Titolo: (04.02.02) AVANTI SAVOIA!
Redazione
Nel paese di Pulcinella era destino che neanche i monarchici si dichiarassero più tali. Infatti, in vista del loro imminente ritorno in patria, gli eredi della dinastia italiana hanno sentito il bisogno di affermare nero su bianco non solo la loro lealtà costituzionale - come s’addice ormai ad ogni monarchia esistente - ma anche la loro fedeltà alla repubblica, lasciando di stucco i monarchici nostrani che da cinquant’anni a questa parte menano vita grama in patria cercando di rinverdire le glorie savoiarde e indispettendo – ma questa è una costante ormai secolare - il ramo cadetto degli Aosta che un po’ di dignità hanno saputo nel tempo mantenerla.
Non fosse per il sapore da operetta che aleggia ormai intorno a tutto ciò che concerne i mediocri eredi della nostra ex casa regnante - per cui ci si aspetta puntuale una gaffe fra le tante del figlio di Umberto, o del nipote che continua la tradizione di famiglia - verrebbe da chiedersi il perché di un simile gesto.
Infatti, era proprio necessario che una parte del parlamento italiano chiedesse ai Savoia una plateale dichiarazione di fede repubblicana, essendo evidente la strumentalità e l’ipocrisia di una tale presa di posizione da parte di chi si è sempre dichiarato l’erede legittimo di una dinastia, non più regnante ma pur sempre monarchica?
Non poteva la repubblica italiana permettersi un gesto di vera liberalità e riconoscere ai Savoia almeno il diritto di mantenere in via di principio le loro opinioni monarchiche, salvo prendere atto della legittimità dell’ordinamento costituzionale italiano, così come sottolineato in queste ore anche da insigni giuristi? Oltre che di un atto di liberalità e di rispetto delle opinioni personali si sarebbe trattato di un atto di realismo politico e anche di una implicita dichiarazione di forza delle nostre istituzioni repubblicane.
Non risulta che ai vari pretendenti europei a troni ormai fantasma, da quello asburgico a quello borbonico, sia mai stata richiesta un’abiura delle proprie opinioni, neppure quando gli eredi dinastici hanno deciso di scendere nell’agone politico esercitando i diritti di un qualsiasi cittadino.
Meglio sarebbe stato auspicare dagli attuali Savoia una presa di posizione critica rispetto al loro recente passato monarchico - dalle connivenze con il fascismo alla vergogna delle leggi razziali e alle responsabilità di fronte al disastro della guerra - piuttosto che assistere alla commedia degli eredi al trono repubblicani. Alcune dichiarazioni in proposito, non controverse come quelle rilasciate in passato, avrebbero certo contribuito a sanare quella che fu una lacerazione grave della nostra storia nazionale e certo sarebbero state più credibili e più utili anche a ridare dignità alla ex monarchia. E’ ben vero che le colpe degli avi non devono ricadere sulla testa dei discendenti, come ebbe a reclamare recentemente il giovane rampollo Emanuele Filiberto, ma è anche vero che lui non sarà mai un signor Savoia qualunque, a meno, appunto, di rinnegare in toto le sue origini, ignorando gli avi che si rivoltano nella tomba.
Contento lui, possiamo esserlo anche noi, poiché ognuno ha le dinastie (decadute) che si merita! (cs)
Titolo: (29. 01. 02) INDISSOLUBILE, COME SEMPRE
Redazione
All’apertura dell’anno giudiziario della ‘Rota Romana’, il Papa ribadisce la sua ferma opposizione al divorzio ( “ Il matrimonio è indissolubile…Il divorzio è una piaga”), invita esplicitamente ad un’iniziativa “rivolta al riconoscimento pubblico del matrimonio indissolubile negli ordinamenti giuridici civili” e aggiunge, per la prima volta, un invito alla disubbidienza da parte di giudici ed avvocati. Cioè pone la Chiesa in opposizione agli ordinamento statali, cosa intollerabile in Italia e inconcepibile nelle altri paesi occidentali.
Per quanto riguarda gli avvocati, a parte quelli che lavorano per organizzazioni cattoliche, sarà ben difficile che essi accettino l’alto richiamo. Tale è la passione civile che mettono nella loro professione, che è più facile tenere lontano un cane dall’osso che un legale da una buona causa. E le separazioni e i divorzi, con relativi strascichi, sono cause ottime. Infatti Giovanni Paolo II non dice agli avvocati di rifiutare le cause di divorzio, ma di “svolgere un’opera di aiuto e pacificazione…Possono collaborare ad un’azione non indirizzata alla rottura del matrimonio, bensì ad altri effetti legittimi che solo mediante tale via giudiziaria si possono ottenere in un determinato ordinamento…”.
I giudici, invece, secondo Wojtyla dovrebbero ricorrere all’obiezione di coscienza per rifiutarsi di giudicare. Lui stesso, però, riconosce che “ciò può risultare difficile”. Un giudice, avrebbe potuto aggiungere, può rifiutarsi di giudicare dando le dimissioni. Ma, almeno in Italia, tutti ‘tengono famiglia’ e nessuno può pretendere questo supremo sacrificio senza aprire un apposito ufficio di collocamento.
Con il passare degli anni, il Pontefice sempre più vede la fatuità e l’inutilità delle umane passioni e i danni che talvolta producono. Ne comprende l’impeto, ne condanna gli effetti. Questo vale in particolar modo per i motivi che portano al divorzio: per il Vaticano il matrimonio è un sacramento che regge tutto l’ordinamento sociale, è “per sua natura indissolubile” e nessun motivo può rompere il vincolo.
Il Papa vale anche per i matrimoni riconosciuti nulli dalla Sacra Rota: “Anche il diritto canonico appare talvolta come la via per trovare soluzioni di coscienza ai problemi matrimoniali dei fedeli. Ciò ha una sua verità, ma eventuali soluzioni devono essere esaminate in modo che l’indissolubilità del vincolo continui ad essere salvaguardata…”. Questa sì che sarebbe una novità. Fatemi vivere fino a quando non la vedrò e sarò qui per cento anni ancora.(rt)
Titolo: (26. 01. 02) L’INFORMAZIONE È LA SATIRA
Redazione
In Italia si vendono meno quotidiani e la Tv generalista perde spettatori. Ad uno sguardo più attento, si scopre che sono in aumento i telespettatori che scelgono i canali tematici satellitari e che, quindi, sono disposti a pagarsi il servizio. Si affermano anche i quotidiani e i giornali di nicchia, tra questi Il Foglio di Giuliano Ferrara e alcune testate locali, più attenti alle notizie nude e crude, più stimolanti nelle analisi o nel proporre temi d’interesse dei cittadini.
I grandi quotidiani, che razzolano da quarant’anni sempre nello stesso parco di lettori, appartengono a “editori impuri”, interessati a favorire gli schieramenti politici di riferimento ed a proteggere i propri investimenti, industriali e non. Il lettore lo sa o lo intuisce, con il risultato che si vendono oggi le stesse copie chi si vendevano negli anni ’60, salvo quando qualche fatto clamoroso viene a benedire le tirature. E queste copie spesso si vendono perché sono veicolate da gadget con relativa promozione della testata. Si potrebbe quasi dire che una volta nei giornali si avvolgevano le verdure, oggi le videocassette e i cd.
