liste di ladri». Ma ebbe qualche remora quando il Tg5, professionalmente ineccepibile, partecipava alla gara per bruciare tutti sul tempo divulgando per primo i nomi degli indagati, non dei condannati, ma dei semplici indagati?
E Gad Lerner scrisse infuocati editoriali quando i giornali dedicavano titoli di prima pagina agli avvisi di garanzia ed esili e invisibili trafiletti nelle pagine interne quando si doveva dare notizia di qualche assoluzione? Non li scrisse. E l’Ordine dei giornalisti forse protestò quando i giornali pubblicavano le foto rubate di Pomicino in galera, in barba alla privacy e alla dignità personale? Non protestò.
Abbasso le liste di proscrizione, certo. Ma davvero i giornalisti italiani non sembrano possedere tutti i titoli per presentarsi come arcangeli senza paura. O no?
- Titolo:
-
(25.08.00) UNA BATTAGLIA DI TITANI
Commenti
Il marito di Barbara Palombelli e l’elegante tennista di Ansedonia si sono incontrati a palazzo Chigi per una frugale colazione di lavoro.
I due hanno molto in comune. Ambedue sono generali senza esercito, non militando in nessun partito e dovendo affidarsi ai voti altrui. Non hanno ideologie politiche, avendo da tempo abbandonato quelle che li avevano caratterizzati, il socialismo per Amato e il radicalismo pannelliano per Francesco Rutelli. Hanno dato ottima prova nel gestire importanti partite di giro, quali gli investimenti per Roma capitale e per il Giubileo, cosa questa che un partito come il DS apprezza particolarmente.
Amato è però un fuoriclasse unico nella storia italiana degli ultimi cinquant’anni. Dovranno passare generazioni prima che qualcuno dimentichi la sua formidabile “rapina in una notte”, quando mise le mani nei conti correnti di tutti gli italiani per prelevare senza preavviso qualche spicciolo per rifornire – così si disse – l’esangue erario. Nessuno aveva osato tanto e, a ripensarci, gli italiani ancor s’incazzano. Il presidente del Consiglio, inoltre, è arrivato alla carica senza dover correre l’alea di una campagna elettorale, cosa sgradevole senza un partito e faticosa nell’incertezza dell’esito. Sarà pure un mondo di nani, ma l’omino ci ci sa muovere più rapido di Speedy Gonzales.
Infine, ambedue aspirano alla stessa poltrona, quella di presidente del Consiglio. Perciò non passava giorno senza che tra loro non corressero scariche elettriche, per lo più piccole polemiche portate avanti dai collaboratori e manovre più o meno sotterranee nel magma sempre rovente della grande coalizione. Come alacri formichine, erano sempre pronti a sbocconcellare qualche voto di grande elettore da portare in dispensa per il futuro.
L’incontro voleva proprio fare cessare questo logorio. Infatti hanno deciso di “fare gioco di squadra” presumibilmente fino a ottobre, quando si terranno le semifinali per scegliere il candidato da opporre a Berlusconi.
I due si erano appena sorbito il caffeuccio finale, che già è sorta la prima incomprensione. L’entourage di Rutelli ha informato i media che l’accordo consisteva nel decidere il premierato tra i due nomi. Ridotta così la scelta, il sindaco di Roma sarebbe favorito dalla particolare simpatia che gode presso i DS. Amato ha visto subito la trappola e ha chiesto una pronta rettifica: la scelta avverrà tra candidati di tutti i partiti della coalizione e lui e Rutelli faranno gioco di squadra fino a quel momento.
Tutto si è ricomposto e i due capponi nel pollaio, sono mostri di indecisionismo, altro tratto che li accomuna, potranno continuare a lustrare la loro bella immagine e a nutrire nel cuore le più calde speranze per il futuro. Poi, prima o dopo, toccherà agli italiani metterli d’accordo.
- Titolo:
-
(24.08.00) FINALMENTE TORNA L’UNITÀ
Commenti
Furio Colombo sarà il nuovo direttore dell’Unità. Il senatore approda al quotidiano come un messaggero di nuova prosperità. Prova vivente della cordiale intesa tra il capitalismo e l’Ulivo, Furio Colombo, di formazione Agnelli e dintorni, ha visto il mondo da privilegiate suites di New York, prima di approdare ai lidi politici.
È chiaro che con lui camminano i danè. Se l’elegante giornalista arriva all’Unità, il rilancio è garantito. Forse non ce la farà a rivitalizzare il quotidiano, ma certo saprà conferirgli quel tocco di glamour che alla redazione mancava.
- Titolo:
-
(24.08.00) LIBERO MA COSTRETTO
Commenti
Una delle imprese più difficili è sempre stata quella di fondare e fare sopravvivere un quotidiano nazionale. Negli ultimi cinquant’anni, questa impresa è riuscita a pochi, e direttori di belle speranze o di grande nome si sono bruciati ed editori anche robusti hanno fallito, mettendo a rischio il loro futuro, perché il quotidiano può essere un buco nero capace di risucchiare carriera e capitali.
In mezzo secolo, in Italia il numero dei lettori è rimasto più o meno lo stesso. Perciò, per far nascere un nuovo quotidiano, bisogna trovargli uno spazio. Gli ultimi a riuscirci sono stati Montanelli, che fondando Il Giornale coprì la destra del Corriere della Sera, e Giuliano Ferrara col piccolo e intelligente Il Foglio.
A tentare l’avventura è adesso Vittorio Feltri, fondatore ed editore di Libero. Feltri si è costruita la fama di vittorioso dal tocco fatato dirigendo Il Giornale e altre testate, ma adesso ha forse compiuto un passo temerario, perché lo spazio che tenta di occupare, quello dei lettori di centro-destra, è limitato e probabilmente già sufficientemente presidiato.
