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[ARCHIVIO]

Titolo: (15.12.06) QUEL GENIO DI RATZINGER

Redazione

Di tanto in tanto l’umanità è gratificata dalla nascita di un genio involontario, qualcuno che si applica anima e corpo su un determinato tema e poi scopre qualcosa d’assolutamente imprevisto e non contemplato dall’idea originale. La scienza, l’astronomia, la medicina sono i campi elettivi del caso geniale. La capacità di scoprire, accidentalmente, qualcosa che non ha nulla a che fare con ciò che si stava cercando si definisce serendipity, un termine a sua volta ‘casuale’, originariamente coniato per tutt’altra cosa.    

Ieri Joseph Ratzinger è stato appunto illuminato da un lampo di serendipity e manco si è reso conto d’avere donato all’umanità un rimedio universale che d’incanto potrebbe risolvere tanti guai che ci tormentano. Ricevendo Makase Nyaphisi, il nuovo ambasciatore del Lesotho, un piccolo stato con il 30% della popolazione infettato, il pensatore tedesco ha enunciato: “Al di fuori del matrimonio, l'astinenza è la via migliore per evitare il virus dell'Aids”.

Non se n’è reso conto ma lì per lì, su due piedi, ci ha donato la “teoria dell’astinenza”, una chiave di volta che apre le porte ad infinite benefiche soluzioni. Ogni anno seimila morti per incidenti stradali? Astenersi dalla guida! 1400 morti per incidenti sul lavoro? Astenersi dal lavoro!                    “Astenersi”, un invito che potrebbe liberarci, tra l’altro, da migliaia di malattie, dalle ulcere al gomito del tennista.

La Teoria, se applicata, risolverebbe il problema delle carceri (come per l’aids, astenersi dal metterli dentro), quello dei processi, dell’Alta Velocità, della Finanziaria (astenersi dal farli), della politica (astenersi dal voto), persino risolvere le futilità del loisir: violenze negli stadi? Astenersi dall’andarci; calcio taroccato? Astenersi dal giocarlo…E così via sino alla quiescenza totale e nella perfetta serenità finalmente e totalmente donarsi alla spiritualità delle religioni.

Queste ultime di per sé il maggior caso di serendipity, d’involontaria e geniale creazione dell’intelligenza. (rt) 

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Titolo: (14.12.06) PD, ROSA O SOCIALISTI: IN PRIMIS SCIOGLIERSI

Redazione

In relazione al dibattito sollevato da Paolo Franchi su Il Riformista: “socialisti parlate adesso o tacete per sempre”, vorrei esprimere in breve un concetto.

Penso che si debba uscire dall’ipocrisia del fatto di non spiegare mai perché si dice, come ad esempio Roberto Villetti nel suo intervento, che il progetto del partito democratico perché “funzioni occorre che si realizzi con un vero e proprio scioglimento dei partiti”. L’unico pronto a sciogliere qualcosa, che io sappia, è Claudio Nicolini con la sua micro-componente nello Sdi!
Sarebbe, invece, di sinistra e di socialista avere il coraggio di dire che nessuno vuole sciogliere niente, e mi riferisco prima ancora che ai Ds e Margherita, allo Sdi e ai Radicali, perché nessuno vuole perdere le piccole o grandi rendite di posizione. La Rosa nel Pugno, prima ancora del PD di cui è una specie di pre-esperimento in vitro, sta infatti sfiorendo proprio perché coltivata in spazi angusti e chiusi tali da garantire aria e luce solo ai dirigenti ‘designati’.
Non credo alla frottola che gli italiani hanno punito o non hanno capito la Rosa con il suo bel progetto liberalsocialista. Non c’è, neppure,  da scomodare la sindrome da Partito d’Azione, ma semplicemente da osservare il sistema di conservazione del potere in una ‘partitocrazia’ di cui sono vittime anche gli stessi inventori del termine. Sono i dirigenti dei due partiti quelli che non sarebbero sopravvissuti se avessero aperto un vero cantiere/giardino per la nascita e la coltivazione della Rosa . Boselli e Pannella si sono ben guardati, e continuano, dall’andare in giro per l’Italia a cercare (di unire) laici, liberali, socialisti e radicali. Si sono limitati, prima delle elezioni, a cooptare qualche ex Ds, senza pretese di potere ed utile ad ottenere buona stampa (che non significa voti).

Il punto cruciale mi pare che risieda nel fatto che al posto delle correnti di una volta, le quali denotavano progetti politici concorrenti all’interno della stessa cultura/partito, oggi abbiamo ovunque politici-feudatari che agiscono nei partiti in modo sostanzialmente non dissimile da quello berlusconiano: cooptando e realizzando reti di fiduciari. Come ha detto Palenzona, Vicepresidente Unicredit, a Sesto San Giovanni domenica scorsa nel convegno di ItalianiEuropei: "Abbiamo solo guerra per bande". Già, bande che stanno insieme non per raggiungere il potere condividendo un progetto politico, ma per la conservazione e la implementazione del potere fine a se stesso, alimentando economie di relazioni/vicinato/famiglia/clan, il che significa punire il merito, la mobilità sociale... e in ultima analisi: deprimere il sistema paese.
Così, che si parli di Pd, RnP o socialisti, quello che conta è verificare chi abbia il coraggio di aprire la lotta al neofeudalesimo in cui si trova asfissiata la nostra democrazia. Vedremo presto se qualcuno saprà sciogliersi veramente per aprirsi a relazioni di merito e poter così progettare sul serio un'Italia moderna ed europea. Se non ci sarà, il timore di Giuliano Amato di un futuro populista sarà l'ipotesi più certa. (luca guglielminetti)


Titolo: (16.11.06)  PADOA SCHIOPPA, LO STATO, LA SPOLIAZIONE

Redazione

Come e più dei peggiori governi che l’Italia abbia dovuto subire, anche questo imposta la sua finanziaria sulla spoliazione degli automobilisti. Carburanti, per i quali si lascia mano libera alle Compagnie per incassare più accise, bollo auto e tasse limitrofe, autostrade. È la stessa ricetta sempre applicata nel deprecato, ma già rimpianto, tempo democristiano.

Poi ci sono le altre tasse, dirette e indirette, sulla casa, sul credito e sul lavoro, e il passaggio del Tfr all’Inps, un drenaggio di risorse dell’Italia attiva. (“Nessuno deve illudersi che il Tfr all'Inps sia risanamento strutturale. Si tratta di un prestito a fronte di obbligazioni future… Le spese dello Stato sono passate dal 40 al 42% del Pil e non si notano nella Manovra provvedimenti strutturali pur soffrendo L'Italia di un'intossicazione da spesa”, Alessandro Liopold, capo della Delegazione del FMI ). 

Il tutto per una manovra di circa 45 mld di €uro, dei quali solo 11 ascrivibili a tagli di spesa (fonte Centro studi della Confindustria). Ai quali si aggiungeranno i proventi del fiore all’occhiello del Prodi 2: la lotta all’evasione fiscale, questa sì sottoscrivibile dalla maggioranza dei sudditi.

Secondo Romano Prodi  l’emergenza economica renderebbe necessarie entrate extra per 26 mld  di  €uro: 20 per rientrare nei parametri europei, 6 per le ferrovie e Anas. 

Lo stesso Alessandro Liopold, poi, ha verificato che nei soli primi sei mesi dell’anno c’è stata la «fortissima crescita delle entrate» del 12,3 per cento. Con il trend dei primi sei mesi non è azzardato prevedere che a fine anno le maggiori entrate supereranno 30 Mld.

Quindi Finanziaria più maggiori entrate porteranno all’erario 75 miliardi di €uro, cioè oltre 145 mila miliardi di vecchie Lire. Senza tenere conto di quanto renderà la «lotta senza quartiere all’evasione e all’elusione fiscale» cavallo di battaglia di Vincenzo Visco. A cosa servirà questa impressionante massa di denaro che, oltretutto, non tiene conto delle imposizioni locali?    

Nel presentare la ‘sua’ finanziaria, il ministro Padoa Schioppa, autorevole e consapevole, si è così espresso (esposizione del 3 ottobre alla Camera): “Tra i molti fattori da cui dipendono il tasso di crescita e la competitività di un paese il funzionamento degli apparati pubblici ha un posto preminente. Sono in molti a sostenere che buona parte del differenziale di crescita economica tra paesi sia spiegabile proprio dal funzionamento delle istituzioni. La qualità del servizio delle amministrazioni ministeriali, della scuola, della sanità, degli enti locali è determinante perché lo Stato sia un propulsore di sviluppo e non un freno. L’Italia è lontana da una condizione di accettabile efficienza: il rapporto del World Economic Forum pubblicato qualche giorno fa ci colloca al 71esimo posto nel mondo per ciò che riguarda l’efficienza della burocrazia pubblica (e al 24esimo posto tra i 25 paesi dell’Unione Europea ndr.)”. Ha poi accennato ad una “graduale e naturale riduzione degli organici per concorrere agli obiettivi di razionalizzazione e riorganizzazione dell’apparato pubblico”. 

Subito dopo il ministro del Tesoro ha dovuto assistere impotente alla concessione di un aumento agli statali di ‘circa 100 € mensili’. E già sono sulla pista di atterraggio gli aumenti ai dipendenti del trasporto pubblico. E quelle per gli agenti carcerari, per i carabinieri e per i militari dell'esercito, tutte sacrosante e inevitabili. 

C’è un mostro che con la sua ombra sovrasta tutto il grande dibattito sull’economia italiana di questi mesi. Mai è evocato, né tanto meno chiamato direttamente in causa. Fa paura ai politici di destra e di sinistra, che perciò tacciono o mentono, preferendo trarne vantaggio. Questo fenomeno abnorme tiene saldamente ancorata l’Italia a una civiltà predemocratica. Si chiama Pubblico Impiego e supera i 4 milioni di dipendenti: 3 milioni 610 mila ufficiali (f.te Istat) a cui si devono aggiungere tutti i ‘contratti’ posti in essere dalle amministrazioni locali per aggirare il blocco delle assunzioni. E gli ‘apparati di gestione’, di partiti e altre consorterie.  

A questo serve la grande rapina fiscale, a mantenere centinaia di migliaia di dipendenti in soprannumero. Cioè di famiglie italiane. In certe zone senza quegli stipendi crollerebbe l’intera economia. Questa massa saprofita tende naturalmente ad aumentare perché la parte inutile non può essere né dimessa, né diversamente utilizzata. Così, al soprannumero si aggiunge la carenza di personale in certi settori, ad esempio per le case di pena o per gli ospedali dove sono richieste specializzazioni professionali.

Il risultato è una burocrazia improduttiva, un insopportabile peso per l’Italia e per l’Europa, come ha bene spiegato con onestà intellettuale Padoa Schioppa. Essa non diminuirà essendoci sia al governo che all’opposizione forze politiche che intendono rafforzarla:  la sinistra radicale e la destra sono stataliste. Anche le amministrazioni locali e regionali, messe alla prova dai diminuiti trasferimenti di statali, neppure per un attimo pensano a sfoltire i dipendenti, quello va bene per la Fiat e per qualsiasi azienda privata che voglia sopravvivere, loro provvedono taglieggiando i cittadini.

Altrettanto mai potrà diminuire la famelica ricerca di risorse da parte dello Stato. Più ne incasserà, più ne butterà nel buco nero della sua burocrazia, più questa crescerà.  A meno che la situazione non precipiti, com’è successo al comune di Taranto, commissariato, che ha chiuso le sue attività e non paga più gli stipendi, in attesa dell'immancabile soccorso statale. (r.t.)

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Titolo: (09.11.06) CHI HA BISOGNO DEL PARTITO DEMOCRATICO?

Redazione

Sono in pieno svolgimento le manovre e gli incontri che dovrebbero portare una consistente parte del Centrosinistra all’approdo del Partito Democratico. In questi giorni sono sul tappeto questioni fondamentali: quanti posti a te, quanti a me. Seguono tutte le altre voci, statutarie e della sussistenza. Dalle modalità di rappresentanza, alle regole congressuali, dal ricco sottogoverno, alle tante vicende delle amministrazioni locali.

Sono ricette d’alta e bassa cucina che richiedono un’esperta cottura dei cuochi romani. Al  momento d’infornare l’elaborato piatto sarebbe necessario chiarirne la sua destinazione europea. Se quella socialista o quella popolare, per ora non è dato sapere. Romano Prodi, che fortissimamente vuole il nuovo partito per stabilizzare il suo governo, proprio in questi giorni sta trattandone la collocazione internazionale.          

Questo aspetto apre l’enorme armadio dei misteri che contiene, oltre ai cruciali apparentamenti internazionali, le tematiche politiche che non possono essere che di medio e lungo periodo. Infatti il Partito democratico nasce – se nasce – per servire il paese, per avviare a soluzione i problemi dell’Italia attestando una grande forza politica che vorrebbe occupare il centro dello schieramento progressista. Questo è quanto vanno dicendo i dirigenti più autorevoli dei Ds e della Margherita. Questo è negli intendimenti di Prodi, il maggior fautore dell’operazione, che si considera il leader naturale del futuro Pd.

Ma non c’è un progetto leggibile dagli elettori, né mai si sono discusse concrete tematiche politiche che lo supportino. Una ragione sta nel fatto che l’esame di singoli temi metterebbe in luce più le differenze insormontabili che le necessarie convergenze di programma. L'altra nella differente caratura dei due partiti, tanto che alcuni avanzano il sospetto che il futuro partito sia quasi un'annessione.  

Apparentemente tramontate le ideologie, senza una realistica disamina dei programmi e delle compatibilità non si capisce come e perché fare un nuovo partito. 

Costituire il Partito democratico nell’attuale condizione è un azzardo. Peggio ancora, è un fatale equivoco che si aggiungerebbe alle altre terribili ambiguità di questa fase della storia italiana.  È stato ambiguo il cammino che ha portato dal Pci ai Ds, così denso d’ipocrisie e di nodi irrisolti. È ambigua la Margherita e i suoi petali che tali restano mai essendosi amalgamati in un’unità.

Messe alla prova dei problemi economici, storici e sociali  impietosamente esaltati dalla globalizzazione,  l’indefinita natura delle forze politiche, il loro cinismo e le loro falsità, generano un’evidente tendenza verso l’autoreferenzialità e l’autoritarismo: sempre meno democrazia grazie a leggi elettorali che sottragono gli ‘eletti’ all’esame del voto e permettono che ministri ed assessori vengano nominati con l'intervento marginale degli elettori; sempre meno parlamento dato che le leggi si decidono altrove e poi vengono scaricate sui cittadini. Il Partito democratico, calato sui fermenti della società italiana come un sarcofago di cemento, non migliorerebbe lo scoraggiante panorama politico. 

La storia dovrebbe insegnare che situazioni del genere hanno in sé le radici di amari frutti. I primi di questi, l’ingiustizia e l’impossibilità d’ottenerla unita alla prevaricazione, in passato hanno spinto l’Italia verso fosche avventure. (r.t.)

 


(27.10.04) PD E QUESTIONE SOCIALISTA 

Le anticipazioni del nuovo libro di Bruno Vespa non lasciano alcun equivoco in sospeso: la collocazione internazionale della nascente formazione democratica divide i maggiori contraenti di quel medesimo patto di azione politica. La questione socialista in Italia e quella dell’adesione alla più grande famiglia della sinistra europea e mondiale non rappresentano problemi secondari. E riuscire a costruire una formazione più ampia che a quella famiglia faccia diretto riferimento, diviene un tema politico che si pone con chiarezza e con urgenza.

Non vi può essere, nel nostro Paese, una forza progressista che abbia, come richiamo esclusivo, l’esperienza dei democratici americani o indiani: una sinistra riformista degna di questo nome deve indubbiamente saper allargare i propri confini culturali, ma non può nemmeno perdere di vista i propri orizzonti ideali ed i suoi stessi valori di origine.

Il più grande partito della sinistra italiana, intorno a ciò dovrà fare chiarezza, in particolare intorno alla questione socialista. L’adesione all’Internazionale socialista, avvenuta negli anni ’90, fu il risultato di un difficile e complesso negoziato che venne agevolato proprio dall’atteggiamento positivo dei partiti ‘fratelli’ già presenti in quell’organizzazione: sarebbe, oggi, incomprensibile una fuoriuscita politica da quel perimetro ideale in funzione di una non meglio precisata ‘alternativa democratica’, che, allo stato, non esiste, né a livello internazionale, né a livello europeo.

C’è una non più eludibile ‘questione socialista’ all’interno della sinistra italiana: una questione, ad un tempo, politica e formale.

Bobo Craxi


Titolo: (20-10-06) LA MORTE DELLA ROSA

  Biagio De Giovanni da Il Riformista, 20 ottobre

 Perché il progetto della Rosa nel Pugno è fallito? Avevano dunque ragione Massimo D'Alema (è un mero cartello elettorale, disse) e Dino Cofancesco, che argomentò l'impossibilità di un incontro fra i due riformismi, fra il movimentismo radicale e l'istituzionalismo socialista? Avevano ragione Rino Formica e tanti altri socialisti? Se si guarda al risultato, certamente sì. Ma vorrei qui motivare diversamente le ragioni del fallimento, anch'io con uno sguardo alla storia d'Italia, ma da un punto di vista differente. Certo, nessuno nega che alcune difficoltà, di natura perfino "antropologica", si siano manifestate con una irruenza incoercibile, ma il punto vero è un altro: è che il liberal-socialismo non passa, nel senso comune di massa della nostra società, nella sua cultura politica, nelle adesioni elettorali. 