In questa situazione, se un cittadino volesse avere un’idea più o meno reale di quanto accade oggi in Italia, dovrebbe leggere almeno tre quotidiani, un’impresa che richiede professionalità, tempo e astuzia lessicale, per decodificare tra le righe un testo spesso contraddetto da titoli urlati a tutta pagina.
La televisione gode di più credibilità perché il telespettatore pensa che, essendo legata alle immagini, sia meno soggetta all’arbitrio della proprietà. Ma lentamente si comincia ad intuire l’enorme potere di manipolazione dispiegato per indirizzare la pubblica opinione. Il mix di convincenti affermazioni, di meditate reticenze e silenzi e, soprattutto, di immagini e commenti opportunamente montati, falsa la comunicazione come mai per il passato. Goebbels oggi ordinerebbe di agire sul montaggio, più che di mentire apertamente.
Per questo il vero evento-fenomeno del giornalismo italiano è, e non da ora, ‘Striscia la notizia’, quindici minuti di satira e informazione, con punte d’ascolto di 17 milioni, che rivisitano e innovano il giornalismo d’inchiesta da tempo trascurato. I rapidi e irridenti servizi del tg satirico sono poco più di una spruzzata di peperoncino su un brodino, pure contribuiscono a cambiare il costume. Potrebbero ispirare quotidiani e telegiornali, che invece si riducono a commentarli.
Il successo della ‘Striscia’ di Ricci dovrebbe indurre la stampa italiana a qualche riflessione: gli inviati quasi mai sono professionisti, è la tv commerciale ad ospitarla, il mondo che svela è quello della truffa continua, dei diritti violati, del degrado della pubblica amministrazione, ma anche di un diffuso desiderio di giustizia testimoniato dalla forte interazione tra gli autori e i telespettatori che segnalano i casi.
I giornalisti non si sentono umiliati da una certa inutilità del ruolo e dalla situazione dell’informazione sempre più permeata da gossip e che strilla forte solo in favore delle fazioni che serve. Salvo alcune eccezioni, anche di grande rilievo, il conformismo è una costante della categoria sotto tutti i regimi. Finché corrono stipendi generosi e benefit adeguati non si muoverà neppure una paglia. (rt)
Titolo: (25.01.02) DA POPPER A ODASSO VIA FORZA ITALIA
Redazione
L´ex potentissimo manager delle Molinette di Torino, raccontando a
piccoli passi le sue imprese ai magistrati, ci informa, nel suo ultimo
interrogatorio, dei costi delle sua adesione a “Società Aperta” e
quelli relativi alle iniziative elettorali per Forza Italia della medesima.
Un´associazione fondata da Angelo Burzi, assessore regionale al Bilancio e
di cui fanno parte, tra gli altri, 15 direttori generali delle Asl
piemontesi (su 29 totali) oltre che il suo braccio destro, Rosso.
Il concetto di “Società aperta”, cui si ispira l’associazione di
Burzi & C., fu introdotto dal povero Karl Popper in quanto riteneva che
non potendosi, per motivi logici, determinare in modo scientifico i valori
ai quali ispirare la nostra azione nella vita sociale, occorresse ancorare
la democrazia ad un insieme di regole formali che, utilizzando della scienza
il metodo, favorissero il "politeismo dei valori".
Non sappiamo se tale politeismo dei valori, nel club piemontese in
questione, sia stato trasferito sul piano della pluralistica spartizioni di
tangenti ai vari partiti, ma la sicumera con la quale il governatore Ghigo
ha liquidato il caso ("isolato") e l’orologio regalatogli
("non ho fatto caso al suo valore"), e il profilo sottotono dell’opposizione
di centro sinistra sulle tessere di FI acquistate dal manager, fanno
desumere che del metodo scientifico proposto da Popper non sia rimasto
niente.
In fondo, per un’associazione che si ispirava filosoficamente al
concetto della scientificità dell'azione politica e dell'attività di
organizzazione istituzionale della società in quanto utilizzatrice dello
stesso " metodo ", Burzi e Odasso hanno fallito clamorosamente
nella loro trasposizione sul piano tangentizio. Si evidenzia dai fatti delle
cronache giudiziarie che la modernità di Forza Italia è totalmente
apparente, nominalistica e, anzi, fatica a raggiungere il livello di una ‘società
chiusa’, come poteva essere quello di una vecchia loggia massonica. (l.g.)
Titolo: (23. 01. 02) LA SANTA OPPOSIZIONE
Redazione
Per tutta la scorsa legislatura il centrosinistra si era gingillato con
la succulenta ipotesi di castrare Berlusconi delle sue adorate proprietà.
Infatti un ramo del parlamento aveva votato una legge sulle
incompatibilità, ma tutto era stato bloccato perché il provvedimento non
era altro che moneta di scambio, poco più di una minaccia: bada che se non
stai al gioco, la facciamo votare anche dai senatori.
C’era in ballo la Bicamerale, e D’Alema trattava con l’odiato
tycoon lombardo le riforme costituzionali. Sperava di allettarlo,
riconoscendogli dignità di interlocutore privilegiato, e di spaventarlo,
per l’appunto con la spada di Damocle di una legge definitiva sul
conflitto di interessi. Ma il Cavaliere, complici anche gli oppositori
interni di D’Alema, a quel gioco di sensali se la cavò benissimo, tanto
che non vennero mai seriamente risolte, tra le altre, anche le questioni
della gestione dell’informazione (tra cui le nomine Rai) e dell’efficienza
della giustizia.
Ed eccoci ora alla ‘madre di tutte le battaglie parlamentari’, quella
sul conflitto d’interessi. “Qui si fa la democrazia o si muore”,
potrebbe ben dire Piero Fassino, fresco reduce di triplici resistenze
meneghine con annesso ‘grido di dolore’, mentre si appresta a guidare la
sinistra verso la nuova linea del Piave dell’opposizione. Francesco
Rutelli, ormai in aperta concorrenza con il leader Ds, a nome dell’ Ulivo
ha subito aperto le ostilità chiedendo che sia il modello Usa la base di
discussione in commissione Affari Costituzionali.
L’opposizione paventa il pericolo di una svolta autoritaria, come
avviene per ogni proposta o decisione governativa. Dall’art. 18 alla
riforma della scuola, dal falso in bilancio alla divisione delle carriere in
magistratura, dalle dimissioni di Ruggiero alla legge sull’immigrazione,
tutto è messo nel mucchio ed è, indiscriminatamente, preso a sintomo e
causa del degrado della democrazia: una drammatizzazione d’esportazione
che fa ballare al proscenio intellettuali e militanti d’annata, libera
(finalmente) la repressa ansia sindacale e popola le strade di cortei e
musici, ma genera nevrosi diffuse e incertezza, allontana e rintana nel
privato il cittadino comune che ‘sente’ l’insincerità dei reiterati
allarmi.