Dopo i primi numeri, con le spese galoppano e la tiratura che non sale, Libero s’è trovato costretto ad inventarsi qualcosa per uscire dalla pericolosa situazione. Feltri ha forse perso il tocco, ma non la grinta ed ha creduto di avere scovato in questa orrida storia della pedofilia - del resto un reato in calo del 16% secondo le statistiche italiane - un filone che può attestare il giornale e aprirgli uno spazio.
Eccolo quindi pubblicare i primi elenchi di pedofili con condanne definitive, dichiarando l’intento di “fare qualcosa di utile per le famiglie giustamente preoccupate”, in realtà appioppando con apparente cinismo un supplemento di pena – la gogna – dalla quale il reo stenterà a riprendersi per molti anni.
È l’imbarbarimento della vita sociale e ci sono dubbi sulla validità giuridica dell’atto. La pubblicazione degli elenchi s’inserisce in un clima di esasperazione generale, levitato a causa dei troppi reati impuniti e come reazione all’incapacità di dare applicazione concreta alle pene.
L’iniziativa di Feltri non è il solo segno sconcertante dell’involuzione della nostra società. Negli spazi aperti dalla crisi del governo di sinistra e della cultura che l’ha generato, sta ritornando l’integralismo cattolico che credevamo estinto negli anni Cinquanta. I raduni oceanici attorno al papa-re, con i vertici dello Stato a reggergli la coda oltre il dovuto, il tentativo in atto a Rimini di spiegare ai giovani di Comunione e Liberazione la storia risorgimentale esaltando il brigantaggio del Sud e presentando Garibaldi come un delinquente massone, i vapori della canicola che inducono a richieste forcaiole anche persone equilibrate ( stupisce che tra i fautori delle liste dei pedofili ci sia Mario Pétrina, il presidente dell’Ordine dei giornalisti), sono altrettanti campanelli d’allarme.
È ormai evidente la necessità che torni a farsi udire la cultura laica, che si riproponga un riformismo senza ipocrisie, che vengano riaffermate, e se del caso riscritte, le regole del gioco.
- Titolo:
-
(23.08.00) AVEVANO RAGIONE I GIUDICI
Commenti
Andreotti è tornato e la politica italiana riacquista un protagonista. Sia pure con qualche pausa di meditazione, come impone l’età, il politico ottuagenario torna a fare sentire la sua voce e sono fuochi d’artificio per la politica d’agosto.
Secondo il senatore, in visita al suo feudo di Comunione e Liberazione a Rimini, “Il prossimo congresso del PPE a Berlino aiuterà una forte convergenza tra le forze che si riconoscono nel PPE nei singoli stati”. Castagnetti è esploso sulla sedia ed ha subito smentito qualsiasi convergenza dei popolari con Forza Italia. Ma può un Castagnetti provvisorio avere più autorevolezza di Andreotti?
I giornalisti hanno poi provocato Andreotti sui legami degli alleati di Forza Italia con Heider, legami che indebolirebbero la credibilità di Berlusconi nel PPE. Il “divo” Giulio s’è messo a ridere: “Se qualcuno pensa seriamente di tirare fuori questa storia è evidentemente un pazzo”.
Ora è chiaro che avevano proprio ragione quelli che hanno pensato di escludere Andreotti dalla vita politica per qualche anno, fino alla sua morte. L’ultimo politico della DC è un pericolo per il bipolarismo e per la sinistra.
Urge un altro processo, con nuovi pentiti e per scriverne la sceneggiatura suggeriamo Sergio Silva, quello della “Piovra dieci”.
- Titolo:
-
(23.08.00) UNA DONNA PERDUTA
Commenti
L’Irene, dopo qualche struggente apparizione in tv, nessuno l’aveva più vista. Di tanto in tanto si leggevano trafiletti dove veniva annunciata una sua faticosa trasmigrazione politica, ma l’unico cenno d’attenzione l’aveva avuto solo con la nascita di un bebè, poi l’anonimato s’era rinchiuso su di lei, più pesante che la pietra sulla tomba di Aida nel terzo atto.
Neppure la prestigiosa carica di presidente dell’Udeur era valsa a ridonarle la ribalta televisiva, lei restava la più giovane ex della vita politica italiana. Eppure molti italiani – i familiari e gli amici della sorella - avrebbero preferito che lo scranno della presidenza della Camera dei deputati fosse ancora illuminato dal suo lunare pallore.
Ma ecco che si stende sulla nazione la cupa ombra della pedofilia. Centinaia di migliaia di pedofili strisciano nei meandri delle città, popolano i parchi ed i boschi, pervadono ormai gli incubi di ogni Mamma Italiana.
E lei riappare. Armata solo del suo leggendario foularino, si erge contro l’immane nemico ed emette la sentenza definitiva: “Solo la morte è il giusto prezzo per certi delitti”. Spiega: “Se oggi ci fosse un referendum sulla pena di morte per i pedofili, gli italiani voterebbero sì. Io avrei gravissimi problemi di coscienza, ma…”.
Basta solo quel semplice “ma” a restituirci Irene Pivetti la cattolicissima, ucciderebbe, ma…Per certi ritorni non c’è che l’oblio.
- Titolo:
-
(22.08.00) SALVATE IL LAICO DA TOR VERGATA
Commenti
I due milioni di giovani di Tor Vergata hanno lasciato una profonda impressione sui politici e sui media italiani. Come reduci da chissà quale impresa, i gitanti vengono intervistati al loro ritorno nelle città d’origine. Cosa hai provato? E’ stata un’impressione fortissima che non so spiegare…
Aleggia un’atmosfera di miracolo sull’evento appena consumato e per qualche tempo sentiremo ancora suonare i violini di questa Woodstock.
Intanto, è nata una contesa cultural-politica tra l’etica cristiana e quella laica. Senza l’evangelizzazione non si sarebbero affermate la democrazia e le libertà civili; è vero, replica Gianni Vattimo filosofo militante DS, ma se il messaggio evangelico fosse stato lasciato nelle mani della Chiesa, non si sarebbero di certo realizzate.