Una sinistra, che manifesti intenzioni liberali, resta piccola, sparuta minoranza, e si scioglie, prima o dopo, in una occasione o in un'altra. Ma il liberalismo non piace neppure a tutta quell'aria centrale, oggi nel centro-sinistra, formata dallo stabilizzarsi politico del cattolicesimo democratico e "solidarista", almeno dai tempi di Fanfani. E fatica ad affermarsi nel centro-destra, dove ai conati berlusconiani (a parte le anomalie profonde del berlusconismo, ma è stato l'unico, confuso e contraddittorio tentativo di affermare un liberalismo di massa, dominato però dagli interessi del leader) furono contrastati da forze annidate ben dentro l'alleanza. Né vale richiamare il successo di consenso di alcune grandi battaglie radicali e liberali soprattutto del passato, anzi. Il fatto che quei successi non riuscissero mai a stabilizzare un voto politico radicale, sempre assai gramo, è proprio la conferma che, passata l'occasione, l'adesione di lunga durata riprendeva le vie consuete.

È dunque la società italiana nel suo insieme che rigetta, starei per dire per sua costituzione storica, che idee liberali, da istanza di liberazione di alcune forme di vita, si facciano per davvero politica, e si diano una forma. E non s'è visto qualcosa di questo destino anche nella vicenda craxìana?

Questo è il punto da indagare, anche per il futuro. Il grande macigno sta, credo, nella rappresentazione che il compromesso cattolico-comunista ha consegnato alla storia italiana. Se volessi risalire ancora più indietro, alle prime "letture" dello Stato social-corporativo degli anni venti, lo dovrei fare con argomentazioni analitiche qui non consentite, e quindi ritiro subito la mano, ad evitare rigetti e condanne. Il grande macigno sta nella forza opaca di corporazioni che hanno consolidato nei decenni irriducibili posizioni di egemonia e di consenso in zone "parziali" della società; il grande macigno sta in una interpretazione dello Stato sociale che ha condotto alla degenerazione di assetti significativi dello Stato di diritto e dei connessi principi individualisti e liberali. Gli esempi sono pressoché superflui: dalle patologie sindacali, dove il consenso si prolunga oltre gli stessi interessi dei consociati, alle patologie corporativo-professionali, al rafforzamento di posizioni di potere locali chiuse senza speranza, a tante altre. Il seme del liberalismo si è spento fra le pieghe di una cultura politica che lo taccia di antipolitica; si è spento in un assetto sociale statico e conservativo; si è spento nel grande compromesso che ha dominato la vita italiana e che forse continuerà a dominarla, nonostante tante cose convergano per diversi assetti e prospettive. Timidi tentativi dall'interno vengono ogni giorno spezzati; timidi tentativi dall'esterno (anche la Rosa) cadono sotto i colpi della terribile preoccupazione di alcuni di restar fuori dagli assetti di potere in formazione: nessuno ha fiducia che, lavorando pazientemente, le cose possano mutare, anche questo un segno dei tempi.

La scorciatoia del "partito unico" (così mi piace chiamare il costituendo partito democratico) peggiorerà le cose, collocandosi evidentemente nell'alveo descritto, fino a un rischio democratico se nel frattempo altre zone della società non troveranno risposte e forme di organizzazione diverse. Non ho mai condiviso la tesi di Michele Salvati, per il quale il seme di una proposta liberale, non negatrice della necessaria solidarietà sociale, fosse già tutto interno al progetto del nuovo partito. Penso proprio il contrario, quell'ipotesi è destinata, da questo punto di vista, al "lasciate ogni speranza voi che entrate". Per un po' di tempo, ebbi l'impressione che dall'interno del mondo cattolico potesse maturare, sull'onda di tanti fatti, una nuova attenzione per quel cattolicesimo liberale, di ascendenza degasperiana, che era stata una isolata parentesi nella storia italiana. Ci fu una fase della direzione margheritiana di Rutelli che sembrò andare in questa direzione, poi più nulla, e anche De Mita ha deluso. Le "primarie" hanno spento tutto e tutti, anche qui in modo patologico, come se non si attendesse altro, quando non c'era nessuna necessità di ricavare da un fatto indicativo ma di ambiguo significato tutto ciò che vi si è tratto, come il coniglio famoso dal cappello del prestigiatore. "Chapeau", per chi ha condotto l'operazione, un po' meno per chi la ha subita. Ma, tant'è, questa è la partita che ha vinto. E le conseguenze sono sotto i nostri occhi. Il governo è tutto pencolante da un lato, anche questo prevedibile per chi aveva ritenuto di poter fare una certa diagnosi del "prodismo". Nulla di nuovo sotto il sole, come ricorda l'Ecclesiaste.

E come la Rosa si poteva salvare in questo quadro? Solo una convinzione profonda e unitaria del suo gruppo dirigente poteva fare ciò, creare una zona di resistenza attiva, un lavoro continuo e intelligente, minuto e generale insieme. Non è stato così. L'occasione è perduta. La politica ha i suoi tempi e le sue occasioni che non tornano. L'anticamera del partito democratico credo che presto si affollerà di reduci di altre esperienze, spero non con il cappello in mano. Per me, la conclusione di quella esperienza è anche, come già ebbi occasione estiva di scrivere, la conclusione del mio impegno politico.


Titolo: (05.10.06) GOVERNO PRODI E ORDINI PROFESSIONALI

 Michele Rana, da Notizie Radicali

La Rosa nel Pugno e i Radicali Italiani avevano fatto la propria campagna elettorale lancia in resta proprio su alcuni obiettivi di riforma economico-sociale tesi a sbloccare questo paese governato, invece, da caste, corporazione ed oligarchie onnivore che limitano l’accesso nel mondo del lavoro e la mobilità tra una professione e l’altra. Il Governo Prodi, alternanza a quello di Berlusconi e della Casa della Libertà, aveva cominciato bene. Il decreto Bersani, seppur con qualche indecisione e timidezza di troppo, sembrava andare nella direzione giusta: quella delle liberalizzazioni che, poi, magari sono capaci di creare nuovi lavori, nuova ricchezza e quindi nuovo imponibile. Durante l’estate sono stati sufficienti alcuni giorni di agitazione dei tassisti, con una buona dose di illegalità e qualche sopravvalutazione mediatica, e il decreto Bersani ha cominciato a balbettare, a fare dietro-front fino a sparire dalle parole d’ordine proprio del partito del Ministro. Ora è il momento di una finanziaria fatta di tasse, nuove e vecchie, e di tagli. Dice bene l’On. Daniele Capezzone: una finanziaria fatta solo di fisco e senza alcuno straccio di riforma. Perché c’è da scommettere che i tagli alla spesa, sic et simpliciter, senza alcuna riforma strutturale e all’interno di una prospettiva economica e sociale ben definita, da una parte finiranno, quale effetto non previsto, per far diminuire l’efficacia di qualche pubblica amministrazione o ente locale e dall’altra costituiranno l’alibi per i grossi sindacati italiani, che per ora sono tacitati dagli intenti redistributivi della manovra, per lamentare e rilanciare su qualche irragionevolezza che inevitabilmente vi sarà in qualcheduno dei provvedimenti, in esecuzione alla previsione di bilancio, che inciderà sulla spesa e di più su qualche piccolo o grande potentato. Ma lo scoramento è grande se si analizza la finanziaria sul versante delle occasioni mancate: le riforme che potevano essere facilmente messe in cantiere e che giacciono, invece, completamente ignorate. Un esempio. C’eravamo lasciati col centrodestra tutto proteso a riportare la competenza esclusiva allo Stato in materia di professioni, ad istituire l’Albo unico dei commercialisti e a creare, ex novo e per legge, nel Gennaio di quest’anno, udite udite, ben 22 ordini per le professioni sanitarie non mediche e cioè per gli infermieri. Neanche rispetto ad un mercato, quello degli infermieri, strutturato su una forte domanda non evasa e con gli immigrati, una volta giunti in Italia, che premono alle porte per farsi riconoscere ufficialmente il titolo di studio acquisito all’estero il centrosinistra di Prodi e la finanziaria di Padoa Schioppa hanno saputo imbroccare la strada anticorporativa dell’abolizione di questi neo-ordini; neanche in questo caso hanno voluto (o potuto ?) segnare un gol, facile facile, innalzando una bandiera socialista in quanto in difesa delle possibilità di accesso al lavoro dei più deboli e liberale perché tesa ad aprire il mercato di una professionalità sempre più richiesta rispetto ad una società che tende all’innalzamento dell’età media ed aspettative di vita sempre crescenti. Figuriamoci quello che vorrà (o potrà ?) fare questo Governo sull’ordine dei giornalisti, sulle professioni notarili o su quelle squisitamente forensi !


Titolo: (05.09.06) Per un nuovo partito non bastano parole nuove

Emanuele Macaluso, da Il Riformista del 5 settembre 2006

Nei giorni scorsi su Repubblica abbiamo seguito un dibattito sulla «morte del socialismo» cui hanno partecipato illustri studiosi europei e personalità politiche italiane, e abbiamo letto alcune riflessioni interessanti in un ammasso di ovvietà, di cose dette e ridette, fritte e rifritte. Insomma, si cerca di dare dignità culturale all’operazione politica che dovrebbe dare vita al Partito democratico. Si voleva volare alto per finire con la domanda, a volo basso ma sensata, di Ilvo Diamanti che domenica su quel giornale si chiedeva perché le forze che dicono di volere il Partito democratico non abbiano fatto una festa in comune, lasciando in piedi quelle dell’Unità, della Margherita e altri fiorellini.

Che il mondo sia cambiato lo vediamo e lo sappiamo. Il cambiamento ha fatto implodere l’Urss e gli Stati che seguivano il suo modello autoritario e statizzato, ma non il socialismo democratico, al quale ha posto problemi nuovi e non previsti né nelle tavole del marxismo né nella abituale prassi socialdemocratica. E a questi problemi i partiti socialisti hanno dato, anche con ritardi e difficoltà, risposte che sono innovative e in continuità con la loro storia. Abbiamo letto decine di pagine che spiegano che non siamo più negli anni delle nazionalizzazioni. I partiti socialisti quando non hanno capito in tempo che quella politica non era più funzionale allo sviluppo sono stati puniti dagli elettori. I quali però li hanno premiati quando le “riforme” dei conservatori tendevano a buttare il bambino con l’acqua sporca. Che oggi non si debba statalizzare nulla l’ha capito anche la nostra sinistra radicalissima, che ormai identifica la rivoluzione con lo “spalmare” qualcosa. Giddens invece scopre che «il socialismo è morto la sinistra no». In Europa non c’è stato “il socialismo”, ma partiti socialisti riformisti che con la loro opera nella società, nei parlamenti, nei governi, hanno trasformato e non abbattuto il capitalismo, allargando le maglie della democrazia, sostenendo i movimenti femministi, dei nuovi diritti individuali e collettivi. E la sinistra non è morta perché non sono morti i partiti socialisti i cui obiettivi non si identificano con la “città futura”, ma con la “libertà uguale” come dice «l’ossimoro» di Giuliano Amato.

In Italia non c’è un grande partito socialista come in Europa. Ma le ragioni per cui non c’è non cancellano quelle del socialismo democratico. La battaglia che oggi conduce il centro-sinistra in buona parte si identifica proprio con quelle ragioni. Certo, sarebbe bene che i riformisti del centro-sinistra si trovassero in un solo grande partito. Però nel ragionamento dei sostenitori del Partito democratico c’è una contraddizione. In un suo recente scritto Luciano Cafagna osserva che le società moderne esprimono esigenze nuove «in continuità con l’umanesimo socialista» identificabili nelle nuove libertà di costume e nei relativi diritti, e soprattutto si configurano come società della conoscenza e del progresso scientifico. Cafagna pensa che questa prospettiva può essere vissuta come «moderna utopia umanista» dal mondo laico-socialista e con diffidenza e anche con ostilità da quello cattolico. La questione è molto seria e non può essere accantonata, come dice l’ottimo Veltroni, insieme al tema della collocazione internazionale del Partito democratico, per costruire un contenitore senza storia e senza anima, affollato solo di parole “nuove” e di assessori e aspiranti consiglieri di amministrazione delle Asl.


Titolo: 01.09.06) E’ L'ORA DEGLI OUTSIDER

di Daniele Capezzone (da Notizie Radicali)

 Le misure varate con il decreto Bersani rappresentano -davvero- un buon inizio per riaprire un paese troppo spesso chiuso, prigioniero di lobby, corporazioni e oligopoli. E lo dico non solo avendo sostenuto il provvedimento, ma avendo spinto (e avendo intenzione di continuare a farlo!) perché -appunto- si tratti solo di un inizio, e non ci si fermi a questa prima tranche di liberalizzazioni.

Certo, più complessivamente, c’è un problema di fondo (lo hanno osservato in tanti: da Massimo Cacciari a Giorgio Benvenuto, da Roberto Pinza a chi scrive) nel rapporto tra il centrosinistra e il ceto medio. Mi riferisco ad una sorta di incapacità, ad una non-lettura di quello che accade nella nostra società e nel nostro tempo. Ancora si ragiona, da parte di tanti, in termini di “blocchi sociali” (che, come tali, non esistono più), o comunque ci si “siede” sul vecchio schema della “triangolazione” con sindacato e grande impresa. Dimenticando che oggi gran parte dei lavoratori non sono rappresentati dal sindacato, così come gran parte degli imprenditori sono -di fatto- senza voce. Esemplifico: chi si occupa dei 6 milioni di piccole e piccolissime imprese, che non vanno nei tg, non vanno a Porta a porta, ma rappresentano il cuore pulsante del paese? Se l’unica cosa che “arriva” a questa parte del paese, da sinistra, è nei giorni pari il ripristino della tassa di successione, e nei giorni dispari l’abolizione del secondo modulo della riforma fiscale, quello che si crea è un sentimento di paura e di diffidenza profonda. Vorrei che non si dimenticasse che, in tre mesi di campagna elettorale, l’Unione ha gettato al vento circa 7-8 punti di vantaggio: e l’incertezza (per non dire altro) sulle tasse ha giocato un ruolo rilevantissimo.

Da questo punto di vista, c’è un problema di fondo, “culturale” e quindi massimamente politico. Qualche mese fa, su “Il Riformista”, un dirigente Ds come Gianni Cuperlo aprì con coraggio una discussione, a partire da una ricerca SWG, in cui si chiedeva agli elettori di centrosinistra in quali parole “si riconoscessero” e in quali no. Il risultato fu impressionante. “Socialdemocrazia” veniva associato a sinistra dall’80%, “uguaglianza” dal 90, come “gestione pubblica” e “lavoratori”. E fin qui, si dirà, nessuna sorpresa. Ma la sorpresa non positiva venne quando emerse che meno di un quarto degli interpellati si identificava con il valore del “merito individuale”; che lo stesso piccolo quarto si riconosceva nel “talento”; che la “gestione privata” arrivava a mala pena al 33%; che l’”ambizione individuale” si fermava al 10%, e il “rischio” (anche nell’attività economica) si attestava su uno striminzito 12%. Ecco perché ci vuole più Blair. Ed ecco perché, rispetto a Zapatero, serve non solo lo Zapatero laico (al quale sono -ovviamente- affezionatissimo, e che ho strenuamente difeso anche quando in Italia lo si guardava con sospetto), ma pure quello che non abolisce le riforme economiche di Aznar, e ne fa la base per andare ancora più avanti.

Morale. A mio avviso, il centrosinistra ha davanti quattro sfide. Primo: anche nel dialogo con imprenditori e sindacato, occorrerebbe fare tesoro della loro disponibilità ad innovare. Oggi, chi parla (ad esempio) con Confindustria, Confapi, Uil, Cisl, ma anche pezzi non marginali della Cgil, trova soggetti che sono davvero pronti a mettersi in gioco in una sfida di modernizzazione. Secondo: più Giavazzi, cioè andare ancora avanti sul terreno delle liberalizzazioni, non trascurando (insieme ai grandi settori: energia, tlc, servizi pubblici locali, ecc.) anche cose e ambiti capaci di parlare al “vissuto” degli elettori, e capaci di dare un senso anche psicologico di “svolta”: penso al superamento degli ordini professionali e all’abolizione del valore legale del titolo di studio universitario. Terzo: una decisa svolta antiburocratica e per la semplificazione (penso alla mia proposta “sette giorni per un’impresa” e anche al positivo pacchetto annunciato dal ministro Nicolais). Quarto: le riforme strutturali (pensioni, sanità, pubblico impiego e finanza locale). Anche su questo, bisogna parlare al paese un linguaggio non terroristico, ma di ragionevolezza. Penso alle pensioni: non c’è da parlare di “tagli” (spaventando le persone, e facendo pensare che qualcuno voglia “ridurle”); semmai, c’è da ragionare in modo sereno sull’età pensionabile, per costruire una nuova alleanza tra padri e figli. Se faremo questo, può nascere quello che ho chiamato un “movimento degli outsider”: un’alleanza dei non garantiti, di coloro che sono fuori dal fortino delle tutele esistenti.


Titolo: (07.07.06) IL MOMENTO DELLA VERITA'

Redazione

I prossimi mesi saranno molto interessanti per valutare la tenuta del governo e l’andamento della costituzione del Partito Democratico. Il nesso stretto tra i due percorsi, è stato confermato nell’assise romana che si è svolta martedì scorso dove Prodi ha sostenuto: “Avanti veloci se no si cade”.