In questo caso, poi, la pretesa di trapiantare una normativa Usa nella
situazione italiana è irragionevole. Negli Stati Uniti, l’entità delle
istituzioni finanziare, la grandezza del mercato, la varietà e il numero
dei soggetti che lo compongono, le severe leggi che proteggono e regolano il
gioco tra investitori, aziende e concorrenza, danno sufficienti garanzie di
un’equa gestione delle fortune personali da parte di un’autority
indipendente.
L’economia e il mercato italiani sono invece condizionati dallo Sato e
da una ristretta oligarchia, sono sottoposti a leggi insufficienti o
inadeguate, tanto che la maggior parte delle aziende sta rintanata nel
privato, mentre avrebbe l’interesse ad accedere alla borsa e al mercato
finanziario. Molti (troppi) esempi dimostrano che neppure il piccolo
investitore è garantito, si ripensino l’antica storia della chimica e le
recenti avventure dell’informatica e della telefonia. Figuriamoci un’Autorità
di casa nostra ‘indipendente’ che potesse gestire liberamente e anche
vendere il patrimonio di Berlusconi…già si intuiscono falchi e corvi
planare sul pingue bottino.
Il problema posto dall’elezione di Berlusconi è però reale ed
ineludibile. Ma l’opposizione è a un bivio: se insiste ad oltranza sulla
soluzione ‘americana’ si mette fuori gioco, se accetta un confronto
ragionevole potrebbe contribuire a donare un’altra vittoria al cavaliere d’Arcore.
(rt)
Titolo: (22.01.02) DA VENT’ANNI IL PROBLEMA DEI SOLDI PER LA
POLITICA
Redazione
Violante spiega, su le colonne del Corriere della Sera di ieri, le
ragioni politiche di quella rottura fra Paese e Potere, che apri' la
stagione di Tangentopoli, con la mancata intesa tra Bettino Craxi e Enrico
Berlinguer, negli anni Ottanta, su come modernizzare il Paese pur avendo
individuato nella questione istituzionale e in quella morale i due ostacoli
principali per agire. Il leader del Psi, sostiene Violante, ''voleva
affrontare la riforma istituzionale lasciando da parte quella morale''
mentre il segretario del Pci ''voleva esattamente l'opposto''.
Violante si riferisce ad uno dei prossimi scoop che dilagheranno dal
profluvio editoriale in occasione del decennale di Tangentopoli nelle
prossime settimane e mesi. In particolare su quello dello storico Piero
Craveri che comparirà sul primo numero di una nuova rivista edita dalla
Luiss: «XXI Secolo - Studi sulle transizioni», a proposito della proposta
avanzata da Eugenio Scalfari a Berlinguer, via Antonio Tatò, di un vero e
proprio patto tra Psi e Pci.
E’ Paolo Mieli, sullo stesso Corriere, ha fornire alcune anticipazioni
dello scoop storico-politico nella sua rubrica epistolare del quotidiano
ieri in edicola. La Fondazione Gramsci, che ha in custodia le carte di
Enrico Berlinguer, ha consentito allo studioso di consultarle. Tra i
documenti del segretario di Enrico Berlinguer, Tatò, è spuntato un suo
rapporto molto lungo relativo ad un incontro con l’allora direttore di
Repubblica, Scalfari, che aveva a sua volta precedentemente incontrato
Bettino Craxi.
In quel rapporto del’81 si legge: «Se il Pci (è Craxi che parla, mi
riferisce Scalfari) mi comunica che è pronto a fare esso la proposta della
Presidenza del Consiglio socialista, io garantisco che al prossimo comitato
centrale o al Congresso nazionale di aprile, il Psi dichiarerà in forma
"solenne e irrevocabile" che il Pci è pienamente autonomo, è
pienamente democratico e ha tutti i titoli per essere pienamente partito di
governo». Quel patto non si fece, conclude Paolo Mieli, ma Violante ci
suggerisce che la questione andava ben al di là della legittimazione
reciproca dei due partiti storici della sinistra italiana.
Il vero punto, ancora una volta, crediamo stia in quella che Berlinguer,
con somma ipocrisia, chiamava “questione morale” e che Craxi, senza
ipocrisia ma con ritardo, poneva come il problema del finanziamento dei
partiti e della politica. E’ immaginabile sapere come è andata questa
storia. E’ noto che fino agli anni ’70 le risorse del PSI arrivavano o
dalla sponda PCI o da quella DC, mentre con Craxi si aprì la strada dell’”autonomia”.
Lo sanno tutti i quadri socialisti degli anni ’80 che la strada delle
riforme per il paese e dell’autonomia politica del partito aveva come
prezzo quello di inserirsi indipendenti nel sistema tangentizio. Qualunque
patto con il PCI di allora, ben difficilmente non avrebbe implicato una
dipendenza economica (e quindi politica) per il PSI, come era successo nei
decenni precedenti.
La vera morale di questa vicenda di vent’anni fa, travalica la
questione dei rapporti PCI e PSI e la stessa Tangentopoli. Ancora oggi
possiede tutta la sua drammatica attualità, che risiede nel fatto che non
si è ancora giunti a risolvere il problema di come la politica possa
finanziarsi per svolgere la sua attività, senza sposare il sistema delle
tangenti. Il rischio è che possa reggere solo il “sistema Berlusconi”:
la politica la fa solo chi i soldi gia ce li ha. (l.g.)
Titolo: (20.01.02) RABBIA E SCONFORTO
Redazione
Dieci giorni fa scrivevamo che “Riunirsi intorno alla tomba di Bettino,
si è gia potuto constatare in Piazza Navona quasi due anni fa, purtroppo
non serve ad aiutare la ricostruzione dell'unità dei socialisti”.
Assistere poi ieri, in occasione delle commemorazione di Craxi ad Hammamet,
alla pubblicità per le rispettive ditte da parte di Boselli e De Michelis
provoca rabbia o abbatte il morale di qualsiasi socialista appena addentro
ai fatti dei partitini della diaspora.
De Michelis arriva alla sfacciataggine di sostenere che il grosso delle
truppe è nella sua ditta: nel resto “delle altre famiglie socialiste c’è
solo la nomenklatura”. Ci sarebbe da ridere, se lo sconforto non prendesse
il sopravvento. Non c’è nessuno che si è avveduto del fatto che in
questi dieci anni il grosso dell’elettorato sia finito in FI e nei DS? No,
macché, il metro della loro analisi è proprio il ruolo che avevano nella
nomenklatura nel PSI! Più alto era il livello ieri, maggiore l’arroganza
di oggi, sull’orlo dell’abisso, nel rivendicare l’eredità craxiana
con gli zero virgola (per questo Gianni irrita più di Enrico).
Stefania Craxi può con tutta legittimità e col coraggio e la forza che
la contraddistinguono, svolgere il lavoro per la rivalutazione dell’opera
politica del padre, ma questo nobile lavoro, condotto attraverso la
Fondazione, non ci possiamo illudere, non è prologo ad alcun nuovo soggetto
o progetto politico. Non è possibile sviluppare un discorso pubblico agli
italiani facendolo ruotare sul torto subito da Craxi, premettendo sempre
che: «Ho un rancore talmente grande che non coltivo piccoli rancori».