Ci sembra che tra le due posizioni non ci siano più differenze. Il messaggio cristiano parla di una società fondata su pace, giustizia, tolleranza e solidarietà. E’ la stessa sonatina dei DS e non s’è mai realizzata, soprattutto in Italia.
Per quanto possiamo vedere, la solidarietà è usata come surrogato della giustizia, a sua volta elargita sempre più come un dono grazioso o bizzarro. Non sarà l’ipocrita caritas cristiana a salvarci dall’imbarbarimento ma, se mai accadrà, l’affermarsi del diritto, con tutto ciò che comporta.
Ai cattolici di Tor Vergata non si può chiedere un movimento rinnovatore, che infiammi il mondo. Ma solo, com’è stato, che facciano spettacolo della loro vitale giovinezza; che la loro pretesa innocenza dia ancora un brivido al logoro occidente, che illuda per una volta ancora la gerontocrazia intellettuale della politica e quella della Chiesa.
- Titolo:
-
(22.08.00) L’ITALIA DI FINE SECOLO
Commenti
Riga, la rivista culturale curata da Marco Belpoliti e Elio Grazioli per la Marcos y Marcos, si è impegnata in un’impresa di grande respiro: dare conto dell’intero panorama culturale italiano al volgere del secolo.
Ne è nato un volume di 450 pagine affidato ad una pluralità di voci, tra le quali prevalgono quelle di autori impegnati nella protesta, ma nell’insieme si tratta di un tentativo serio e coinvolgente di definire, attraverso le arti verbali e visive, la cultura italiana dell’ultimo scorcio del ‘900.
La conclusione che se ne trae è che in tutte le arti l’Italia vive un periodo di basso profilo. Finito l’abbrivio del dopoguerra, dei grandi maestri s’è perso lo stampo e oggi solo flebili voci popolano la nostra cultura.
Quali sono le cause di questa crisi? La rivista tenta di dare alcune risposte; quella che ci sembra di potere condividere è contenuta nell’intervista di Lavagetto che, alla domanda sul perché della mancanza di grandi autori in Italia, risponde: “La letteratura non è mai fatta da uno, ma da tutti”.
È un giudizio che vale per l’intera realtà italiana.
- Titolo:
-
(22.08.00) BALLA COL FUOCO
Commenti
Il ministro “verde” Pecoraro Scanio, quel pazzerello, mentre mezza Italia del centro-sud gli va a fuoco, tutto sorridente e up to date, si fionda al meeting di Rimini e propone ai militanti di Comunione e Liberazione un patto sui cibi transgenici.
Tiepida la risposta, resta una curiosità: cosa andrà a raccontare al Festival dell’Unità? Provare con la proposta antinquinamento di scopare il mare.
- Titolo:
-
(21.08.00) DIO È MALATO, E VELTRONI COME STA?
Commenti
La famiglia Veltroni, completa di amici e guardie del corpo, è volata a Villasimius per le vacanze estive. Walter ne approfitta per correggere le bozze del suo ultimo libro “Forse Dio è malato”, dedicato al viaggio in Africa che tanto ha commosso e interessato quelle sfortunate popolazioni. Il segretario DS è stato profondamente colpito dalla realtà africana, tanto che la sua fede, di fronte alle atrocità del continente, ha per un attimo vacillato. Dio dev’essere ammalato per permettere simili aberrazioni, ha giustamente arguito l’illustre politico.
A interrompere la ripulitura delle bozze, sono arrivate le dirette televisive del Giubileo dei giovani.
Veltroni ha passato ore davanti al televisore e si è convinto che i due milioni di gitanti sono stati mossi dallo stesso suo idealismo, quello dell’ “I care” del congresso DS.
Tra Tor Vergata e il Lingotto, secondo Veltroni, c’è un filo ideale che fa bene sperare per il recupero di quei voti. Dalla tribuna del Congresso lui aveva fatto riferimento a Paolo VI, a don Ciotti, al cardinale Pellegrino, e Sting aveva sostituito le note dell’Internazionale: “Questi ragazzi dimostrano che avevamo ragione a parlare di valori…” - ha confidato ai vicini d’ombrellone del Tanka Village, quando è sceso in spiaggia indossando una giovanile T shirt bianca e rossa con il messaggio “Con l’Africa” - “Non so se riusciremo a conquistarli, ma almeno possiamo dialogare con loro”.
L’oceanico raduno deve avere profondamente impressionato l’immaginazione del leader che guarda la platea sterminata di giovani e vede due milioni di succulenti voti. Allora ha cominciato ad avere qualche dubbio, Dio è malato, forse, e neppure io sto tanto bene... Anche sulla questione dei valori, c’è un po’ di confusione.
I valori che ricerca il partito sono quelli necessari a far quadrare i suoi conti traballanti di cui deve farsi carico (I care) il segretario; due milioni di giovani in gita sono mossi da altre doti, oggi per essere credenti ci vuole almeno un fisico bestiale.
- Titolo:
-
(21.08.00) DIO È MALATO, E VELTRONI COME STA
Commenti
La famiglia Veltroni, completa di amici e guardie del corpo, è volata a Villasimius per le vacanze estive. Walter ne approfitta per correggere le bozze del suo ultimo libro “Forse Dio è malato”, dedicato al viaggio in Africa che tanto ha commosso e interessato quelle sfortunate popolazioni. Il segretario DS è stato profondamente colpito dalla realtà africana, tanto che la sua fede, di fronte alle atrocità del continente, ha per un attimo vacillato. Dio dev’essere ammalato per permettere simili aberrazioni, ha giustamente arguito l’illustre politico.
A interrompere la ripulitura delle bozze, sono arrivate le dirette televisive del Giubileo dei giovani.