Il vero puntello che potrà sostenere o far crollare il progetto del PD è solo ed essenzialmente il governo presieduto da Romano Prodi che ha l’occasione storica di fare quella “rivoluzione liberale” che, dopo Giolitti, è mancata da un secolo nella nostra storia e che nessuno ha osato intraprendere con un serio lavoro di smantellamento dei sistemi corporativi, che - riguardi tassisti, artigiani, professionisti, sindacati, imprese, statali - non dimentichiamolo, sono eredi diretti del sistema fascista che si è protratto per tutta la prima repubblica fino ad oggi per i deficit di cultura liberale nel DNA di tutti i partiti politici del nostro paese.

Se il governo, nonostante la varietà di culture politiche al suo interno, insisterà e vincerà gli scontri che sorgeranno sulle sue politiche di liberalizzazione, potrà compattare chi vuole modernizzare questo paese ed abbattere i suoi sistema chiusi, oligarchici, incivili ed antieconomici, e non ci sarà resistenza che tenga: il Partito Democratico sarà cosa fatta.

Dopo un quarto di secolo di riforme mancate: Craxi non c’e riuscito, Berlusconi ha fatto solo finta, sarà la volta buona? Siamo vicini al momento della verità.

 Concludo con l’augurio che di fronte a questa prospettiva, le forze organizzate di cultura socialista, radicale e liberale, non perdano l’occasione per confrontarsi con essa. Le battaglie per la laicità o quelle per l’orgoglio e l’unità socialista, sono sterili ed inefficaci se non passano dalla piena consapevolezza che al paese servono, moltiplicate per cento, riforme sul modello del decreto Bersani. I diritti civili, laici e bioetici allignano là dove si sia affermato il primo diritto, per il quale vale oggi combattere, cioè quello di vivere in una società aperta, con una ampia mobilità sociale al suo interno e dove i meriti trovino sovranità.

(Luca Guglielminetti)


Titolo: (21.06.06) IL RITORNO TRISTE DEI MANDARINI

di Lucia Annunziata (da La Stampa)

 Lo scrittore Claudio Magris e il regista Gianni Amelio sono stati chiamati a far parte dell'organismo del ministero dell’Interno che vigilerà sull’immigrazione. Il premio Strega dovrebbe andare a Rossana Rossanda, un altero personaggio finora fuori da ogni riconoscimento «mainstream»; e uno Strega Speciale sarà, domani sera, consegnato all'ex presidente della Repubblica Scalfaro, nel corso di una cerimonia in cui una trentina di grandi elettori dello stesso premio leggeranno a turno un articolo della Costituzione, a quattro giorni dal voto referendario. Il ministro degli Esteri D'Alema per il suo primo e rilevante viaggio a Washington ha scelto di essere accompagnato da una delegazione di consiglieri personali, tagliando fuori la Farnesina: Marta Dassù, direttore della Rivista Aspenia, e la traduttrice Chiara Ingrao.

Appena arrivato al governo, il centro-sinistra sembra aver immediatamente rivitalizzato una antica consuetudine: la mobilitazione degli intellettuali a suo favore. Intellettuali che a loro volta rispondono, come sempre, con entusiasmo e qualche eccesso. La prima estate della coalizione si apre così all'ombra dell'intellettuale organico.

Quel che rimane, al momento, dell’opposizione di centrodestra ha infatti immediatamente colto e inchiodato il fenomeno, facendo del premio Strega alla Rossanda il punto di polemica perfetto per accusare: 1) il solito trasformismo/opportunismo dei mandarini del nostro Paese che si ricollocano immediatamente; 2) la dittatura del politically correct come eterno strumento di dominio della sinistra.

Ma se entrambi questi elementi esistono (con tutto il rispetto per la libertà intellettuale delle case editrici di Berlusconi, solo un anno fa davvero la Rossanda avrebbe vinto lo Strega? O Scalfaro il premio speciale per la Costituzione? E Magris sarebbe stato chiamato all’Interno?), nessuno dei due sembra cogliere davvero nel segno. Le ragioni del continuo ricorso dei politici di sinistra al mondo della cultura sembrano essere oggi molto più funzionali, di breve periodo, insomma un po' più meste, oltre che più modeste.

L'intellettuale organico implicava infatti un riferimento molto solido, un partito, un progetto politico, una direzione chiara insomma. La mobilitazione che si chiede a un intellettuale oggi è più simile a quella dei tecnici, o dei verificatori della bontà del progetto. Magris viene chiamato al ministero dell’Interno come uomo che riflette in maniera «alta» (termine divenuto molto in uso nel linguaggio della politica per indicare una distinzione con la «gestione» della politica) sulle identità di frontiera, e Amelio come uomo che ha tradotto in arte, in un film, una tematica giornalistico-politica. I consulenti del ministro degli Esteri sono coloro che portano i «files», cioè gli studi approfonditi di settore. E lo Strega alla Rossanda appare, da questo punto di vista, come la legittimazione dell'addomesticamento di una visione finora radicale ed esterna al sistema.

Per dirla con il linguaggio di altri tempi, la cultura viene usata come fornitore di «contenuti» nella elaborazione della politica. Non come radice di formazione della politica stessa. Il procedimento, insomma, è l’acquisizione di un marchio di qualità, di una prova bontà legata alla funzione artigianale e disinteressata del pensatoio, ma estranea alla sfera della elaborazione e della decisione politica. Piaccia o no, è una trasformazione. Che come tutti i cambiamenti rivela varie cose. La prima è che cosa rischiano di divenire gli intellettuali: i macinatori del sapere. La seconda è che ruolo si riservano i politici della sinistra: quello di una politica i cui contenuti, appunto, sono acquistati all'esterno della loro visione.

Con il rischio di avere in futuro Muccino junior e Virzì consulenti per il ministro della Famiglia Rosi Bindi, Silvio Orlando con i suoi campetti domenicali testimonial del ministro dello Sport Melandri, e (vista l’impossibilità del Ferroviere Pietro Germi) Sandro Veronesi consulente del ministro Ferrero, grazie all'anticipatore titolo del suo romanzo «Caos Calmo» che ben descrive i rapporti fra governo e sindacati.


Titolo: (14.06.06) L’OCCASIONE DI BOSELLI

Redazione

Cross-fertilization e diversity mangement, sono due concetti applicati in due ambiti diversi, il mondo scientifico e quello degli affari, ma significano la stessa cosa: la creatività che nasce dell’incontro tra diversi. Si tratti di scuole scientifiche o di pensiero, di esperienze lavorative o professionali, che si tratti di origini etniche o nazionali, il confronto tra soggetti diversi crea quel crogiuolo che è “alla base del progresso moderno”, come dice Umberto Veronesi. Cosa succede in politica? Negli anni successivi a Tangentopoli si sono creati soggetti, che, volenti o nolenti, hanno sperimentato una cross-fertilization/ diversity mangement tra culture politiche: Forza Italia e la Margherita sono due esempi, che funzionano abbastanza, Le “cose” di Ds e quelle di Boselli, invece si sono rilevate dei fallimenti.

Sorvolo sull’ex Pci, e la sua lunga tradizione di inglobamento dei diversi, perché mi interessano le vicissitudini attuali della Rosa nel Pugno. Le alleanze dello Sdi di Boselli con Dini, con i Verdi e con i Radicali sono state meri escamotage elettorali durati lo spazio di tre campagne elettorali politiche: quelle del 1996 - 2001- 2006. La necessità di stringere rapporti elettorali non è stata colta da Boselli come opportunità per coltivare un crogiolo dove la tradizione del Psi, almeno la parte rappresentata dallo Sdi, si mescolasse con la cultura liberaldemocratica, ambientalista e radica. ln altri termini si potrebbe dire: non ha fatto della propria debolezza un punto di forza.

Poiché l’esperimento della Rosa nel Pugno non è ancora completamente fallito, ci permettiamo di segnalare i due concetti gemelli di cross-fertilization e diversity mangement, concetti che si applicano e funzionano in politica, non solo quando c’è una leadership forte che li coltiva, ragionando in termini di nuova identità, ma, soprattutto, quando l’osmosi di idee si pratica col confronto a tutti i livelli condividendo i luoghi dell’agire quotidiano: le sedi, le sezione o i circoli. E non quando si continua, come accade oggi, a parlare di componete, socialista o radicale, a mantenere ciascuno le proprie sedi, centrali e periferiche, e a ritrovarsi, ai soli livelli dirigenziali, per decidere le spartizioni di seggi e poltroncine. Non è con una riunione di tutti a Fiuggi una volta l’anno che si coltiva la Rosa, ma come tutti gli esperimenti botanici, con la pazienza di un lavoro continuo in un laboratorio con la porta aperta.

(Luca Guglielminetti)


Titolo: (07.06.06) SOCIALISTI, UN POPOLO DA SALVARE?

Redazione

Il titolo della recensione del libro di Valdo Spini, “Compagni, siete riabilitati!” sul supplemento domenicale de il Sole 24 Ore, in verità non conteneva il punto interrogativo. Lo aggiungiamo noi, alla luce di due fatti: i catastrofici risultati alle politiche ed alle amministrative ottenuti dalle liste eredi del Psi (Il nuovo Psi con i neo DC, I Socialisti di Bobo Craxi e lo Sdi con i radicali nella Rosa nel Pugno), da un parte, il risorgere di tentativi di rilancio della questione dell’unità dei socialisti avviati da più parti con ottiche assai diverse tra loro, dall’altra. Vediamole.

Valdo Spini, nel suo libro, boccia il partito democratico prodiano ed auspica la nascita di “un forte partito del socialismo europeo” intorno ai DS, previa riabilitazione di Craxi e dei socialisti.
Bobo Craxi, vuole rilanciare l’unità socialista, organizzando un seminario a luglio che verifichi “che cosa pensano vecchi dirigenti, a cominciare da Formica, Amato, De Michelis e anche da Martelli”, e risponda al da farsi di fronte alla nascita del partito democratico.
C’è poi l’imminente iniziativa degli “autoconvocati” a Firenze, intorno a Cariglia, Lagorio e Laroni, che vogliono lanciare un polo laico socialista, fuori dall’attuale bipolarismo e che trova anche consensi nel Nuovo Psi.
Esistono quindi almeno tre gruppi che ripropongo, dopo un decennio di tentativi falliti, il tema dell’unità socialista, tutti con prospettive politiche diverse.

La minima riflessione di fronte a questo stato di cose, premettendo che in politica o si è in grado di salvarsi da soli o nessuno verrà in soccorso dei socialisti, è quella di misurare questi tentativi sulla capacità di esprimere un’evoluzione dell’identità socialista, attraverso un cambio di linguaggio che superi il reducismo e l’invettiva al traditore di turno, una cambio di parole d’ordine che vada oltre lo stereotipato riproporre antiche agende politiche, un cambio di rituali che sancisca la modestia degli attori che finora hanno fallito.
Il punto interrogativo è quindi d’obbligo, perché, così com’è, l’identità socialista - è stato fin troppo dimostrato dagli ultimi risultati elettorali - non ha proprio più nulla da dire al nostro paese.

(Luca Guglielminetti)


Titolo: (23.05.06) LE TRE ZAPATERE

Redazione

Se il vice minsitro Visco se ne esce con l’idea di ripristinare la tassa di successione, anche se tutti sanno che crea un afflusso assolutamente marginale alle casse dello stato, nessun opinionista commenterebbe che “sarebbe meglio arginare l’estemporaneità delle singole proposte” dei ministri.

Se invece si tratta delle “tre zapatere”, Rosy Bindi, Livia Turco e Emma Bonino, allora Pigi Battista dalle colonne del Corsera, lancia subilo l’allarme del pericolo di guerra religiosa, di offesa all’identità nazionale, di vendetta contro il Papa. Ed esorta a lasciare parlare (e decidere) solo Prodi, su problemi così delicati.

Rosy Bindi è intervenuta senza preclusioni sul tema delle coppie di fatto e addirittura sulla revisione della legge sulla procreazione assistita; Livia Turco ha dichiarato l'intenzione di non mettere ostacoli alla sperimentazione in Italia della pillola abortiva Ru486; Emma Bonino ha ricordato che che nel Manifesto di Altiero Spinelli non sono contemplate le «radici cristiane» come fonte identitaria dell’Europa.

Il poco di nuovo e moderno che si intravede nel nuovo esecutivo viene da loro, le tre donne “zapatere” di Ds, Margherita e Rosa nel Pugno. Lasciamole fare, invece di evocare subito l’intervento del vecchio “curato di campagna”, per favore!

(Luca Guglielminetti)


Titolo: (19.05.06) La Repubblica della terza età

--> di Gianluca Violante da LaVoce.info

 In Italia, a 65 anni si va in pensione. Ma non in politica. Quando la quasi totalità delle carriere lavorative si esaurisce, quella politica raggiunge l’apice: se ne va un presidente del Consiglio di quasi 70 anni e ne subentra uno di 67. Carlo Azeglio Ciampi termina il suo mandato di Presidente della Repubblica a 86 anni e Giorgio Napolitano inizia il proprio a 81 anni. Meglio non soffermarsi sul fatto che una metà del Senato della Repubblica ha tentato di instaurare, in ruolo delicato e logorante come quello di presidente, un senatore di 87 anni.

Giovani alla meta
Questa peculiarità è ancora più evidente se ci si confronta con il resto d’Europa. Tra i presidenti del Consiglio, in Francia, Villepin fu nominato nel 2005 a 51 anni; anche Angela Merkel (Germania) ha 51 anni. Persson (Svezia), Socrates (Portogallo), Karamanlis (Grecia), e Vanhanen (Finlandia) furono eletti a 47 anni. Balkenende (Olanda) e Verhofstadt (Belgio) entrarono in carica a 46 anni. Stoltenberg (Norvegia) fu eletto a 45 anni e Zapatero (Spagna) a 44. In Inghilterra, Blair iniziò il suo lungo mandato nel 1997, a 43 anni di età. Alla Repubblica Ceca spetta il primato del primo ministro più giovane:nelle penultime elezioni, tenutesi nel 2004, Stanislav Gross fu eletto a 35 anni. La differenza di età tra il nostro primo ministro e quello "mediano" europeo è scioccante: venti anni, quasi una generazione. Da una rapida occhiata agli archivi appare un altro dato piuttosto sconcertante. In Italia, l’ultimo presidente del Consiglio di 47 anni, a parte la fugace apparizione di Giovanni Goria, fu Aldo Moro nel 1963. Il gap anagrafico con il resto d’Europa è simile per il presidente della Repubblica. Silva, presidente del Portogallo fu eletto a 66 anni; Chirac (Francia) assunse l’incarico nel 1995 a 63 anni, e Kohler (Germania) fu nominato nel 2004 a 61 anni; Klaus, presidente della Repubblica Ceca iniziò il suo mandato a 62 anni; Tarja Halonen, finlandese, fu eletta nel 2000, all’età di 57 anni. E così via.

La politica come la bocciofila
È opportuno chiedersi quali siano le radici storiche di questo fenomeno, ma non è questa la sede per un’analisi approfondita, che lasciamo ai politologi. Ci limitiamo a due semplici osservazioni. Primo, nell’ultima campagna elettorale, si sono confrontati gli stessi candidati di dieci anni fa, un’eccezione assoluta nel panorama politico europeo. Secondo, negli anni di Tangentopoli, ci fu un profondo ricambio della classe politica. Nuovi protagonisti, come lo stesso Silvio Berlusconi da una parte, e Antonio Di Pietro dall’altra, emersero sul palcoscenico politico. Però, al pari del ricambio, non sembra esserci stato uno svecchiamento della classe dirigente. È importante, invece, soffermarsi sulle possibili implicazioni del primato della terza età nella politica italiana. La prima, e più ovvia, questione è quella della "rappresentanza". Per capirci, in Italia meno di un quinto della popolazione ha più di 65 anni. Si parla tanto di "quote rosa" e dell’importanza di avere donne che ricoprano alcuni posti chiave della politica. Ma la "questione anagrafica" è sistematicamente ignorata. Se prendiamo i cinque Ministeri chiave, Interni, Esteri, Economia, Giustizia e Difesa, l'eta' media e' 63 anni. Una squadra di sessantenni al vertice della classe politica di certo non promuove il coinvolgimento dei giovani nella vita politica attiva. Semmai, li allontana ulteriormente, rischiando di far apparire la carriera politica come un’attività in mano a un’altra generazione. Un po’ come le bocce. Poi c’è la questione delle competenze. Una visione ottimistica può far concludere che i politici italiani abbiano più "esperienza" dei loro colleghi europei, quindi commettano meno errori. È possibile. Ma è anche possibile che la nostra classe dirigente abbia conoscenze più datate, e perciò sia meno adatta a "gestire" e interpretare i rapidi processi di cambiamento della società contemporanea. La politica è un’attività produttiva. E purtroppo, il mondo politico italiano è lo specchio fedele del mondo del lavoro. In Italia, la mobilità sociale è bassissima, e il merito è premiato troppo poco. La carriera professionale si sviluppa soprattutto per anzianità, aspettando pazientemente il proprio turno per la promozione, e la politica non sembra essere un’eccezione. Sarebbe ingiusto, però, dipingere i giovani solo come "vittime del sistema". Come potrebbe, chi sceglie di vivere a casa di mamma e papà sino a 35 anni, diventare presidente del Consiglio a 45?