Certo, concordiamo con Stefania, quando dice che: «Il socialismo è una
civiltà, e mi auguro che le ragioni di questa civiltà superino le
divisioni politiche». Ma purtroppo all’orizzonte non si vede una
leadership che sia in grado operare per il superamento delle divisioni ad
aprire in Italia una “terza via” che, come dicevamo dieci giorni fa,
torni -potenzialmente maggioritaria- “a fornire risposte concrete ai
bisogni di cittadini, lavoratori ed esclusi”. (l.g.)

Titolo: (19.01.02) "CRAXI, UNA STORIA"...PER IMMAGINI
Redazione
Stefania Craxi se l'era presa con il Cavaliere per il fatto che nel suo
famoso libro elettorale non ci fosse una foto di Berlusconi con Craxi. Ci ha
pensato lei, allora, a preparare un libro sul leader del Psi, attraverso la
Fondazione omonima che dirige. Più di mille fotografie inedite, tratte
dall'album privato del leader del Psi, che verranno rese pubbliche per la
prima volta alle ore 17 di martedi' 22 gennaio, nella Sala del Refettorio, a
Palazzo San Macuto in Roma.
In occasione della presentazione del libro fotografico intitolato
"Craxi, una storia", saranno presenti sia il Presidente della
Camera, Pier Ferdinando Casini che quel Cavaliere dimentico, nel suo album
pubblico elettorale, del Presidente del Consiglio suo predecessore.
In vero, pare che il progetto fosse stato autorizzato dallo stesso Craxi
sei mesi prima della sua morte. Centinaia di fotogrammi con i più grandi
protagonisti della storia contemporanea, realizzati da Cicconi, per
vent'anni al seguito di Bettino. Altre indiscrezioni dicono poi che il libro
raccoglie un solo documento scritto: lo stralcio di una lettera di Paolo
Pillitteri, ex sindaco di Milano e cognato di Craxi, che svela un
particolare sorprendente. Uno scoop relativo al crollo del muro di Berlino.
L'uscita del libro era prevista per Natale, ma è stato scelto di
posticiparne l'uscita vicino al 2° anniversario della sua scomparsa.
Titolo: (18. 01. 02) BELLA ITALIA AMATE SPONDE
Redazione
Dalla murata del nero veliero appena attraccato - lo ‘Stealth’ il
più veloce e costoso di tutti - l’Avvocato si sporse e domandò: “Dove
siamo ? È questa la terra dei fichi d’India?”. Lui non sapeva dove si
trovava perché la sua patria è il mondo, l’universo del profitto, l’insieme
delle cose belle e possedibili che ora, obbligato a navigare troppo a lungo,
non desiderava più.
Dalla folla che lo circondava non ebbe però alcuna indicazione. Erano
per lo più cattolici che hanno conoscenza del cielo e non della terra; il
loro è uno stato di provvisorietà, quello del viaggiatore sempre in attesa
della partenza e sono quindi refrattari all’idea stessa di una patria.
Incuriosito, si avvicinò un gruppo di musici con il codazzo di fans che
se la ballavano allegramente. Erano artisti, nomadi che hanno per Stato solo
la loro arte, e il loro capo, conosciuta la domanda, azzardò: “ Forse
potrebbe essere la terra dei cachi…”.
Non andò meglio con i venditori ambulanti, tutti col cappelluccio verde
della loro corporazione, che a quell’ora avevano già aperto i loro
traffici sotto le tende color pisello. I commercianti erano poco inclini a
discorsi impegnativi interessati, evidentemente solo ai propri affari.
Infatti, interrogati sulla questione, risposero in maniera vaga e imprecisa,
borbottando frasi del tipo “Qui siamo in Padania” e “Adesso siamo in
Forcolandia”.
Arrivarono nel frattempo alla spicciolata numerosi manifestanti che
scendevano al porto per accogliere un loro leader. Avevano insegne e
bandiere ed anche a loro venne girata la domanda dell’Avvocato. Ma erano
marxisti, una popolazione alla ricerca delle antiche origini, che non ha
pratica di patria, un’invenzione dei capitalisti, e si riconosce solo
nella lotta di classe e nella dottrina dei padri fondatori. Infatti se ne
vennero fuori con “Siamo in una repubblica delle banane”.
Nel frattempo entrò in porto l’elegante due alberi del capo, un tipo
affettato, con tanto di baffetti e subito, conosciuta la domanda, amante com’era
delle sottili dispute, volle dire la sua: “Per quanto mi riguarda vorrei
vivere in uno Stato normale…” e non ci fu verso di cavargli qualcosa di
più preciso.
L’Avvocato, sempre più in confusione, fece alzare le vele e riprese il
mare alla ricerca della Patria.
Titolo: (17.01.02) DS SEMPRE SOTTO SCHIAFFO
Redazione
«Sconfiggere Berlusconi con le sue dimissioni, nel caso di condanna nel
processo Sme, sarebbe una iattura, in primis per l'Ulivo», osserva Maurizio
Fistarol, responsabile Istituzioni della Margherita. Non piace affatto
l'ipotesi che circola in questi giorni su una crisi di governo legata agli
esiti del processo in corso a Milano che vede imputati il presidente del
Consiglio e il deputato Cesare Previti. «Vogliamo sconfiggere Berlusconi
nelle urne, dopo che avrà potuto dimostrare agli italiani la sua
incapacità di governare efficacemente il Paese».
E’ incredibile che la sensatezza di analisi sul modo di agire
dell'opposizione arrivi dalla Margherita, mentre i Ds mostrano di essere
regrediti agli anni’90, con Fassino che raccoglie le grida di aiuto di
Borrelli e rinnega la sentenza SME con annesso miliardo giunto a Botteghe
Oscure via Gardini.
E’ un decennio che i post comunisti sono sotto schiaffo da una parte
della magistratura, e poco serve che Violante –sottotono- rimproveri il
populismo di Borrelli che si appella ai cittadini per la sua legittimazione.
Montesquieu, la divisione dei poteri e l’origine della loro legittimità
dovevano tirali fuori dieci anni fa se volevano, a loro volta, legittimarsi
come democratici. Invece riescono a mala pena a farlo adesso, divisi tra la
speranza che il loro vuoto propositivo sia colmato, ancora una volta, dall’azione
giudiziaria e il tentativo di inciucio, denunciato ieri da Repubblica, di
togliersi le castagne dal fuoco in combutta con Berlusconi.
Non ci sarà proprio da stupirsi se alle prossime elezioni parziali di
primavera i Ds saranno agganciati, se non superati, dalla Margherita.
(l.g.)

Titolo: (15.01.02) LA STORIA SPIEGATA AL POPOLO
Redazione
La Camera ha vissuto ieri una seduta grottesca e surreale, tra le più
inconcludenti della seconda repubblica. Della qualità politica dell’ultima
infornata di deputati già si sapeva, ma l’improntitudine di alcuni leader
ha superato qualsiasi decenza, dando l’idea che la storia si possa
modificare o cassare a piacimento, che non esista che il presente e che il
passato si corregga a seconda della convenienza corrente.