Veltroni ha passato ore davanti al televisore e si è convinto che i due milioni di gitanti sono stati mossi dallo stesso suo idealismo, quello dell’ “I care” del congresso DS.
Tra Tor Vergata e il Lingotto, secondo Veltroni, c’è un filo ideale che fa bene sperare per il recupero di quei voti. Dalla tribuna del Congresso lui aveva fatto riferimento a Paolo VI, a don Ciotti, al cardinale Pellegrino, e Sting aveva sostituito le note dell’Internazionale: “Questi ragazzi dimostrano che avevamo ragione a parlare di valori…” - ha confidato ai vicini d’ombrellone del Tanka Village, quando è sceso in spiaggia indossando una giovanile T shirt bianca e rossa con il messaggio “Con l’Africa” - “Non so se riusciremo a conquistarli, ma almeno possiamo dialogare con loro”.
L’oceanico raduno deve avere profondamente impressionato l’immaginazione del leader che guarda la platea sterminata di giovani e vede due milioni di succulenti voti. Allora ha cominciato ad avere qualche dubbio, Dio è malato, forse, e neppure io sto tanto bene... Anche sulla questione dei valori, c’è un po’ di confusione.
I valori che ricerca il partito sono quelli necessari a far quadrare i suoi conti traballanti di cui deve farsi carico (I care) il segretario; due milioni di giovani in gita sono mossi da altre doti, oggi per essere credenti ci vuole almeno un fisico bestiale.
- Titolo:
-
(20.08.00) AL CUORE DEL PROBLEMA
Commenti
da La Stampa del 20 agosto “Lo stile post-comunista” di Barbara Spinelli.
(…) In realtà, per numerosi comunisti e postcomunisti il Muro è caduto esteriormente, non mentalmente. Contrariamente al popolo tedesco nel ’45, non sono stati spinti a scorgere nella propria sconfitta una liberazione, né hanno pensato di dovere sforzarsi in questa direzione. Riconoscono il fallimento e hanno l’impressione di avere patito un insuccesso, che debbano riparare con rivincite o al massimo occultare.
Non sentono in cuor loro che il sistema cui avevano aderito era sbagliato e ingiusto umanamente, sul piano pratico e di conseguenza teorico.
D’altronde anche le destre estreme reagiscono in tal modo, dopo avere osservato gli esiti positivi dell’atteggiamento comunista. Qualche hanno fa Giancarlo Fini replicò, a chi gli chiese una condanna su Mussolini: “Non spetta a me condannarlo. Lo ha già condannato la storia”.
I mea culpa del Papa e i processi al nazismo non insegnano un granché: la sindrome più diffusa è quella di chi ha vissuto una disfatta, non di chi si duole, si vergogna, e fa ammenda.
È un sindome che evita il giudizio etico-politico su se stessi e in Italia accomuna postcomunisti, postfascisti e postrivoluzionari terroristi. Anche Ton Negri, prima di rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla giustizia, ricorse a analogo escamotage: le battaglie terroriste-rivoluzionarie avevano smarrito senso “perché erano state sconfitte”, non perché avevano causato morti.
E Violante non agisce diversamente, quando dichiara su Edgardo Sogno una cosa e il suo esatto contrario: che rifarebbe quello che ha fatto come giudice istruttore, accusandolo di gollismo, e che approva i funerali di Stato organizzati per riabilitare un eroe della resistenza che tra tanti difetti ebbe quello di essere anticomunista. (…)
- Titolo:
-
(18.08.00) ATTENTI A QUEI DUE
Commenti
Amato, sapendone l’incerta formazione, glie lo aveva detto: “Per favore, parlate poco”. Ma quei due sono di un attivismo frenetico, sempre in giro per giornalisti, sempre a dire, più che a fare.
Si tratta, naturalmente, di Enzo Bianco e Alfonso Pecoraro Scanio.
A cavallo del Ferragosto, Enzo Bianco ha fatto le tradizionali visite istituzionali del suo dicastero, inaugurate a suo tempo (si era nel 1958) dal ministro Tambroni, e si è trascinato dietro gli amici giornalisti.
Siccome poco sa di quel che accade, ha iniziato con la questione dei cinesi, ché gli sembrava più facile. Lui viene da Catania e lì i cinesi sono pochissimi e quindi : “Non c’è nessun motivo per ritenere che si apra un nuovo flusso incontrollato di clandestini provenienti dalla Cina…”.
Delle intere zone di grandi città popolate da cinesi sconosciuti all’anagrafe, che non muoiono mai (succede a Milano), che ogni tanto vengono scoperti in cupi scantinati tenuti in schiavitù alle macchine da cucire, dei misteriosi delinquenti che trafficano in droga e sigarette, il ministro tutto sa, ma si tratta, evidentemente, del vecchio flusso, quindi non conta. E quello nuovo? “Li rispediamo in Cina, abbiamo firmato l’accordo…”. Si erano appena spianati i ghigni beffardi degli scafati giornalisti che conoscono bene la legge Del Turco-Napolitano, grazie alla quale arrivano quattro clandestini e ne parte uno, che mister Bianco è passato alle meraviglie della tecnica. Ecco qua lo strepitoso nuovo radar che “consente l’individuazione di gommoni anche a dieci chilometri di distanza!”. Nessun dubbio sulla rivoluzionaria invenzione, qualcuno sulla sua reale efficacia. Poco importa, comunque, dato che il ministro è convinto che “nessun governo, nemmeno quello italiano”, è in grado di opporsi all’arrivo del boat people, e per questo “abbiamo chiesto all’Europa…”. Una vera iniezione di fiducia per finanzieri e poliziotti.
Di tutt’altra pasta l’orgoglioso Alfonso Pecoraro Scanio. Aveva appena spiegato al giornalista che i piromani, con la nuova legge, son bell’e fritti che va a fuoco la Costiera amalfitana, un vero affronto personale, visto che lui di là arriva. “Ho mandato subito gli investigatori”. La gente di Maiori ha protestato: “Mandaci i Canadair”, cosa fatta con solo una mezza giornata di ritardo.