Titolo: (15.05.06) AMATO COME BLANK

Redazione

Ho letto ieri l’editoriale di Barbara Spinelli su La Stampa che, in relazione all'atteggiamento che i Ds hanno avuto in queste settimane verso Giuliano Amato, rileva:“ Chi nei Ds s'è lasciato sfuggire che «Amato non è dei nostri» ha parlato, non si sa quanto consapevolmente, il vecchio linguaggio del legame consanguineo, esoterico, che regna all'interno del partito eletto, portatore del senso della storia e del suo finalismo.

Permettetemi, quale aggiunta, di riportare un breve passo che stavo leggendo sempre ieri di Charles R. Aldrich in “Mente primitiva e civiltà moderna” (1931). In relazione ai legami e alle convenzioni sociali, nel capitolo intitolato “Socialismo primitivo”, è scritto: “(…) per la psiche primitiva il gruppo sociale non è tanto una organizzazione politica quanto una confraternita, una comunità composta di iniziati”(…)“Quanto più debole è una società, tanto più tende a consolidarsi; e ricordo che anni fa negli ambienti finanziariamente impotenti delle vecchie famiglie di Washington tutte queste concezioni primitive erano sommate nella frase di condanna: «Il senatore Blank non è dei nostri».

Le due letture sono state una coincidenza troppo curiosa per non segnalarla.

Mi permetto di conseguenza di aggiungere che l’ardua via verso il partito democratico con “gruppi dirigenti veramente ibridati, non fatti da consanguinei ma da affinità elettive edificate su comuni volontà riformiste”, come giustamente sostiene la Spinelli, non penso possa passare per le attuali classi dirigenti, ma solo attraverso un ricambio generazionale radicale: trenta-quarantenni privi di mente primitiva, favorevoli ad una società forte in quanto aperta e meritocratica, e capaci di riconoscersi al di là degli steccati ideologici del ‘900.

(Luca Guglielminetti)


Titolo: (11.05.06) NAPOLITANO EUROPEISTA

Redazione

Fra i tanti commenti biografici su Giorgio Napolitano che affollano i media di oggi e che affondano quasi tutti sul passato di ex esponente del PCI, noi preferiamo qui sottolineare il suo impegno più recente: quello europeista che lo vede anche Presidente della sezione italiana del Movimento Europeo.

 "L'europeismo - scrive nelle appassionate pagine finali del suo libro "Dal Pci al socialismo europeo - Un'autobiografia politica"- l'idea di un'Europa unita nella democrazia e nella pace, ha rappresentato l'esempio più alto di utopia mite, non violenta, portatrice di libertà e di progresso, non rovesciabile nel suo contrario”. Vogliamo quindi ricordare quel Napolitano che ammette di aver subito l'influsso di Altiero Spinelli, riportando il più noto passaggio del Manifesto di Ventotene, attualissimo in un paese che da anni si sta allontanando dagli standard di cilviltà europei:

"la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale"

 (lg)


Titolo: (07.05.06) L'ECLISSI SOCIALISTA

Redazione

La tessera n.1 del futuro partito democratico è stata simbolicamente privata       all’ing. Carlo De Benedetti da parte degli oltre cento partecipanti alla manifestazione “Generazione U per una costituente del partito democratico” che ieri a Roma hanno firmato un facsimile gigante di tessera.

Il direttore di Europa, Stefano Manichini, ieri scriveva: “La Generazione U può essere il fuoco di paglia di una primavera blog, ed è molto probabile che finisca così. Oppure dichiarare la sua pacifica guerra allo status quo, individuare con precisione gli obiettivi, gli amici e i nemici.”

Ci chiediamo se i socialisti sono "amici o nemici" del movimento generazionale.

Vorremo chiedere a chi oggi si definisca di cultura socialista se considera i seguenti obiettivi: “Abattimento delle barriere corporative negli ordini, nelle professioni, nelle carriere. Sconfitta delle baronie nelle università e nella ricerca;ridistribuzione della spesa sociale a favore dei giovani lavoratori precari, fatalmente in danno di qualcun altro; autentici criteri di valutazione per merito nella scuola, nell’università, nella ricerca, nella pubblica amministrazione, contro gli avanzamenti per motivi di famiglia o di iscrizione al sindacato giusto” le priorità dell’agenda paese per ricondurlo su una strada di modernizzazione e di civiltà.

Vorremmo chiedere a chi, a qualsiasi titolo, si rifà all’esperienza del dissolto PSI, quel partito che negli anni ’80 si prefiggeva di coniugare ‘meriti e bisogni’, se si accorga e quindi si ribelli al fatto che l’Italia è il solo paese europeo dove si pratichi la sistematica repressione dei meriti - ad ogni livello - da parte degli over 50 con i loro sistemi chiusi e corporativi (dietro il falso alibi della poca esperienza dei giovani).

Il sottoscritto risponde sì (ed è andato a firmare quella simbolica tessera) ma teme di restare voce isolata in contesto di silenzio che dimostrerebbe solo  un'eclissi della cultura socialista italiana, oggi incapace di leggere e interpretare la realtà e quindi di farsi motore di alcun progetto politico.

(Luca Guglielminetti)


Titolo: (03.05.06) I NUOVI PRESIDENTI

Redazione

Se uno non dovesse viverci, nessun paese sarebbe più divertente dell’Italia. Non passa giorno senza che questo assioma trovi conferma sia nei fatti minuti della vita quotidiana, quelli che riguardato la città o il quartiere, sia nei grandi avvenimenti nazionali.

Anche l’elezione dei presidenti della Camera e del Senato presentano non pochi aspetti sorprendenti che potrebbero dilettare un osservatore distaccato. Franco Marini e Fausto Bertinotti sono sindacalisti di lungo corso e sempre continuano a presentarsi come tali, pur dopo molti anni di carriera politica.

Sono espressione del mondo del lavoro, eppure mai hanno lavorato. Il curriculum di Marini, oggi come presidente del Senato seconda carica dello stato, vagamente fa cenno che ‘in passato è stato funzionario della Cassa del Mezzogiorno’, del resto, essendo ‘entrato giovanissimo nel sindacato…’, non si vede come avrebbe trovato il tempo per andare in fabbrica.

Fausto Bertinotti, presidente della Camera dei deputati, ha dedicato la sua ‘vittoria’ alle operaie e agli operai, manco ai lavoratori. Scelte personali, come quelle di Gino Bartali che dedicava le sue affermazioni alla Madonna. Del resto, Fausto mai fu operaio. Anzi, anche lui è ‘entrato giovanissimo nel sindacato’, quindi non sarebbe mai stato ‘lavoratore’, almeno stando alla sua biografia. 

Così i due sindacalisti di maggiore spessore - campioni ideali dell’italiano medio: posto fisso in eterno -, già alla guida della Cisl e la Ggil, sempre e solo sono stati nel sindacato e nei partiti, a battersi in favore dei dipendenti pubblici, pallino del Marini, e per gli operai, luce degli occhi di Bertinotti.

Marini, nel discorso d’investitura retorico come usavano ai tempi belli della DC, ha riconosciuto di dovere la sua elezione ai pochi voti degli emigrati: “Un saluto sincero rivolgo ai senatori che rappresentano le nostre comunità all'estero… Un saluto non banale e non formale voglio rivolgere ad un vecchio uomo politico, il ministro Tremaglia, che è stato l'uomo che ha spinto forte in questa direzione…”. Il povero An, pensiamo, gemendo si accasciò a riconsiderare la sua avventatezza. 

Bertinotti, invece, ha ricordato in chiusura del suo primo intervento, la data del 25 aprile. La Festa della Liberazione dai nazi-fascisti, popolare ricorrenza cara a tutti gli italiani, è stata opportunamente presentata dal presidente della Camera come festa dei partigiani. Secondo il Comitato di Liberazione, quegli eroi erano 80 mila nel gennaio del ’45; 180 mila all’inizio dell’insurrezione. Fu sicuramente in gran parte un movimento spontaneo di popolo. Da quei memorabili momenti il numero s’è ingigantito sino ad offuscare quello dei combattenti Alleati, oggi liberatori ignoti ed ignorati. Ormai, come nei balletti di Igor Moisseiev, uno ne muore e due ne sorgono. 

Dopo questi brillanti inizi le due illustri personalità scriveranno per noi tante belle pagine. Speriamo che una scelta di qualità per il Quirinale non incrini questo divertente avvio di legislatura. (rt) 
  


 

Titolo: (02.05.2006) IL PARTITO DEMOCRATICO.

di Enrico Morando (dal sito di LibertàEuguale)

Il risultato elettorale consegna al centro sinistra il diritto e dovere di governare. Ma il Paese è allo stremo: non cresce a ritmi accettabili da più di dieci anni; è seduto su se stesso e sulle sue mille corporazioni, chiuse ai giovani e incapaci di premiare il merito; è politicamente diviso tra due schieramenti (e questo va benissimo) che non si riconoscono reciprocamente (e questo va malissimo). Di fronte a questo Paese, il governo Prodi può farcela solo se, nel centro sinistra, prende corpo un grande partito riformista, che sia garanzia di cambiamento (i partiti così come sono non sono capaci di produrlo) e di stabilità (senza un partito egemone, il centro sinistra è esposto a tutti i venti).

Il voto dimostra non solo la necessità del partito democratico, ma anche la possibilità. Riassumo le obiezioni che si sono sempre avanzate alla proposta del partito democratico. La prima: col proporzionale, due più due non ha mai fatto quattro. La lista dell'Ulivo prenderà meno voti dei due partiti separati. La seconda: con la lista dell'Ulivo e del futuro partito democratico, si apre una voragine a sinistra, perché il partito democratico è inesorabilmente percepito come “moderato”. La terza: la lista dell'Ulivo è una stanca riedizione del compromesso Dc-Pci e i “laici” non la voteranno. La quarta: senza un partito di “centro” - la Margherita - chi intercetterà i voti in uscita da Forza Italia? Le risposte stanno nei numeri: 1) Ulivo 31,42% dei voti. Ds più Margherita, al Senato, 28,22%. Sia detto solo per inciso: con questi numeri, il centro sinistra, con la lista dell'Ulivo in entrambi i rami del parlamento, avrebbe vinto le elezioni anche al Senato; 2) Rifondazione Comunista, al Senato: 7,37%. Alla Camera: 5,84%. In cifra assoluta: alla Camera Rifondazione Comunista raccoglie 2.229.604 e al Senato 2.528.624. Sì, avete letto bene. Sono di meno alla Camera, con quattro milioni di aventi diritto in più, che al Senato. E, siccome è impossibile che tra i giovani elettori Rifondazione Comunista non abbia preso un voto, questo significa che ci sono migliaia e migliaia di elettori della lista dell'Ulivo che, al Senato, hanno votato Rifondazione Comunista. Tutti “moderati”?; 3) Rosa nel pugno, alla Camera: 2,60%. Al Senato: 2,49%. Uno scostamento irrilevante, malgrado tutta la campagna elettorale si sia concentrata sul voto “laico” alla Camera per la Rosa nel pugno; 4) Al Senato, il centro destra sopravanza il centro sinistra piuttosto nettamente. Alla Camera, vince il centro sinistra di venticinquemila voti. Al Senato, la Margherita era presente con la sua lista. Alla Camera, c'era l'Ulivo. Chi ha intercettato più voti in fuga da Forza Italia?

Così, i numeri fanno giustizia di tutte e quattro le obiezioni. Quindi, il partito democratico è possibile. Poi, si può non essere capaci di farlo. Ma questo è un'altra questione.


Titolo: (25.04.09) La sinistra crede ancora al mercato?

Redazione

- di Guido Gentili da Il Sole 24 Ore del 25 aprile 2006

Di che segno è "il riformismo radicale" promesso in campagna elettorale da Romano Prodi? La domanda, tutt'altro che oziosa, si ripropone con forza alla vigilia delle elezioni dei presidenti delle Camere. I primi, espliciti messaggi che arrivano da una buona fetta dell'Unione non sono rassicuranti. Prevalgono per ora le spinte di una cultura ideologizzata, per nulla orientata al mercato e alla concorrenza, che continua a fare dell'antiberlusconismo il collante di ogni sua iniziativa. Sono più flebili, o comunque relegate colpevolmente nel recinto delle minoranze che possono graffiare a parole più che nei fatti, le voci del centro-sinistra che guardano al futuro dell'Italia con gli occhiali della modernizzazione e non con quelli della conservazione.

Sembra crescere, insomma, il rivendicazionismo anaconista mentre declina il contributo liberale. Un passaggio che deve far riflettere lo stesso premier in pectore: troppe spie rosse si sono accese sul suo quadro di comando. Si è cominciato, e male, con i propositi di abrogazione o riforma profonda della "legge Biagi" che anche il fondo monetario, dopo l'Europa e l'Ocse, ci raccomanda invece di non toccare. Ora si prosegue con l'idea, avanzata dal prossimo presidente della Camera Bertinotti, di far "dimagrire" Mediaset, quasi che la questione televisiva, pur con tutte le sue anomalie, debba essere affrontata con metodi rabbiosi da esproprio prolerario che credevamo sepolti per sempre. Un brutto colpo arriva anche con i" dubbi assai severi" avanzati dal leader della Margherita Rutelli a proposito del progetto di fusione tra Autostrade e la spagnola Abertis. E’ vero che il piano, che tocca il tema sensibile delle concessioni, è stato varato in un momento delicato di passaggio istituzionale senza che si sia sentita la necessità di avvertire almeno con una telefonata Romano Prodi. Ma colpisce in questo caso che la frenata, di stampo nazionalista, arrivi da chi, in occasione della scalata alla Bnl da parte degli spagnoli del Bbva, ha alzato la bandiera dell'Europa contro le antistoriche difese dell'italianità. E colpisce, sempre a proposito della fusione Autostrade-Abertis, che non si valuti il possibile impatto positivo per i consumatori (colonna portante del mercato, ma sempre marginalizzati in Italia, dove hanno piuttosto prosperato i "patti" tra i produttori). Infine, le "voci" assai accreditate sulla possibile composizione del prossimo Governo che ipotizzano il ministero dell'Ambiente affidato alle cure del verde Pecoraro Scanio e il ministero delle Infrastrutture assegnato ad Antonio Di Pietro e alla sua "Italia dei valori". Si tratta in entrambi i casi di personalità già viste in azione nei Governi di centro-sinistra di fine anni 90 (molto brevi furono per la verità sia le esperienze di Di Pietro ai Lavori pubblici sia quella di Pecorario Scanio alle Politiche agricole) e non si può certo dire che le loro furono missioni indimenticabili. Ma non sono tanto le mancate novità, eventualmente, a lasciare perplessi: piuttosto, preoccupa la prospettiva di due ministeri-chiave per l'assetto del territorio e le infrastrutture pubbliche (piccole o grandi che siano non fanno differenza: l'Italia ne ha bisogno per trasformarsi in un Paese davvero competitivo) affidati ad esponenti politici intransigenti sì, ma non nella direzione della modernità e dello sviluppo. Possianio immaginare, ad esempio, cosa potrebbe accadere se il ministero dell’Ambiente tornasse a rivivere la stagione del dicastero dei "vincoli" ad oltranza e dei "no" a ripetizione. Lo stesso Prodi, che come presidente del Consiglio si occupò del problema delle dighe mobili per Venezia, dovrebbe conoscere alla perfezione dove porta (o meglio, non porta) l'immobilismo.

Preoccupa, poi, la prospettiva che, dopo il via libera degli esperti europei, i progetti per la Tav in Val di Susa si possano comunque fermare. E’ possibile che i segnali negativi emersi nel centro-sinistra in questi giorni siano ancora il frutto avvelenato della campagna elettorale e insieme la riprova della lotta di posizionamento interno alla coalizione in vista delle nomine al vertice di Senato e Camera. Per evitare nuove fughe in avanti, ieri Prodi ha richiamato non a caso Rifondazione comunista al rispetto del programma concordato. Ma è un fatto che, al momento, la misurazione dei rapporti di forza indica in modo trasparente una fiammata "frontista" e una parallela, parziale eclisse delle componenti più liberali e "liberalizzatrici" della coalizione uscita vincente di strettissima misura dalle lezioni del 9 aprile. C'è più Berlinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio che Bersani, Letta e Capezzone. Più comunismo che sinistra moderata dei Ds, moderno neocentrismo della Margherita e sinistra riformatrice della Rosa nel pugno. Se questa è la direzione di marcia del "riformismo radicale" promesso da Prodi, allora siamo sulla strada opposta. Quella sbagliata.


Titolo: (11.04.06) IL RIDICOLO E LA SAGGEZZA

Redazione

Se la Rosa nel Pugno e Bobo Craxi avessero trovato un accordo, sommando i risultati di oggi, avrebbero almeno avuto quanto l'Italia dei Valori, e quindi qualche senatore, invece di nessuno, come ci indicano i crudi risultati. Le varie liste socialiste hanno ottenuto il magro bottino di mandare alla Camera i loro dirigenti nazionali: De Michelis e Del Bue da una parte, Boselli & c. dall’altra, più i due figli di Bettino Craxi (Stefania di certo in FI e Bobo più probabilmente in qualche posto di sottogoverno).