Così un premier sempre più tronfio si presenta come un nuovo Alcide De
Gasperi. L’anticomunista austero e parco, l’ascetico ‘trentino
prestato all’Italia’ che puntò sull’Europa, ma non disdegnò di
questuare a Washington dove, proprio nel momento di massima umiltà,
testimoniò la dignità di tutto un popolo. Il ricostruttore dell’Italia
del dopoguerra, non si sarebbe mai reso ridicolo dicendo che il ministro
degli esteri si era dimesso ‘perché aveva altro da fare’.
Anche il miliardario in doppio petto va a Washington, ma per accreditare
sé stesso; anche lui è anticomunista, ma soltanto perché di loro non può
farne a meno ed è costretto a tenerne in vita lo spauracchio, altrimenti
non esisterebbe. Altre somiglianze non ne vediamo.
Per attaccare Berlusconi, la sinistra si trova a far quadrato attorno a
Renato Ruggiero e rimprovera il governo perché non è entrato nel consorzio
dell’Airbus. Sono le stesse motivazioni di Gianni Agnelli che, però, ha
molte valide ragioni per deprecare che un suo pupillo sia stato costretto
alle dimissioni e che la sua azienda possa essere emraginata dal lucroso
affare. La bizzarra contiguità con l’antico avversario, non scalfisce il
cinismo dell’opposizione costretta a cavalcare il nulla ed a discutere del
sesso degli angeli, cioè dell’europeismo, dal quale nessuno in Italia
può prescindere.
Così si disputa su chi è più europeo. Piero Fassino tesse l’elogio
dell’europeismo dei Ds. Come accade agli ex seminaristi, che possono
diventare i più fieri partigiani della laicità, il segretario della
Quercia, erede della più astiosa opposizione all’Europa e al suo sistema
di alleanze, gridata per anni nelle piazze e appuntata come una medaglia
resistenziale sui labari mai rinnegati (“Della nostra storia non abbiamo
nulla di cui vergognarci” disse D’Alema), si presenta ora come il
prototipo del vero ‘uomo europeo 100%’. E grida ai deputati, al governo
e alla Tv: “Garantiremo noi che l’Italia resti in Europa!”.
Ecco il leader che ci mancava: raccoglie il ‘grido di dolore’ di
Borrelli a Milano, a Roma veglia per noi sull’europeismo del governo,
mentre in tutta Italia si vanno organizzando le manifestazioni di piazza
contro il rischio di un nuovo fascismo. E un mese fa lo chiamavano
socialista riformista.(rt)
Titolo: (14.01.2002) MANOVRE DI AVVICINAMENTO NELL’AREA EX PSI
Redazione
Non ce ne stiamo accorgendo, forse, ma i disastri di Berlusconi, da una
parte e di Fassino, dall’altra, potrebbero alla fine giovare a
ricompattare i socialisti. Tutti i socialisti: da quelli in area governativa
fino a quelli in area diessina.
Stefania Craxi bacchetta Fassino sul mensile del migliorista Macaluso,
“Le Ragioni del Socialismo”, elencando i silenzi e le mancate scelte
degli eredi del Pci, anche in relazione al deludente Congresso di Pesaro. L’area
socialista dei DS, composta tra gli altri da Giorgio Ruffolo, Valdo Spini e
Aldo Aniasi, emarginata proprio da quel Congresso, è in situazione di tale
disagio nel partito di Fassino, che potrebbero a breve decidere di emigrare.
Gli onorevoli Craxi e Milioto, dai banchi divisi del Nuovo PSI, firmano il
pacchetto delle proposte di legge sulla giustizia lanciato dallo SDI in
Parlamento. Pacchetto che contiene anche la ‘famigerata’ proposta di
separare le carriere dei magistrati, che grande scorno provoca a molti
ulivisti.
Sì, forse, la deriva ‘leghista’ di Berlusconi e quella ‘berlingueriana’
di Fassino, potrebbero compiere il miracolo di far riprendere il discorso
tra i vari socialisti. Ugo Intini, su “Mondo Operaio”, tracciando un
bilancio equilibrato dei rapporti tra PCI e PSI negli ultimi cinquant’anni,
propone di ripartire da un ''heri dicebamus''. ''Heri dicebamus'', ieri
dicevamo, ma questo clima avvelenato dallo scontro tra politica e giustizia,
pare lo stesso di ieri e quindi, almeno gli eredi del PSI, dimostrino di
aver imparato la lezione. Tornino a parlarsi insieme, senza vergogna, sia
chi è stato anticraxiano che chi è stato filo-craxiano! (l.g.)
Titolo: (13.01.02) IN NOME DEL POPOLO
Redazione
Francesco Saverio Borrelli, procuratore generale di Milano, inaugura l’anno
giudiziario con un discorso politico nel quale stabilisce un parallelo tra
la situazione attuale e il “regime del Ventennio” e invita alla
resistenza. A Palermo i sindacati pongono un ultimatum e minacciano lo
sciopero generale, dopo la raffica di quelli già in atto (Cofferrati: “Hanno
avuto la risposta che si meritano, in primo luogo devono imparare a
rispettarci…”). Nella causa del “Lodo Mondadori”, su cui incombe
ormai la legittima suspicione, i giudici decidono che Silvio Berlusconi sia
chiamato a testimoniare. Francesco Rutelli e Piero Fassino tengono bordone,
convinti che la riedizione della strategia del ’94 - scioperi, piazza e
tribunali - sia la risposta giusta allo sfavorevole esito elettorale.
L’incapacità politica dell’opposizione si salda con la solida
tradizione antidemocratica degli ex comunisti e disegna un cinico piano di
scontro sociale.
Al Quirinale non siede più Oscar Luigi Scalfaro, ma Carlo Azeglio
Ciampi. Vedremo se il ‘tutore dei meccanismi e dei valori del progetto
democratico tracciato dalla Costituzione nata dalla Resistenza’ sceglierà
di tacere sulla via extraparlamentare o saprà essere garante del gioco
democratico.
Quanto alle “loro maestà, i cittadini” (Borrelli), queste stesse
cose se le erano sentite dire sino alla nausea in campagna elettorale e
hanno fatto la loro scelta.(rt)
Titolo: (12.01.02) LE REGOLE E IL POTERE
Redazione
Il procuratore generale della Cassazione, Francesco Favara, ha aperto l’anno
giudiziario con la tradizionale relazione letta di fronte alle più alte
cariche dello stato. È un rito che si ripete tutti gli anni, con la
puntuale elencazione dei mali della giustizia e dei possibili rimedi che i
governi italiani mai hanno adottato. Il presidente della Repubblica e quello
del Consiglio applaudono la relazione…e tutto resta come prima.
La lunghezza dei processi e il sovraffollamento delle carceri sono nel
frattempo diventati un caso internazionale, un esempio d’inciviltà e una
violazione del diritto che uniscono prima e seconda Repubblica, governi di
centrodestra e di centrosinistra, ministri di sinistra, di centro e di
destra, nei fatti tutti ugualmente ipocriti e impotenti. E la corte di
Giustizia dell’Aia continua a condannare l’Italia, senza che questo sia
vissuto da tanti autorevoli e prestigiosi personaggi per quello che è,
cioè per un disonore.