Sopiti i fuochi sulla costiera, ecco divampare nuovi roghi in Puglia, un disastro per il ministro. Ma lui da quell’orecchio non ci sente: “È vero, gli incendi sono quasi raddoppiati di numero, ma le superfici bruciate si sono dimezzate”. E così via, verso nuovi (luminosi?) traguardi.
- Titolo:
-
(16.08.00) È LA RAI ESTIVA, DEPRESSA E DEPRIMENTE
Commenti
In questi giorni feriali di mezza estate, la Rai ha un occhio di riguardo per i suoi tanti abbonati anziani che sono i teleutenti più fedeli. L’ente di stato, reso protervo dal canone-tassa obbligatorio, li favorisce in mille modi.
Col ripescaggio della serie Bonanza, già trasmessa almeno cinque volte su tutte le reti, e con la riproposta di magnifiche trasmissioni in biancoenero, molte con Mina, senz’altro la cantante più presente in Rai.
Ma non manca il revival di attori ormai morti e quasi dimenticati, eroi degli anni Cinquanta che solo vivono come ombre sul teleschermo. Nelle ore morte va il trash cinematografico più derelitto – pirati di serie C, cantantini degli anni Sessanta trasformati in attori per battere il ferro allora ancor caldo, cascami di commedie all’italiana – tutto già visto dovunque più volte e, all’occorrenza, bruscamente interrotto per mandare una pubblicità o un’altra trasmissione.
Oltre ai telegiornali, quasi nulla di attuale, con lo spostamento sul satellite di molta parte dello sport (così si abituano al satellitare ed al prossimo canone spaziale), salvo un profluvio di edificanti dirette dal Giubileo coi giovani da tutto il mondo, condotte dai telecronisti più sprovveduti, chè quelli che sanno le lingue sono in vacanza all’estero.
Chi guarda la Rai estiva può essere colto da fortissime depressioni; complice il caldo, può ritenere scaduta ogni speranza e gli si possono insinuare nella mente tarli assassini che lo inducano a commettere gesti insani.
Non un giornale che protesti, non un’assoconsumatori che minacci, tutto scorre come normale.
Ci si abitua al poco rispetto verso chi paga il canone – sono gli stessi che poco tempo fa erano “seduti in prima fila” e potevano avere “di tutto, di più” - non dissimile dalla fastidiosa sopportazione che il resto dell’apparato statale ha normalmente verso l’utente, che conta solo in quanto giustifica lo stipendio.
Che tristezza, questa Rai, neppure un Celli a divertirci con trionfali proclami sulla bellezza delle future programmazioni, neppure un Giulietti a spiegarci la pluralità delle reti, neppure uno Zaccaria ad assistere, garrulo, ad una qualsiasi “Moda e canzoni sotto le stelle da Bitonto”.
- Titolo:
-
(15.08.00) PICCOLI REATI
Commenti
I Carabinieri di Palmi hanno scoperto a Delianuova, sull’Aspromonte, una piantagione di 360.000 piante di canapa indiana, per un valore di oltre 300 miliardi.
Nel solo mese di agosto la Calabria ha subito 376 incendi boschivi, ed è, finalmente, al primo posto in Italia nella particolare classifica.
La Calabria è la regione europea con il maggior numero di guardie forestali.
- Titolo:
-
(15.08.00) LA SINISTRA DI EZIO MAURO
Commenti
“ …il populismo e il giustizialismo non c’entrano nulla con una sinistra moderna, il concetto di legalità e di giustizia, e la capacità di trovare una sintonia con l’elettorato sono un patrimonio di cui la sinistra non può fare a meno…”
Così Ezio Mauro su La repubblica di oggi. Il fondo, scritto contro il partito di Di Pietro, suona invece come un epitaffio dell’attuale centrosinistra.
Il giornale-partito, nell’ansia di bacchettare Di Pietro, bene sintetizza l’opera degli ultimi governi. Il concetto di legalità e di giustizia è stato stravolto come ora solo al tempo del Ventennio; il giustizialismo e il populismo danno ormai funzionalità e costanza di comportamento a ministri e organi dello stato.
Se l’Ulivo, o ciò che lo sostituirà, dovesse presentarsi alle elezioni vantando come suoi peculiari i principi di legalità e di giustizia, ne otterrà un memorabile contraccolpo negativo.
Potrà invece sbandierare la vaga solidarietà imposta come tassa aggiuntiva ai cittadini, ai quali è però nei fatti resa quasi impossibile la difesa dei propri diritti. Per l’appunto, proprio populismo e giustizialismo.
- Titolo:
-
(14.08.00) AMATO E LA CARTA DEI VALORI
Commenti
Secondo Giuliano Amato, “La fede offre un sovrappiù di amore per gli altri” e la bolla del Giubileo “contiene un programma riformista per il nuovo millennio”.
Enunciate da un laico, ex comunista ed ex socialista, queste affermazioni sono la conferma di una personale evoluzione culturale e spirituale.
Provenendo dal capo di un governo nato all’insegna dell’incontro e della collaborazione tra laici, marxisti e cattolici, la riflessione di Amato è invece preoccupante.
Infatti, oltre a riconoscere senza imbarazzo alla Chiesa, come in effetti è, una sorta di supplenza di alcuni obblighi dello stato, ritiene fondamentale che perduri e si rafforzi la convergenza della sinistra con i cattolici.
È il postulato della visione politica gramsciana, fortemente rilanciato da Berlinguer negli anni Settanta, infine riproposto da D’Alema, via Prodi. Ed è singolare che abbia trovato attuazione alla morte del marxismo, come un prezioso lascito d’onore del caro estinto.