Ora non si può più dire, lamentandosi, siamo stati massacrati, fatichiamo a riprenderci. La realtà è un'altra. Ragionare politicamente in termini di identità politiche del XX secolo - si chiamino queste socialiste, liberali, laiche, repubblicane, radicali - è diventato semplicemente obsoleto. Se qualche sparuta pattuglia vuole vivere di piccole rendite fino a quando sarà in vita qualche elettore del vecchio PSI, PSDI, PLI, PRI, si accomodi, faccia pure. Può magari seguire il tentativo di Nicola Cariglia e del Gruppo dei Centouno di riproporre un terzo polo laico, e finire domani al pari della lista dell’altro dinosauro, Vincenzo Scotti, che si è presentata 'terzopolista' prendendo lo 0,04.

A noi francamente non interessa più.

O c’è ancora qualcuno di cultura socialista che capisca che si deve costruire una nuova identità più ampia, che superi il vecchio e guardi avanti sapendo interpretare la realtà, oppure non resta che seguire la 'saggezza italiana' che ci ha fornito oggi il miglior risultato possibile e attendere il triste annullamento delle forze e della generazione ancora in campo per autoconsunzione.

(Luca Guglielminetti)


Titolo: (31.03.06) VOTO SCALFAROTTO

Redazione

A chi venisse in mente la domanda di Don Abbondio("...chi era costui?"), ricordiamo che senza il sostegno di un partito politico o di una lobby, senza decenni di delfinato, Scalfarotto si è candidato per le primarie 2005 del centrosinistra grazie unicamente alla forza del suo programma politico e al sostegno dei numerosissimi visitatori del suo sito ( www.ivanscalfarotto.info ). A quarant'anni, vuole fare il presidente del Consiglio. Dal 2002 vive all'estero, prima a Londra ora a Mosca, e lavora come direttore del personale di uno degli istituti finanziari più prestigiosi al mondo.

Ha appena pubblicato, per i tipi della Garzanti, un pamphlet “Contro i Perpetui”, in cui denuncia che alla prossime elezioni “stiamo per votare gli stessi candidati del 1996, due settantenni. Alla testa del paese, e non solo in politica, c’è una classe over cinquanta. Sono i Perpetui: non hanno fine, non se ne vanno, tengono un’intera generazione in anticamera. Le facce sono note. Le idee, pure. Le questioni urgenti sempre aperte: coppie di fatto, libertà di stampa, scempi finanziari. In Italia manca l’aria. E la «classe creativa» fugge all’estero o si logora in interminabili gavette. Un paese senza giovani è un paese senza futuro.

Ivan Scalfarotto, come molti trentenni e quarantenni di questo paese, denuncia e ha ben chiaro che non c’è giustizia senza meritocrazia. è talmente vero che siamo il paese dell’ingiustizia, che nonostante molti dei temi che egli ha presentato solitario alle primarie dell’Unione siano quelli poi adottati della Rosa nel Pugno e dell’agenda Giavazzi - Istituzione dei PACS e allargamento alle coppie gay e lesbiche del diritto a sposarsi e della possibilità di richiedere di adottare un bambino; abrogazione del valore legale dei titoli di studio; eliminazione dei concorsi universitari ed istituzione di un concorso abilitante a livello nazionale; abrogazione degli ordini professionali; aumento delle risorse destinate alla ricerca scientifica; depenalizzazione della vendita e del consumo delle droghe leggere… - né la Rosa né nessun altro partito hanno pensato di metterlo in lista. 

La colpa di non avere un corsus honorum nella politica italiana, è stata evidentemente introiettata anche da Pannella, Bonino e Boselli. Anche loro, che preferiscono accogliere in lista Lanfranco Turci, Biagio Di Giovanni, Salvatore Buglio, Michele Ainis, Marco Bellocchio, Fabrizio Rondolino, Luciano Cafagna, Pio Marconi e Luciano Pellicani, rientrano nell’immagine finale del libro di Ivan: fanno parte di una parata, modello Piazza Rossa nella celebrazione della rivoluzione d’ottobre, con il palco dei Perpetui,  incartapecorite facce della nomenklatura.

(Luca Guglielminetti)

PS: VEDI ANCHE LA RECENSIONE COMPLETA SUL CAFFE' LETTERARIO


 (23.03.06) LA CACCIATA DEL CAIMANO

Esce su 300 schermi italiani Il Caimano, ultimo film di Nanni Moretti, ultimo documentato ‘omaggio’ all’uomo più celebrato/esacrato della repubblica italiana, spottone elettorale finale e compendio di un’intera ideologia connettiva della sinistra,  negli ultimi dieci anni costruita su nobili indignazioni. In questo lungo tempo la sinistra italiana ha ossessivamente guardato, e tuttora guarda, al Cavaliere come all’uomo da odiare: il Male che ogni cosa corrompe, da combattere non importa come. Il nemico totalizzante, unico legame che permette e giustifica orridi connubi politici ed elettorali, il succedaneo ideologico di ciò che unì tutto un credulo ed onesto popolo di belle speranze. 

Di questa saga, gli intellettuali sono stati i primi officianti, sciamando per l’Europa ad annunciare morta in patria qualsiasi libertà sotto il protervo dittatore. Un ossimoro, dal momento che potevano e possono apertamente dichiararlo da qualsiasi ribalta e pure ricavandone giuste royalties milionarie. L’aspetto singolare di questo ‘rischioso’ impegno di denuncia è che molti – un tempo autori semiocculti, cronisti arrancanti verso la fine del mese, comici di risulta, ecc. ecc. – sulla cacciata del tiranno, ed al riflesso dell’idolo luciferino, hanno costruito un’intera carriera, deliziata dalla popolarità mediatica. 

Il risultato di questa artificiosa e comoda radicalizzazione dello scontro - Berlusconi sì/Berlusconi no - è stato quello di impedire il formarsi di forze politiche adeguate alle necessità, di indurre gli elettori a scelte di campo improprie, cioè spesso non costruite sui problemi reali, quanto su questioni sostanzialmente lontane dagli interessi vitali dei cittadini. Per contro, la parte avversa è stata spinta a un’inevitabile deriva internazionale e nazionale, all’estero con i peggio potenti, all’interno con le risorte pretese clericali dell’amorevole parroco tedesco.

Stante l’attuale drammatico scontro, nessun politico ha la forza (la dimensione?) per uscire dalla grottesca e intollerante ipocrisia imposta dalla situazione. Si pensi anche soltanto al dibattito sull’economia, nella cui discussione mai è esaminata l’enorme spesa pubblica, se non per dire che ‘va contenuta’. Poi si annunciano nuovi tributi, si dibatte su salari di fame dei lavoratori…e i lavoratori pubblici, e le dissennate spese di ogni ente locale, i cui tentativi di riduzione si ribaltano solo sui cittadini che ne hanno meno servizi e più tasse comunali e regionali? Tutta questa gigantesca parte dell’economia nazionale, vero fulcro per la leva del rilancio economico, è sottaciuta, è tabù perché a parlarne si perderebbero voti e si deve prendere atto che sia a sinistra che a destra ci sono alte percentuali di sostenitori dello statalismo, anomala risorsa nazionale, in piena globalizzazione gelosamente e criminalmente custodita, nutrita e spartita. 

Meglio titillarsi e illudersi con Il Caimano. Con la puerile idea che si possa seriamente andare all’epilogo del dramma con la sua cacciata. Vedremo se ciò avverrà, anche se temiamo che facile non sarà. A risultato ottenuto, purtroppo si constaterà che la composita troupe del 'nuovo' settuagenario condottiero viene dalla fiction dell’altro secolo e porta pochissime idee d’innovazione. Alcune - ad esempio quelle dei necessari riferimenti dell’università con l’industria - proprio dalla sinistra a lungo e clamorosamente avversate. (r.t.) 


Titolo: (16.03.06) I Ds e la concorrenza «laica» della Rosa

Redazione

di Guido Compagna (da Il Sole 24 Ore del 16 marzo 2006, pag. 12)

L‘ascesa, non travolgente ma costante, della Rosa nel pugno nei sondaggi pre-elettorali impensierisce i Democratici di sinistra che temono il voto disgiunto tra Camera e Senato. Non è un caso che all'assemblea dei segretari di federazione di martedì scorso, due autorevoli dirigenti della Quercia, Marina Sereni e Gianni Cuperlo, abbiano ammonito gli interlocutori a non lasciare il tema della laicità e la difesa dei diritti civili «a formazioni minori».

Ha detto la Sereni: «Possiamo e dobbiamo caratterizzarci come una forza che interpreterà la spinta alla laicità dello Stato in maniera moderna dentro un impianto che scommette sulle libertà individuali e sulle responsabilità, sulla possibilità di far convivere più scelte etiche e più culture». Cuperlo, a sua volta, ha addirittura ipotizzato il rischio del voto disgiunto. «C'è un elettorato di opinione, colto e socialmente benestante, concentrato in gran parte al centro e al Nord - ha detto - che, in polemica con alcune posizioni assunte negli ultimi mesi dal leader della Margherita, potrebbe scegliere di votare in modo distinto tra la Camera, dove ci presentiamo con la lista Ulivo, e il Senato».

Siamo in campagna elettorale e la competitività all'interno dell'alleanza di centro-sinistra tra la Rosa e la Quercia è inevitabile. Potrebbe anche produrre il positivo risultato di ricollocare il tema della laicità dello Stato e dei diritti civili al centro del dibattito politico. Di questo tanto i radical-socialisti che i diessini che sono stati in prima linea in queste battaglie non avranno che da rallegrarsi. Non si può dimenticare che Piero Fassino (l'unico segretario del centro-sinistra ad essere presente al momento della nascita del nuovo soggetto politico radical socialista ma altrettanto fermo ieri nel dire no ad approdi anticlericali) si è trovato a condurre la battaglia referendaria sulla procreazione assistita a fianco dei dirigenti radicali.

Piuttosto il problema dei rapporti tra i Ds e i radical socialisti si riproporrà all'indomani delle elezioni quando si tratterà di metter mano alla riorganizzazione interna del centro-sinistra e, in particolare, della sinistra quando in primo piano sarà la costruzione del nuovo partito democratico. Qui c'è da porsi questa domanda: è possibile per i Ds arrivare a costruire il nuovo partito assieme alla Margherita ignorando o sottovalutando i temi della laicità dello Stato e dei diritti civili? Il tutto, avendo in Parlamento una forza politica, come la Rosa nel pugno, che è nata proprio per sostenere quelle priorità, nel segno del richiamo a Fortuna, Blair e Zapatero? Può insomma Fassino mettersi d'accordo con Rutelli ignorando i temi di Boselli e Capezzone? Certamente no. Almeno a giudicare dalle preoccupazioni espresse da Cuperlo e Sereni.

Ecco quindi che il confronto postelettorale tra i partiti che sono il nucleo riformista e riformatore del l'Unione non potrà escludere la Rosa nel pugno. E bisognerà vedere quale sarà l'atteggiamento della Margherita e soprattutto del suo leader Francesco Rutelli. Se si collocherà, come è avvenuto in occasione del referendum dello scorso anno, in forte sintonia con la posizione delle gerarchie ecclesiastiche. O se, invece, preferirà collocarsi nel solco della tradizione di quei cattolici democratici che, anche nella Dc, sapevano tener tra loro separate le cose di Cesare e quelle di Dio.


Titolo: (07.03.06) L’ora della ricetta Draghi

Redazione

L’ora della ricetta Draghi contro il nazional-protezionismo

di Biagio Marzo

Ma veramente con il passaggio di Mario Draghi a Palazzo Koch è iniziata una nuova stagione del capitalismo italiano? E’ vero in parte. Anche se la sua “ouverture” cagliaritana fa ben sperare. “Né personalismi né campanilismi”, ribadisce il neo governatore, possono essere la bussola del nuovo riassetto bancario. A buon inteditor poche parole. Al cambiamento, ha parecchio contribuito, nel contempo, il clima europeo e l’approvazione del Parlamento italiano della nuova legge sul risparmio. C’è da dire che il quadro interno di alcuni Paesi Ue è mutato e la punta dell’iceberg è stata la bocciatura, in Francia e in Olanda, attraverso lo strumento referendario, della Costituzione europea. La causa per cui gli elettori hanno votato contro la Carta, è la crisi economica. Sono ritornati gli egoismi sociali, lo spirito nazionalistico e il protezionismo che, con la formazione del mercato unico europeo, si pensava fossero morti e sepolti. Un revival inatteso che preoccupa se avesse ricadute politiche. Dio solo lo sa, quanto sia foriero di tragedie. L’Europa del Novecento ha subito bagni di sangue proprio quando ha soffiato il vento nazional-protezionista. E, guarda caso, l’apripista è stata l’economia, poi la politica ha fatto il resto, in peggio. Comunque sia, la classe politica italiana, di destra e di sinistra, deve scongiurare il ritorno al quel vento pernicioso. In verità, non c’è da stare allegri, dato che le loro storie governative sono state segnate da un deficit di liberalismo economico. Da un lato, il centrodestra ha scontentato assai, facendo poco sul versante delle privatizzazioni e liberalizzazioni, nonostante le avesse annunciate prima che andasse al governo nel 2001, dall’altro lato, il centrosinistra, per sua natura, ha una cultura dirigista che, in alcuni partiti, sconfina nello statalismo.

Nel resto dell’Europa, non è che i governi fanno meglio, anzi. In Francia, Spagna e Polonia, gli esecutivi stanno alzando i ponti levatoi, per difendere i loro mercati dagli assalti delle imprese straniere. Di conseguenza, il processo di integrazione del mercato europeo va gambe all’aria. Per dirla tutta, il protezionismo, nel breve periodo, soddisfa le ansie e gli egoismi individuali e corporativi. In questa ottica, è stata mutilata la direttiva Bolkestein. Nei tempi lunghi, viceversa, il protezionismo diventa catalizzatore di declino, perché non coniuga sicurezza sociale e crescita economica. L’Italia, (che ha vissuto sulla propria pelle i nefasti del protezionismo nel corso dei vari regimi politici) ha senz’altro, imparato la lezione della storia per non ritornare sulle orme del passato. Proprio nel momento in cui il fazismo, impastato di patriottismo economico e di paternalismo, è stato sconfitto, bisogna guardare avanti e al nuovo. La calda estate del 2005 dei furbetti del quartierino è un capitolo del libro nero della recente storia patria da archiviare. Ma anche gli scandali Cirio, Parmalat, Argentina bond e Banca 121, fanno parte di quel famigerato libro. Vale la pena ricordare che proprio le banche hanno contribuito a scrivere quel libro, colpendo i risparmiatori più deboli, affibbiando loro bond e prodotti finanziari del tipo Foryou e MyWay, carta straccia. Per non parlare del banchiere Giampiero Fiorani che ne ha fatte di cotte e di crude, vestendo i panni di Robin Hood all’incontrario, togliendo ai poveri e dando ai ricchi. Nelle sue truffe finanziarie, talaltro, non ha risparmiato nemmeno i morti.

Tuttavia, il draghismo può essere l’ancora di salvezza, se è accompagnato da una politica economica di governo incentrata sul mercato. Il draghismo di ieri ha alcuni nei a proprio sfavore per come ha gestito il processo di privatizzazione e di liberalizzazione, quello di oggi, invece, speriamo che volti pagina e non si muova sotto la spinta dei grandi interessi internazionali. E’ vero che Mario Draghi mise il proprio piede sull’acceleratore delle privatizzazioni e delle dismissioni dell’apparato delle partecipazioni statali e di quello pubblico, ma è vero pure che il declino industriale è iniziato proprio in quel preciso momento, per colpa di governi incapaci di tracciare una nuova strategia di politica industriale. Favorendo lo smantellamento della stragrande maggioranza del capitalismo pubblico, non hanno rafforzato quello privato. Paradossalmente, l’uno e l’altro sono entrati in crisi. Il che significa che vivevano in simbiosi, o come si dice, erano tra loro sinergici. Una cosa è certa, il discorso del governatore, che ha svolto a Cagliari, è in piena sintonia con la politica del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, avversario storico dell’ex governatore di Alvito e della sua politica dirigista all’ennesima potenza. Al mondo industrial-bancario e politico, Draghi è piaciuto. Così è apparso dai commenti, ma sono commenti sinceri? A occhio e croce, la stragrande maggioranza di banchieri e imprenditori hanno rimpianto la politica di Antonio Fazio, ma hanno dovuto fare di necessità virtù.

Con Fazio, pioveva sul bagnato, perché la sua politica proteggeva loro dal mercato, senza farli stare sul mercato. Conoscitore a menadito del capitalismo italiano, ha usato medici macellai e farmaci scaduti per curarlo. Morto Cuccia, Fazio voleva sostituirlo come garante della stabilità del capitalismo italiano. Dopo la nascita della Bce, oltretutto, per non finire nel cono d’ombra, non poteva non fare il Cuccia della situazione. Adesso, bisogna superare le colonne d’Ercole che Fazio aveva posto come confine al nostro capitalismo e, nello stesso tempo, bisogna sfidare i tanti Villepin e Marcinkiewicz che sono in giro per l’Europa. La battuta d’arresto subita da Enel in Francia e da Unicredit in Polonia non sono una sconfitta di Roma, bensì di Bruxelles. Per questa ragione l’Ue deve far sentire la sua voce e se non bastasse, dovrebbe battere pure i pugni contro chi sta minando i principi fondativi dell’Unione europea. Sui banchi degli accusati, per ora, siedono i governi francese e polacco, ma potrebbe anche esserci, fra poco, quello spagnolo per la fusione tra Endesa e Gas Natural. E non è detto che saranno seguiti a ruota da altri governi. A ben vedere, l’Ue sta a un bivio: o reagisce alla sindrome del protezionismo o perisce. Non ci sono vie di scampo.