Ieri, però, Favara ha detto una frase che potrebbe essere assai utile,
se solo tacessero per un attimo le grida e potesse essere udita: “Occorre
accettare le regole e smorzare i toni”. C’è in queste parole una
valenza che va oltre i casi della giustizia e che potrebbe evitare all’Italia
guai infiniti.
Infatti non c’è situazione politica che non venga drammatizzata e che
non esploda in clamori senza fine, rimbalzando dalle pagine dei giornali
agli schermi televisivi, al parlamento dove vengono minacciate leggi che
troveranno problematica applicazione, oppure approdando alle piazze per
proteste pretestuose e grottesche.
Ministri che parlano a vanvera, con sproloqui da bar. Oppositori che
vedono profilarsi fascismi e dittature - a pochi mesi dall’insediamento
del governo! – come avevano detto prima delle elezioni e ne vanno
scrivendo sui quotidiani di tutta Europa, spargendo odi a dismisura che
divideranno sempre più la società italiana.
Ci sarebbe bisogno veramente di “accettare le regole”, come aveva
promesso di fare l’opposizione (‘Berlusconi ha diritto di governare’,
Rutelli). Come aveva anche garantito Piero Fassino durante il congresso Ds,
contrapponendosi alla minoranza interna. Vinto il congresso, segue invece la
linea dello sconfitto Berlinguer e scende in piazza ‘in difesa dell’Europa’,
incurante di quanto potrà dire il governo in parlamento e di quanto va
ufficialmente emergendo nell’Ue.
Così prende forma uno scenario tra il balcanico e il sudamericano. La
strategia del centrosinistra: spinta della piazza, scioperi dei tre
sindacati, caccia processuale al cavaliere d’Arcore. Come nel 1994.
La riposta del centrodestra: commissioni Mitrokhin, Telekom Serbia e
Tangentopoli, leggi a suon di maggioranza. Non cedere alla piazza.
Il risultato sarà un paese gonfio d’odio e ingovernabile. O
governabile solo dal Centrosinistra.(rt)
Titolo: (10-01-02) DELLA COMMEMORAZIONE AD HAMMAMET
Redazione
Riunirsi intorno alla tomba di Bettino, si è gia potuto constatare in
Piazza Navona quasi due anni fa, purtroppo non serve ad aiutare la
ricostruzione dell'unità dei socialisti. Il nobile intento di Stefania
Craxi, ideatrice della commemorazione ad Hammamet il 18, 19 e 20 gennaio, è
gravato psicologicamente da un ruolo di 'vittima' di una tragedia. Dispiace
dirlo, ma questa incapacità di elaborare il lutto non può portare lontano
i socialisti italiani.
Tangentopoli e il "Caso Craxi" sono stata vissuti da molti
degli attori principali della diaspora con i crismi dello svolgimento di una
tragedia nazionale (e personale) e non si sono avveduti molto del fatto che
si trattò di una crisi politico-culturale nazionale con risvolti
internazionali. Lo scenario costituito dal declino del secolo
socialdemocratico che è andato a sovrapporsi alla caduta del Muro di
Berlino, ha posto il socialismo tutto, cioè in entrambi i suoi risvolti
comunista e socialdemocratico, in uno stato di "crisi". Crisi che
assunse per il PSI il carattere della tragedia con i suoi annessi fattori di
paradosso: la tradizione socialdemocratica, il PSI, che aveva storicamente
maggiori ragioni si è dissolto a fronte di una resistenza di molto maggiore
dei post-comunisti che addirittura arrivano al governo del paese, quasi
sostituendo in tutto il ruolo politico precedentemente ricoperto dal PSI.
E' quindi comprensibile che l'esilio di Craxi abbia creato a Stefania e
in molti compagni una specie di paralisi psicologica di fronte alla
tragedia, nella quale ci siamo in qualche modo riflessi, ma il modo migliore
per interpretarlo è quello di correlarlo allo stato di crisi del socialismo
dal mondo Occidentale: all'"esilio del socialismo".
Solo se, Stefania e noi tutti, ci renderemo conto che occorre spostare il
fiume dei nostri pensieri dal piano delle storie individuali a quello
politico, dedicando sforzi e idee nel cercare risposte all'esilio del
socialismo, si starà veramente lavorando alla ricostruzione del socialismo
e della sua unità.
Scriveva Camus che "il grande evento" del '900 è stato
l'abbandono dei valori di libertà da parte del socialismo: "Da quel
momento ogni speranza è sparita dal mondo, ed è iniziata la solitudine per
ogni uomo libero".
All'inizio di questo secolo il gravoso compito che spetta, a noi
socialisti e in generale alla sinistra, è quello di tornare a fornire
risposte concrete ai bisogni di cittadini, lavoratori ed esclusi, ridando
speranza alla solitudine dell'uomo globalizzato. Craxi portiamocelo allora
nel cuore, come Bettino aveva Garibaldi, e non al centro del discorso
pubblico e politico socialista. (l.g.)
Titolo: (09. 01. 02) TREMONTI VA IN TV
Redazione
Si vede subito che il suo sogno di bambino era quello di diventare
ventriloquo: parlare senza che gli altri si accorgessero che lo stava
facendo. Ancora ci prova. Seduto a ‘Porta a porta’, le sentenze sibilano
dalle sue labbra appena dischiuse, come se fosse qualche crudele oracolo
azteco a decretarle e non lui, Giulio Tremonti, ministro delle Finanze, a
dovere rendere conto della situazione economica all’opinione pubblica.
Considerato arido per via della materia di cui è ritenuto un esperto, è
invece un artista surreale. A uno dell’opposizione che gli contesta l’aumento
dei prezzi, risponde “E le ferrovie? Gli aumenti dovevano scattare ora
perché voi li avevate programmati prima di andarvene…”. La sua teoria
standard è che l’opposizione, prima di svuotare i cassetti, ha
ingarbugliato le carte e i conti da pagare, lasciando una mina innescata.
Non si è mai saputo di quanto fosse il buco, fluttuante da zero a
quarantamila miliardi. Amato glie ne concesse cinquemila in uno slancio di
generosità subito rientrato; Rutelli sostiene che le casse erano piene come
i forzieri del pirata Barbanera. La stessa cosa accade quando il governo
discute con i sindacati della manovra fiscale. Le cifre lievitano e ruotano
su di lui come le palle del jongleur Medrano al Festival del circo di
Montecarlo.
Evidentemente la sua è una materia che ha la stessa consistenza della
psicanalisi e, infatti, varia da ministro a ministro, da ora a ora, da
intervista a intervista. Per gli italiani, invece, le cifre sono piene di
sostanza e gli aumenti di questi giorni impressionano tutti. Non appena si
trasformeranno in grafici e tabelle, Tremonti ne prenderà atto e,
sprezzante, verrà a sibilarci la sua verità in Tv. Ci dirà che la colpa
è dei burocrati di Bruxelles, di una congiura delle sinistre e dei
sindacati, dell’Euro supinamente accettato dal Centrosinistra, della crisi
dell’Argentina, di Bin Laden che ha incasinato tutto…Le stelle stanno a
guardare e l’opposizione, dimentica del ruolo, sfila in difesa di tale
Ruggiero. (rt)
Titolo: (08.01.02) L'ORIZZONTE POLITICO DI DE MICHELIS
Redazione
“E´ questo - riempire di tecnica e contenuti politici il contenitore
di Forza Italia - l´orizzonte di De Michelis, e il motivo della sua
fedeltà berlusconiana.”