Però Amato rivendica anche la stagione delle grandi riforme laiche e socialiste, puntualmente citandone le fondamentali: i referendum su divorzio e aborto, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, i diritti dei minori, il diritto di famiglia, l’abolizione dei reati di opinione. Sono riforme qualche volta sopportate dai cattolici, spesso apertamente e duramente da loro avversate.
Alla luce dei risultati di governo, La visione di Amato ha quindi in se stessa un profondo elemento di contraddittorietà e non trova alcuna giustificazione nella storia degli ultimi anni. Il centro sinistra ha espresso nel governo molti dei suoi uomini di punta eppure i risultati oscillano tra demagogia e vano autoritarismo e non c’è decisione di governo che non appesantisca il già insostenibile fardello delle leggi, che non costituisca per gli italiani un aggravio di ansia e una moltiplicazione di spesa e che non dilati la terra di nessuno delle illegalità quasi obbligate per i cittadini.
Quanto poi all’etica dei ministri, che dovrebbe almeno teoricamente uscire rafforzata dall’incontro dei cattolici con i marxisti, essa è sotto gli occhi di tutti: molti sono dei mentitori o per poca capacità (come certi meteorologi) o per vocazione. Mentono, questa è la loro etica, perché non hanno rispetto degli elettori, ché tanto si possono sempre ingannare.
Al centro sinistra servirà forse una “carta dei valori”, ma l’unico centrosinistra buono per gli italiani è quello che sta all’opposizione: sono forze che sono state benefiche e utili per l’Italia solo quando sono state contro.
- Titolo:
-
(13.08.00) DINI PROTESTA CONTRO HAIDER
Commenti
Lamberto Dini, il nostro ministro degli Esteri, in una nota ufficiale al pari grado austriaco Ferrero-Waldner, lamenta l’ormai periodica calata in Italia del governatore della Corinzia, Haider, che per altro viene perché lo invitano.
La politica estera italiana non è altro che il riflesso delle beghe interne nazionali. Infatti, il nostro paese è stato tra i più solleciti a sostenere, a suo tempo, la messa in mora dell’Austria, perché questo permette alle forze di governo di usare il caso Haider per accusare la Lega e il Polo berlusconiano di andare verso una deriva razzista.
L’odierna protesta di Dini serve inoltre a dare visibilità e sostegno ad un politico che è diventato ministro in forza di un partito attualmente inesistente. La demonizzazione di Haider è quindi utile soprattutto ai fini interni, ma non serve a chiarire, né ad incidere, sulle ragioni essenziali della sua vicenda politica.
I governi di centro-sinistra europei che hanno emarginato l’Austria (la Spagna, pur avendo aderito al fronte unitario, ha più di una ragione di perplessità) temono giustamente il contagio, ma non hanno speso una parola per spiegarne i motivi.
Sembra che, tacendo, si esorcizzi il mostro. Ma è inaccettabile l’idea accreditata dai governi UE che l’Austria sia portatrice in Europa del marchio primigenio di “patria di Hitler”, quasi che una malefica forza naturale incontrollabile ne faccia una nazione infetta, pronta per diffondere i germi di un nuovo nazismo.
Si tratta invece di un piccolo paese civilissimo nel quale una parte rilevante di cittadini ritiene di affrontare diversamente i problemi dello sviluppo, dell'identità nazionale e dell’impatto dell’immigrazione.
L’Europa non vuole considerare unitariamente queste problematiche ed i governi della Germania e dell’Italia, i più esposti sul fronte dell’immigrazione, si trovano a subire i contraccolpi di politiche inadeguate, avventurose e cieche che non tengono conto dell’opinione di milioni di cittadini.
L’Italia, in particolare, ha il nucleo forte del governo, costituito dai ministri DS, che si è politicamente e culturalmente formato nel segno di un internazionalismo poco sensibile, quando non critico, verso la cultura nazionale. Inoltre, il pragmatismo politico originario lo rende poco o nullo rispettoso delle “regole del gioco”: le leggi si possono violare, le normative si possono scardinare di fronte a superiori necessità.
Ma senza il rispetto delle regole del gioco – il riconoscimento e l’osservanza delle leggi, degli obblighi e degli adempimenti giuridici - non è possibile la vita sociale, tutto si rinserra nell’interesse del singolo e si riduce all’egoismo individuale.
A ben guardare è questo il vero razzismo, che migliaia d'immigrati vengano nei fatti tenuti fuori della copertura delle leggi, abbandonati perciò alla mercé di qualsiasi sopruso e siano loro permesse cose che non sarebbe neppure possibile ipotizzare per un cittadino italiano.
Haider è quindi la spia di una situazione, non ne è certo l’origine. La malattia esiste, l’Italia e i paesi europei possono attendersi molto altri Haider. La cura è nella politica e nella democrazia: sapere ascoltare le voci dei cittadini, armonizzare senza ipocrisie i diritti dei nuovi cittadini con le leggi, proteggerli ed integrarli nel rispetto dei diritti della collettività. L’equilibrio e la garanzia del diritto sostituisca l’arbitrio della “solidarietà”.
Quanto a Dini, se vuole protestare contro il governatore della Carinzia, si rivolga direttamente ai suoi colleghi di governo.
- Titolo:
-
(12.8.00) IL VENTRE MOLLE DELL’EUROPA
Commenti
Il problema dell’immigrazione si è di molto ingigantito da quando il ministro dell’interno Napoletano pronunciò la celebre frase: “Non esiste un problema albanesi”.
Oggi il ministro Fassino non solo riconosce che esiste questo problema, ma ne allarga la visione sino ad un più grave e complessivo “fenomeno dell’immigrazione”.
Infatti da tutto il mondo arrivano in Italia torme di clandestini. E solo una parte viene da noi per trovarvi occasioni di lavoro. I più entrano in Italia per sciamare nel resto d’Europa.