Titolo: (02.03.06) La lingua della “Rosa” batte sul dente che duole

Redazione

di Paolo Pillitteri

L’altra sera, nel corso di una puntata di “Otto e mezzo”, Giuliano Ferrara e la Ritanna Armeni sono riusciti a dare il senso e la misura dell’unica novità politica apparsa sul palcoscenico italiano. La Rosa nel Pugno - è di questa che stiamo infatti parlando - era rappresentata da Daniele Capezzone, il giovane e pugnace segretario radicale cui si devono alcune fra le migliori battute “politiche”, come quella, di qualche mese fa, a proposito di Berlusconi appena autoproclamatosi “erede di Don Sturzo” e Capezzone, di rimando: “Al massimo, di Don Lurio”. Ma è stato proprio nel corso della trasmissione, come sempre vivace e intelligente, con un'instancabile Livia Turco incalzata da Capezzone sui temi della laicità dello stato, del referendum perduto, delle staminali, della libertà di ricerca, dei Pacs ecc, ovverosia su non pochi argomenti di bruciante attualità sui quali sia i Ds che la Margherita rutelliana, per non dire di Mastella, hanno i classici mal di pancia, che una fulminante interlocuzione di Capezzone ha illuminato all’improvviso la scena, come percossa da un flash accecante. È stato quando ha buttato in faccia alla pur volonterosa Turco, che “noi stiamo parlando di temi come i patti civili di solidarietà, delle cellule staminali, della libertà di ricerca scientifica e tu ci rispondi con Gramsci, Togliatti, Berlinguer…”. Una battuta, certo, un'intuizione fulminea, un modo come un altro di depotenziare gli argomenti altrui, posto che né Gramsci né Togliatti e neppure Berlinguer ai quali fanno riferimento i dirrigenti diessini, da sempre gli stessi, appaiono minimamente in grado di offrire soluzione di modernità, essendo del tutto inutilizzabili su simili temi. Ma c’era qualcosa di più in quella provocazione, una sorta di riedizione di un altro, antico confronto fra il nuovo ed il vecchio.

Confronto che, nella politica italiana e nella sua storia, è avvenuto sempre a sinistra, esattamente come sta accadendo oggi nell’Unione, sia pure con le dovute proporzioni, anche quantitative dei partiti. Quando infatti Bettino Craxi, da pochi anni segretario del PSI, cominciò a tagliare la barba a Marx, a rilanciare il socialismo democratico e occidentale, a stringere alleanze coi radicali sui grandi temi dei diritti civili, a riannodare il legame del socialismo alla tradizione liberalsocialista dei Rosselli e dei Saragat, a battersi, quasi da solo (si pensi alla Biennale del dissenso del 1976) contro il socialismo reale dei gulag e dei missili puntati, cambiando addirittura il simbolo dei “vecchi attrezzi” derivati dalla simbologia comunista e sostituendoli col garofano preesistente, quando poi rilanciò la modernità dei “meriti e dei bisogni” intaccando le mitologie e le burocrazie di un comunismo agli sgoccioli sfidandolo sul totem della scala mobile e sconfiggendolo, ebbene anche allora l’irruzione craxiana sulla scena politica aveva reso di colpo vecchi, stantii, inutili, desueti uomini, ideologie, mitologie, politiche vissute sugli allori di una immeritata egemonia. 

Si può essere pro o contro la radicalsocialista “Rosa nel pugno”, se ne potranno denunciare i limiti o esaltare i meriti secondo i punti di vista ma non v’è chi, in buona fede, non debba non riconoscere nella “nuova” creatura di Pannella l’unica vera, autentica novità della politica, tanto più capace di saper attrarre nuove intelligenze, nuovi soggetti, quanto più in grado di parlare la lingua della modernità. Rispetto ad una sinistra (per non dire della destra) che appare, di colpo, arcaica, risaputa, inadeguata, incerta nell’identità, divisa su non poche opzioni di fondo. C’è da giurarci che la lingua della “Rosa” batte e batterà proprio là dove il dente, della gauche, duole.

(da L'Opinione)


Titolo: (26.02.06) Laici e socialisti: il complesso dei parenti poveri

Redazione

Se la polemica sugli impresentabili ha tenuto banco nel dibattito elettorale fra Unione e Casa delle Libertà, c’è una sottospecie più casereccia e non meno ipocrita che ha condizionato i comportamenti della galassia laico socialista. Tutta: quella che si è collocata nel centro sinistra come quella che ha bussato alle porte di Berlusconi.

Parliamo del complesso dei parenti poveri, borghesissima spia della propria insicurezza e accidia, che ha accompagnato, ispirandole, le scelte delle nomenclature ex socialiste, socialdemocratiche, repubblicane, liberali e radicali. La Rosa nel Pugno ha una sua dignità perché non sfugge al vaglio elettorale. Gli eletti saranno decretati dagli elettori e non dalla benevolenza dei partiti maggiori, DS e Margherita. Eppure, quanta fretta per chiudere la porta in faccia ai parenti poveri: Bobo Craxi, che ora deve arrangiarsi da solo con un suo partito nuovo di zecca; De Michelis, costretto a unire le truppe del Nuovo PSI a quelle del democristiano Rotondi; gli orgogliosi socialdemocratici del rinato PSDI, che piuttosto di farsi prendere per la gola da Boselli e Pannella hanno preferito l’accordo diretto coi DS.

La poca stima di Pannella dei confronti di tutti coloro che non si richiamano alla tradizione radicale è cosa risaputa; sorprendente che il segretario dello SDI sia caduto nella trappola tesagli dal grande marpione, con il quale ora dovrà vedersela da solo, senza contare sull’aiuto dei parenti “poveri” del filone socialista e laico.

Stessa storia sul fronte opposto. I radicali dissenzienti di Della Vedova invece di porsi come punto di coagulo di una aggregazione più vasta, sono caduti, complice la loro presunzione, nella trappola di Berlusconi che aveva tutto l’interesse ad avere una miriade di alleati divisi. Si sono sentiti ed hanno fatto i primi della classe (come i repubblicani di La Malfa), lieti di avere l’alto onore di interloquire coi collaboratori di Berlusconi irraggiungibile perfino al telefono. E quando il gioco si è fatto duro hanno dovuto piegare il capo senza sapere esattamente cosa il premier concederà loro. E così tutti hanno perso l’occasione di fare una operazione dignitosa, come quella rappresentata, sul fronte opposto, dalla Rosa Nel Pugno (un secondo soggetto unitario, in attesa di unire tutte le forze in un solo partito).

Così è andata la storia e non ci piace. Auguriamo ogni bene a tutti, ovunque si trovino. Ma il dieci aprile ci riserviamo di aprire una storia nuova.

(da pensalibero.it)


Titolo: (25.02.06) Quel sogno svanito con la Bolkestein

Redazione

di Paolo Mieli

Allorché giovedì scorso il Parlamento europeo ha approvato la versione annacquata della direttiva Bolkestein si è avuta nella comunità intellettuale una reazione di allarme di intensità pari a quella di compiacimento della comunità politica (con rarissime eccezioni tra cui, va detto, si segnala per lucidità di argomentazione e di visione quella dei Radicali). Curioso divorzio. Come mai osservatori e studiosi si preoccupano così tanto? Non capiscono che quel compromesso è pur sempre meglio di niente? La comunità intellettuale e quei pochi politici avveduti sono inquieti non per la Bolkestein ma per qualcosa di più generale, perché appare a loro (e a noi) sempre più chiaro che è definitivamente svanito il sogno degli Anni Novanta e l'Europa non è più in grado di costringerci a fare i nostri interessi. L'opinione che il mondo si è fatta di noi è emersa a Davos dove l'economista Nuriel Roubini ci ha paragonato all'Argentina e uno dei capi della Goldman Sachs, Jim O'Neill, ha sentenziato che possiamo offrire solo cibo e pallone. A spulciare qua e là tra i dati si nota che il nostro debito pubblico in rapporto al Pil che dal 1998 al 2004 era stato in costante diminuzione (dal 117,2 al 106,5), secondo le stime più aggiornate è salito nel 2005 di due punti percentuali scavalcando la Grecia e toccando il record (bel record!) continentale.

Secondo i rilievi del rapporto Schneider (assai più inquietanti di quelli Istat) l'incidenza dell'economia sommersa in percentuale del Pil ammonterebbe qui da noi al 27% rispetto al 16,3 della Germania, al 15 della Francia all'8,7 degli Stati Uniti. Inoltre tra il 1995 e il 2004 si è avuta in Italia un'impressionante flessione della quota di mercato delle esportazioni (a prezzi costanti) crollate dal 4,6% al 2,9%: nello stesso periodo in Francia sono rimaste stabili attorno al 5% e in Germania sono salite dal 10,3% all'11,8%. E dove qualcosa è migliorato (ad esempio il tasso di occupazione passato in dieci anni — tra il 1993 e il 2003 — dal 52,5 al 56,2%) siamo sempre ai livelli più bassi d'Europa.

In Italia (e questo ci accomuna a Francia e Germania) un occupato dipendente lavora in termini di ore medie annue il 16% in meno che negli Stati Uniti. Condividiamo però con la sola Germania il record europeo di tassazione dei redditi di impresa. E in Europa siamo tra quelli che attraggono meno investimenti esteri: mentre Francia e Regno Unito sono quasi magnetiche, noi nel 2005 abbiamo registrato una variazione negativa rispetto al 2004 (-23%). Secondo le stime Unctad dedicate a tale questione nella graduatoria mondiale occupiamo il novantottesimo posto, dopo il Benin. In compenso siamo primi nell'esportazione di cervelli, meglio conosciuta come «fuga».

Siamo al 154˚ scalino nella classifica mondiale della giustizia civile: laddove in Russia occorrono in media 330 giorni per il recupero dei crediti delle imprese, in India ne servono 425, in Brasile 546, qui ce ne vogliono 1.390. Veniamo dopo — secondo le stime della Banca Mondiale — la Tunisia, l'Estonia, financo la Cina. Per fortuna c'è un Paese che sta peggio di noi: il Guatemala. Ci aspettavamo che questi problemi venissero avviati a soluzione dalla Bolkestein? È evidente che no. È solo che giovedì scorso abbiamo definitivamente appreso che per salvarci non possiamo più affidarci alla spinta di un'Europa dove non può che non prevalere la tendenza a mediare. E che forse in campagna elettorale faremmo meglio ad affrontare il tema di come farcela da soli.

(dal Corriere della Sera del 20 febbraio 2006)


Titolo: (18.02.05) Socialisti.net e LibertàEuguale

Redazione

Da anni visito regolarmente Socialisti.net, la “Comunità dei Socialisti Autonomisti e Liberali”, con le dichiarazioni in primo piano di esponenti dell’area socialista, la rassegna stampa, il “Nuovo Caffè Letterario” ecc.

Un tentativo di raccordo fra le varie anime della diaspora; lo sforzo di proiettarsi nel futuro. Così mi veniva da pensare: quali steccati ci impediscono di concepire insieme il domani? E poi l’amarezza per l’abbandono della politica da parte di Claudio Martelli, che da diversi lustri proponeva una “quarta via” laica, liberale e socialista, cogliendo poi l’esigenza di estendere il progetto al riformismo cattolico.

Prima della nascita del Partito socialista italiano, Turati e altri valutarono l’eventualità di dar vita a un Partito democratico di socialisti, repubblicani, radicali ecc., anche se in seguito prevalse l’ipotesi classista. Oggi tanti socialisti, alcuni dei quali erano fino a ieri convinti assertori dell’esigenza di radicare il Pse in Italia (anch’io, come molti riformisti e liberal Ds, avevo firmato un appello, promosso da Rino Formica, per l’unione dei laici e dei socialisti), guardano con interesse o con entusiasmo al Partito democratico. Così ho vissuto giorni fa con vera gioia il fatto che il mio intervento su agorà sui “Socialisti per il Partito democratico” sia stato notato e apprezzato dai compagni di Socialisti.net. I quali propongono – e ci propongono – di dar vita, a partire dai nostri siti e dai nostri portali, a una rete telematica che contribuisca alla nascita del nuovo soggetto politico. Il Partito socialista delle origini era organizzato “a rete”: la stampa, i circoli, le cooperative ecc. E ora dobbiamo mettere a punto una forma partito nuova, diversa da quella piramidale a lungo prevalsa, ispirata proprio al principio della rete; del coordinamento, cioè, di realtà diverse. Solo costruendo il futuro potremo permetterci di non rimuovere il passato: pieno di errori e di contraddizioni; talora confuso e buio; ricco di scontri e scissioni. Ma le lacerazioni e i conflitti, si sa, sono l’essenza della natura umana.

di Danilo Di Matteo da LibertàEuguale

[da http://www.libertaeguale.com/libertaeguale/public/notiziaView.jsp?idArea=10014&id=11812&type=200 ]


Titolo: (08.02.06) STRAPOTERE DEI PARTITI

Redazione

• di Luigi La Spina, da La Stampa del 7 febbraio 2006

I cittadini italiani se ne stanno già accorgendo, ma il 9 aprile sarà chiaro a tutti: nell’intera storia della nostra Repubblica, il potere dei partiti non è mai stato così forte. La prossima scheda elettorale lo dimostrerà clamorosamente, perché non solo non conterrà alcun nome, tranne quello dei leader inglobato nei simboli delle forze politiche, ma non ci saranno neanche gli spazi per aggiungerlo, come avveniva, una volta, per le preferenze. La lotta contro la cosiddetta partitocrazia, cominciata circa 20 anni, si è conclusa con una disfatta disastrosa, ancorché paradossale. Gli iscritti ai partiti diminuiscono, le sezioni chiudono, i legami ideologici si allentano, ma lo strapotere delle oligarchie che li governano è ormai assoluto. Con una sola eccezione, per di più peggiorativa, quella proprietaria e monarchica costituita dal partito di Berlusconi.

Se l’Italia, agli inizi del nuovo millennio, si delinea come un modello di società feudalmente divisa in corporazioni, ferrignamente impegnate a difendere i loro privilegi, la politica ne rappresenta, con assoluta coerenza, il simbolo, quello più importante ed estremizzato. Quello a cui corrisponde il massimo del potere e il minimo di responsabilità. La cooptazione nella classe dirigente politica, ormai, è basata solo sulla fedeltà alla nomenclatura, poiché la nuova legge elettorale rende ininfluente qualsiasi altro criterio, dal legame col territorio ai risultati dell’impegno parlamentare. Così, le segreterie dei partiti, di fatto, stanno stabilendo al 90 per cento l’immagine del prossimo Parlamento che, nella sostanza, non offrirà alcuna sorpresa rispetto alle previsioni. Insomma, la campagna elettorale servirà solo a stabilire il verdetto tra Berlusconi e Prodi.

Non si capisce, a questo punto, perché si parli di «candidati», invece che di «nominati». Non si capisce perché debbano spendere soldi, sprecare fatica, elargire promesse e favori coloro che sono già sicuri di entrare alle Camere o di esserne esclusi, cioè il 90 per cento di quelli iscritti nelle liste. Simuliamo un caso concreto: se un partito, in una circoscrizione, in genere porta a Roma 5 deputati, si impegneranno nella campagna coloro che sono tra il quarto e, al massimo, il settimo posto. Gli altri potranno dormire sogni tranquilli o rassegnati. Le conseguenze di tale meccanismo accentuano i difetti dei partiti, quali il mancato ricambio generazionale, la selezione antimeritocratica, il continuo abbassamento delle competenze professionali.

La risposta che i leader politici sempre forniscono a chi osa, sfidando l’accusa di qualunquismo e demagogia, esprimere queste osservazioni è, all’apparenza, efficace: noi dipendiamo dal voto degli elettori e la nostra sorte è determinata dalla legittimazione popolare. Ma questa replica è meno solida di quanto sembri, perché il paragone con le altre «corporazioni» della nostra società non regge. Se la clientela di un medico si affretta troppo numerosa al cimitero o quella di un avvocato affolla costantemente le patrie galere, il mercato dei malati e quello degli imputati reagisce, disertando i loro studi. Se i consumatori di automobili o di scarpe non sono soddisfatti dei prodotti italiani si rivolgono all’estero. Ora, i cittadini italiani non solo non possono decidere di farsi governare dalla Merkel o da Blair, ma sono costretti a scegliere in un mercato determinato sostanzialmente dall’offerta e non dalla domanda. Per confermare tale anomalia basterebbe un esempio, la regola elettorale per cui i posti in Parlamento si spartiscono solo sui voti validi, non sul totale dei votanti. Se alcuni scranni vuoti alle Camere documentassero la proporzione degli astenuti, si avrebbe una riduzione del potere di quelle forze politiche più colpite dalla disaffezione dei loro sostenitori. La sanzione elettorale, poi, non ha molto effetto sul destino degli attuali leader politici. Berlusconi e Rutelli, per parlare solo dei candidati a Palazzo Chigi sconfitti nelle due ultime legislature, hanno brillantemente continuato la loro carriera politica e, in generale, i capipartito devono guardarsi dalle congiure di palazzo, non dagli scrutini delle schede.