A concludere con queste parole il suo articolo sul ruolo di De Michelis
nella politica estera italiana del governo Berlusconi su La Stampa di oggi,
è Aldo Cazzullo. L’unico opinionista ad essersi speso nel fornire ampio
spazio sul medesimo quotidiano al pamphlet inedito di Bettino Craxi che
Stefania – attraverso la Fondazione – ha pubblicato e distribuito ai
ministri e parlamentari poche settimane fa.
A parte le altre malignità contenute nell’articolo in questione, sui
particolari della sua casa ai Parioli e sulle indiscrezioni a proposito
della sua rinnovata vita mondana, viene individuato con precisione l’orizzonte
dell’attività politica di De Michelis. Una attività che, aggiungiamo
noi, parte dalla consapevolezza che i dirigenti di Forza Italia sanno
presiedere i Consigli di Amministrazione di aziende, ma non i delicati
rapporti con le diplomazie degli altri paesi. Possono concepire i consolati
italiani come filiali estere di aziende, ma non come uffici in grado di
mediare conflitti politici.
Sarà bene allora che i compagni che hanno scelto di seguirlo sulla
strada della fedeltà berlusconiana, siano consapevoli di questo angusto
orizzonte fatto di consulenza, magari ben valide e ben retribuite, ma che
non hanno nulla a che vedere con lo scopo sociale del Nuovo PSI, che era
quello di ricostruire una casa per tutti i socialisti, affinchè potessero
tornare a svolgere un ruolo di rilievo sulla scena politica italiana.
Anche seguendo strade contorte, imposte dal sistema elettorale, il
percorso delineato era quello di ricostruirci uno spazio autonomo che
potesse prima ripresentare un soggetto socialista italiano agli elettori e
quindi riconquistare il suo ruolo storico nella sinistra che nel frattempo,
come previsto, si è distrutta con le sue mani. L’opera di consulenza e la
prospettiva di portatori d’esperienza in casa altrui, francamente può
soddisfare solo singole ambizioni, non certo la speranza e la domanda
politica dei militanti socialisti. (l.g.)
Titolo: (07. 01.02) RUGGIERO AL BALLO DEI MEDIOCRI
Redazione
Nei primi incontri internazionali, mentre il ministro degli Esteri Renato
Ruggiero era tutto abbracci e pacche sulle spalle con premier e ministri
europei che lo conoscono da una vita, il Cavaliere, se ne stava in disparte
e nessuno se lo filava. Una situazione penosa per uno abituato ad essere al
centro della scena nelle convention aziendali e nelle riunioni di governo.
Di qui un sottile rovello che è penetrato nell’animo del capo e non si è
più dissipato, come si desume dal comunicato che annuncia le dimissioni del
ministro: “Il presidente Berlusconi ha tenuto a ringraziare il ministro…soprattutto
per quanto ha fatto nella fase di avvio del governo per accreditarne
l'immagine internazionale”. In questa chiave si può anche interpretare l’orgogliosa
e stizzosa precisazione: “Ruggiero è un ministro tecnico, il responsabile
della politica estera sono io”.
Paradossalmente il prestigio di cui Ruggiero gode in tutto il mondo,
anche per l’ottimo lavoro svolto come presidente del WTO, alla fine gli ha
nuociuto. In un governo in cui non mancano i modesti e i meschini, la
mediocrità lo avrebbe salvato, esaltando la supremazia del presidente.
Le dimissioni sono apparentemente il risultato di uno scontro tra
europeisti e non. Nella realtà solo la malafede può fare credere al
prevalere di una linea antieuropea nel governo italiano. Gli italiani sono
sostenitori dell’Europa più di qualsiasi altro popolo e questo Berlusconi
lo sa perché ha fede nei sondaggi come il Papa nella Signora di Fatima.
Quindi non percorrerebbe mai una stolta via anticomunitaria.
All’estero l’abbandono di Ruggiero, tanto cavo ad Agnelli, verrà
invece letto come una vittoria di Bossi. Grazie ai buoni uffici dell’opposizione,
i media europei cominceranno a battere la grancassa sui rischi che corre la
democrazia in Italia. Non parrà vero a ministri belgi e tedeschi di dire la
loro, ci sarà certamente qualche sessantottino di ritorno che suggerirà un
osservatorio sull’Italia. Da noi Fassino e Violante già chiedono, secondo
il rito, il dibattito parlamentare.
In più il segretario Ds annuncia una marcia in favore dell’Europa (il
15 a Bologna). L’opposizione risponde alla mediocrità del governo con l’agreste
istinto della piazza. È un’idea geniale, almeno quanto quella di Ferrara
dell’Usa Day. I predecessori di Fassino si battevano in favore delle
minoranze, ora lui si sfila in favore dell’Europa, cosa condivisa da tutti
gli italiani, Bossi escluso. A quando le sfilate in favore della libertà di
culto, del Festival di Sanremo, della libertà di cappuccino, dell’istruzione
per tutti…? (rt)
Titolo: ( 05. 01. 02) IL MISTERO DELL’EURO
Redazione
Per il momento gli italiani usano pochissimo la nuova moneta europea.
Eppure ogni giorno risultano prelevati o cambiati in banca centinaia di
miliardi di Euro. Gli gnomi di Francoforte non sono certo quelli astuti di
Zurigo ed hanno subito arguito che non amiamo la nuova moneta. Niente è
più lontano dal vero.
La amiamo invece di un amore esclusivo, tanto che la vogliamo possedere e
non spendere. La nostra passione nasce da uno choc notturno di cui fummo
vittime. Accadde nel lontano 1992, quando Giuliano Amato, allora presidente
del Consiglio, spinto da un drammatico buco di bilancio, mise direttamente
le mani nei nostri conti bancari prelevandone una tassa improvvisa. La
rapidità del balzello non lenì i rabbiosi dolori del popolo.
“Se un uomo dalla condotta adamantina, un amministratore che è quasi
un cultore dell’etica di governo, è giunto a tanto, cosa potrebbe fare un
politico qualsiasi?” argomentò più di un cittadino piangendo con sé
stesso il triste evento. Quindi prese a proteggere il suo gruzzoletto in
mille ingegnosi modi, magari nascondendolo tra gli ‘odorosi lini’ di
casa, lasciando sul conto corrente il minimo indispensabile.
Anni dopo, il governo D’Alema rese possibile senza particolari
formalità a vari organi dello stato l’accesso ai conti bancari, i timori
di molti pavidi correntisti ripresero lena e si consolidò l’uso di
custodire gelosamente le svalutate lire in casa o in luoghi amici. D’altra
parte la popolazione invecchia e nulla è più balsamico per un anziano
della carezza psicologica della sia pur minima sicurezza economica.
Adesso questo rivolo di risparmio celato - risparmio in nero, urge una
legge che ne favorisca il rientro nel giro consumistico - si va convertendo
in Euro e con la nuova divisa si ricostituiscono le scorte. Tutto questo il
belga, il tedesco, il burocrate di Strasburgo e quello di Francoforte non lo
possono né sapere, né condividere. Sono lontani dalle anomalie italiane,
dai nostri segreti bizantinismi, dalle guardinghe e levantine malizie degli
italiani.