Con il trattato di Schengen, infatti, le frontiere dei paesi aderenti sono frontiere dell’Europa, perciò ogni nazione del trattato è impegnata a custodirle secondo il diritto comunitario.
L’Italia non lo fa o si dimostra incapace di farlo. Altri paesi, ad esempio la Spagna, che sono in condizioni simili alle nostre, lo fanno e quindi monta in Europa un atteggiamento di mal sopportazione nei confronti della nostra politica e dell’Italia, che è, ormai, il ventre molle dell’Europa. .
Lo sfascio è sotto gli occhi di tutti. In ogni regione italiana ci sono zone senza legge, con migliaia di extracomunitari abbandonati a sé stessi, accampati tra gli escrementi e l’immondizia. Al Sud usati per il bracciantato abusivo, a distruggere arance o a raccogliere pomodori, talvolta pagati con soldi falsi, rapinati e uccisi. Tra questi derelitti nascono i boss del terzo mondo, forieri di una nuova delinquenza al servizio di quella autoctona.
Nelle città del Nord dilagano reati, spesso neppure più denunciati, e interi quartieri sfuggono al controllo italiano. Impotenti a governare il fenomeno, lo si tollera, scaricandolo sulle spalle dei cittadini, nei fatti creando zone franche nelle quali la legge più non ha efficacia.
Di questo Fassino si rende in parte conto e siccome, purtroppo, prima o dopo, si dovrà pure andare a votare, scopre improvvisamente che “gli italiani hanno voglia di legalità”.
Stante l’incapacità del governo e la sovranità limitata che l’Italia ha sul suo territorio, ecco quindi il passo di Amato verso l’Europa affinché si vari una legislazione comunitaria che obblighi l’Italia ad una politica più cosciente verso l’immigrazione clandestina.
Ci sta solo la Germania che sopporta un fenomeno analogo alle sue frontiere dell’Est e che spesso è la meta finale dei clandestini e dei ‘rifugiati politici’ riconosciuti dal nostro paese. Gli altri recalcitrano e pretendono che l’Italia faccia la sua parte.
Soprattutto la Francia è assai critica, avendo sopportato e disciplinato per anni un’immigrazione tanto più rilevante di quella italiana.
Quale sarà la conclusione di tutto questo? Non bisogna farsi illusioni. Siamo nelle mani di governanti che spesso dichiarano cose che si rivelano false o errate. Quindi hanno ai nostri occhi la credibilità dei Bianco e dei Visco. Da costoro all’Italia non ne verrà niente di buono.
Quanto all’Europa dovrà intervenire, se non vuole averne in futuro un danno, anche economico, ben maggiore dell’onere che dovrebbe sopportare adesso. È questa una delle due nostre (tenui) speranze. L’altra è che nasca dalle elezioni un governo che affronti i problemi nazionali.
- Titolo:
-
(11.8.00) LE RAGIONI DI COLANINNO
Commenti
A Torino, prima e durante l’assemblea degli azionisti di Telecom, il senatore Di Pietro – in pieno forcing preelettorale per il suo (?) partito - ha chiaramente contestato l’accordo Seat-Telemontecarlo, definendolo “illegale”, “politicamente poco chiaro” e proponendone la sospensione, essendo pendente presso il tribunale di Torino il ricorso di alcuni azionisti.
Colaninno ha risposto al senatore ricordandogli che, visto che gli era stata concessa la parola, avrebbe dovuto evitare di sollevare dubbi sull’onestà dell’operato della stesso Colaninno (“Non le permetto di chiamarmi disonesto”), poiché tutto si è svolto in armonia con le leggi vigenti.
In successive interviste, Colaninno è stato ancora più esplicito: secondo lui le leggi del ‘97 sono “ciarpame”, l’Europa gli ha dato via libera, il Polo starnazza, Berlusconi grida perché la Seat (cioè Telecom) ha fatto un buon affare e a lui, Colaninno, non interessa il centro sinistra in quanto pensa solo a fare buoni affari (“Guadagno e voglio guadagnare sempre di più”, ovviamente in nome e per conto degli azionisti).
Nessun industriale, sapendo che basta una leggina ben mirata a rovinarlo, potrebbe permettersi un simile linguaggio se non con le spalle più che coperte. Le dichiarazioni del presidente confermano quindi il suo padronato politico, l’ottimo rapporto con la Commissione europea e non smentiscono certo le pesanti insinuazioni di Di Pietro sui suoi rapporti politici.
Nell’assenso delle forze di governo, con sfumature che vanno dal silenzio all’entusiasmo (Cardinale), è un vano boato la protesta di Mastella. Da Ceppaloni scopre l’acqua calda e fa sapere che l’accordo rafforza la presa di potere dei DS.
In pieno fermento la cultura mediatica: Costanzo rispolvera il sogno suo e di Santoro per un’ emittente di libera e vibrante voce civile e non schierata, Minoli si offre volontario, Biscardi rissacontinua rivendica la primogenitura e così via, è tutto un proporsi e uno sperare nell’avvento di un’età dell’oro, dopo la lesina del rozzo, ma astuto Cecchi Gori.
Gelida, per ora, la risposta di Colaninno agli entusiasmi del mondo televisivo: non gli interessa la televisione Telemontecarlo, ma solo le sue frequenze che sono preziosissime. Cercasi uno che gli creda.
- Titolo:
-
La SEAT comprerà tutta Telemontecarlo entro il 2001.
Commenti
La Seat di Pelliccioli, del gruppo Telecom, ha acquisito l’opzione per l’acquisto della totalità di Telemontecarlo di cui Cecchi Gori possiede ancora il 25%.
L’opposizione grida al sopruso, giudicando illegittimo l’accordo, poiché violerebbe la legge Maccanico del 1997.
Lo stesso ministro dà indirettamente ragione al Polo di Berlusconi affermando che la sua legge è sì vigente, ma superata e che bisogna farne un’altra.