Poiché i partiti sono il fondamento della democrazia e la qualità della classe politica è determinante per lo sviluppo di un Paese, il vero problema è, perciò, quello di avviare un processo di miglioramento della selezione partitica. Le proposte che, da varie parti, si fanno a questo proposito si concentrano fondamentalmente su due esigenze: trasparenza e democrazia interna. I criteri del finanziamento pubblico devono essere rivisti, a partire da due norme davvero inaccettabili. Quella che ammette il contributo anonimo fino a 50 mila euro e quella che esclude gli amministratori dalla responsabilità personale nella gestione dei fondi a loro affidati. Un limite allo strapotere dei ras nazionali, inoltre, è assolutamente necessario. Non si capisce perché l’esperienza delle primarie, che ha avuto recentemente un successo così clamoroso per i candidati del centrosinistra, non possa costituire un modello a cui ispirarsi per assicurare una maggiore democrazia interna ai partiti. Se i leader dovessero fare i conti prima di tutto con il consenso dei loro simpatizzanti, invece che con la loro capacità manovriera all’interno delle loro formazioni, la democrazia italiana potrebbe vantare, molto probabilmente, una classe politica migliore. E’ vero che le speranze di un’autoriforma sono davvero flebili, ma l’esperienza di questa campagna elettorale potrebbe essere talmente insopportabile da indurre perfino a qualche ripensamento.


Titolo: (29.01.06) I GIUDICI E LE SEDIE VUOTE

“Vi sono due modi di leggere la relazione di Nicola Marvulli, presidente della Corte di cassazione, all’inizio del nuovo anno giudiziario. Marvulli ha dichiarato che le riforme «troppo garantiste » non migliorano l’efficienza del processo civile e penale. Ha sostenuto che la legge ex Cirielli, con cui si riducono i tempi di prescrizione dei reati, è un’amnistia mascherata per gli incensurati. Ha affermato che la legge Pecorella sulla inappellabilità delle sentenze di assoluzione introduce «una disparità di trattamento » fra accusa e difesa nel sistema delle impugnazioni. Ha denunciato il rischio che la Corte di cassazione venga sommersa dai giudizi di appello e si trasformi in giudice di terza istanza. Ha ringraziato il presidente della Repubblica per avere rinviato alle Camere una legge voluta dalla persona che gli sedeva accanto (il presidente del Consiglio). Lette in sequenza, una dopo l’altra, queste affermazioni sembrano essere soltanto l’ennesimo episodio di una delle più lunghe guerre fra poteri mai combattute all’interno dello Stato italiano. 

Ma assumono un diverso carattere se lette e pesate accanto ad altre affermazioni del presidente della Corte di cassazione. Marvulli ha ricordato che l’Italia ha più giudici di altri Paesi, ma processi più lenti; che la magistratura non gode più del suo antico prestigio; che la preparazione dei magistrati lascia molto a desiderare; che il pluralismo dell’Ordine «fallisce il suo compito nel momento in cui alla virtù dell’obiettività si sostituisce la solidarietà ideologica ». E ha pronunciato infine, dal vertice della magistratura, una straordinaria autocritica quando ha affermato che «non sempre abbiamo saputo sanzionare adeguatamente e tempestivamente i censurabili comportamenti di chi, assumendo spregiudicate iniziative rivelatesi illegittime o comunque prive di qualsiasi fondamento, talvolta offrendosi alla pubblica opinione con i suoi interventi mediatici, è apparso come il privilegiato o esclusivo depositario della verità». 
Basterebbero queste ultime parole per conferire alla cerimonia di avant’ieri un carattere nuovo. 

Marvulli è stato esplicitamente critico, talvolta tagliente. Ma ha parlato dall’interno della magistratura e nei limiti delle sue attribuzioni rivendicando all’ordine giudiziario, di fronte al potere esecutivo e al potere legislativo, il diritto di essere interpellato, consultato, ascoltato. Questa relazione ha il merito di trasformare la guerra dei poteri in dialettica istituzionale e di ricordare ai magistrati che saranno forti, ascoltati e convincenti se parleranno «con la toga», anziché nei congressi, nei convegni, nelle tavole rotonde e di fronte alle telecamere. Si potrebbe sostenere che questo, per molti aspetti, è già lo stile dei procuratori di Milano impegnati nelle indagini in corso sugli scandali bancari. 

Non è stato invece lo stile di alcune altre cerimonie che sono state celebrate ieri nelle diverse corti d’appello del Paese. Abbiamo ascoltato dichiarazioni corporative, esternazioni personali e frecciate polemiche che prescindevano dalla sostanza delle leggi contestate per mirare alle intenzioni di chi le ha volute. Abbiamo constatato che l’assenza dell’Associazione nazionale magistrati (una iniziativa corporativa e inutilmente polemica) è stata addirittura condonata e amplificata con la esibizione di quattro sedie vuote. Temo che molti magistrati non abbiano voluto leggere quella parte della relazione Marvulli che era diretta a loro, non al governo e al Parlamento.”
(Sergio Romano sul Corriere della Sera di oggi: L’ autocritica inascoltata)

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Titolo: (26.01.06) IN SICILIA SANITà DA OTTO MILIARDI 

"L'economia siciliana è malata? Il business della malattia scoppia di salute. E muove quest’anno 7.729.922.709 euro. Troppi, per un'assistenza come quella offerta. Dove per tirar su voti sono stati assunti al 118 addirittura 3.100 autisti e portantini per 269 ambulanze: undici per ogni autolettiga.
E dove un mucchio di soldi viene spartito tra una miriade di strutture private, spesso possedute da politici, neppure accreditate. Direte: possibile? Sì. Dopo 7 anni di rinvii, infatti, le regole per l’accreditamento non non mai state applicate. Risultato: tutte quelle che succhiano alle mammelle di Stato e Regione sono, formula magica, «pre-accreditate». E non hanno sovente alcuna fretta d’uscire dalla precarietà: il rispetto di norme certe potrebbe metterle fuori dal giro. 

Quali siano le priorità, in Sicilia, lo dice il confronto sulla civiltà con cui vengono accolti gli anziani nelle case di riposo: un ospite ogni 146 abitanti in Lombardia, uno ogni 5.359 (36 volte di meno!) nell’isola. Pochi soldi, tante grane: non interessano. In altri campi, invece, è un affollarsi di mosconi sul miele. Basti dire che in Lombardia ci sono 6,6 convenzionati ogni 100 mila abitanti, in Veneto 3, in Sicilia 26,6. 

Ovvio, la sanità è la prima «industria» isolana. Ma un’industria, spiega il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, coi difetti dei carrozzoni pubblici. Dove «si assiste ad una sinergia tra i vizi della nuova cultura neoliberista del profitto a tutti i costi ed i vizi della vecchia cultura tribale premoderna della roba». 
Dove al posto del libero mercato portatore di efficienza c’è «un’ampia fascia di mercato protetto, sottoposto alla barriera doganale dei padrinaggi e delle sponsorizzazioni politiche, grazie a cui vengono costruite posizioni di oligopolio». 
Un sistema malato dove per Ernesto Melluso, curatore del convegno «Sistema di potere mafioso emalasanità», gli ospedali «sono luoghi pericolosi» e dove alcune cliniche private, come quella di Michele Aiello a Bagheria, sono prosperate con prestazioni che «costavano in media il triplo del prezzo del mercato». E dove, accusa Renato Costa, segretario regionale dei medici Cgil, «quella di non fissare le regole per gli accreditamenti è stata una scelta precisa, per non mandare all’aria laboratori e cliniche che operano al di sotto degli standard minimi di decenza». 

I primi a esser messi sotto accusa, va da sé, sono gli ambulatori e i laboratori privati. Sono 1.826: 200 per ogni provincia. Un’enormità. Al punto che gira la leggenda che siano più i «pre-accreditati» isolani che tutti gli accreditati nel resto d’Italia. Tesi che Domenico Marasà, segretario dell’associazione, respinge: «Forniamo servizi per 320 milioni di euro, dal semplice esame della glicemia alla risonanza magnetica, compresi gli ambulatori delle cliniche, dando lavoro a 26 mila persone.E pesiamo sul bilancio della sanità per il 4% più un altro 2% per l’emodialisi coprendo l’80% delle prestazioni. Lo scandalo non siamo noi. Sono i farmaci. E le case di cura». 

Che intorno alle medicine girino tanti soldi è sicuro: circa un miliardo e 250 milioni di euro. In gran parte incassati da 1.400 farmacie private che (a risarcimento dei ritardi cronici nei rimborsi, dicono loro) sono state recentemente benedette da un accordo tra la Federfarma e l’assessore alla sanità Giovanni Pistorio. In base al quale i farmaci più costosi saranno venduti in esclusiva dai privati. Che con l’aggio potranno arrivare a prendere su un solo farmaco, denunciano i farmacisti ospedalieri, anche 600 euro. 

Quanto alle cliniche, sono 55 e godono d’un trattamento assai più «generoso» che nel resto d’Italia. Certo, ci sono dei gioielli. Come l’«Ismett», che è nato da accordi tra il Civico di Palermo e l’università di Pittsburgh, fa trapianti di fegato e multi-organo, ha poche decine di letti e al massimo si attira dai critici il rilievo di essere un lusso (50,4 milioni di euro) in una Regione dove la rottura di un femore può obbligarti a salire a Bologna. O come il San Raffaele di Cefalù, che si sarebbe visto riconoscere un tariffario rispetto agli altri del 44,8% più alto. 

Eccellenze a parte, però, le cliniche private fanno quello che in un Paese normale fanno gli ospedali pubblici. Andando a incassare in modo spesso immotivato. Basti dire che una volta gestita da un amministratore giudiziario la «Villa Santa Teresa» di Bagheria arrivò a praticare tariffe del 75% più basse di quelle pretese prima da Aiello, protagonista del famoso incontro con Totò Cuffaro nel retrobottega di un negozio d’abbigliamento in cui il governatore (la cui moglie di Aiello era stata socia) lo avrebbe informato che era intercettato. 
I meccanismi di questi pagamenti sono complicatissimi. Il succo è che, dai e dai, i soldi pubblici arrivano ormai a coprire il 92,5% delle rette. E che l’anomalia diventa accecante quando una casa di cura sfonda il budget fissato. Per scoraggiare le furbizie, ad esempio, il Veneto tollera un massimo di sforamento del 5%, tagliando i rimborsi del 25%. Oltre quella soglia, sega drasticamente l’80% obbligando il privato a comportamenti virtuosi. In Sicilia no: se sfori fino al 25% ci rimetti solo il 20%. 

Va da sé che, con una Regione così generosa, possedere le cliniche è un affare. E chi trovi, tra i soci o negli immediati dintorni? Il forzista Guglielmo Scammacca della Bruca, già assessore regionale ai Lavori pubblici, che ha quote nella Casa di cura Musumeci e nell’Istituto oncologico del Mediterraneo di Catania. L’autonomista Antonio Scavone, ex deputato Dc, e cognato di Salvatore Zappalà il quale ha il 50% dello studio di diagnostica «X-RAY» di Paternò. Salvatore Misuraca, capogruppo in Regione di Forza Italia e marito di Barbara Cittadini, socia forte col 68% della Casa di cura «Candela» di Palermo e del laboratorio «Villareale» nonché figlia dell’ex assessore regionale alla Sanità Ettore Cittadini. E ancora l’azzurro Francesco Cascio, vice-governatore e assessore all’ambiente, che ha una quota del 25% nella Sicilcosmo (costruzioni case di cura). 

E Giovanni Mercadante, deputato regionale forzista, socio col 40% dell’Istituto meridionale «Angiò-Tac» e proprietario col figlio Tommaso del gruppo «M&F» (gestione di case di riposo e centri diagnostici). E il lombardiano Pierfausto Orestano, candidato alle ultime Regionali con il Ccd, padrone con la famiglia della «Casa di cure Orestano » di Palermo. E il fratello dell’Udc Giuseppe Drago, Carmelo, assessore al bilancio di Modica, titolare del 25% del Centro di riabilitazione Europa di Ragusa. E poi l’azzurro Alessandro Pagano, assessore regionale ai Beni culturali e cognato di Angela Maria Torregrossa, padrona della clinica nissena «Regina Pacis». E il sindaco di Catania Umberto Scapagnini, che ha il 33% della catanese «Pharmalife». 

E Ferdinando Latteri, sconfitto da Rita Borsellino alle primarie dell’Unione, la cui famiglia è titolare dell’omonima clinica. E suo cugino Filadelfio Basile, senatore di Forza Italia ora alla Margherita, la cui famiglia possiede la clinica Basile di Catania. Per chiudere con Cuffaro, la cui moglie Giacoma Chiarelli, a parte la vecchia società con Aiello nel Centro di Medicina nucleare San Gaetano, aveva fino al 2003 il 25% del Poliambulatorio «La Grande Mela». 

Tutto in regola, per carità. Ma rifacciamo la domanda fatta nell’inchiesta su Siracusa: chi ha interessi così forti può davvero dannarsi l’anima per far marciare il settore pubblico?"
(Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di oggi)

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Titolo: (24.01.06) ARRIVANO I TROTZKISTI

“Al contrario di categorie affini — trolls, licantropi, grandi sauri — i trotzkisti non sono creature fantastiche, una specie estinta, una bizzarria del creato. Esistono e forse vinceranno anche loro le elezioni. Ci fu un tempo in cui praticavano l'entrismo, sottile tattica che consisteva nell'iscriversi al Pci per tentare di condizionarlo. Oggi anche i romantici della politica si sono fatti più ambiziosi: entrismo sì, ma non nei partiti; direttamente in Parlamento. «Con l'obiettivo di riportare all'opposizione prima Bertinotti e poi correntone Ds, Comunisti italiani e Verdi, contro Prodi e i liberali» annuncia Marco Ferrando, leader dei trotzkisti italiani.

Gli irriducibili in Parlamento stavolta ci saranno davvero. Almeno quattro al Senato, intenzionati non a esercitare un diritto di tribuna o a rendere una testimonianza, ma a condizionare una legislatura che in particolare a Palazzo Madama si prevede giocata all' ultimo seggio. L'altro ieri il comitato politico nazionale di Rifondazione ha deciso le teste di lista per le Politiche. Ferrando puntualizza che non c'è stata nessuna trattativa, quindi nessun accordo: i posti sono stati «octroyés», concessi da Bertinotti. Che alla minoranza interna — il 41% del partito — ha accordato il 15% dei seggi considerati sicuri. Il punto è che Rifondazione sarà la vera beneficiaria della riforma proporzionale: mentre i Ds anche in caso di vittoria dell'Unione potrebbero veder ridotta la loro rappresentanza, il partito di Bertinotti — se solo confermasse i voti delle Europee — avrebbe 60 parlamentari contro i 16 di oggi. I posti blindati per l'opposizione interna, ostile all'ingresso nel governo Prodi, sono nove. Cinque vanno al gruppo dell' Ernesto, più affezionato all' ortodossia del vecchio Pci (e alla «resistenza irachena»): al Senato Claudio Grassi sarà capolista in Emilia, Maria Campese in Puglia, Fosco Giannini in Calabria; Alberto Burgio sarà capolista alla Camera nel terzo collegio della Lombardia, Luigi Pegolo numero 2 in Campania; riconfermata l'unica deputata uscente, Marilde Provera. Poi ci sono i duri di «Sinistra critica», eredi di Livio Maitan quindi trotzkisti, anche se meno di Ferrando. Sono Salvatore Cannavò, numero 2 alla Camera a Roma dopo Vladimir Luxuria, e il senatore uscente Gigi Malabarba, che si ricandida in Liguria ma con l'accordo di dimettersi il 20 luglio e lasciare il seggio ad Heidi Giuliani, nell'anniversario della morte del figlio Carlo. Poi c'è Ferrando, che sarà capolista al Senato in Abruzzo e conta di strappare altri posti per i colleghi del suo gruppo.

Tutto si sarebbe atteso dalla vita il leader trotzkista, tranne usufruire di un premio di maggioranza. Genovese, 51 anni, esordio nel gruppo bordighista «Lotta comunista» e poi militanza nella Quarta Internazionale, non si può dire che per il laticlavio abbia concesso molto: la sua conciliante relazione al comitato politico si intitolava «No al governo con i banchieri dell'Unione». «Ogni leader del sedicente centrosinistra rappresenta una banca — sostiene Ferrando —. D'Alema l'Unipol, va da sé. Prodi, Banca Intesa. Tutti e due l'Unicredit. Rutelli, la Bnl e Montezemolo». E lei Ferrando dovrà votare la fiducia. «Io spero ancora che il mio partito ci ripensi. In ogni caso, Prodi dovrà fronteggiare una forte opposizione sociale di sinistra, di cui saremo il referente politico. E si troverà davanti una serie di scogli, su cui Rifondazione non potrà transigere. Non possiamo mandare all'estero un solo soldato, anzi dobbiamo farli rientrare tutti, non solo dall'Iraq ma anche dall' Afghanistan e dai Balcani. Il programma di Prodi è la negazione di ciò per cui siamo nati: dovremo smontarlo pezzo per pezzo. No alla continuità con la riforma Dini delle pensioni, contro la quale facemmo ostruzionismo in Parlamento; no allo spirito di Maastricht, il cui rifiuto fu alla base della nascita di Rifondazione. Sì all'uscita dalla Nato, nostra antica battaglia, e all'abolizione totale della legge 30 sulla precarietà del lavoro. No all'aumento delle spese militari. No a tagli alla spesa sociale. No agli aiuti alle imprese, neppure per la ricerca e le nuove tecnologie, perché il conto lo pagherebbero i proletari». Proletari che Ferrando vagheggia di unire in un «Polo autonomo di classe», da Mussi a un Bertinotti recuperato alla causa.