Fanno bene Buttiglione, Tremonti, Castelli & C. a diffidare, l’Europa
non ci capirà facilmente. (rt)
Titolo:
Redazione
Titolo: (3. 01. 02) MINISTRI LETIGIOSI, GOVERNO
INCONCLUDENTE
Redazione
C’è del metodo in questa pazzia. Come nell’Amleto scespiriano, così
nel governo italiano dove non passa giorno senza che qualche ministro si
esibisca. Ieri il ministro degli Esteri, Renato Ruggiero è stato costretto
a intervenire pesantemente e con vigore in difesa delle scelte europeiste
dell’Italia, di fatto contestando gli atteggiamenti dei ministri Rocco
Bottiglione, di Giulio Tremonti e dei tanti leghisti tiepidi con l’Unione.
Si è quindi confermata una contrapposizione interna che potrebbe portare a
una linea di frattura.
Ruggiero sarà certo sostenuto dal presidente del Consiglio. Se così non
fosse, si affermerebbe una linea critica verso l’Ue. Berlusconi,
rinunciando al suo autorevole mentore internazionale, darebbe un’altra
prova di avere perso la capacità d’interpretare gli umori popolari, vera
chiave di volta delle sue vittorie. Infatti gli italiani sono profondamente
europeisti. Avendo vissuto i disservizi e le ingiustizie di mille governi,
sono disponibili quasi a tutto pur di essere amministrati da leggi certe e
durature e sperano che l’Europa compia questo miracolo.
Le affermazioni elettorali del Cavalier d’Arcore si sono rette su punti
di forza, rappresentate da chiare e solenni promesse agli elettori: l’allentamento
della pressione fiscale, il riequilibrio tra i poteri dello stato - ivi
compresi la giustizia e i sindacati, nelle attese degli italiani, come hanno
dimostrato alcuni referendum - la soluzione dei problemi dell’ordine
pubblico. Allo stato nessuno di questi traguardi è alle viste. Non solo, ma
alcuni dei rimedi proposti sono privi di etica, altri sono peggiori del
male, lasciando presagire poco di buon per il futuro, nel senso che
rischiano di creare agli italiani più fastidi che benefici. Ecco alcuni
esempi.
Per avere gli indispensabili voti della Lega, il primo ministro ha dovuto
accettare la ‘devoluscion’ padana. Se attuata, in molte regioni d’Italia
nascerebbero carrozzoni di burocrati condotti da amministratori
improvvisati, con zone ad alta densità mafiosa che sfuggirebbero al
controllo dello stato.
La riforma della scuola non può essere quella varata dal governo
precedente. Però ora la pubblica istruzione rischia di affondare nel caos,
nonostante la managerialità di Letizia Moratti e il suo prodigarsi. Visto
che ora abbiamo un ottimo direttore generale, basterebbe trovare un
ministro.
L’immigrazione, clandestina e non, è sicuramente un problema. Mentre
continuano alla chetichella gli sbarchi programmati con rigorosa cadenza
dalla delinquenza organizzata, davanti agli uffici del lavoro si snodano
ingiuste e indecorose code, eloquente immagine dell’incapacità del
governo e dell’ottusità di alcuni suoi ministri. Inoltre le proposte di
legge sull’immigrazione non rispondono agli interessi dell’Italia e dei
suoi cittadini. Se attuate, aggraveranno la situazione.
Come il presidente ben sa, e gli immancabili sondaggi glie lo
confermeranno, non sarà la fissità del suo eterno sorriso a far durare la
luna di miele con gli elettori. Tantomeno potranno farlo le buttiglionate
dei ministri. (rt)

Titolo: (03.01.02) UN DECENNIO BERLUSCONIANO
Redazione
Come disse il matematico Godfrey Hardy, “una persona seria non sta a
perdere tempo nel formulare l’opinione della maggioranza”. Così una
sinistra “seria” non può limitarsi a rincorre la destra sul piano
demoscopico dei sondaggi. Ancora nell’ultima sua uscita televisiva Rutelli
ha mostrato l’incapacità di analizzare il presente, che è la sola vera
condizione per poter progettare il futuro, è ha mostrato invece come si
trova a suo agio dalle sacche del conformismo più becero.
Accettare il reale come un dato immodificabile di natura è proprio
quello che distingue il pensiero conservatore da quello progressista e la
sinistra oggi ha solo bisogno di un progetto di modifica di ampio respiro e
di alto profilo.
Invece, "la priorità delle priorità" del centrosinistra, nel
2002, sarà "la battaglia sul conflitto di interesse", promette
Rutelli che il 10 gennaio, nel corso del primo coordinamento nazionale
dell'Ulivo, ci dirà anche se aderirà o meno alle celebrazioni
dell'anniversario per il primo decennio dall'inizio di Tangentopoli,
promosse da Paolo Flores d'Arcais, direttore di Micromega.
Povero centro-sinistra, povero Ulivo: vogliono proprio consegnarci un
decennio berlusconiano... (l.g.)
Titolo: (01. 01. 02) GRATTA GRATTA IL PADANO
Redazione
Quando nascono problemi di convivenza tra italiani ed extracomunitari,
per prima cosa viene avanzato un sospetto di razzismo, poi si vanno a vedere
le ragioni. Un assioma caro all’Ulivo è che, gratta gratta il padano,
vien fuori il razzista.
Di questo sono convinti i torinesi abitanti a Porta Palazzo, antico e
popolare quartiere a ridosso del centro storico e sede del più grande
mercato della città, costretti, con poco esito, da due anni a chiedere
aiuto e protezione contro le prepotenze e l’invadenza degli
extracomunitari maghrebini: “Non ne possiamo più, questo quartiere è
diventato un ghetto dove regnano l’arroganza e la violenza. Ogni notte
furti, incendi, risse e sirene della polizia…”, dicono i cittadini che
hanno costituito il Comitato spontaneo San Gioachino per lottare contro
questo degrado che li stringe d’assedio.
Il cardinale Poletto, arcivescovo della città, è andato ieri a visitare
la parrocchia ed è restato impressionato da quanto ha visto: “ Avete di
che lamentarvi…Noi rispettiamo i musulmani e desideriamo essere
rispettati, non insultati e disturbati, in tutte le circostanze della nostra
vita cristiana e civile. Emigrare è un diritto. Però è un diritto a certe
condizioni. Offriamo ospitalità ed accoglienza, come realtà sociale
cittadina dobbiamo aprire le porte e dare lavoro. Ma non accettiamo l’immigrazione
di chi viene per portare delinquenza, droga, sfruttamento e prostituzione”.
Sarebbe illuminante per tutti un’indagine sociologica sul razzismo nell’Italia
del Nord. Ma questa volta dovrebbero essere intervistati gli immigrati
extracomunitari. Scopriremmo cosa pensano del paese che li ospita che in
molti di loro non genera né amore, né rispetto, né timore. Solo un
astioso disagio, pronto a trasformarsi in aperta avversione. (rt)
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