Quanto ai DS, essi sostengono che Berlusconi si oppone al progresso, dato che in tutto il mondo si vanno formando gruppi che uniscono alle telecomunicazioni i mezzi tv.
Il fatto è che se la legge non lo avesse proibito, Mediaset avrebbe probabilmente già percorso la strada inversa, alleandosi con un gruppo di telecomunicazioni.
Il governo, tirato per i capelli in un affaire che avrebbe volentieri evitato, probabilmente varerà un articolo ad hoc inserito nella nuova legge sull’editoria per benedire, a cose fatte, il matrimonio Tim-tv . Così l’acquisto diventerà legittimo e l’illegalità verrà sanata a posteriori.
Dopo l’incontro tra Amato e Prodi nel quale i due si sono parlati di molte cose, anche la Commissione europea dà il suo placet all’accordo.
È un altro terribile pasticcio, una forzatura che sottolinea il disagio di una maggioranza che tutto vorrebbe regolamentare e molto rende macchinoso e inattuale.
- Titolo:
-
Toh, si rivede la ministra.
Commenti
Livia Turco, dopo la brutta batosta elettorale subita in Piemonte, s’era rintanata a leccarsi le ferite. Ora, timidamente, torna a far capolino, rispolverando una delle idee che l’avevano azzoppata in campagna elettorale. Infatti ha scritto una lettera ai giornali caldeggiando la riapertura dei cortili ai bambini. Sostiene la ministra che i bambini se vanno ai giardini, trovano siringhe e drogati, se vanno in strada vengono arrotati, ergo: apritegli i cortili delle case private.
Dietro questa proposta da ballatoio c’è tutta la sinistra filosofia di questi anni. E, cioè:
gli ultras invadono il campo? E noi, invece di eliminarli, tiriamo su barriere gigantesche e, in qualche caso, fossati profondi. (L’Inghilterra aveva gli ultra più letali, ma li ha stroncati e sui campi inglesi il pubblico sta, come sempre è stato, a tre metri dai giocatori).
Sulle strade c’è lo scempio di migliaia di prostitute? E noi multiamo gli automobilisti che si fermano. Mancano i parcheggi, rimpinguiamo le casse comunali con le multe per sosta vietata.
Pochi concludono gli studi universitari? Invece di correggere l’anomalia studiandone le cause, promuoviamo tutti mezzi dottori.
E così si potrebbe continuare con molti altri esempi.
La filosofia è quella dell’arretramento del diritto, della tolleranza delle violazioni, del non affrontare i problemi,ma di curare i sintomi: del far ricadere sul cittadino il peso di responsabilità che non sono sue. Sarebbe, questa, la società solidale, una coperta che dovrebbe coprire le vergogne di un modo di governare ipocrita e imbelle.
Quindi, piuttosto che imporre l’esproprio dei cortili e rinchiuderci i bambini (a quando la nomina di un responsabile di caseggiato?), è necessario restituire al pubblico, risanandoli, i giardini oggi infrequentabili.
Ma, cara Livia Turco, la filosofia tua e di troppi tuoi colleghi è quella di “responsabilizzare” i cittadini, di riversare sulle loro spalle la soluzione di problemi che spetta al governo.
Si potrà sorridere sui cortili, si ride meno sul mantenimento di migliaia di poveri immigrati questuanti, disperati e talvolta feroci, vaganti per la penisola alla ricerca di qualche fortuna.
È per questa tua visione della cosa pubblica che sei stata cancellata dagli elettori.
- Titolo:
-
La strategia dei DS.
Commenti
Nel giorno della sospensione dell’Unità, IL Giornale spara la notizia che anche i DS sono in gravi difficoltà economiche.
I segnali di un’austera e salutare rinuncia a beni terreni in casa democratica sono evidenti: in molte città le grandi sedi sono state vendute, con traslochi in locali di pochi vani, e molte sezioni decentrate sono state chiuse.
Sono scomparsi centinaia di fogli che capillarmente collegavano le realtà territoriali del vecchio PCI.
Sopravvivono aree di relativo benessere solo dove le Amministrazioni locali sono amministrate dai DS. In quei casi, evidentemente, l’entusiasmo dei militanti genera soldini.
È chiaro che i Festival dell’Unità non danno più gli incassi di un tempo e, infatti, neanche D’Alema ci crede più.
Lui si è rivolto direttamente alla Lega delle cooperative chiedendo dazioni per le sue associazioni che sono enti morali.
Con questo ha indicato la via, basta con il vecchio partito, avanti col non profit.
Non è una brutta idea e farà proseliti. Forse D’Alema ha trovato il mitico passaggio a nord-ovest, il modo, cioè, per succhiare legalmente i miliardi che tangentopoli distribuiva nelle tenebre di loschi mercati.
Potrebbe essere la suggestione virtuosa della solidarietà a piegare le armate berlusconiane del libero mercato
- Titolo:
-
L’Unità ha sospeso le pubblicazioni.
Commenti
L’unanime cordoglio di tante testate è sospetto. Di certo non ci uniremo al loro finto pianto. Chiude il giornale di un partito che non c’è più: cessato lo scopo, finita la funzione. I vecchi comunisti residui si pubblicano esili fogli ben titolati, quelli nuovi, gonfi di odi e di birra, leggono fanzine autoprodotte.
Per anni, poi, ci siamo sentiti dire che l’Unità viveva grazie ai fondi raccolti con i festival e ai versamenti dei militanti.
Gli iscritti al vecchio PCI credevano a questa fola. Se gli dicevi da dove arrivavano le donazioni, ne avevi in risposta il sorrisino di sopportazione di chi la sapeva lunga.
Comunque, siamo certi che la testata tornerà in edicola. Sarà un po’ più smilza, conserverà la sua (bella) inutilità e continuerà a pestare aria fritta nel mortaio.
I lettori, che sono delle bestie, questo l’avevano capito da tempo.
|