«Come tutti quelli che si affacciavano alla politica, incontravamo a ogni passo i trotzkisti, gente proba che aveva atteso cent'anni ed era pronta ad attenderne altri cento. Noi invece avevamo fretta» ha raccontato Adriano Sofri, a proposito di un tempo precedente il '68. Coltivavano allora simpatie trotzkiste personaggi come Rino Formica e Giorgio Ruffolo, futuri ministri socialisti, e Paolo Flores d'Arcais. «Credo che anche Nanni Moretti sia stato dei nostri — rievoca Ferrando —. Di sicuro ricordo, a una riunione nel 1980 del gruppo torinese legato a Maitan, una splendida Alba Parietti. Pure Anna La Rosa mi ha confidato un passato trotzkista, ma ho qualche dubbio». 

L'obiettivo ora è rifondare l'Internazionale. «Siamo in contatto con il Partido da causa operaria brasiliano, che attacca Lula da sinistra, e con il Partido obrero argentino, il protagonista del movimento piquetero e dell'occupazione delle fabbriche, la Sasetru, la Zanon, la Bruckman. Siamo già all'opposizione dei nuovi governi di centrosinistra in Uruguay, con il Partido socialista de los trabajadores, in Cile, con la Liga socialista revolucionaria erede del glorioso Mir, e pure in Bolivia con Oposición trotzkista, che ha dato indicazione di voto per Evo Morales e ora lo combatte; anche se magari avessimo Morales al posto di Prodi... In Grecia è attivo l'Eek, partito comunista operaio. In Francia i partiti trotzkisti sarebbero due, ma non andiamo d'accordo né con la Ligue di Krivine, ormai piegata alla logica dell'unità a sinistra, né con Lutte Ouvrière della Laguiller, troppo settaria. Però abbiamo i nostri contatti: la Gauche communiste, nata da una costola del Pcf; il compagno Gramar, esule argentino messo in minoranza nella Ligue; e i Travailleurs révolutionnaires, molto forti nella zona di Bordeaux». E Bertinotti? «Ho letto un suo elogio nell'ultimo libro di Peppino Calderola. Segno che sta sbagliando. Non mi convince neppure la svolta nonviolenta. Per rovesciare il sistema non va esclusa la violenza di massa, che è ben diversa dal terrorismo; tanto più che le classi dominanti la esercitano su quelle soggette».”
(Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera di oggi) 

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Titolo:  (18.01.06) IL LABORATORIO TORINO

Redazione

A Torino Giusi La Ganga aderisce alla Margherita con un gruppo di socialisti. Al convegno che ratifica politicamente l’iscrizione – “Socialisti nella Margherita: verso il partito democratico” – partecipano deputati e dirigenti della Margherita ed interviene il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. 

Durante l’affollata manifestazione prendono la parola molti esponenti del gruppo che è composto da cittadini esponenti della popolazione attiva, soprattutto giovani lavoratori autonomi, artigiani, piccoli industriali, amministratori locali, professionisti: tutti rivendicano l’identità socialista, ma sono preoccupati del futuro e dichiarano l’interesse e la disponibilità per un partito che proponga un rinnovamento reale dello schieramento politico. La Ganga indica Torino come sperimentale laboratorio per il futuro Partito Democratico e Chiamparino propone che la sua ‘lista del sindaco’, di cui si parla in città da più di un anno, sia parte di questo progetto. 

Il giorno dopo alcuni esponenti Ds sparano a zero sull’ingresso di La Ganga nella Margherita. Mercedes Bresso, presidente del Piemonte, e Pietro Marcenaro, segretario piemontese dei diesse, esponenti di punta della fronda degli ex Pci, ce l’hanno con l’ex parlamentare del Psi e con il suo passato, ma in realtà vorrebbero tranciare Chiamparino e la sua proposta di ‘lista del sindaco’. A loro si accodano esponenti locali quali Enrico Buemi, una vita nel Pci e attuale parlamentare dello Sdi, e Antonino Saitta, presidente della Provincia, unico membro della Margherita che correttamente racconta di antichi rancori personali, nati quando militava nella Dc di Rivoli torinese.

La vicenda rivela alcune particolarità e conferma la difficoltà di una parte dei democratici di sinistra a staccarsi dai vecchi stilemi del Pci. È singolare che nei Ds nasca un dibattito su un’adesione che riguarda la Margherita. È un cascame dell’epoca comunista riservare rancore ed astio all’avversario, additandolo alla denigrazione permanente, piuttosto che misurarsi con i temi della politica, per di più caldeggiando forme di esclusione ‘per sempre’, negli esiti non dissimili dal razzismo.

Su tutto spesso si stende un velo di ipocrisia – si invia un messaggio politicamente minaccioso all’interno del partito attaccando un esponente esterno – e magari si telefona cortesemente al reprobo per ammortizzare privatamente gli sgradevoli effetti.

Se si vuole arrivare al Partito Democratico c’è forse veramente bisogno di un laboratorio, ma non sarebbe inutile anche qualche ripasso sui doveri più elementari della democrazia. 
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Titolo: (12.01.06) DEMOCRAZIA E APPALTI

Stefano Micossi, già dirigente della Banca d’Italia e della Confindustria, oggi direttore generale dell'Assonime - Associazione fra le Società Italiane per Azioni - e professore di Economia Internazionale presso il College of Europe di Bruges, ha pubblicato su La Stampa odierna questo importante editoriale: 

“Il dibattito sul ruolo dei Ds nella scalata di Unipol alla Bnl sta degenerando in una rissa pre-elettorale, nella quale i due poli si scambiano colpi sempre più bassi, senza gran costrutto. Si dovrebbe, invece, discutere della relazione malata tra la politica e l'economia, che rappresenta la vera palla al piede dell'Italia; si dovrebbe discutere dei modi e degli interventi specifici per correggere strutturalmente questa relazione malata.

Il problema ha due facce. La prima è la progressiva «corporativizzazione» dell'economia italiana. Mentre gli altri si aprivano alla globalizzazione e alla rivoluzione tecnologica, noi ci chiudevamo, rifiutando il cambiamento ed erigendo un sistema diffuso di protezione di gruppi e categorie: nelle leggi, nazionali e locali, negli accordi collusivi coordinati dalle associazioni, nella presenza di sindacati sempre più irresponsabili nel pubblico impiego e nei servizi pubblici, nei comportamenti delle amministrazioni. I sussidi alle imprese e la svalutazione del cambio hanno mantenuto in vita la parte più obsoleta del nostro sistema manifatturiero, così come la rete protettiva della Banca d'Italia ha impedito la modernizzazione del nostro sistema finanziario, che resta opaco, banco-centrico e tra i più costosi del mondo.

Naturalmente, gruppi e categorie protetti sono ben rappresentati nelle assemblee elettive e premono per prolungare le protezioni su un sistema politico debole e frammentato: il quale, mancando di una visione forte sull'economia e la società, non si fa pregare ad accontentarli. Oltre che inefficiente, il sistema è sempre più iniquo; non solo non si cresce, ma aumentano le aree di esclusione. Cresce il risentimento degli esclusi verso le istituzioni e la società, dato che l'accesso ai mercati e i meccanismi di selezione delle persone sono gestiti in maniera collusiva dagli stessi interessi organizzati.

Un forte antidoto sarebbe fornito dalle regole europee sulla libera circolazione e la concorrenza; ma, invece di farle rispettare, le istituzioni tendono ad assecondare gli interessi organizzati che chiedono di indebolirne e ritardarne l'applicazione. Non a caso l'Italia ha il record peggiore, tra gli stati membri dell'Unione, nella trasposizione e nell'applicazione delle direttive europee.
La seconda faccia del problema italiano è l'intervento diretto della politica nella gestione dell'economia, che ha assunto ormai dimensioni da economia socialista. L'invasione si è sviluppata principalmente lungo tre direttici. Anzitutto, il sistema delle spoglie nella selezione delle persone, ormai esteso a tutti i livelli delle pubbliche amministrazioni, agenzie, autorità indipendenti, società controllate di ogni tipo. Le persone così selezionate sono spesso incompetenti, talvolta fino ai limiti della comicità; ma quando commettono disastri e si cerca di sostituirle, subito il referente politico si affretta in sua difesa. Non può sorprendere che intere parti dell'amministrazione e dei servizi pubblici mostrino segni di collasso.

La seconda direttrice di intervento è il sistema degli appalti, delle forniture pubbliche, delle concessioni, ancora in larga parte sottratto a ogni regola di trasparenza, concorrenza e qualità. Dimenticando che l'applicazione di standard esigenti nelle forniture pubbliche, nelle concessioni, e in generale nella gestione del territorio e dell'ambiente, sono fattori determinanti del contenuto di tecnologia e di innovazione del settore privato. Infine, la novità recente è la moltiplicazione di amministrazioni e società pubbliche che si lanciano in operazioni spericolate, allegramente sostenute dal sistema finanziario, che di solito finiscono male e che portano beneficio soprattutto ai promotori, quasi mai ai cittadini e all'economia.

Sullo sfondo, si agita un ceto politico di quasi mezzo milione di persone - secondo le stime del bel volume di Cesare Salvi e Roberto Villone «Il costo della democrazia» - che perlopiù ha fatto della politica il veicolo della personale carriera, invece che di servizio al pubblico. E pesa come un macigno il problema mai risolto del finanziamento pubblico della politica: i cui costi si dilatano senza freni, mentre mancano i meccanismi che dovrebbero garantire la trasparenza dei bilanci e la partecipazione democratica degli iscritti alle scelte di gestione dei fondi. La sciagurata legge 157 del 1999 ha peggiorato le cose, distribuendo il finanziamento pubblico a ogni mini-partito sopra la soglia dell'1 per cento dei voti e alimentando l'incredibile frammentazione del nostro sistema politico.

Di questo dovrebbero occuparsi i partiti e i salotti televisivi. Di questo vorremmo leggere nei programmi dei poli che si contenderanno tra breve il nostro voto nelle elezioni politiche: vorremmo sapere se hanno capito che questo è il problema e quali rimedi propongono per risolverlo.”


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Titolo: (10.01.06) DISCORSI OZIOSI

Redazione

È in pieno svolgimento il rito elettorale, vivace sino al parossismo, con i presunti elettori sempre più sfibrati. Mancando programmi dichiarati, sia della Cdl che del Centrosinistra, i blocchi politici indottrinano il pupo con argomentazioni anche serie, ma episodiche e trattate come il gossip televisivo. Di fondo si ritiene che il televotante sia un minchione che tutto beve, da Tremonti che presenta i suoi strabilianti successi d’architettura finanziaria, a Bertinotti che onestamente non nasconde i suoi propositi di restaurazione del bel socialismo che solo all’Est si realizzò, a Berlusconi lunare cantore di epopee forse attuate in un universo parallelo alieno agli umani. 

In questo momento è nuovamente di scena il ‘conflitto d’interessi’ del premier e s’insiste sugli ultimi effetti perversi: tra gli altri, con le sue leggi sarebbe sfuggito alla giusta galera e ripianerebbe i debiti col fisco versando pochi Euro. I clamori dei plaudenti non coprono l’evidenza dell’altro teatrino, quello degli ‘interessi convergenti’ della sinistra nel suo insieme: tra gli altri, da molti anni le aziende delle Coop prospererebbero coi favori degli enti locali amministrati dalle giunte di sinistra fino a costruire un composito impero economico votato alla causa.

In sordina qualcuno rileva come gli attori delle ultime rappresentazioni – Antonveneta, scalata al Corriere, Monte Paschi-Gnutti-Hopa, Coop-Bnl – siano tra loro collegati in perversi intrecci, con l’inevitabile sospetto di un gentleman agreement di spartizione tra il gruppo Berlusconi e gli egemoni di sinistra. 

Alla fine, evocati e supportati dai media, si presentano ancora una volta alla ribalta i magistrati a districare i nodi che la politica non sa tagliare e a fare balenare la vaga speranza che qualche giustizia soccorra il cittadino ignorato e dileggiato, oltre che derubato.

In questo clima di assenza di etica e d’insipienza politica – molto meglio sapevano muoversi la Dc e il Pci nei loro compromessi, favoriti dalla lontananza dell’informazione – un laico visitatore web, Danilo Di Mambro, si addentra nella disanima di ‘nuove regole’ per imbrigliare le commistioni tra politica ed economia. Lui rigetta a priori il “far emergere alla luce del sole i rapporti tra i nostri due soggetti in modo che il “dare” e l’“avere” tra di loro sia chiaro e conosciuto dall’elettore che potrà così scegliere in piena coscienza e consapevolezza”, in favore di una netta distinzione tra politica ed economia mediante “un sistema di ‘filtri’, di diaframmi e di ‘paletti’ che operi già dall’individuazione dei candidati e, analogamente a come si attua la separazione tra i diversi poteri dello stato, funzioni anche dopo l’elezione”.

A noi sembra, invece, che si debba restaurare il primato della politica, nonostante sia oggi impopolare, prima di tutto ripristinando i meccanismi della democrazia, oramai quasi demoliti sia localmente che a livello nazionale, poi riconducendo nel loro alveo quei poteri che surrettiziamente si sono sostituiti ai partiti a volte mimandone i tratti meno nobili: principalmente i sindacati e la magistratura (divisa in ‘correnti’ non impermeabili alla politica!). 

Liberandosi dalle ipocrisie che affligge il costume italiano, sarebbe meglio sapere cosa e chi si vota. E quanto costerà mantenere il sistema. Non potendo più scegliere col voto diretto né gli assessori, né i parlamentari, che almeno si identifichino le consorterie e i mandanti che li candidano… 
Nell’attuale situazione di rapinosa illegalità e di diffuso ed impunito arbitrio, protagonista alle urne sarà principalmente l’astensionismo e nel voto si misureranno gli aficionados degli opposti schieramenti. 

È necessario però prendere coscienza che, con la crisi delle istituzioni, lo sfascio delle strutture e la ribellione di chi accampa dubbi diritti, se salissero alla ribalta dei protagonisti credibili invece di personaggi del momento, la stanca Italia accetterebbe rischiose derive. Il Cav. risulterebbe, allora, il sintomo e non la malattia. (r. t.)

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Titolo: (09.01.06) POLITICA ED ECONOMIA

Lettera alla Redazione

Gentile Redazione,

penso sia ora che il dibattito sull’intreccio tra politica e economia, che prende vigore ogni volta che emerge un fatto di cronaca tipo Unipol-BNL o BPI, giunga a termine, si arrivi cioè a decisioni che siano risolutive. I fatti di questi ultimi giorni lo hanno dimostrato di nuovo: tra politica ed economia c’è un legame insano che non rispetta ruoli e competenze, ma tende piuttosto a creare opportunità al riparo dalla concorrenza, ovvero indebiti vantaggi competitivi e coperture per azioni spericolate o addirittura illecite per l’imprenditore e adeguati ritorni economici per il politico. Probabilmente tale legame è stato costruito dalla nostra storia e non è addebitabile a nessuno in particolare, ma penso si possa dire che oggi riguarda tutti coloro che gestiscono un potere, elettivo o di nomina che sia, generato dalla politica ed è talmente stretto e radicato che per districarlo servono azioni fuori dall’ordinario. Purtroppo ho paura che la classe politica del nostro paese sia compromessa nel suo complesso e sia pertanto incapace di operare i cambiamenti necessari e che perciò la prima cosa da fare sia cambiare gli uomini e le donne ai posti di comando con la contemporanea introduzione di regole nuove. Ma credo anche che nessuno e niente cambierà se questa “benedetta” nuova classe politica, o per meglio dire, aspirante tale, non si propone con idee e programmi nuovi all’elettorato. 

Questo è l’unico modo perché, mi pare chiaro, il ricambio non è possibile dall’interno dei partiti in quanto questi devono rispondere alle stesse logiche di sempre che rimangono identiche chiunque li diriga; forse i rapporti partito-economia-istituzione sono degenerati al punto che non si sa più chi comanda, quando proprio questa è la cosa che deve essere chiara e pacifica: sapere chi comanda. Per inciso e a proposito di questi aspetti, pongo la domanda: ma se Fazio si fosse dimesso senza tante storie, gli affari BPI e Unipol-BNL sarebbero venuti a galla lo stesso? 

Chiuso l’inciso che per la verità adombra ipotesi inquietanti e tornando al tema, per poter procedere alla redazione delle nuove regole si dovrebbe operare una scelta preliminare. Bisogna stabilire cioè se sia meglio realizzare una netta separazione tra politica ed economia con un sistema di “filtri”, di diaframmi e di “paletti” che operi già dall’individuazione dei candidati e, analogamente a come si attua la separazione tra i diversi poteri dello stato, funzioni anche dopo l’elezione. Oppure se sia preferibile far emergere alla luce del sole i rapporti tra i nostri due soggetti in modo che il “dare” e l’”avere” tra di loro sia chiaro e conosciuto dall’elettore che potrà così scegliere in piena coscienza e consapevolezza. Personalmente propendo per la prima ipotesi perché la ritengo quella più difendibile sul piano dell’etica e delle misure repressive, ma non considero l’altra, decisamente più pragmatica, da rigettare a priori.

Cordiali saluti.

Danilo Di Mambro


 

 

 


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